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Ugo Dessy: ostinatamente contrario
100 anni fa nasceva l’intellettuale libertario sardo, testimone attivo del suo tempo. E del nostro. “Con l’avvento del nucleare, la potenza distruttiva delle armi è tale da costituire di per sé il problema più drammatico tra quanti l’umanità ne ebbe mai affrontato, perché è messa in gioco, concretamente, la sua sopravvivenza. Inoltre, ancor prima del loro impiego nella guerra, gli
La ‘pace in Terra’ immaginata nelle tradizioni e rappresentata da antichi e nuovi rituali
Tante rappresentazioni, in particolare le scenografie, coreografie e sceneggiature del presepe ‘inventato’ da Francesco d’Assisi nel 1223 e il ‘copione’ del corteo dei re magi che il 6 gennaio sfila a Milano dal 1336, sono vivide espressioni dell’auspicio che nel mondo regnino la pace e la giustizia e che l’umanità riesca a debellare la guerra. L’anelito per la pace infatti è un’aspirazione umana infusa nelle fedi religiose che, oltre che nella volontà divina, confidano nella capacità delle persone a ripudiare la violenza ed ‘estromettere’ la guerra dalle civiltà. Ed è lo ‘spirito’ che ‘anima’ le celebrazioni del Natale, una festa cristiana e universale, che ha origini e analogie con i rituali di molti altri culti, in particolare nel Natale Sol Invictus degli antichi romani, e dell’Epifania indicate nella mappa di manifestazioni pacifiste periodicamente svolte in numerose città e località italiane. VERSO UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE Citando Isaia, che nell’VIII secolo a. C. “profetizzava un futuro in cui le armi fossero abolite e gli esseri umani abbandonassero la cultura della guerra, il preparare i giovani a combattere: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2, 4)”, e il messaggio di Leone XIV per la LIX Giornata della Pace / La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante, ieri – 21 dicembre – Pierpaolo Loi si è rivolto al capo dello Stato italiano per ricordare “i pronunciamenti della Chiesa, a partire dall’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII e da quando Papa Paolo VI indisse la Giornata della Pace (1968), da celebrare ogni 1° Gennaio” – Si vis pacem para pacem: non c’è altra via. Nella rilevazione elaborata quest’anno, online nel repertorio di produzioni di PRESSENZA dal giugno scorso e continuamente aggiornata con le informazioni man mano fornite e raccolte, da qualche giorno sono incluse due iniziative molto particolari.   CASALE MONFERRATO, AL La mezz’ora di silenzio per la pace che nel periodo dell’Avvento, nella data precedente la vigilia di Natale, coinvolge associazioni, gruppi e cittadini, persone di ogni età – adulti, giovani e bambini – e di varie appartenenze – comunità religiose, etniche,… e politiche – di Casale Monferrato e dintorni “tutti insieme, insieme a tutti” viene praticata dal 1987, il prossimo 23 dicembre per quasi 40 anni consecutivi. Il tema che la contrassegna nel 2025 è una frase emblematica del pacifismo teorico e pratico che i promotori dell’iniziativa interpretano affermando: > Come da quasi 40 anni, a Casale Monferrato prima di Natale ci raduniamo nel > ‘cuore’ della città addobbata a festa per fermarci per mezz’ora di silenzio. > Fermarci, fare silenzio non ferma le guerre, però indica chiaramente dove > vogliamo stare: NON C’È VIA PER LA PACE, LA PACE È LA VIA > Nel giardino della sede a New York delle Nazioni Unite c’è il monumento La > pace è la via dedicato al mahatma Gandhi (Mohāndās Karamchand Gāndhī, > 1869-1948) con incisa la frase Non esiste una via per la pace, la pace è la > via … pronunciata per la prima volta da un americano, A.J. Muste (Abraham > Johannes Muste, 1885–1967), la cui vita è stata documentata da Leilah > Danielson nel libro edito nel 2014 con un titolo emblematico: American Gandhi: > AJ Muste and the History of Radicalism in the Twentieth Century … Dal > reverendo Martin Luther King nel 1967 candidato all’assegnazione del Premio > Nobel per la pace, Thích Nhất Hạnh ha spesso citato e scritto la frase Non c’è > via per la pace, la pace è la via … il libro edito nel 2024, intitolato La > pace è l’unica strada, raccoglie una serie di saggi e articoli dell’israeliano > ebreo David Grossman [23 DICEMBRE 2025, come l’anno scorso e ogni anno dal > 1987]. MILANO Il corteo dei re magi che dal 1336, oltre sei secoli, il 6 gennaio attraversa il centro di Milano, da piazza Duomo fino alla basilica di Sant’Eustorgio, è una manifestazione a cui partecipano le rappresentanze della popolazione e di tutti i ‘popoli’ che abitano nella metropoli e una tradizione locale rievocativa delle vicende storiche narrate nei Vangeli in funzione della loro valenza come avvenimenti religiosi ed epocali e con esplicito riferimento alla storia e alla ‘identità’ della città, in particolare alla venerazione delle reliquie che vi sono custodite e anche all’Editto di tolleranza che nel 313 venne siglato nel palazzo imperiale (sito dove ora si ergono le colonne di San Lorenzo) di Milano, che allora era la capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Firmato da Costantino e Licinio, rispettivamente sovrani degli imperi romani d’Occidente e d’Oriente, l’Editto di tolleranza sancì la libertà di professione dei culti religiosi e, soprattutto, che in ogni territorio soggetto alla loro giurisdizione, cioè al diritto romano, i titoli dei cittadini riconosciuti validi erano inalienabili, quindi che i cristiani avevano diritto a disporre delle eredità e proprietà che gli erano state sottratte durante la loro persecuzione. E nella stessa epoca in cui Milano era la capitale dell’Impero Romano d’Occidente, verso la metà del IV secolo, vescovo della diocesi ambrosiana venne nominato il greco Eustorgio, che si trasferì nella città portando con sé le reliquie dei re magi: > Nel corso del viaggio, a Villetta, nel cuore dell’Abruzzo, un lupo avrebbe > attaccato e ucciso uno dei buoi che trascinavano il pesante sarcofago. Il > santo vescovo, allora, riuscì ad aggiogare la belva al posto del bue, > giungendo a Milano alla testa di un così ben particolare corteo. Ma > all’altezza di Porta Ticinese, nei pressi del fonte detto di san Barnaba, > sacro ai milanesi per il battesimo dei primi cristiani, improvvisamente l’arca > divenne così pesante da non poter più essere rimossa. Eustorgio, scorgendo in > ciò un disegno della provvidenza, ordinò che sul posto venisse eretta la > Basilica dei Magi. > > Il 17 giugno 1164 le reliquie dei magi furono sottratte a Milano e portate in > Germania, a Colonia, dove sono state conservate per quasi un millennio, fino > all’inizio del XX secolo, “quando l’arcivescovo della città tedesca fece dono > al cardinal Ferrari [vescovo di Milano] di parte delle venerate reliquie, > subito ricollocate all’interno della basilica di Sant’Eustorgio, dove ancor > oggi le vediamo e veneriamo”. > > Museo di Sant’Eustorgio / Storia e curiosità Un emblema del Natale e dell’Epifania raffigurato anche nel presepe, la stella cometa è il simbolo apposto sul sarcofago dei tre magi e sul campanile della basilica. Nella basilica di Sant’Eustorgio sono conservate anche le spoglie di Pietro da Verona, il cataro veronese Pietro Rosini (1205-1252) convertito all’ortodossia che ‘militò’ nell’Ordine dei Predicatori a quell’epoca fondato e guidato da Domenico da Guzmán, nel convento domenicano di Sant’Eustorgio a Milano formò la Società della Fede o dei Fedeli, fu priore delle comunità della congregazione ad Asti e Piacenza, predicatore a Firenze, nella chiesa di Santa Maria Novella, paciere fra le città di Faenza, Cervia e Rimini e inquisitore a Piacenza, Como e Milano. Le spoglie sono custodite nell’arca sita al centro della cappella la cui cupola è decorata con lo spettacolare affresco che illustra il paradiso e l’armonia dei cori angelici mediante un simbolico arcobaleno che oggi è emblematico della bandiera della pace con cui nel 1961 Aldo Capitini ha ‘inaugurato’ la Marcia Perugia-Assisi. Nell’opuscolo dedicato alle gesta di Azzone Visconti, il cronista Galvano Fiamma descrive la rappresentazione messa in scena a Milano nel 1336 e documenta la prima celebrazione dell’Epifania e della festa dei tre Re: > In quel tempo fu introdotta la festa dei tre Re nel giorno dell’Epifania nel > convento dei frati Predicatori [la basilica di Sant’Eustorgio]… > > … tre re su grandi cavalli, circondati da scudieri, vestiti, con molti > svariati giumenti e con un seguito veramente grande … > > … una stella d’oro che percorreva l’aria e precedeva questi tre re. > > Giunsero alle colonne di San Lorenzo [vestigia del palazzo imperiale d’epoca > romana] … Il copione prevedeva che [i tre re] chiedessero a re Erode dove > fosse nato il Cristo … > > … tenendo in mano scrigni dorati con oro, incenso e mirra, con i giumenti e > uno straordinario seguito di servi, preceduti dalla stella in aria, annunciati > dal suono squillante delle trombe, con scimmie, babbuini e diversi generi di > animali, con un meraviglioso tumultuare di popoli, giunsero alla chiesa di > Sant’Eustorgio, dove al lato dell’altare maggiore vi era un presepio con il > bue e l’asino e nel presepio vi era il piccolo Gesù fra le braccia della > Vergine Madre. > > E questi re offrirono a Cristo i loro doni; poi finsero di dormire e > un angelo alato disse loro di non tornare per la contrada di San Lorenzo ma > per Porta Romana: e così fecero. > > E vi fu così grande concorso di popolo, di soldati, di signore e di chierici > che uno simile quasi non lo si vide mai. > > E fu emanato l’ordine che ogni anno fosse celebrata questa festa.   Come il primo, ogni corteo dei re magi che da oltre sei secoli sfila a Milano il 6 gennaio è composto dai figuranti che interpretano i protagonisti delle cronache scritte nei Vangeli (Matteo / II, 1-16 e Luca / 2-17).   Ci sono i leggendari Gasparre, Melchiorre e Baldassarre che, giunti “da oriente a Gerusalemme, e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo»”. Ci sono il re Erode, i sacerdoti e gli scribi (i dotti) che ai magi “risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scrittoper mezzo del profeta»” e chiesero di tornare a riferire se avessero lo trovato, ma “avvertiti in sogno di non tornare da Erode, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada”. Ci sono Gesù bambino, Maria e Giuseppe, a cui “un angelo del Signore apparve in sogno e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo»” e lui, “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode”. E ci sono i pastori delle tribù che a quell’epoca popolavano “quella regione”, la Palestina, e a cui un “esercito celeste che lodava Dio e diceva «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama»”. Con riferimento alla persecuzione dei cristiani cessata con la promulgazione dell’Editto di tolleranza, la celebrazione milanese evoca anche l’aberrante strage degli innocenti a cui il piccolo Nazareno era scampato e oltre che dai figuranti, la moltitudine delle popolazioni umane è impersonata dai partecipanti all’evento: i milanesi che formano e seguono il corteo e, a rappresentanza dei popoli che abitano a Milano, i referenti delle associazioni etniche regionali italiane e nazionali e dei consolati e delle ambasciate che hanno nella città, nell’occasione un’ambiente urbano simbolicamente cosmopolita e le cui piazze e chiese rappresentano i luoghi della Terra Santa all’epoca e, precisamente, nell’anno ‘Zero’ dalla storiografia stabilito come quello della nascita di Gesù e convenzionalmente fissato a ‘spartiacque’ della storia umana.   Tra le rappresentazioni sacre e profane della Natività con cui, insieme alla memoria storica del passato, si sono tramandate la conoscenza delle idee, dei valori etici e dei principi morali condivisi da tanti popoli e molte generazioni, spicca la Divòta Cumedia il cui protagonista principale è il pastore Gelindo. Un racconto fantastico della tradizione popolare monferrina, la cui ‘narrazione’ mediante la sua costante messa in scena in sagrati e piazze delle città piemontesi ha permesso la scrittura del copione medievale in testi compilati dal XIX secolo, nella sua versione più autentica è lo spettacolo rappresentato al Teatro San Francesco di Alessandria da 101 anni e tra i cui interpreti ha annoverato Umberto Eco, che ha dedicato all’opera teatrale un saggio fondamentale dell’etnografia italiana: > Da bambino aveva conosciuto il Gelindo osservandolo dalle spalle del padre che > lo portava alle rappresentazioni in un teatro ancora antico, dove spesso le > persone si dovevano portare le sedie da casa per poter assistere… nel primo > dopoguerra è uno dei principali autori di rappresentazioni > goliardico-studentesche, in forma di teatro di rivista, che gli faranno anche > poi scrivere: “il teatro San Francesco è Broadway” … Egli stesso nella > prefazione del libro commemorativo del 75esimo anniversario della commedia > alessandrina, ci racconta il percorso tortuoso nella scelta dei ruoli da poter > ricoprire. [Umberto Eco e Gelindo] Analogamente al burbero e impacciato pastore monferrino che nel medioevo viene trasportato a Betlemme mentre Maria e Giuseppe cercano un riparo per la notte e, assistendo la coppia a cercare un rifugio, assiste ai prodigi della Natività, i maldestri diavoletti – evocativi dei tre spiriti protagonisti di A Christmas Carol scritto da Charles Dickens a Londra nel 1843 – nel 2002 inventati dal napoletano Enzo D’Alò si avventurano a Napoli, ‘capitale italiana’ del presepe, per tentare di impedire il miracolo conducendo due bambini del XXI secolo in Terra Santa nella notte di Natale [Opopomoz]. Nella ‘puntata’ della serie Robba archeloggica trasmessa ieri – 21 dicembre 2025 – Pubble (Paola Ceccantoni) spiega: «Come ogni anno è tradizione di Natale la polemica sul presepe, scandalo divisioni, quasi risse tutto al grido di ” tradizioneeee!”, ma più si scava e più ci si accorge che quasi nessuno conosce veramente i simboli di cui tanto qualcuno si riempie la bocca. Perchè tradizione significa tramandare e di conseguenza conoscere e preservare. E oggi parleremo di una figura specifica, quella degli zampognari, figure immancabili nel presepe che raccontano qualcosa di molto profondo e che pochissimi conoscono: un ponte tra sacro e profano, tra oriente e occidente, tra culto e mito…».   Maddalena Brunasti
‘La difesa nonviolenta come alternativa alla guerra armata’: la relazione di Paolo Candelari in anteprima
Alla conferenza proposta nel programma PACIF-I-CARE – COSTRUIRE PERCORSI DI SOLUZIONE DEI CONFLITTI mercoledì 17 dicembre prossimo, il collaboratore di PRESSENZA esperto di difesa popolare nonviolenta focalizzerà l’attenzione sulle tradizioni storiche e future prospettive delle idee, teorie, prassi e pratiche pacifiste. Nato a Savona nel 1954, dal 1982 un attivista del Movimento nonviolento fondato nel 1962 da Aldo Capitini e del Movimento Internazionale della Riconciliazione, della cui sezione italiana è stato presidente dal 2003 al 2007, Paolo Candelari è anche uno dei fondatori del Centro Studi “Sereno Regis” e del Coordinamento AGITE che promuove la PRESENZA DI PACE praticata a Torino ogni sabato mattina da oltre tre anni, lo scorso 13 dicembre per la 178esima volta. L’incontro con lui a Casale Monferrato è organizzato dai coordinatori della MEZZORA DI SILENZIO PER LA PACE E LA GIUSTIZIA SOCIALE che coinvolge un gruppo eterogeneo di persone che ogni venerdì pomeriggio da un paio d’anni manifestano praticando il ‘silenzio per la pace’. Tale iniziativa quindi ha rilevanza nell’ambito delle attività realizzate da aggregazioni e associazioni pacifiste e, in specifico, delle pacifiche manifestazioni contro la guerra, contro il militarismo e contro il riarmo svolte in numerose città e località italiane costantemente ogni anno, mese, settimana o giorno. Tante forme di protesta nonviolenta la cui realtà vivace e dinamica è illustrata nella mappa in continuo aggiornamento pubblicata nel ‘catalogo’ di produzioni di PRESSENZA e recentemente evidenziata dall’analisi dei dati raccolti mediante la sua elaborazione [Consistenza del pacifismo in Italia: mostrata, e dimostrata, nella mappa online su Pressenza / PRESSENZA – 11.12.2025]. Un esperto di difesa popolare nonviolenta e di storia della nonviolenza e, in particolare, della nonviolenza nel cristianesimo e nel dialogo interreligioso, e un profondo conoscitore del pensiero di Gandhi, Martin Luther King e Tolstoj, Paolo Candelari è coautore delle raccolte Teoria e pratica della riconciliazione edita da QualeVita e Guerra pace nonviolenza: 50 anni di impegno pubblicata nel 2016 da Edizioni Paoline e scrive saggi e testi divulgati dal Centro Studi per la pace ‘Sereno Regis’ e da Missioni Consolata e su PRESSENZA. Della propria conferenza sul tema La difesa nonviolenta come alternativa alla guerra armata Paolo Candelari anticipa: «Partendo dalle sue radici ideali e storiche, in particolare dalla nonviolenza gandhiana, si ripercorrono l’evoluzione del pensiero nonviolento e delle concrete esperienze di nonviolenza. Una pratica che, pur non garantendo sempre il successo, si è spesso dimostrata più efficace della lotta armata, la nonviolenza oggi rappresenta l’unica opzione valida per la difesa delle comunità nell’era nucleare. La sua applicazione però rimane limitata e ostacolata da una cultura dominante ancora legata alla logica militare, perciò si esaminano e valutano le possibili azioni politiche con cui sostenerla». L’intervento di Paolo Candelari è presentato nel blog della MEZZORA PER LA PACE E LA GIUSTIZIA SOCIALE praticata a Casale Monferrato in due pagine correlate. Nella prima pagina – pubblicata ieri, 13 dicembre – il memoriale inaugurato a Milano il 12 dicembre scorso, una peculiare installazione urbana dedicata alle vittime della strategia della tensione è descritto facendo riferimento alle analogie tra i fatti che accadevano nell’autunno caldo del 1969 e quelli che hanno contrassegnato il 2025. La pertinenza dell’intervento di Paolo Candelari nel ciclo di conferenze svolto a Casale Monferrato è messa in risalto contestualmente all’analisi delle notizie e dei commenti sulla strage di piazza Fontana, in particolare alla dichiarazione di papa Paolo VI, che nell’occasione ha condannato ogni forma di  “violenza, sopraffazione e terrorismo” e, ricordando che la “coscienza umana ha un’unica irriducibile aspirazione”, proclamato “La pace è vita nel mondo” [12 dicembre a Milano, nel 1969… e oggi, nel 2025]. Nella seconda, online da oggi, 14 dicembre, la sua relazione nel programma elaborato dal gruppo pacifista di Casale Monferrato è presentata citando alcune ricerche di Paolo Candelari sulle idee della nonviolenza. In particolare, la pagina evidenzia il suo studio della concezione della nonviolenza in teorie, tesi e prassi analizzate e discusse al Concilio Vaticano II indetto per ‘ammodernare’ dogmi, liturgie e missioni della chiesa cattolica, e una sua affermazione contenuta nel discorso che Paolo Candelari ha pronunciato a una PRESENZA DI PACE di un anno fa: > Oggi risulta più chiaro che mai che ci troviamo di fronte ad una scelta netta: > nonviolenza o barbarie, parafrasando la Rosa Luxemburg, socialista e pacifista > del 1914 > > [Nonviolenza: un’idea concreta / MEZZORA DI SILENZIO PER LA PACE E LA > GIUSTIZIA SOCIALE, 14.12.2025 – Nonviolenza o Barbarie / Paolo Candelari – > PRESSENZA, 28.11.2024] In questi giorni, in Italia segnati dall’anniversario della strage di piazza Fontana a Milano e da molte polemiche che infervorano l’opinione pubblica con discorsi che incitano all’odio, all’ostilità e al ricorso alle armi e nel mondo insanguinati dal massacro alla Sinagoga di Sidney e dalle incessanti carneficine della popolazione della Striscia di Gaza e in Cisgiordania, del Sudan, dell’Ucraina e di ogni luogo del mondo dove si combattono guerre e conflitti armati… ciò che Paolo Candelari ha scritto tanti anni fa e disse l’anno scorso è, purtroppo, ancora molto attuale. pagina redatta a cura di Lisistrata nel XXI secolo (Maddalena Brunasti) Redazione Piemonte Orientale
Un omaggio alla resistenza palestinese nel cuore verde d’Italia
Perugia, capoluogo del “cuore verde” d’Italia, su iniziativa dell’associazione “Umbria della pace”, ha accolto un simbolo vivo della resistenza palestinese e lo ha ospitato in uno dei suoi luoghi non solo più belli ma più emblematici: il giardino dei Giusti del Mondo all’interno dell’antico complesso monumentale  San Matteo degli Armeni, dove si trova anche  la biblioteca personale appartenuta ad Aldo Capitini che proprio da lì,  nel lontano 1961, lanciò la marcia per la pace Perugia-Assisi. Essendo passati più di sessant’anni ed essendo divenuta la marcia Perugia-Assisi più rituale che sostanziale, forse molti si stupirebbero nel leggere le parole del  filosofo della nonviolenza  e scoprire che il suo obiettivo era alimentare “idee e iniziative contrarie al capitalismo, al colonialismo, all’imperialismo”, o che “la lotta per la pace deve essere severa contro i mascheramenti dei vari imperialismi, contro le crociate verso un popolo o un altro” come scritto in uno dei suoi editoriali nel periodico “IL POTERE È DI TUTTI” da lui fondato nel 1964 e consultabile nella sua biblioteca. Luogo migliore per piantare l’olivo della resistenza palestinese, un piccolo olivo scampato alla furia devastatrice israeliana, forse non ce n’era. La targa spiega perché quest’alberello non è dedicato a una singola persona, come tutti gli altri, ma alla difesa di un diritto che si trasforma in azione. Il diritto all’autodeterminazione di un popolo e alla Libertà, quella per cui ogni epoca della storia ha avuto i suoi martiri, tutti, in vario modo, combattenti per la resistenza all’oppressore. Oggi più che mai l’iniziativa dell’Umbria della Pace,  accolta e condivisa  dall’Amministrazione comunale,  risulta importante e insieme coraggiosa. Importante perché consentirà a chiunque andrà a visitare il complesso di San Matteo degli Armeni di vedere che Perugia riconosce il diritto di un popolo oppresso a resistere. Coraggiosa perché la longa manus dell’entità sionista poteva “sporcare” l’iniziativa con la strumentale accusa di antisemitismo, come avvenuto in molteplici altre occasioni. Quindi, veder omaggiare la bandiera palestinese dai numerosi presenti, tra cui l’assessore Croce in rappresentanza del Comune,  ha aggiunto senso all’iniziativa e, come si è ricordato durante la cerimonia, la piantumazione di quel piccolo figlio verde della martoriata Palestina, uscito rocambolescamente dalla Striscia di Gaza,  non vuole essere solo simbolica  testimonianza di solidarietà, ma invito ad agire, ognuno come sa e come può affinché venga fermato il genocidio tuttora in corso  e venga stroncato il criminale progetto sionista che avanza da quasi 80 anni stritolando, nel suo avanzare impunito, anche il diritto internazionale. Cos’avrebbe detto Capitini davanti all’ultimo scempio delle Nazioni Unite dal cui Consiglio di Sicurezza dieci giorni fa è uscita la vergognosa Risoluzione 2803 in piena violazione dei principi della stessa Carta dell’ONU? Siamo certi che avrebbe denunciato la corruzione servile alla legge del più forte e che il suo invito di tanti anni fa “a creare una permanente mobilitazione per controllare la politica estera, la politica militare, la politica scolastica e denunciare errori, colpe, storture, alleanze dei conservatori, degli imperialisti, dei capitalisti…“ si sarebbe fatto ancora più forte ed avrebbe chiamato all’azione, perché c’è una pratica della nonviolenza attiva che può a ben diritto chiamarsi resistenza e non è il chiacchiericcio da salotto. È vero che Aldo Capitini pensava di cambiare il mondo opponendo ai potenti, cioè ai criminali della storia, la forza della nonviolenza come lui la stava costruendo prendendo le mosse dalla resistenza gandhiana,  ma Capitini era anche il cattolico nonviolento che non aveva temuto le rappresaglie fasciste quando nel 1929 aveva definito i Patti Lateranensi  una “merce di scambio” tra  Pio XI e il fascismo, e che non aveva accettato il ricatto di Giovanni Gentile di iscriversi al fascismo per non essere licenziato . Tutto questo ci porta a credere, al pari di Gabriele De Veris, il bibliotecario che ci ha mostrato le sue opere,   degli organizzatori dell’evento e di tutti gli intervenuti,  che il fondatore della marcia Perugia-Assisi  avrebbe sostenuto la resistenza palestinese e che il piccolo olivo scampato ai criminali con la stella di David lo avrebbe accolto come simbolo di resistenza e invito a non cedere ai ricatti di una falsa promessa di pace il cui vero volto, ripulito dalle maschere mediatiche, mostra di essere non pace ma pacificazione imposta col ricatto dal colonialismo sionista sostenuto dal suprematismo  occidentale, servile con i potenti e liberticida con chi reclama la libertà. E così, accanto ad alberi piantati in memoria e in omaggio di figure come Maria Montessori, Carlo Urbani, Danilo Dolci, Anna Frank, Gino Strada, Pietro Terracina e tanti altri, compresi artisti che hanno sempre testimoniato il loro impegno per il rispetto dei diritti umani, l’olivetto di Gaza e la sua esplicita targa saranno in ottima compagnia. Il fatto che sia stato casualmente piantato proprio in prossimità della giornata mondiale degli alberi e della giornata che l’Unesco ha dedicato alla tutela dell’olivo come simbolo di resilienza, di identità culturale e come millenaria fonte di nutrimento del genere umano, richiama l’attenzione sulla continua violenza che subisce da sempre  anche l’ambiente rurale palestinese dove la distruzione di frutteti e oliveti, l’espianto e il furto degli olivi secolari e l’abbattimento degli olivi più giovani in tutta la Palestina illegalmente occupata, è uno dei reati pressoché quotidiani che il mondo dei potenti, il mondo complice dell’entità sionista, lascia compiere senza vergognarsi della sua connivenza. Ma, come è stato ricordato da uno dei relatori, l’olivo è capace di rigenerarsi, anche dalle proprie ceneri, e neanche il gelo può ucciderne il ceppo che ne è la “madre”, che è il cuore della resistenza dell’olivo, quella che produce i polloni, la vera e propria rinascita che tramanda il DNA dal ceppo madre ai suoi germogli.  Il piccolo olivo uscito di contrabbando da Gaza , e forse proveniente dal ceppo dei millenari olivi dei Getsemani, è quindi simbolo di rigenerazione ed è lì a dire che “la resistenza non verrà schiacciata neanche dai carrarmati”. Una delle relatrici ha ricordato la frase scritta su un muro di Nusseirat, ora distrutto dalla furia israeliana,  che riportava questo verso di un poeta greco: “Hanno provato a seppellirci. Non sapevano che eravamo semi” e questo lo si può leggere anche nei polloni che germogliano dai ceppi degli olivi palestinesi bruciati o abbattuti. Non serve molto altro per spiegare che l’olivo rappresenta la capacità di resistere al male e, in ultima analisi, il percorso verso la pace (non la pacificazione imposta dall’oppressore) che è segnato dalla bussola della resistenza. Mentre chiudiamo quest’articolo ci arriva il comunicato di un’altra realtà umbra, la Fondazione PerugiAssisi la quale invita a partecipare alla manifestazione del 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà col popolo palestinese e definisce l’ignobile Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU “un nuovo attentato alla pace e ai diritti umani…” e “un piano di guerra e non di pace” dandone ampia e indiscutibile documentazione. Dal “cuore verde” d’Italia per il momento è tutto. Patrizia Cecconi
Perugia, il paradosso di un’educazione civica affidata alle Forze dell’Ordine
Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, vede negli ultimi anni in diverse scuole interventi delle Forze dell’Ordine con l’obiettivo di contrastare la violenza di genere. Succede in tutta Italia, succede in Umbria e succede nella nostra città. Il 25 novembre saranno gli studenti e le studentesse del Liceo “Pieralli” ad incontrare personale del Comando dei Carabinieri di Perugia. Ma non c’è forse una contraddizione intrinseca nell’affidare percorsi di educazione ad una cultura del rispetto, della pace, della libertà, a chi nella società ha il compito di intervenire laddove quei valori siano stati violati? Compito certamente necessario all’ordine pubblico, ma non propriamente compatibile con la finalità educativa della scuola. La presenza crescente delle Forze dell’Ordine nelle scuole, contribuisce a trasmettere una cultura della sicurezza, più che inserirsi nella più ampia finalità dell’educazione civica. Le Forze dell’Ordine contrastano il reato, ma l’ideale formativo della scuola è sradicare la cultura stessa su cui si innesta il reato. E allora il 25 novembre, più che personale in divisa, ragazzi e ragazze dovrebbero forse incontrare testimonianze, operatori sociali, psicologi, sociologi e chiunque possa scuotere le loro coscienze in una società ancora troppo impregnata di una cultura maschilista, violenta, discriminatoria e prevaricatrice. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è nato a livello nazionale nel 2023 proprio per monitorare e denunciare tutte quelle iniziative che trasmettono negli istituti formativi una cultura securitaria, se non addirittura bellicista, anziché rendere la scuola uno spazio ideale di educazione civile al rispetto, al dialogo, all’accoglienza, alla nonviolenza, esigenza tanto più urgente quanto più si assiste a rapporti globali sempre più improntati alla militarizzazione e alla sopraffazione. Che le giovani generazioni possano, il 25 novembre e ogni giorno dell’anno, formare coscienze non violente, empatiche, rispettose di tutte e tutti, senza che ci siano divise a comunicare l’obbedienza alla legge, ma interiorizzando quello che il nostro Aldo Capitini ha poeticamente espresso nel verso “La mia nascita è quando dico un tu”. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Perugia
Una marcia produce onde che vanno lontano
> Come avrei potuto diffondere la notizia che la pace è in pericolo, come avrei > potuto destare la consapevolezza della gente più реriferica, se non ricorrendo > all’aiuto di altri e impostando una manifestazione elementare come è una > marcia? > > Sapevo bene che gli aiutanti e i partecipanti non sarebbero stati in gran > parte persuasi di idee nonviolente; lo sapevo benissimo ma si presentava > l’occasione di mostrare che la nonviolenza è attiva e in avanti, è critica dei > mali esistenti, tende a suscitare larghe solidarietà e decise > noncollaborazioni, è chiara e razionale nel disegnare le linee di ciò che si > deve fare nell’attuale difficile momento. (Aldo Capitini, In cammino per la pace, Einaudi, 1962) Il 24 settembre del 1961 si svolgeva in Italia, per volere di Aldo Capitini, il primo esperimento di “tecnica nonviolenta collettiva”, la Marcia della pace per la fratellanza tra i popoli da Perugia ad Assisi, di cui il filosofo perugino racconterà l’anno dopo nel volume In cammino per la pace. Era una marcia alla quale Capitini pensava e lavorava da anni, che passò alla fase organizzativa nella drammatica estate del 1961, mentre a Berlino veniva tirato su il muro tra la parte Est ed Ovest della città, con una nuova crisi dei rapporti tra Nato e Patto di Varsavia. Capitini comprese che, di fronte al pericolo incombente di una guerra nucleare tra i blocchi contrapposti, era necessaria anche in Italia un’azione diretta e spiazzante dal basso che avesse quattro caratteristiche: che l’iniziativa partisse da un nucleo indipendente e pacifista integrale; che destasse la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche; che fosse l’occasione per lanciare il “metodo nonviolento”; che richiamasse Francesco, il santo italiano della nonviolenza. La Marcia, concepita come mobilitazione popolare, ebbe molta più partecipazione di quella che gli organizzatori si aspettavano, sia di popolo che di intellettuali e artisti, da Italo Calvino a Norberto Bobbio, da Renato Guttuso a Fausto Amodei (che ci ha lasciati nei giorni scorsi e che con la chitarra improvvisò la ballata censuratissima “E se la patria chiama”). A termine di essa, dalla Rocca di Assisi, Capitini lesse la Mozione del popolo della pace, testimoniando così l’ingresso sulla scena politica italiana di un soggetto culturalmente autonomo, svincolato dalle logiche di appartenenza partitica, capace di portare nel discorso pubblico le istanze del disarmo e della nonviolenza, parlando con voce propria. La Mozione del popolo della pace affermava cinque principi e, per ciascuno di essi, le rispettive declinazioni pratiche. Rileggiamone una sintesi, perché parlano anche a noi, popolo della pace ancora in cammino in questi giorni oscuri. > Primo: nell’idea di fratellanza dei popoli si riassumono i problemi urgenti di > questo tempo: il superamento dell’imperialismo, del razzismo, del > colonialismo, dello sfruttamento (…). Secondo: per preparare la pace durante > la pace è necessario diffondere nell’educazione e nei rapporti con tutti a > tutti i livelli, una capacità di dialogo, una sincera apertura alla > coesistenza ed alla pacifica competizione di ideologie e di vari sistemi > politici e sociali, nel comune sviluppo civile (…). Terzo: la pace è troppo > importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti; è > perciò urgente che in ogni nazione tutto il popolo abbia il modo di > continuamente e liberamente informarsi, e sia convocato frequentemente ad > esprimere il proprio parere. Quarto: nel pericolo che la pace sia spezzata da > una guerra immane, è urgente l’unione di tutti coloro che nel mondo sono > disposti a resistere alla guerra. Quinto: l’umanità è giunta al punto che è in > grado di apprezzare altamente un tipo di educazione aperta, rinnovatrice delle > strutture legate a privilegi e pregiudizi, una educazione eroicamente > nonviolenta. Cinque principi, densi di conseguenze operative, nei quali si esprime un’altra idea di civiltà – tanto nei fini quanto nei mezzi per raggiungerla – fondata sulla strenua resistenza alla guerra attraverso la nonviolenza, per gettarla una volta per sempre nei ferrivecchi della storia e costruirne le alternative civili per risolvere le controversie internazionali e convivere nelle differenze. Capitini non realizzò una seconda edizione di quell’esperimento di lotta nonviolenta dal basso. Toccò al Movimento Nonviolento – fondato nel 1962, da Capitini e alcuni altri amici, come esito della Marcia per dare al “popolo della pace” uno strumento di organizzazione autonoma dai partiti – proporne una seconda edizione molti anni dopo: nel 1978, per il decennale della morte del fondatore. E fu Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza “politico” dell’Italia repubblicana, erede di Aldo Capitini nella guida del Movimento Nonviolento, a prenderne in mano il testimone, proponendone altre due edizioni come strumento di azione, a disposizione del più ampio movimento per la pace, con precisi obiettivi politici: nel 1981 contro l’installazione dei missili nucleari, nel 1985 per il blocco delle spese militari. Successivamente la Marcia Perugia-Assisi è stata presa in mano dagli Enti locali umbri e dal Comitato promotore, oggi diventato Fondazione Perugi-Assisi per la Cultura della Pace, che l’ha resa periodica, convocandola ogni due anni, salvo edizioni straordinarie. La Marcia – che come scriveva Capitini “non è fine a se stessa, ma produce onde che vanno lontano” – nel tempo è diventata un appuntamento rituale del popolo della pace, da cui trarre linfa ed ispirazione, sulle orme di Aldo Capitini e di quei primi marciatori, per portare nella propria quotidianità la forza della nonviolenza. Secondo le indicazioni che ne ha dato anche Pietro Pinna: > Nonviolenza significa disarmo unilaterale, rifiuto assoluto, cioè immediato e > integrale, di qualsiasi apparato militare, di qualsiasi guerra, fatta da > chiunque, contro chiunque, per qualsiasi ragione. E quindi, come pratica > immediata possibilità per ognuno: obiezione di coscienza al servizio militare, > alle spese militari, alla produzione bellica… Oggi, di fronte al genocidio in Palestina, all’infinita inutile strage in Ucraina, alle decine di conflitti armati della “terza guerra mondiale a pezzi”, al riarmo, alla militarizzazione della scuola, dell’economia e della società italiane, marciare un giorno all’anno non è sufficiente: il cammino sulle strade della nonviolenza si deve svolgere ogni giorno, ovunque, tenacemente e continuativamente, fino al completo disarmo, militare e culturale. Pasquale Pugliese [Articolo pubblicato su Mosaico di pace: Da Capitini a noi] Per un’introduzione al pensiero di Capitini, vedi Pasquale Pugliese, Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini, GoWare, 2018 Comune-info
Violenza, nonviolenza, uso della forza
Viviamo in un mondo sempre più pieno di conflitti: personali, sociali, tra stati, internazionali. In questo momento sembra che i conflitti stiano aumentando e che non ci sia modo di porre fine alla violenza. Questo sistema, sociale, economico e mentale, dice, magari di contrabbando, che la soluzione alla violenza è la violenza: più controllo, più sistemi di allarme, più leggi repressive rispetto al preteso aumento della delinquenza, per fare un esempio facile. I movimenti nonviolenti non la pensano così perché, in primo luogo, si interrogano sulla radice ultima della nonviolenza. Per esempio Pat Patfoort sottolinea come la violenza visibile (la violenza fisica per esempio) sia preceduta da una più crudele violenza invisibile (violenza psicologica, economica, religiosa) e che sia necessario rintracciare il percorso e le concatenazioni che portano all’atto violento. Il Movimento Umanista sempre ha definito la violenza come la limitazione dell’intenzionalità umana e che, in questo senso, la violenza fisica sia sono uno degli aspetti di un fenomeno che riguarda l’economia, le relazioni umane, la discriminazione, l’orientamento sessuale, la credenza religiosa. Un’altra puntualizzazione importante è chiarire che la violenza non è sinonimo di forza e che l’uso della forza, nei suoi molteplici aspetti può perfettamente essere un’azione nonviolenta: la forza di una manifestazione, della disobbedienza civile, dell’interposizione nonviolenta tra due forze violente, lo sciopero, il boicottaggio, la difesa con ogni mezzo a disposizione da un’aggressione (tutte espressioni e lotte che già Aldo Capitini segnalava nel suo Le Tecniche della Nonviolenza, opportunamente ripubblicato da Manni). A livello sociale esistono enti di vario tipo a cui la società ha demandato l’uso della forza in certe occasioni regolate dalla Legge: questo patto sociale è posto sotto revisione dalla nonviolenza perché ben sappiamo che con la scusa dell’Ordine Pubblico si sono violati e si violano Diritti Umani, si giustificano dittature e stai d’emergenza. Però sembra ragionevole che con gli opportuni correttivi esistano enti che si occupano legittimamente di esercitare la forza (non la violenza) nelle occasioni opportune: arrestare i ladri, proteggere le persone indifese ecc. Il caro amico Peppe Sini propone sempre un corso di nonviolenza alle Forze dell’Ordine. Un tema importante riguarda invece quando forze sociali sia opportuno che usino la forza in determinati contesti sociali. L’esempio concreto e storico sono le lotte armate di liberazione dei popoli, le insurrezioni contro i dittatori, le varie forme di Resistenza. Su questo c’è molta confusione, differenza di opinioni anche tra le persone che si riferiscono alla nonviolenza; anche c’è molto giustificazionismo e un background storico che agisce su ognuno di noi, con i suoi miti (Che Guevara per esempio). Cominciamo col dire che anche chi usa abitualmente le armi ha una sua etica e delle leggi da seguire, alla fine potrebbe bastare la Convenzione di Ginevra. Ma l’aspetto da chiarire è se, a partire dal rispetto della Convenzione di Ginevra, un’azione militare possa essere considerata un’azione nonviolenta. Inoltre considerare se, in determinate situazioni, non sarebbe stato possibile una soluzione diversa. Per esempio molti studiosi nonviolenti hanno sviluppato il concetto di Difesa Popolare Nonviolenta che è un insieme di azioni non armate di resistenza civile, boicottaggio, non collaborazione in cui si difende un territorio o una sovranità popolare senza ricorrere alle armi. All’inizio dell’invasione russa in Ucraina molti pacifisti si sono chiesti cosa sarebbe successo se invece della risposta armata si fosse proposta una pacifica resistenza passiva, o forme di mediazione o perfino una resa incondizionata: Putin sarebbe veramente arrivato a Kiev? Atlante delle Guerre ha documentato questi tentativi. Evidentemente nella storia abbiamo una serie di esempi di liberazione del territorio effettuati con l’uso delle armi e i movimenti di liberazione dei popoli rivendicano quegli esempi. In Italia il riferimento è alla Resistenza che ha innegabilmente avuto una parte di lotta militare armata anche se quello non è stato l’unico aspetto. Al tempo stesso abbiamo esempi contrari di movimenti di liberazione armati che scelsero di abbandonare la lotta armata e scegliere la nonviolenza: il caso storico più significativo è stato quello di Nelson Mandela e dell’African National Congress dove l’abbandono della armi e la scelta della mobilitazione internazionale nonviolenta, del boicottaggio sono risultati vincenti. Un caso attuale di grande importanza è quello di Ocalan e del PKK che, nonostante le avverse condizioni in cui da tanto versa il popolo kurdo, ha deciso di imboccare una via almeno non armata alla risoluzione del conflitto. Esiste una letteratura denigratoria della nonviolenza che parla di collusione col potere, di giustificazionismo, di posizioni moderate inefficaci, di tradimenti ideali ecc. Si tratta di critiche basate su fatti realmente accaduti ma che mi pare non colgano il tema di fondo: la collusione, la giustificazione, il tradimento possono essere praticati indipendentemente dalla metodologia e dall’adesione morale a una o a un’altra ideologia e, purtroppo, appartengono a tutti i campi; queste pratiche non sono altro che manifestazioni, a volte sottili o dissimulate, di quella violenza di cui stiamo parlando: a maggior ragione spingono a favore di una soluzione nonviolenta che sia integrale, autentica, senza se e senza ma. Il mondo futuro, un mondo migliore, va costruito con mattoni solidi e coerenti con le aspirazioni che manifestiamo e che sono l’immagine tracciante che ci guida. Uno di questi mattoni, ideali e metodologici, è la nonviolenza, l’altro certamente la centralità e il valore di ogni essere umano. Olivier Turquet