Pedro Ferreira / Le ragioni della Resistenza
Claudio Pavone, nel presentare il suo saggio Una guerra civile, pubblicato
inizialmente nel 1991, prende atto che la storiografia della Resistenza debba
procedere a un “ripensamento”, per superare, da un lato, la retorica celebrativa
istituzionale, dall’altro quel processo infame di ridimensionamento finalizzato
alla demolizione, portato avanti dal neofascismo italiano. Il primo era nato
dalla Guerra fredda, dall’immediata divisione del movimento partigiano, dalla
sua progressiva emarginazione da parte dei vincitori, che ha portato
all’egemonia comunista. Un’egemonia erede di una indiscussa maggioranza nella
lotta antifascista, durata sin dalla nascita della dittatura e condotta
ostinatamente fino alla Liberazione, senza tentennamenti e contando un numero di
caduti non comparabile con alcuna forza politica italiana, ma che ha condotto
inevitabilmente alla diffusione di una lettura che ha visto il coincidere
l’impegno partigiano con la lotta clandestina delle organizzazioni armate.
Questa lettura, per esempio, è andata a discapito del riconoscimento del grande
contributo alla Resistenza che ebbero il Partito d’Azione e le formazioni di
Giustizia e Libertà, anche per la prematura sparizione di questo partito dal
tritacarne che furono le prime elezioni legislative repubblicane.
La progressiva emarginazione dei partigiani dalla vita pubblica istituzionale,
associata ai procedimenti di amnistia per i criminali fascisti e il reintegro di
funzionari pubblici ambigui se non palesemente responsabili della repressione
effettuata dal regime, costituisce l’ambiente politico e culturale con cui il
neofascismo costruisce lentamente la sua riabilitazione attraverso la
falsificazione della storia. Certamente far coincidere i partigiani con i
comunisti è stato un elemento chiave per screditare la Resistenza, specialmente
in un Paese con una radicata maggioranza anticomunista, strategia che ha
consentito di arrivare oggi alla rivalutazione pubblica dell’esperienza della
RSI, all’oblio sui massacri della popolazione italiana compiuti dai fascisti e
sullo sterminio dei soldati immolati nel delirio espansionistico dell’ideologia
irredentista. Per questi motivi, allora meno evidenti, Pavone sottotitolava il
suo lavoro “saggio storico sulla moralità della Resistenza”, evidenziando
l’esistenza di tre aspetti coesistenti, intrecciati e interagenti, come la
guerra patriottica, la guerra civile e la guerra di classe. Inoltre, il quadro
che questa proposta storiografica propone, e che condivide con gli interventi di
Santo Peli (La Resistenza difficile, Storia della Resistenza in Italia e La
necessità, il caso, l’utopia), mette a fuoco un movimento della Resistenza che
comprende le brigate partigiane stanziate in montagna, i Gap e le Sap operanti
nei centri urbani, ma che è connesso e collaborante con una rete che impegna
l’intera popolazione civile che ha inventato una pratica antifascista diffusa.
Solo attraverso questa massa enorme di solidarietà, aiuto e omertà il movimento
degli armati riesce a sopravvivere ed essere operativo. Sono donne e
giovanissimi che recuperano e trasferiscono cibo e indumenti, sorvegliano il
territorio, sono responsabili delle comunicazioni, sono lavoratori e impiegati
che sviluppano resistenze passive, che scrivono sui muri, che dubitano, che
obiettano, che leggono i volantini e la stampa clandestina e li fanno circolare.
È questa Resistenza diffusa che sviluppa in poche settimane un movimento di
opposizione che, con rischi estremi, nasconde antifascisti, ebrei e prigionieri
di guerra, nelle città come delle campagne, dove intere famiglie sono sterminate
per rappresaglia. Morti di cui oggi non si parla più, surclassati da eroi ed
eroine del fascismo.
L’eccezionale lavoro storico su Pietro Ferreira, il partigiano Pedro di cui
Bollati Boringhieri ha pubblicato una nuova edizione dei suoi diari, riporta la
luce su una figura la cui vita testimonia la complessità e l’eterogeneità della
Resistenza, ne riporta i dubbi, l’infrangersi delle certezze, le modalità di
convivenza con il regime, le rotture, lo svilupparsi di nuovi ideali. Le parole
con cui descrive con grande chiarezza la sua esistenza, prima di soldato e poi
di partigiano, diventano un paradigma per immergersi in quello spinoso problema
storico che è rappresentato dal rapido incrinarsi del consenso verso Mussolini e
il suo fascismo. Si tratta di una problematica spesso liquidata con
superficialità e motivata da concetti come l’opportunismo e la vena traditrice
degli italiani che emergerebbe alle prime difficoltà. L’eccezionale lavoro
storico di Chiara Colombini è un vero libro nel libro, capace di
contestualizzare la memoria di Ferreira con la storia della Resistenza, ma anche
una cerniera tra psicologia del personaggio e vicende storiche che descrive lo
svilupparsi della visione critica provocata dagli avvenimenti catastrofici del
1943.
Leggere oggi questi diari, così chiari e meticolosi nel commentare gli echi
della tragedia italiana, permette di rivivere la presa di coscienza di un
giovane educato all’interno di una società in cui ogni aspetto pubblico e
sociale era controllato dal Partito Fascista. Ogni scuola, società sportiva,
attività culturale, pubblicazione erano organizzate per forgiare individui che
fossero appendici del regime, esecutori fanatici, e solo la destituzione di
Mussolini del 25 luglio ha potuto aprire la prospettiva di un dissentire che non
fosse solo interiore. Un episodio su tutti descrive il diffondersi della
consapevolezza che il regime è debole, che ha esaurito la sua spinta propulsiva.
Gli Alleati sono sbarcati in Sicilia, mentre le truppe italiane in Jugoslavia
sono impegnate a fianco di tedeschi, ustascia e cetnici nella repressione dei
partigiani e della popolazione che li appoggia. È una sorta di guerra al tempo
stesso di occupazione e civile in cui nessuno è risparmiato, in cui la
popolazione sostiene la parte belligerante dei comunisti o dei nazionalisti,
mentre tra gli ufficiali italiani la componente degli antifascisti è
maggioritaria. È un antifascismo eterogeneo che Ferreira attraversa rapidamente,
prima aggrappato alla fedeltà alla corona, poi sempre più laica, nutrita dalla
patetica fuga del re, che lo conduce in Piemonte, fino alle bande di Giustizia e
Libertà.
La scuola della Resistenza, per molti soldati italiani poi diventati partigiani,
è stata fatta all’estero, durante le campagne di repressione dei partigiani nei
Balcani, nelle retrovie dell’Unione Sovietica, nella Francia occupata, in
Corsica, ma il giorno 8 settembre non si contarono i soldati italiani che in
armi ingrossano le file delle brigate clandestine che avevano combattuto fino al
giorno prima. Il numero dei partigiani italiani combattenti all’estero è
impressionante, una fenomenale esperienza internazionale; come saranno
moltissimi e valorosi i prigionieri di guerra stranieri che combatterono in
Italia contro il fascismo italiano e tedesco. Erano inglesi, sovietici che
spesso combatterono a fianco di disertori tedeschi, cecoslovacchi e austriaci,
antifascisti che avevano finalmente trovato l’occasione per lottare contro il
loro vero nemico che li aveva sconfitti in Patria.
Con i suoi diari, Ferreira offre un quadro della Resistenza che non sfugge la
complessità politica ma la affronta, percepisce la crisi dei nazionalismi e
riconosce che il nemico è politico, esiste in ogni luogo e gli alleati possono
essere di ogni nazione. Sono valutazioni importanti che l’Italia intera sta
vivendo convulsamente, coinvolgendo anche chi aveva accettato il regime, anche
chi l’aveva appoggiato. La vita di Ferreira si spegne troppo presto, a Torino
davanti a un plotone di esecuzione. A Genova gli è dedicata una piccola
piazzetta sopra la stazione Principe, qualche albero, vecchie case, un’edicola e
il muraglione di una fortezza: pochissimi conoscono la sua storia mentre
scendono di mattina verso il lavoro e risalgono più lenti la sera, verso casa.
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