Altman (OpenAI): «L’Ai è come la bolla delle dot-com». Ma è davvero così?

Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica - Wednesday, August 20, 2025

(Fonte) Luca Tremolada – 18 agosto 2025

Sam Altman, il ceo di OpenAI, è convinto che gli investimenti in AI stanno vivendo una fase di euforia simile a quella delle dot-com a fine anni ’90: startup senza ricavi reali ma con team ridottissimi raccolgono capitali enormi, segnale di forte speculazione. Nel 2024 i finanziamenti raccolti dal venture capital a favore di progetti legati all’AI hanno superato i 100 miliardi di dollari, livello paragonabile al boom del 2000, quando il venture capital nel tech passò da 1,5 miliardi nel 1991 a oltre 90 miliardi.

All’inizio di Internet si investirono ingenti capitali nell’infrastruttura digitale, sostenuti da costi di finanziamento bassi e dall’euforia degli investitori. Pur senza modelli di business definiti, era evidente che online stesse nascendo una nuova economia e che lì si sarebbero aperti mercati inediti, dall’e-commerce ai servizi digitali fino al cloud. La bolla scoppiò sia per valutazioni finanziarie ancora legate a logiche tradizionali, sia perché non erano chiare le dinamiche di crescita delle piattaforme: le Big Tech emersero con rapidità senza precedenti, ridimensionando la capacità del mercato di favorire un’innovazione dal basso.

Oggi, con l’AI, come ha scritto Eric Schmidt, ex CEO di Google, siamo di fronte a un «nuovo assetto industriale» ben più potente di un abilitatore di economie come è stato Internet negli anni Novanta. Sono cambiati gli attori: i protagonisti non sono più una miriade di «nuove aziende» nate dal nulla, ma pochi colossi consolidati dotati di asset finanziari e tecnologici senza precedenti.

Secondo Goldman Sachs, a differenza delle dot-com degli anni 2000, colossi come Nvidia, Microsoft e Apple generano utili concreti. Il boom attuale riguarda soprattutto infrastrutture tecnologiche – data center, GPU e capacità di calcolo nel cloud – che abilitano carichi di lavoro prima impossibili. Le Big Tech stanno puntando tutto su un’infrastruttura già redditizia, sostenuta da applicazioni, software e pubblicità, investendo per aumentarne l’efficienza: il vero motore del nuovo ciclo digitale. Ciò non elimina i rischi, ma segna una discontinuità rispetto al passato.

Erik Gordon, docente dell’Università del Michigan, avverte che un eventuale crollo dell’AI potrebbe produrre perdite ben più gravi di quelle della bolla dot-com, poiché oggi sono coinvolti anche grandi investitori istituzionali. Molte startup sono destinate a scomparire – come accade a ogni cambio di paradigma tecnologico – ma i giganti potrebbero reggere l’urto. Resta però l’incognita delle aspettative: segnali di raffreddamento, come le reazioni tiepide al lancio di GPT-5, mostrano che il mercato si chiede se gli enormi investimenti genereranno davvero ritorni concreti. Come ricorda l’economista Daron Acemoglu, la tecnologia è ancora immatura e le aspettative altissime.

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