L’attivista italiana picchiata dai coloni in Cisgiordania: “Pugni e calci per venti minuti”

Assopace Palestina - Sunday, November 30, 2025

di Gabriella Colarusso

La Repubblica, 30 novembre 2025.    

La testimonianza della 32enne che insieme ad altri tre cooperanti, due italiani, è stata aggredita in un villaggio vicino Gerico. “Si sono accaniti in quattro con un bastone contro un nostro compagno”

“Sono entrati in dieci, tutti mascherati, hanno cominciato a picchiarci, calci, pugni, ci hanno lanciato del liquido addosso che sembrava alcool, ci insultavano. In tre o quattro si sono accaniti sul ragazzo con un bastone. Avevano anche pistole e due fucili”. È ancora scossa Rutte (che preferisce non farsi identificare con il suo vero nome), 32 anni, irpina, quando racconta la notte di terrore che ha vissuto insieme ad altri tre attivisti dell’associazione Faz3a nel villaggio di Duk, vicino a Gerico, in Cisgiordania, dove erano andati per testimoniare le violenze dei coloni contro i palestinesi.

Dove siete adesso?
“A Ramallah, nell’appartamento che usiamo di solito come base, offerto dalla nostra associazione. Stiamo bene, nel senso che siamo vive e possiamo parlarne”.

Partiamo dall’inizio: dov’è avvenuto l’assalto?
“Nel villaggio di Duk, vicino a Gerico, che in teoria è zona A, sotto controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, dove i coloni non potrebbero stare. Eravamo tre italiani, due donne e un uomo, e un canadese, eravamo lì per fare presenza solidale”.

In che cosa consiste?
“Facciamo i turni di notte per monitorare se arrivano i coloni e avvisiamo le famiglie palestinesi. Il villaggio è sotto attacco da due mesi, molte famiglie se ne sono andate perché i coloni hanno distrutto le case, rubato 200 pecore e i polli. E nei villaggi beduini gli animali sono l’unica fonte di sostentamento. Hanno anche distrutto i pannelli solari, che sono il modo in cui i palestinesi si procurano l’energia. Il villaggio è completamente circondato: intorno ci sono un outpost, due colonie e una base militare”.

Quanto durano i turni di guardia?
“Dal tramonto fino a quando le famiglie vanno a riposare e finiscono intorno alle tre del mattino. Noi dormivano in una casa che il villaggio ci ha messo a disposizione perché la famiglia che ci viveva, dopo diversi attacchi, se n’è andata. Ci sono ancora i segni degli assalti sulle finestre, sulla porta. Erano le quattro, quattro e mezza, abbiamo visto una luce e ci siamo svegliati di soprassalto. Dicevano: “Italian, Italian, wake up, wake up, Jewish, Jewish”. L’hanno fatto apposta per farci pensare che fossero i palestinesi che ci avvertivano”.

Cosa è successo dopo?
“Sono entrati in dieci, tutti mascherati, hanno cominciato a picchiarci, calci, pugni, a dirci che dovevamo andarcene. Ci hanno lanciato del liquido addosso che sulle prime sembrava alcool. In tre o quattro, non lo so perché era buio, si sono accaniti sul ragazzo, anche con un bastone. Una mia compagna mi ha fatto da scudo, e si presa più botte di me. Io mi sono chiusa a riccio, mi hanno colpito sulla mano, che adesso è fasciata. Avevano anche pistole e due fucili che hanno caricato quando hanno visto che i palestinesi stavano venendo a difenderci. È durato 20 minuti circa. Quando sono andati via ci siamo resi conto che avevano preso tutte le nostre cose, passaporti, telefoni, zaini, soldi, carte di credito”.

Avete cercato di spiegargli chi eravate e cosa stavate facendo lì?
“L’unica cosa che siamo riusciti a dire è che eravamo italiani, “Please stop” urlavamo mentre ci picchiavano. Ci insultavano, a un compagno hanno buttato il caffè addosso dicendo “ti piace il caffè arabo”, a un’altra ragazza l’hanno chiamata “prostituta” in arabo, pensando forse che conoscessimo più parole in arabo che nella loro lingua. Ma la violenza che usano contro i palestinesi è molto più forte. Non vogliono che ci siano internazionali a documentarla”.

Chi vi ha soccorsi?
“I palestinesi ci hanno portato all’ospedale di Gerico. Da lì a Ramallah, dove sono arrivati i rappresentanti del consolato, che si sono resi disponibili a risolvere le questioni burocratiche”.

Tornerete in Italia?
“Non vogliamo tornare prima del previsto. Siamo ancora un po’ sotto shock, ma questa è una cosa che succede quotidianamente ai palestinesi e in maniera molto più forte, quindi continueremo a fare quello che stiamo facendo. I palestinesi dell’associazione ci hanno portato da mangiare, ci hanno comprato le medicine, siamo con loro a Ramallah, abbiamo bisogno di qualche giorno di riposo, ma rimarremo qua”.

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