
Giuditta Branconi, la pittura come inganno
Doppiozero - Monday, March 23, 2026La nuova mostra Cannon Fodder, alla Collezione Maramotti, presenta la ricerca pittorica di Giuditta Branconi. Nata a Sant’Omero, Teramo, nel 1998, l’artista ha sviluppato negli ultimi anni un linguaggio riconoscibile, caratterizzato da una tavolozza tutta giocata su contrasti tra colori accesi e fluo (rosa, arancio, giallo) e tonalità più fredde (blu e verde), con interventi spray e stratificazioni che richiamano estetiche graffiti, pop e digitali. Nelle sue composizioni segni grafici, parole e immagini provenienti da registri culturali tra i più diversi si accumulano sulla superficie della tela.
Il giorno successivo all’inaugurazione della mostra, durante una visita a Palazzo Masdoni — notevole edificio barocco nel centro storico di Reggio Emilia, celebre per il suo straordinario apparato di architetture dipinte — Branconi ha sintetizzato la propria posizione sulla pittura che ci circondava con una frase che mi è apparsa subito rivelatrice anche rispetto al suo lavoro: «la pittura è sempre un inganno».
L’idea della pittura come inganno attraversa, si sa, la storia dell’arte occidentale e riguarda il rapporto tra immagine, percezione e realtà. Già nell’antichità il celebre aneddoto riportato da Plinio il Vecchio sulla competizione tra Zeusi e Parrasio racconta di una pittura capace di confondere lo sguardo, producendo un’immagine così convincente da essere scambiata per reale. L’inganno, però, non consiste soltanto nella capacità di imitare il mondo visibile, ma nella possibilità dell’immagine di orientare e destabilizzare la percezione dello spettatore.
Nel lavoro di Branconi questo principio si muove su diversi livelli, soprattutto nella lettura dei suoi dipinti e nei riferimenti alla natura stessa delle immagini contemporanee.
© Giuditta Branconi, ph Dario Lasagni.
Da lontano le sue tele possono apparire come composizioni astratte; solo avvicinandosi emergono i molti elementi che le compongono: cuori, catene, animali, parole, piccoli disegni. I dipinti costringono lo spettatore a un movimento continuo dello sguardo, chiamato a inseguire sulla tela figure e parole che si rivelano solo progressivamente. Si tratta quindi di un’esperienza che non si svolge nella continuità rassicurante della visione, ma che si costruisce attraverso repentini cambiamenti di punti di vista, analoghi a quelli cromatici con cui chi guarda si interfaccia. Superfici apparentemente caotiche, campiture cromatiche sature di segni, parole, simboli ed elementi figurativi sovrapposti senza ordine si rivelano solo gradualmente per ciò che sono: un caos ordinato, costruito con grande precisione. Un lavoro quasi manieristico di Branconi che controlla rigorosamente il proliferare e il sommarsi dei segni all’interno della composizione.
Questa vitalità e questo movimento obbligato sembrano esplicitarsi nell’installazione presentata al centro della sala che ospita la mostra. Qui la pittura abbandona la frontalità del quadro per assumere una dimensione architettonica: le tele funzionano come membrane leggere che delimitano e allo stesso tempo aprono lo spazio. Il visitatore si muove così tra queste superfici come all’interno di un tunnel: attraversando la struttura si incontrano continuamente nuovi dettagli, nuove parole, nuovi frammenti che ridefiniscono la percezione dell’opera nel suo insieme. A ogni passo emergono nuove relazioni tra i segni e nuove corrispondenze tra i colori. Il visitatore è invitato a entrare dentro la pittura. L’esperienza di questa architettura si estende così anche all’esperienza di orientamento nella mostra: si deve trovare il proprio percorso all’interno di un sistema visivo volutamente disorientante, sia nell’installazione sia nei singoli quadri.
Branconi, si è detto, lavora con un repertorio visivo che proviene da mondi molto diversi: fumetto, grafica digitale, iconografie pop, scrittura e appunti personali. Questi hanno spesso l’aspetto di immagini familiari, quasi riconoscibili, ma nel momento in cui compaiono sulla tela perdono il loro valore originario, diventando segni tra altri segni, accostati senza alcuna gerarchia. È perciò una falsa familiarità quella a cui veniamo sottoposti come osservatori: pensiamo di riconoscere qualcosa, ma l’immagine è già qualcos’altro. «Questa non è una pipa», verrebbe da dire.
Ogni volta che lo sguardo mette a fuoco un elemento, ne perde inevitabilmente altri. I suoi dipinti funzionano come vere e proprie trappole per lo sguardo, in cui l’immagine non permette mai di essere colta nella sua totalità. Crediamo di poter “capire” il quadro, ma il quadro continua a sfuggirci, sempre sul punto di cambiare forma, scomponendosi e ricomponendosi continuamente nei nostri occhi.
Giuditta Branconi, "Mi ricordavo più felice di così", dettaglio, 2025 © Giuditta Branconi, ph Dario Lasagni.
In questo senso la pittura di Branconi gioca sui due poli opposti di attrazione e disorientamento. Lo spettatore è catturato dalla vivacità cromatica e dalla proliferazione dei segni, anche familiari, ma allo stesso tempo fatica a stabilire un centro dell’immagine. Non esiste un punto privilegiato da cui guardare il quadro: lo sguardo è costretto a muoversi, a perdersi tra i dettagli, a costruire percorsi sempre diversi. Branconi trasforma così la superficie in un luogo pullulante e ossimorico, un vero e proprio labirinto visivo in cui immagini, parole e simboli apparentemente incongruenti convivono liberamente.
Il titolo della mostra — Cannon Fodder (carne da cannone) — che nel linguaggio militare indica corpi sacrificabili, sembra alludere proprio alla condizione di questi diversi elementi che ritroviamo nei quadri: frammenti tratti dall’universo contemporaneo fatti circolare e rapidamente consumati all’interno di un flusso incessante di immagini.
Non è difficile leggere in questa scelta un riferimento alla condizione visiva contemporanea. Viviamo immersi in un flusso continuo di immagini e stimoli — fotografie, video, grafiche, testi — che scorrono sugli schermi dei nostri dispositivi. La pittura di Branconi non critica questa velocità né tenta di opporvisi: la assume piuttosto come dato di fatto, la assorbe e la rende visibile. Proprio perché si tratta di pittura entra però in gioco anche una dimensione intrinsecamente contemplativa: le immagini non scompaiono, come accade nell’evanescenza degli schermi, ma rimangono impresse nella materia del colore, come una sorta di istantanea di un possibile flusso di coscienza visivo.
Alla fine della visita rimane quindi la sensazione che la pittura di Branconi abbia soprattutto a che fare con la complessità e la confusione del presente, trasformate e restituite attraverso l’espressione pittorica.
In copertina, Giuditta Branconi, "Se seguissi le molliche di pane (non torneresti qui mai più", dettaglio, 2026 © Giuditta Branconi, ph Dario Lasagni.
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