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Fieri del genocidio
Durante la DefenseTech Week di Tel Aviv, diversi dirigenti delle principali aziende israeliane di armamenti hanno esplicitamente collegato il valore dei propri prodotti ai test “sul campo” condotti durante l’aggressione di Gaza. I dirigenti e i loro clienti dell’esercito hanno parlato espressamente di Gaza come un laboratorio di sterminio: Boaz Levy, presidente e ad di Israel Aerospace Industries ha dichiarato esplicitamente che “la guerra che abbiamo combattuto in questi due anni garantisce la validità dei nostri prodotti nel resto del mondo.” Gili Drob-Heistein, la direttrice esecutiva del Blavatnik Interdisciplinary Cyber Research Center, ha sostenuto che i due anni di utilizzo della tecnologia militare israeliana sui palestinesi hanno aiutato Israele a passare da “startup nation” a player globale nell’industria della difesa. Solo Shlomo Toaff, di RAFAEL Advanced Defense Systems, ha ammesso che la fama internazionale di Israele come paese stragista potrebbe essere un problema, citando il rischio crescente dei boicottaggi, come è successo al Paris Air Show di giugno. Yehoshua Yehuda, vicepresidente di Elbit Systems, ha vantato che l’azienda ormai ha “tecnologie di combattimento provate,” che permette di colpire persone anche “quando gli obiettivi sono più piccoli di un pixel.”  (Drop Site) I numeri giustificano l’entusiasmo: i dati sulle vendite globali di armi certificano un aumento dei ricavi per le aziende di armi israeliane. Tre aziende israeliane del settore hanno aumentato i propri ricavi del 16%, arrivando a un totale di 16,2 miliardi di dollari. La ricercatrice per il Programma su produzione e spesa per le armi del SIPRI Zubaida Karim commenta seccamente: “Il crescente allarme per le azioni di Israele a Gaza sembra aver avuto un impatto di poco conto sull’interesse per le armi israeliane.” (SIPRI) Come in Europa — e in tutto il mondo — una industria delle armi sana ha bisogno della guerra: Muhammad Shehada spiega sul New Arab come Tel Aviv sta cercando di far cedere il cessate il fuoco a Gaza, partendo dall’omicidio di Raed Saed, avvenuto dieci giorni fa. Storicamente, gli assassini mirati non hanno effetti positivi sullo smantellamento dei gruppi armati — è un processo che in tutto il mondo funziona solo attraverso soluzioni politiche. Il momento dell’uccisione di Raed Saed non è casuale, spiega Shehada: Trump sta facendo pressioni per poter annunciare la fase 2 del proprio piano per Gaza, e Israele sta cercando di far infiammare di nuovo il conflitto per fermare il processo di pace. Saed, insieme a Izz al-Din al-Haddad, aveva dato il preciso via libera ai rappresentanti del gruppo per accettare il piano di Trump. (the New Arab / RAND)
Lucrare sul genocidio → lucrare sulla tregua
Un retroscena esclusivo del Guardian rivela che l’amministrazione Trump II guarda con interesse alla fase successiva degli accordi di Sharm per lucrare sulla ricostruzione della Striscia di Gaza. Molti contractor statunitensi vicini all’attuale amministrazione stanno cercando di posizionarsi in modo da poter controllare i flussi di capitale mossi per la ricostruzione della Striscia, demolita dai bombardamenti delle IDF. Si tratta di un’occasione ghiotta: l’ONU stima che la ricostruzione potrebbe necessitare di almeno 70 miliardi di dollari. Ufficialmente, non c’è nessuna autorità che può valutare i contratti che i contractor stanno preparando, ma la Casa bianca ha già attivato una propria task force, che sta diffondendo documenti e delineando logistica e piani tariffari che dovrebbero essere usati per la ricostruzione. Due funzionari entrati nell’amministrazione con il DOGE, insieme a Jared Kushner, sarebbero orientati verso un sistema guidato da un solo grande appaltatore che si occupi della distribuzione degli aiuti umanitari, che avrebbe così poteri a dir poco eccezionali, effettivamente fissando tutti i prezzi per le forniture a organizzazioni umanitarie ed enti commerciali. Uno dei due ex operativi del DOGE, il 25enne di Princeton Adam Hoffman, suggerisce che l’azienda potrebbe far pagare 2.000 dollari per ogni camion umanitario, e fino a 12 mila dollari per ogni trasporto a fini commerciali. Parlando con il quotidiano di Londra, il filantropo Amed Khan commenta in modo secco: “Nessuna di queste persone ha esperienza nell’assistenza umanitaria. Sono un sacco di stronzate.” (the Guardian) È ormai cosa nota, seppur fonte di grandi tensioni politiche, che un grande numero di aziende abbia lucrato sul genocidio a Gaza. Ora, un’altra indagine, di Mada Masr, denuncia come le autorità israeliane abbiano monopolizzato il sistema che garantisce gli ingressi durante l’aggressione di Gaza: lavorando con una rete di importatori palestinesi approvati e da mediatori egiziani. Fin dall’ottobre 2023 Israele ha bloccato tutte le importazioni commerciali, facendo passare tutto da un gruppo ristrettissimo di importatori, che facevano pagare ai commercianti di Gaza enormi “commissioni di coordinamento” — il coordinamento era, semplicemente, l’approvazione israeliana. Parte di questa macchina era anche l’imprenditore egiziano Ibrahim al-Argany, che con la propria azienda Figli del Sinai controllava stoccaggio, trasporto e accesso a Rafah. Ma come entravano i prodotti commerciali, se l’import commerciale era bloccato? Ovviamente con una forma di contrabbando: i beni commerciali erano etichettati come aiuti umanitari, con documenti falsi e accordi informali che coinvolgevano i funzionari di frontiera. Molti dei camion di aiuti umanitari che entravano sotto l’egida israeliana in realtà erano carichi di beni che poi erano distribuiti per il commercio. Questo coordinamento, secondo Mada Masr, avrebbe fruttato oltre un miliardo di dollari, e ha fatto causare un aumento dei prezzi dei beni di consumo oltre il 1.000%. (Nazioni Unite / Mada Masr) La situazione a Gaza resta durissima: decine di palestinesi hanno organizzato una manifestazione e una conferenza stampa a Gaza città, per denunciare l’insufficienza delle tende come riparo durante l’inverno, e per chiedere l’inizio immediato della ricostruzione della Striscia di Gaza. A organizzare la protesta è l’Assemblea nazionale di tribù, clan e famiglie palestinesi, che sottolinea che in attesa dei lavori di ricostruzione sono necessarie soluzioni abitative più dignitose — il titolo della manifestazione cita direttamente la possibilità di vivere in “roulotte,” ma ovviamente ci sono numerosi soluzioni abitative temporanee che potrebbero essere utilizzate al posto delle tende, sarebbe sufficiente farle entrare nei territori della Striscia. (Felesteen News)
L’invasione dei coloni
Un gruppo di coloni israeliani di estrema destra — decine di persone — hanno attraversato la recinzione di confine e sono entrati nel nord della Striscia di Gaza, nel circondario di Beit Lahia e Beit Hanoun, con l’obiettivo esplicito di sequestrare territori palestinesi. L’azione ha un valore politico molto pesante: i territori che hanno i coloni vorrebbero occupare sono in una zona su cui le autorità israeliane in passato avevano costruito insediamenti, poi smantellati nel contesto del disimpegno del 2005. I coloni hanno montato alcune tende e piantato un ulivo. L’incursione è all’interno della “yellow line,” i territori della Striscia di Gaza che sono ancora sotto occupazione diretta delle IDF. I militari hanno dichiarato di aver fermato il gruppo e di averlo riportato su territorio israeliano, sottolineando che l’ingresso non autorizzato nella Striscia “interferisce con le attività delle forze israeliane.” (the New Arab) Il quotidiano conservatore Israel Hayom ha pubblicato un video filmato da uno dei coloni entrati a Gaza. Nella clip, l’uomo enuncia: “L’intera Terra d’Israele è nostra, e dopo il terribile massacro che abbiamo vissuto, dobbiamo capirlo, interiorizzarlo e trattare il nemico di conseguenza.” “Conquistate il territorio e insediatevi.” Il gruppo ha rilasciato una nota in cui dice espressamente che “la linea gialla funge da nuova linea di confine,” funzionalmente rivendicando l’annessione di una parte sostanziale della Striscia di Gaza. “Chiediamo al governo di approvare immediatamente l’insediamento ebraico nella zona.” “Questa è la migliore risposta al terrorismo.” (Israel Hayom)
L’alluvione sui genocidiati
Nel giro di poche settimane si sono abbattute per la seconda volta sulla Striscia di Gaza forti piogge: la zona è colpita dalla tempesta Byron, che sta causando gravi allagamenti. La Protezione civile palestinese denuncia di come le persone costrette a vivere in tenda dai bombardamenti incessanti degli ulitmi anni siano costretti a vivere al freddo, molti con le proprie tende allagate. L’acqua piovana filtra facilmente all’interno delle tende, che non sono progettate per queste condizioni, costringendo le famiglie a tentativi rudimentali e spesso inutili per evitare allagamenti; mancano riscaldamento, vestiti adeguati, privacy e sicurezza, con bambini bloccati nel fango e nel freddo e difficoltà persino a usare i servizi igienici. Francesca Albanese ha commentato la crisi in corso: “I palestinesi di Gaza sono stati lasciati soli, a congelare, affamati, durante una tempesta invernale. Continuo a chiedermi come siamo diventati così dei mostri, incapaci di fermare questo incubo.” Nelle scorse ore una bambina di 8 mesi è morta di freddo a Khan Yunis. Al Jazeera sta seguendo lo svilupparsi della crisi con un liveblog. (Al Jazeera Mubasher / X / WAFA / Al Jazeera) Nei giorni scorsi le autorità israeliane hanno circolare un video di pacchi di tende ferme fuori dalla Striscia di Gaza, come per mettere a tacere le critiche sulla mancata assistenza alla popolazione palestinese sfollata. In realtà, l’ingresso di tende e ripari è stato bloccato e ostacolato per settimane da parte delle autorità israeliane. Il Norwegian Refugee Council ha denunciato che “le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie internazionali sono riuscite a far entrare solo 15.600 tende, per 88.000 persone, mentre 1,29 milioni hanno ancora bisogno di un riparo per sopravvivere all’inverno.”  È occasione per ricordare che il motivo per cui Tel Aviv blocca la consegna di tende è perché considera, teoricamente, i paletti da tenda una tecnologia dual use che potrebbe essere usata anche in combattimento. Non dovrebbe servire sottolineare che impedire l’ingresso di aiuti è un’infrazione delle leggi umanitarie internazionali. (X / OCHA / X / Save the Children / UN News)
Rifarsi l’immagine da stato non genocidario
Nel 2026 il governo israeliano prevede di aumentare drasticamente i fondi dedicati alla hasbara, le pubbliche relazioni che Israele conduce all’estero per giustificare le sue azioni e fondamentalmente giustificare la propria esistenza — si tratta, per mancanza di una parola diversa, della voce del budget di Tel Aviv per la propaganda internazionale. Quest’anno il budget della hasbara era 545 milioni di shekel — 145 milioni di euro. L’anno prossimo Tel Aviv conta di spendere una cifra enorme, 2,35 miliardi di shekel, 630 milioni di euro, più del quadruplo. Le risorse saranno investite in campagne sui social, collaborazioni con organizzazioni non governative, viaggi in Israele per politici, rappresentanti della società civile e influencer. L’aumento drastico della spesa dell’hasbara è ovviamente collegato direttamente al crollo dell’immagine di Israele all’estero nel corso dell’aggressione di Gaza. Nel corso dell’anno è emerso che il governo israeliano pagava influencer anche migliaia di dollari a post per promuovere la propria versione dei fatti su Gaza. Nei mesi scorsi è anche emerso che il ministero degli Esteri israeliano ha avviato un progetto per influenzare i chatbot nel dare risposte pro-Israele. È inutile dire che dobbiamo aspettarci che questi sforzi di influenza aumenteranno in modo a dir poco drastico nei prossimi mesi. (the New Arab) Nel frattempo, secondo un’inchiesta del Guardian, Israele starebbe effettuando un monitoraggio esteso all’interno del nuovo Centro di coordinazione civile-militare a Kiryat Gat — la struttura inaugurata dagli Stati Uniti il 17 ottobre come principale hub di coordinamento degli aiuti per Gaza. L’esercito israeliano avrebbe registrato, apertamente e segretamente, riunioni e discussioni con personale statunitense e di altri alleati. Il comandante statunitense della struttura, il tenente generale Patrick Frank, avrebbe detto al suo omologo israeliano che “le registrazioni si devono fermare.” Alcuni membri dello staff e visitatori, inclusi militari britannici ed emiratini, diplomatici e operatori umanitari, hanno deciso di condividere informazioni sensibili con il Centro, temendo possibili fughe di informazioni. È difficile misurare quanto lavoro effettivamente il Centro stia facendo: le autorità israeliane starebbero esercitando nella struttura il pugno di ferro, non solo nella struttura è fondamentalmente vietata la collaborazione con persone palestinesi, diversi tentativi di collegamenti video con rappresentanti palestinesi sarebbero stati interrotti da parte israeliana. (the Guardian) Nelle scorse ore Israele ha lanciato nuove ondate di raid aerei nel sud del Libano, causando danni ad alcune abitazioni — mentre scriviamo sembra che negli attacchi non sia stato ucciso nessuno. L’esercito israeliano ha dichiarato su X di aver colpito diverse postazioni di Hezbollah, inclusa una base di addestramento delle forze speciali Radwan, oltre a edifici e una postazione di lancio di razzi. Come sempre, le autorità israeliane non hanno fornito nessuna prova per sostenere le proprie dichiarazioni. A Gaza le IDF hanno ucciso altre due persone e causato un numero ancora imprecisato di feriti. Un civile è morto per le ferite riportate in un bombardamento a ovest di Dayr al-Balah, mentre una donna è stata uccisa dal fuoco diretto di un drone israeliano nel campo di Halawa, nell’area di Jabalia al-Balad, nel nord della Striscia. A Betlemme, le forze di occupazione hanno arrestato 8 palestinesi, mentre i coloni davano fuoco a una casa. Lunedì sono stati condotti anche due raid nelle università: i militari hanno attaccato l’università di Birzeit e l’università al-Quds di Gerusalemme. (Al Jazeera / WAFA)
Indagare i torturatori israeliani
Il Comitato ONU contro la tortura, composto da 10 esperti indipendenti, chiede alle autorità israeliane di creare “una commissione d'inchiesta ad hoc indipendente, imparziale ed efficace incaricata di esaminare e indagare su tutte le accuse di tortura e maltrattamenti commessi durante l'attuale conflitto.” Gli esperti avvisano le autorità di Tel Aviv che la situazione si è “gravemente intensificata” dall’inizio dell’aggressione a Gaza. Lo stesso Comitato ammette implicitamente che difficilmente ci saranno azioni in merito, descrivendo la situazione come “una politica di fatto statale di tortura e maltrattamenti organizzati e diffusi.” Gli esperti indicano che le politiche volute dal governo Netanyahu VI rischiano di tradursi in “condizioni di vita crudeli, disumane o degradanti per la popolazione palestinese.” Parlando in audizione a Ginevra, il relatore Peter Vedel Kessing ha dichiarato di essere rimasto “profondamente sconvolto dalle descrizioni che abbiamo ricevuto.” Il rapporto elenca accuse di pestaggi gravi ripetuti, attacchi di cani, elettroshock, waterboarding, posizioni di stress prolungate e violenze sessuali. La risposta dell’ambasciatore israeliano all’ONU, Daniel Meron, è quella che potete aspettarvi. Le accuse avanzate dal Comitato sarebbero “disinformazione”: Meron ha dichiarato che Israele “è impegnato a rispettare i propri obblighi in linea con i nostri valori e principi morali, anche di fronte alle sfide poste da un'organizzazione terroristica.” (OHCHR / the New Arab) “In linea con i nostri valori e principi morali”: i soldati che erano stati fermati in seguito alla circolazione del video in cui uccidevano a sangue freddo 2 palestinesi che si erano arresi sono stati rilasciati. I militari hanno dichiarato di aver percepito un “pericolo reale per la loro vita” — entrambi i palestinesi erano disarmati, e avevano anche mostrato di non avere esplosivi addosso — e che hanno aperto il fuoco con l’obiettivo di “neutralizzare” i due uomini, e non con l’intento di uccidere. La loro versione è stata considerata credibile e coerente. Poche ore prima il portavoce ONU Jeremy Laurence aveva dichiarato che le uccisioni costituivano “un’ulteriore esecuzione sommaria.” (X / Reuters)  A Gaza, nel frattempo, si continua a morire: due bambini sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco dalle forze israeliane a Bani Suheila, un centro abitato a est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Un terzo bambino, un neonato, è morto mentre era in attesa di essere portato fuori dalla Striscia di Gaza per ricevere le cure di cui avrebbe avuto bisogno per sopravvivere. Era stato ferito in un attacco — di pochi giorni fa, condotto durante il cessate il fuoco — in cui avevano perso la vita anche sua madre e sua sorella. (WAFA / Instagram. Il link contiene un video che può urtare la vostra sensibilità, di cui vi sconsigliamo la visione)
Il genocidio continua
Sta circolando online un video, da una telecamera a circuito chiuso, in cui si vede un gruppo di 3 soldati israeliani assassinare 2 palestinesi che si erano arresi e non costituivano nessuna minaccia — con le mani alzate e con il torso scoperto, e poi direttamente inginocchiati a terra. L’omicidio si è svolto nella città di Jenin, in Cisgiordania. Le autorità israeliane hanno ammesso le uccisioni, e la giustificazione per aver utilizzato forza letale sarebbe che i due uomini avrebbero contraddetto gli ordini dei 3 militari, cercando di rientrare nella struttura da cui erano stati fatti uscire. Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir è intervenuto per difendere i militari assassini, dicendo che forniva loro “il pieno supporto,” perché “hanno agito esattamente come ci si aspettava da loro: i terroristi devono morire!” L’Autorità palestinese ha condannato le uccisioni, sottolineando come si tratti di un crimine di guerra, mentre Hamas ha parlato espressamente di una “campagna di sterminio sistematica” in corso contro i palestinesi della Cisgiordania. (X / Middle East Eye) La campagna di sterminio continua: lo denuncia anche Amnesty International, in un nuovo report, che documenta come nonostante il cessate il fuoco e la liberazione di tutti i prigionieri israeliani ancora in vita, le autorità israeliane non abbiano effettivamente sospeso la propria campagna genocida, continuano a imporre alle persone che vivono nella Striscia “condizioni di vita costruite per provocarne la distruzione fisica.” Oltre alle numerose infrazioni alla tregua — in cui sono state uccise più di 327 persone — Tel Aviv continua a violare gli ordini della Corte internazionale di giustizia, limitando quasi completamente l’accesso agli aiuti, ai servizi essenziali e bloccando l’ingresso di materiali con cui ripristinare le infrastrutture. Amnesty denuncia anche l’assenza di indagini e procedimenti contro i responsabili di atti di genocidio e segnala un allentamento della pressione internazionale. La segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard commenta seccamente: “Il cessate il fuoco non può diventare una cortina di fumo per nascondere il genocidio in corso da parte di Israele.” (Amnesty International) Nel contesto del cessate il fuoco, invece, la risposta internazionale è regredita alle azioni simboliche e vuote degli anni scorsi, quando i crimini di Israele erano difesi o largamente ignorati dalla politica occidentale. Giovedì Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno pubblicato una nota congiunta condannando la violenza contro i palestinesi da parte dei coloni israeliani. I governi del gruppo, l’E4, denuncia il numero sempre più alto di attacchi — solo nello scorso mese 264: “Questi attacchi vanno fermati.” “Seminano il terrore tra i civili, danneggiano gli sforzi di pace in corso e compromettono la sicurezza duratura dello stesso stato di Israele.” Il documento stesso fatica a negare che il problema sia politico, e non limitato alle azioni di alcuni coloni violenti: “Accogliamo con favore la chiara opposizione del presidente Trump all'annessione e ribadiamo la nostra opposizione a qualsiasi forma di annessione, sia essa parziale, totale o di fatto, e alle politiche di insediamento che violano il diritto internazionale.” (Governo britannico)
Biden ha scaricato la responsabilità del futuro di Gaza sull’amministrazione Trump
Continuano i retroscena sulle discussioni interne all’amministrazione Biden durante il primo anno di genocidio nella Striscia di Gaza, sull’onda del report di Reuters — ne abbiamo parlato ieri — secondo cui l’intelligence statunitense era in possesso di documenti che attestavano che anche i legali delle IDF temevano che le azioni militari condotte nel contesto dell’aggressione di Gaza costituissero crimini di guerra. Un altro retroscena, di Akbar Shahid Ahmed, per HuffPost, rivela che il segretario di Stato Blinken a porte chiuse avrebbe sollevato la possibilità che quella condotta da Israele fosse esplicitamente pulizia etnica. Pubblicamente Blinken e gli altri funzionari dell’amministrazione Trump hanno negato per mesi che gli attacchi di Israele potessero essere in infrazione delle leggi internazionali. A difendere questa posizione rigida — e che ignorava quanto fin da subito le organizzazioni indipendenti e i giornalisti denunciavano — sarebbe stato Brett McGurk, il diplomatico statunitense spesso al centro di controversie, che consigliava Biden sulle politiche da adottare nella regione, e che negli anni ha lavorato per amministrazioni di entrambi i colori, passando senza problemi da Obama a Trump. Una fonte dell’HuffPost descrive il ruolo di McGurk nell’amministrazione come “l’avvocato di Israele” mentre altri funzionari statunitensi mettevano in dubbio l’operato di Tel Aviv. A fargli eco c’era Jacob Lew, l’allora ambasciatore statunitense in Israele, che in quei mesi ha più volte pubblicamente difeso l’aggressione di Gaza. In quei mesi i funzionari statunitensi hanno emesso 3 volte (!) raccomandazioni per attivare la sezione 620i del Foreign Assistance Act, che vieta di fornire aiuti militari a paesi che impediscono il fluire di aiuti umanitari statunitensi. A Biden è stato fatto presente che il riconoscimento da parte di Biden sarebbe stato un esempio importante, ma la loro opinione non è stata ascoltata. Lo scorso agosto Lew è stato intervistato sul New Yorker da Isaac Chotiner, e ha difeso la propria posizione sul genocidio, spiegando che ad esempio i bambini uccisi a Gaza “in molti casi, erano figli di combattenti di Hamas, non bambini che si erano rifugiati” nei luoghi colpiti dalle IDF, e per questo gli obiettivi colpiti erano legittimi — perché “che si tratti o meno di un obiettivo militare legittimo dipende dalla popolazione che vi risiede.” (Reuters / HuffPost / the New Yorker) La segretaria agli Affari esteri britannica Yvette Cooper ha denunciato che in Giordania ci sono interi magazzini pieni di aiuti umanitari britannici che sono fermi, e non riescono a entrare a Gaza. The New Arab e Al–Araby Al-Jadeed hanno parlato con alcuni residenti nella Striscia che descrivono come, nonostante il cessate il fuoco, continui a non entrare cibo sufficiente. Il portavoce del governo di Gaza Ismail al-Thawabta, ha dichiarato che Israele “continua a eludere i propri impegni relativi all'ingresso di aiuti e merci nonostante l'accordo di cessate il fuoco.” Dal 10 ottobre al 5 novembre sono entrati a Gaza in media 145 camion di aiuti umanitari al giorno, solo il 24% di quanto stabilito negli accordi di Sharm. Se le cose non cambieranno con l’inizio della settimana prossima, gli Stati Uniti saranno direttamente complici anche di tenere affamata la popolazione di Gaza: venerdì il controllo dell’ingresso degli aiuti umanitari è passato sotto il controllo del Centro di coordinazione civile-militare, il nuovo meccanismo stabilito nel contesto del cessate il fuoco e attualmente sotto il pieno controllo dell’esercito statunitense. L’obiettivo del Centro dovrebbe essere quello di aumentare la distribuzione di aiuti e farlo in modo più trasparente — finora la struttura non è riuscita ad avere un impatto, principalmente per difficoltà organizzative. (X / the New Arab / the Washington Post)
Quelli delle IDF sono crimini di guerra anche secondo Stati Uniti e Israele
La Turchia ha emesso mandati d’arresto per 37 funzionari israeliani, tra cui Netanyahu, Katz, e Ben-Gvir, accusandoli di “genocidio” e “crimini contro l’umanità,” che sono stati “eseguiti sistematicamente” nell’aggressione di Gaza iniziata nell’ottobre 2023. Le autorità turche segnano una data precisa per l’inizio delle atrocità, citando l’attacco contro ospedale battista al-Ahli, il 17 ottobre — se ricordate, si trattò del primo attacco delle IDF contro un ospedale, e Israele e tutti i suoi alleati cercarono in tutti i modi di negare la responsabilità dell’esplosione, che nei mesi divenne chiaro fosse stata causata da un attacco israeliano. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha respinto le accuse, sminuendo i mandati di arresto come una “trovata pubblicitaria.” Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Gallant sono entrambi ricercati internazionali per “crimini di guerra” da quasi un anno. (Al Jazeera / CBS News / the New Arab / X) Un retroscena di Erin Banco, Jonathan Landay e Humeyra Pamuk rivela che già lo scorso anno gli Stati Uniti avevano raccolto intelligence che mostrava che già allora gli avvocati militari israeliani avevano avvertito che ci fossero prove che potevano essere usate per dimostrare accuse di crimini di guerra compiuti durante l’aggressione di Gaza. I documenti in mano alle autorità statunitensi mostravano dubbi all’interno dell’esercito israeliano sulla legalità delle azioni compiute fin dalle prime settimane dell’aggressione di Gaza. Quando Washington entrò in possesso di queste informazioni, gli avvocati del dipartimento di Stato statunitense avevano già avvisato da tempo — da quasi un anno — l’allora segretario Blinken che le azioni delle IDF erano in violazione delle leggi umanitarie, e potenzialmente crimini di guerra. La preoccupazione, messa a tacere dai funzionari di rango più alto, era che i militari israeliani stessero attaccando intenzionalmente. civili e operatori umanitari. (Reuters) Anche se formalmente il cessate il fuoco sta tenendo, la situazione nella Striscia di Gaza è durissima: l’aviazione israeliana ancora venerdì è tornata a condurre attacchi drone su Gaza città e Khan Yunis, mentre l’esercito continua la propria campagna di demolizioni a est della città di Gaza. L’ingresso di aiuti umanitari continua a essere estremamente limitato: nonostante le ostilità siano concluse le autorità israeliane stanno continuano a impedire l’ingresso di tende nella Striscia. Con l’arrivo del maltempo e del freddo la mancanza di strutture anche temporanee dove trovare rifugio si fa sempre più grave. Parlando con Mohammed al-Hajjar, un uomo descrive, in modo duro: “È come se le persone dormissero in un fiume di acqua piovana.” Secondo gli accordi di Sharm, Israele dovrebbe permettere l’ingresso di centinaia di migliaia di tende e strutture temporanee, ma finora non è arrivato niente. (WAFA / Middle East Eye)
Nomi inventati e testimonianze parziali per giustificare il genocidio
Due notizie delle scorse ore continuano il filone delle tantissime menzogne e parzialità che negli anni sono state usate per giustificare prima la persecuzione e poi il genocidio della popolazione palestinese. Il governo di Gaza ha denunciato errori e falsità nella lista delle 26 persone che sarebbero state gli obiettivi della giornata di pesanti bombardamenti in infrazione del cessate il fuoco, in cui sono state uccise più di 100 persone. Tra questi 26, il governo di Gaza denuncia che ci sono 3 nomi sbagliati o comunque non arabi, che non risultano in nessuna documentazione ufficiale della Striscia di Gaza, i nomi di 4 persone che non solo non sono state uccise ma che non erano nemmeno presenti nelle aree bombardate, e un numero imprecisato di persone che erano state uccise in attacchi precedenti. Le autorità di Gaza concludono che “la pubblicazione di questo elenco fa parte di una deliberata campagna di disinformazione mediatica volta a giustificare i crimini di Israele e a diffamare le vittime.” (X / the New Arab) Un’inchiesta di Drop Site e dallo Stern rivela che il governo tedesco ha coordinato la propria testimonianza davanti alla Corte internazionale di giustizia sul proprio export di armi verso Israele con il governo di Tel Aviv, producendo una testimonianza incompleta pur di proteggere l’alleato. Durante l’udienza dell’8 aprile 2024, la rappresentante della Germania, Tania Freiin von Uslar-Gleichen, ha dichiarato che dal 2023 la Germania forniva a Israele solo “forniture mediche e elmetti.” Documenti ottenuti da Drop Site e dallo Stern sembrano indicare che la testimonianza dell’aprile 2024 fosse non solo parziale, ma concordata con le autorità israeliane: un documento datato 29 gennaio 2025 riporta che “in accordo con lo stato interessato,” il governo tedesco ha deciso di pubblicare solo il valore degli export, ma non come l’export fosse materialmente composto. In un’altra lettera, di pochi giorni prima, del 15 gennaio, si legge espressamente che quelle informazioni non dovevano essere riferite “durante i procedimenti alla Corte internazionale di giustizia.” Dal 7 ottobre 2023 al 13 maggio 2025, il governo tedesco ha autorizzato licenze per l’export di materiali militari verso Israele per un valore complessivo di 485,1 milioni di euro. (Drop Site) Il cancelliere tedesco Merz ha dovuto confrontarsi con il supporto tedesco al genocidio della popolazione palestinese durante la propria visita in Turchia. In conferenza stampa con Erdoğan, un giornalista gli ha chiesto espressamente se “non teme che la Germania sia di nuovo dalla parte sbagliata della Storia.” Merz ha confermato la propria vicinanza a Israele e il suo “diritto di esercitare la legittima difesa” Erdoğan ha replicato in modo rigido:  “Hamas non possiede bombe (o) armi nucleari, ma Israele possiede tutte queste armi e le usa per colpire Gaza.” “Voi, come Germania, non lo vedete? Voi, come Germania, non ve ne rendete conto? Oltre a bombardare Gaza,” Israele “ha sempre cercato di sopprimerla, attraverso la carestia e il genocidio.” (X / Reuters)