
Il nuovo ruolo del diritto penale
Comune-info - Wednesday, March 18, 2026La morte del diritto internazionale, in molti paesi, a cominciare dall’Italia, è accompagnata da una trasformazione profonda del ruolo del diritto penale. L’ultimo decreto sicurezza è infatti molto più di un ennesimo odioso provvedimento repressivo: è il passaggio dalla repressione dei reati alla neutralizzazione preventiva dei conflitti. Stato e forze dell’ordine, dunque, sono gli strumenti, tutt’altro che neutrali, utilizzati non per governare le cause sociali dei conflitti, prodotte da un sistema economico sempre più diseguale e violento, ma per intervenire contro le forme con cui si rivelano
Foto di Centro Studi Movimenti Parma: sono 21 a Parma i denunciati per una delle tante straordinarie manifestazioni per Gaza del 1° ottobre 2025Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive. Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze, cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione preventiva del conflitto.
Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata prodotta.
All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità alle forze di polizia.
Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni – migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una manifestazione prima ancora che questa abbia luogo.
Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze.
Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico.
Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale.
Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie, migranti, lavoratori precari, persone senza dimora.
La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono espulsi, allontanati, resi invisibili.
Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro conseguenze.
Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme, ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia. Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali devono essere criminalizzate.
Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale. Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità.
Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la comprimono.
Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento. Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni, trasformandole in problemi di ordine pubblico.
Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta.
Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo. L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme. È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta naturale ai problemi della società.
Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica.
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