Ali Millar / L’influencer e lo tsunami
È una distopia fin troppo abile nel tratteggiare il nostro futuro, il mondo
immaginato da Ali Millar nel suo esordio Ava Anna Ada, pubblicato da SUR nella
traduzione di Martina Testa. Un Valorimetro a quantificare il prestigio di ogni
individuo, una misurazione suscettibile a drastiche variazioni in base a minimi
gesti, e la necessità di condividersi il più possibile sullo Schermo – così
scorre la vita di tutti i giorni, mentre l’economia è piegata dalla crisi
agricola e aree intere sono minacciate dagli effetti dei cambiamenti climatici.
Come la Punta, una zona tra Inghilterra e Scozia, dove è previsto l’arrivo di
un’Onda capace di spazzare via ogni cosa.
In una simile dimensione è il capitale digitale a farla da padrone, perché
garantendo ricchezza e potere salva dalla deportazione. Per questo in cima ci
sono figure come Anna, influencer diventata sempre più popolare per aver reso
pubblico il trauma provocato dalla morte della figlia Ada, ma anche per essere
intervenuta nel dibattito sul pericolo dell’Onda. Si trasferisce in un mulino
della Punta con il marito Leo e il figlio Adam e qui conosce Ava, una ragazza
che si prostituisce per sopravvivere e somiglia in modo inquietante a Ada. A
differenza di Anna, Ava teme di essere portata via a causa del suo basso valore:
segue ossessivamente la routine della donna sullo Schermo, non può fare a meno
di provare fascinazione e rancore per la sua apparente perfezione.
Tra le due s’instaura una dipendenza sensuale e macabra, nutrita dalle
aspettative reciproche e dal bisogno di colmare una solitudine divorante. Anna è
consapevole che Ava non è Ada e non potrà mai sostituirla, come si rende conto
di non amare fino in fondo marito e figlio; Ava invece coglie la discrepanza tra
l’immagine e la personalità di Anna, la disprezza ma non può comunque fare a
meno di lei. Nel romanzo Millar allarga l’abisso tra le percezioni e la realtà:
la narrazione è fortemente condizionata dalle diverse prime persone dei
capitoli, i personaggi faticano a mantenere una chiara immagine di sé davanti a
tante distorsioni, interne ed esterne. Anna si domanda: «Se non potevo fidarmi
dei tratti fondamentali del mio riflesso, allora cos’altro non era reale?
Guardandomi allo specchio cominciai a immaginare di essere più grassa, più
larga, più brutta di quello che ero. Mi veniva naturale vedere cose che non
c’erano, distorcere la mia stessa immagine con la forza dell’immaginazione».
La donna affronta l’abisso con una ricerca spasmodica di approvazione online e
distrazioni, che siano droghe per annebbiarsi o dolore fisico a distogliere da
quello dell’anima. Ava si aggrappa alla rabbia per la sua posizione sociale,
alla fame di impossibile: «Volevo tutto, e la sensazione del desiderio era la
cosa più orrenda che avessi mai provato. Quella sera mi bruciava in petto una
sensazione che avevo messo a dormire senza mai chiederle di risvegliarsi. Volevo
il mondo: era l’ultima cosa che avrei mai potuto ottenere». S’insinua il
sentimento di un’inconsistenza a cui le protagoniste di Millar reagiscono non
solo attraverso la concretezza delle informazioni mandate dai sensi – il tatto,
l’udito e l’olfatto – ma anche nella manifestazione di un’inedita violenza, sia
a livello collettivo sia individuale.
Le identità di Anna, Ava e Ada si confondono in una spirale divorante, in una
danza allucinata: lo spettro di Ada lega Anna e Ava e annebbia i confini tra
lecito e proibito, fatti e menzogna. Intanto la Punta, colpita da calore e
piogge anomali, è presa d’assalto da chi attende il cataclisma, come uno stormo
di avvoltoi affamati intorno alla preda. Con una scrittura schietta e
conturbante, Millar racconta l’incontro tra illusioni, gli squarci improvvisi di
lucidità tra maschere e mistificazioni. E lo fa con una lingua inebriante e
irresistibile, onirica e allo stesso tempo viscerale.
L'articolo Ali Millar / L’influencer e lo tsunami proviene da Pulp Magazine.