La Cina è leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali: Il più grande cambiamento tecnologico della nostra epoca
In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo
“geopolitico”. La prima è che la prima classifica del Nature Index nel settore
delle Scienze Applicate mostra che ci sia stato un trasferimento di egemonia
dall’occidente all’oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici
come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati
alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece
molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze
applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.
La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e
conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200
ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i
propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria,
l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni
multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.
(ndr: Il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145
riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati
indipendenti di esperti. E’ un indicatore globale della performance scientifica
di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature
Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente
trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul
conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed — e
che la valutazione è condotta a livello nazionale — i suoi risultati possono
essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente
affidabile delle tendenze scientifiche globali.)
I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione
scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature
Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di
4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze
applicate sono tutti cinesi.
La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le
scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con
uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania
(terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone
e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima
nelle scienze applicate.
La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la
quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate
(includendo le nuove riviste).
* In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale,
consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella
classifica generale).
* In Cina, la quota è 52%,
* in Corea del Sud 53%,
* e a Singapore 49%.
Al contrario:
* in Germania solo il 27%,
* nel Regno Unito 23%,
* in Francia e negli USA meno del 18%.
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come
tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale
di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha
brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA.
Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze
naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina
spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro
il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di
quelle statunitensi o europee.
Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature ed è complementare al
primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI,
la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali —
un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo
L’analisi è basata su un database che contiene oltre nove milioni di
pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato i 10%
degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo
2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology
Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti
nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie,
tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati
Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria.
I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo
secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie
analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024
del tracker.
Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation
Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della
ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia
principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre
conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono
“società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su
tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori
strategici.
Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa
tutto l’oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni 90 attraverso
le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono
state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma
questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi quindi anni in particolare
c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice
assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta
una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue
radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del
cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un
modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo
contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave — risorse
naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale — pur
consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La
competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a
obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che
promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al
contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per
affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione
strategica.
Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma
nel finanziamento e nell sviluppo della scienza può avvenire solo con la
reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova
in una situazione di svantaggio strutturale.