Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde

Popoff Quotidiano - Saturday, March 14, 2026

Il concetto di autodifesa, i percorsi politici e lo choc collettivo dopo l’omicidio, a Lione, del giovane neofascista

Camille Polloni e Laura Wojcik per Mediapart

Dal 13 febbraio e dalla rissa che è costata la vita all’attivista neofascista Quentin Deranque, gli ex membri della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, tacciono.

Diversi ex militanti dell’organizzazione sono oggi indagati in questa inchiesta per omicidio volontario, tra cui Jacques-Élie Favrot, ex collaboratore parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault, cofondatore del gruppo, oggi pubblicamente messo in discussione per i suoi metodi.

A parte un breve comunicato del deputato, due post su Instagram dell’ex portavoce della Jeune Garde Maya Valka e la testimonianza di un militante anonimo su Le Parisien, la maggior parte degli antifascisti che hanno fatto parte dell’organizzazione preferisce evitare di esprimersi. In segno di solidarietà, l’intero ambiente stringe i ranghi, anche a costo di mettere da parte le critiche rivolte alla Jeune Garde prima dei recenti avvenimenti.

È quindi un’occasione rara quella che Mediapart ha colto recandosi a Lione, il 25 febbraio, per incontrare tre ex militanti del gruppo antifascista. Quest’ultimo ha contestato il proprio scioglimento dinanzi al tribunale amministrativo, ma l’udienza che avrebbe dovuto tenersi a febbraio presso il Consiglio di Stato è stata rinviata a data da destinarsi. La Jeune Garde non può più svolgere alcuna attività in attesa dell’esito, pena l’avvio di un procedimento giudiziario.

Sebbene la Jeune Garde sia nota per aver annoverato tra le sue fila una percentuale di donne superiore rispetto ad altri gruppi antifascisti – l’organizzazione dichiarava che il 30% delle militanti fosse donna, senza che fosse possibile verificare tale cifra –, nessuno contesta il fatto che esse rimanessero una minoranza. Il gruppo non sfuggiva nemmeno a certi codici maschili. Eppure sono state tre donne a offrirsi volontarie per testimoniare.

Hanno posto alcune condizioni a questo colloquio, al quale ha assistito la loro avvocatessa. Per sfuggire alle molestie, i loro volti non dovevano apparire sullo schermo e volevano essere indicate con nomi di fantasia. Si potevano porre loro tutte le domande, comprese quelle sul caso in cui sono coinvolti alcuni dei loro compagni, ma si riservavano il diritto di non rispondere.

«Uscire dal folklore dell’antifascismo»

Déborah* e Myriam*, entrambe di 23 anni, si sono unite alla Jeune Garde nel 2024. Era la loro prima esperienza di attivismo. Lola*, 29 anni, ha invece frequentato «un gruppo femminista e un gruppo anarchico» a partire dal 2014, prima di unirsi alla Jeune Garde alla sua fondazione, nel 2018.

Il contesto lionese degli ultimi quindici anni è segnato da ripetuti attacchi dell’estrema destra contro individui, spazi e manifestazioni. La promessa di «far uscire l’antifascismo dal suo folklore», come racconta Déborah, di renderlo popolare e di praticarlo a viso scoperto, in un contesto unitario, rispecchia le loro aspirazioni. Myriam non ha quindi alcuna esitazione a investire «il terreno istituzionale» e ad allearsi con La France insoumise (LFI), «una delle principali forze del [loro] campo in questo momento a sinistra».

Apprezzano inoltre che alla Jeune Garde sia vietato il corteggiamento tra militanti, in nome della «sicurezza delle donne», e rivendicano il recupero di codici più tradizionali dell’antifascismo, come le foto di gruppo in pose che mirano a «trasmettere forza». Anche a costo di «focalizzare l’attenzione dell’estrema destra» sulla Jeune Garde, come un parafulmine per gli altri.

In linea con la posizione ufficiale della Jeune Garde, e sebbene questa sia smentita dai fatti, le tre attiviste continuano a sostenere che la loro organizzazione si limitasse a praticare «l’autodifesa», ovvero un uso ragionato e strettamente difensivo della violenza volto esclusivamente a rispondere alle aggressioni dell’estrema destra. «È l’avversario che ci impone l’uso della violenza», afferma Lola.

In nome dell’«autodifesa» promossa dalla Jeune Garde e condivisa dai suoi alleati di La France Insoumise, Déborah, Lola e Myriam hanno definito alcuni limiti all’uso della violenza tollerato dall’organizzazione: niente «incursioni nei quartieri avversari per attaccarli», niente «pattugliamenti per strada»; non «sferrare mai il primo colpo», né pretendere di «sostituirsi alla polizia».

Pochi giorni dopo l’incriminazione di diversi antifascisti per l’«omicidio» di Quentin Deranque, le tre attiviste si mostrano tuttavia in imbarazzo di fronte a tutte le domande che associano la Jeune Garde a questo crimine. Questo gruppo, che voleva essere innovativo, non sarebbe forse caduto anch’esso in un culto virilista della lotta di strada? Si tratta di un’operazione di «autodifesa» finita male? Si tratta di attacchi sleali o di risposte sproporzionate, potenzialmente pericolose?

Déborah, Lola e Myriam si sono rifiutate di visionare i video pubblicati sul canale Telegram «Antifa Squad», che, secondo la didascalia che li accompagna, mostrerebbero aggressioni commesse da membri della Jeune Garde. Senza guardarli, escludono quindi che queste violenze filmate possano avere alcun legame con la loro organizzazione e sostengono che questa non le «rivendichi». Si rifiutano inoltre di commentare la condanna di Raphaël Arnault per violenze di gruppo commesse in occasione di una sorta di controllo di strada.

In questo contesto, le attiviste definiscono la morte di Quentin Deranque un «dramma» e un «incidente» che nessuno, nel loro «campo sociale e politico», ha voluto. Sono preoccupate per il futuro del movimento antifascista, che potrebbe ridursi alla sua «criminalizzazione».

A Lione, dove le attiviste di sinistra negli ultimi anni sono riusciti a ottenere «la chiusura dei locali fascisti» e lo scioglimento di diverse fazioni di estrema destra, come da loro richiesto, temono però, come dice Myriam, di essere «tornati al punto di partenza».

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