
A proposito di referendum
Pressenza - Tuesday, January 20, 2026Un pacchetto sicurezza (con dentro un decreto e un disegno di legge) che spinge ancora avanti la costruzione di un diritto penale della destra (amministrativo-penale, e dal taglio nettamente preventivo). Conferirgli il valore di un “progetto” organico, coerente e complessivo è probabilmente impossibile: ma non è questo il punto fondamentale. Anzi, la frammentarietà caotica – anche della repressione – fa parte della vocazione di queste nuove destre a muoversi sul terreno della fine delle mediazioni conosciute, di una politica criminale “interna” che rispecchia l’aggressività, altrettanto lontana dalla prevedibilità tradizionale, con cui entrano nella congiuntura di guerra tradizionale.
Fatto sta che questo securitarismo “accelerato” che va per accumulo, di provvedimento in provvedimento, ha sempre più bisogno di uno spostamento di tutto l’equilibrio costituzionale sull’esecutivo. Oggi in una tremenda prima pagina del Tempo, Capezzone torna su un esempio che era già stato portato in conferenza stampa della presidente del consiglio: il governo voleva portare – così oggi il Tempo – la “feccia” in Albania. Se non è stato possibile è perché una parte della magistratura non è disposta a servire la “legge”, e vi frappone l’ideologia. Di qua, la necessità della riforma costituzionale per riequilibrare il rapporto tra legge e magistratura.
Dalla sponda degli esperti e opinionisti vicini all’industria d’armi, sponda decisamente importante in regime di guerra, in modo più elegante ma nella stessa identica direzione, ha preso parola nei giorni scorsi Marco Minniti, una vita sul fronte della “disciplina” delle migrazioni. Il ragionamento qui è esplicito: sbaglia chi vede nella riforma costituzionale un pericolo per la democrazia, perché – dice il presidente Med-Or – è la democrazia che va vista nel suo nesso ora diventato particolarmente stringente con la sicurezza, e l'”efficienza” assicurata dalla riforma sottoposta al referendum.
Insomma, è evidente il passaggio. Abbiamo un neoautoritarismo che funziona per continua gestione e cronicizzazione della crisi. In questo quadro, l’asse sull’esecutivo va tenuto ben fermo, e legislativo e giudiziario devono essere funzionalizzati ad assicurare la velocità dell’azione di governo come asse del regime di guerra “interno”.
Non ci sarebbe bisogno di ripeterlo, ma c’è chi inquina i pozzi, anche a “sinistra”: questo quadro non ha nulla a che fare con il panorama Settanta-Novanta, con la magistratura “esorbitante” nella crisi del sistema. Qui non c’è una magistratura “emergenziale” da riallineare. La magistratura erede dell’emergenza è già allineata da tempo alle politiche securitarie, e non si dà come magistratura “politicizzata”, ma anzi (lo ha notato di recente Pepino), come una delle magistrature a più alto tasso di depoliticizzazione (e di “formalismo”, del tutto ideologico) che abbiamo mai avuto. La magistratura da colpire qui è quella – probabilmente neanche maggioritaria, ma molto consapevole – che continua a guardare al contesto costituzionale, europeo e globale come a una sponda per trovare strumenti di difesa dei diritti fondamentali contro la stretta democrazia-sicurezza-ordine pubblico, su cui convergono allegramente i Capezzone e i Minniti.
Se questo è il quadro, sarebbe un errore gravissimo, per chi esercita conflitto sociale e tiene aperti spazi e percorsi di emancipazione, liquidare il referendum come un’occasione tra giudici, un confronto interno tra apparati autoritari, e disinteressarsene, perché “io non difendo certo i magistrati”. In una certa misura ovviamente è anche uno scontro interno, ma la tendenza segnata da questa riforma costituzionale segna una consacrazione anche nella lettera del testo costituzionale di passaggi autoritari che riguardano direttamente i movimenti sociali. Dipendenza degli organi di autogoverno della magistratura dalla maggioranza parlamentare a sua volta ormai espressione inerte dell’esecutivo; gerarchizzazione interna delle carriere e ancora maggiore allontanamento delle procure dalla giurisdizione, con spinta verso il pm securitario e ancorato sostanzialmente alla polizia giudiziaria; sullo sfondo generale, l’esecutivizzazione integrale del governo nel segno del regime di guerra e delle nuove esigenze di “efficacia”, sicurezza e ordine, che sono necessarie al capitalismo politico per attraversare l’epoca del “multilateralismo” centrifugo e caotico.