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Può esistere una cittadinanza globale?
di Luca Graziano Viviamo in un’epoca in cui la parola cittadinanza sembra aver perso il suo significato originario. Nata per unire, oggi essa divide. Definisce confini, stabilisce appartenenze, assegna diritti in modo diseguale. È diventata una condizione geografica più che un riconoscimento universale dell’essere umano. Ogni giorno, nel Mediterraneo, lungo il confine tra Messico e Stati Uniti o nei deserti
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
A San Benedetto del Tronto il NO delle Marche all’economia di guerra
Flash mob davanti al porto nella memoria della tragedia del Rodi. Dicono che erano vent’anni che a San Benedetto del Tronto non si vedeva una manifestazione così partecipata. Il corteo partito dall’ex-Ballarin con un migliaio e più di persone si è via via ingrossato strada facendo lungo il percorso concordato con la Questura, dopo diverse trattative e richieste di modifica. “NO alle Vostre Guerre!” lo slogan della manifestazione del 27 dicembre, organizzata da Coordinamento Marche per la Palestina, Sumud Centro Culturale Palestinese delle Marche, Vibrata per la Palestina e Piceno per la Palestina. Sicuramente la notizia degli arresti di esponenti delle comunità palestinesi in Italia, avvenuti la mattina stessa ed eseguiti direttamente su richiesta di Israele ha creato indignazione e portato in strada più persone. Fermo restando la presunzione di innocenza per le persone coinvolte, le cui eventuali responsabilità accerteranno i magistrati, quello che sta accadendo in Italia negli ultimi giorni è assai preoccupante, grave ed inquietante. Come bene ha scritto la giornalista Federica D’Alessio sul suo profilo social sabato scorso: “Siamo in piena israelizzazione dell’Italia e dell’Europa, e lo Stato di apartheid contro i palestinesi, gli arabi, i musulmani; e a seguire chiunque farà comodo etichettare come ‘terrorista’ senza avanzare alcuna prova di un agire terrorista è già pienamente in vigore.” A San Benedetto del Tronto sono convogliate persone, oltre che da tutte le Marche, anche dal confinante Abruzzo. Durante il lungo percorso, il corteo si è fermato per due flash mob, il primo davanti alla GEM Elettronica, l’azienda rilevata al 65% da Leonardo S.p.A nel 2024 e il secondo davanti alla sede di banca Intesa Sanpaolo, una delle note ‘banche armate’. “In moltissimi ci hanno detto in queste settimane – ha spiegato Ilaria di Piceno per la Palestina – che GEM Elettronica non produce armi ma soltanto radar, che non produce per il militare, ma solo per il civile. Noi tutto questo lo smentiamo. La GEM ELETTRONICA produce radar sì, ma sono pezzi anche di armi e di sistemi d’arma! Inoltre non è vero che produce solo civile, c’è scritto nel suo sito che parte dei suoi prodotti riguarda la difesa e le armi, e ci sono anche elencati tutti i prodotti che rientrano specificamente nella categoria. Noi oggi siamo qui a dire a tutte le persone presenti ed anche alle lavoratrici e ai lavoratori che non siamo contro di loro! Sappiamo benissimo che senza lavoro non si vive, ma sappiamo benissimo che vivere di un lavoro che uccide fa male! Care lavoratrici e lavoratori GEM, difendere il lavoro non significa soltanto difendere il salario, difendere il contratto; significa anche difendere il diritto a non alienarsi mentre si lavora, a fare un lavoro che ci fa stare bene, un lavoro coerente con i vostri valori!” Particolarmente significativa è stata la sosta davanti al porto della città marchigiana. Quelli delle festività natalizie sono giorni particolari per la memoria democratica e del lavoro di San Benedetto del Tronto. Il 23 dicembre 1970 avvenne la tragedia del motopeschereccio Rodi, nel quale perirono per annegamento tutti e dieci i lavoratori imbarcati, tutti marittimi sanbenedettesi. Ci furono molte opacità nella dinamica e tempistica dei soccorsi, tanto che quattro corpi non vennero mai ritrovati. In quei giorni oggi già così lontani nel tempo la città si sollevò, ci furono proteste e l’occupazione dei binari della stazione ferroviaria. Un fatto tragico, ricostruito nel bel libro di Silvia Ballestra, “I giorni della rotonda”. Lì, al porto, dove 55 anni fa si ritrovarono i sanbenedettesi alla notizia del naufragio, sono stati ricordati i nomi delle vittime: Agostino Di Felice, Alteo Palestini, Domenico Miarelli, Silvano Falaschetti, Antonio Alessandrini, Francesco Pignati, Giovanni Palumbo, Giovanni Liberati, Marcello Ciarrocchi, Ivano Mengoni. “Quel Natale del 1970 è difficile da dimenticare per questa città e vive nella nostra memoria, poiché carico di dolore e rabbia” ha ricordato un’attivista di fronte la porto. “La mobilitazione della popolazione in quei giorni fu quindi un autentico atto di resistenza civile, che divenne simbolo di resilienza e unità comunitaria. Una protesta che non divide, ma unisce, una rivolta popolare che pone le basi per il confronto con le istituzioni, che porta la gente di mare a uscirne più forte e consapevole della propria identità. La tragedia del Rodi ci ricorda che nessun diritto di cui godiamo oggi è nato dal silenzio o dall’indifferenza, ma ogni conquista è stata ottenuta grazie a persone che hanno scelto di partecipare, esporsi e mobilitarsi. La partecipazione civile è una responsabilità! La democrazia vive anche nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, dove le persone si incontrano, possono informarsi, discutere, scambiare opinioni e far sentire la propria voce! Manifestare il dissenso è fondamentale, perché esso muove verso il cambiamento e il miglioramento delle nostre condizioni di vita! Quando protestiamo, ricordiamo a chi ci governa che il loro potere esiste perché qualcuno glielo ha concesso e che può e deve essere messo in discussione”. Numerosi sono stati gli interventi complessivi durante la manifestazione, compresa la lettura del testo inviato da Silvia Severini, anconetana, dell’equipaggio della Global Sumud Flotilla: “Le luci si sono spente su Gaza e sulla Palestina tutta. Israele e gli Stati Uniti lo hanno fatto con metodo, in maniera scaltra e strategica, proprio quando l’umanità si stava risvegliando e unita faceva sentire la sua voce. Nell’oscurità si può uccidere in silenzio, la parola tregua è un pretesto per continuare a uccidere mentre il mondo tira un sospiro di sollievo. Ci sono stati più di duecento morti a Gaza dalla proclamazione della pace, hanno colpito anche una scuola dove si stavano celebrando dei matrimoni e dove molti si erano rifugiati. Il mondo è rimasto in silenzio ovattato e cullato dai vari “Jingle bell”. E’ questa che noi occidentali chiamiamo pace, oppure è una pace che per i palestinesi tutto sommato può andare bene?   C’è un genocidio in atto di là del Mediterraneo e Gaza è diventata il termometro morale dell’Occidente. Gaza è il paradigma della legge della prepotenza, del potere, della barbarie che schiaccia il diritto, la giustizia, l’umanità. Se accetteremo tutto questo, vuol dire che chi ha spento la luce lo ha fatto forte della nostra cecità. La flottiglia è quel fuoco che sta sotto la cenere, pronto a riaccendersi. La flottiglia siamo tutti noi che non siamo disposti a tacere, siamo quelli che a un certo punto hanno smesso di fare la loro “vita normale” perché la storia ti tira dentro, perché non ce la fai più a startene fermo a guardare. La flottiglia, quaranta barche in mare, cinquecento persone da tutto il mondo; abbiamo fatto paura noi armati di nonviolenza, avete fatto paura voi a terra che protestavate, che vi ritrovavate in piazza senza nemmeno un pronti, via! E allora pronti a ripartire! La Global Sumud Flotilla non si è fermata, anzi, siamo già al lavoro per partire in primavera con nuove missioni di terra e di mare più grandi delle precedenti, tanto per far capire ancora una volta da che parte stiamo!” Sabato 27 dicembre da San Benedetto del Tronto, così come da altre piazze d’Italia, si sono levate molte voci che non accettano la repressione del dissenso e la progressiva trasformazione dell’Italia in una delle contemporanee democrature occidentali. Così come non accettano che siano i servizi segreti di uno Stato genocida, qual è Israele, a dirigere le istituzioni repubblicane italiane.   Leonardo Animali
La Global Sumud Flotilla lancia la Missione Primavera 2026
La Global Sumud Flotilla (GSF) annuncia il lancio della sua Missione Primavera 2026, una storica escalation nell’azione marittima guidata da civili per rompere il blocco illegale di Gaza. Andando oltre i precedenti sforzi di consegna degli aiuti, questa missione rappresenta un cambiamento strategico verso una presenza civile sostenuta e la creazione di un modello replicabile basato sul diritto internazionale e sulla leadership palestinese. Uno degli obiettivi principali della missione del 2026 è il dispiegamento di una flotta medica specializzata. Con a bordo più di 1.000 operatori sanitari e rifornita di medicinali e attrezzature salvavita, questa flotta mira a stabilizzare il sistema sanitario di Gaza e a sostenere gli sforzi delle équipe mediche locali che hanno sopportato due anni di genocidio. Parteciperanno in totale oltre 100 imbarcazioni con 3.000 attivisti provenienti da più di cento Paesi. La GSF è indipendente e internazionale e non è legata ad alcun governo o partito politico. Creando un corridoio umanitario non dettato dall’oppressore, la missione rivendica la sovranità palestinese sulla propria terra e sulle proprie acque. Questo intervento serve a catalizzare la società civile globale in una rivolta diretta contro l’apartheid, il colonialismo e la complicità internazionale. Redazione Italia
Riunione della delegazione italiana di Global Movement to Gaza. Avviati manifesto, struttura operativa e roadmap delle missioni 2026
Si è conclusa domenica 14 dicembre presso la Casa del Popolo “Il Querceto” di Sesto Fiorentino la due giorni nazionale della delegazione italiana del Global Movement to Gaza. L’incontro ha riunito oltre 70 persone provenienti da ogni regione d’Italia, inaugurando formalmente i lavori per la stesura del Manifesto del movimento e per la definizione della sua struttura operativa, con l’obiettivo di affrontare in modo coordinato le sfide del 2026, a partire da due missioni previste per il primo semestre. “Questi due giorni segnano un passaggio di maturità” dichiara Maria Elena Delia, portavoce italiana GMTG/GSF. “Abbiamo iniziato a costruire insieme un’organizzazione capace di reggere la complessità del 2026 senza perdere la nostra bussola etica. Nonviolenza, solidarietà, autodeterminazione e rispetto assoluto della dignità umana e ambientale sono i principi che orientano le nostre azioni: fermare il genocidio in corso e sostenere il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Non possiamo restare inattivi di fronte alle inadempienze dei governi. La società civile deve convergere per aprire corridoi di umanità e di verità.” Uno dei punti centrali discussi alla due giorni è stato l’avvio di un percorso di riorganizzazione e raccordo operativo tra Global Movement to Gaza (GMTG) e Global Sumud Flotilla (GSF), al fine di rafforzare il coordinamento in termini di sicurezza, logistica, comunicazione e governance durante le missioni, valorizzando la complementarità delle azioni via terra e via mare e rendendo più efficiente la capacità di risposta del movimento sul piano internazionale. È emersa chiaramente la volontà strategica di coinvolgere attivamente le comunità palestinesi sul territorio nazionale – in dialogo con le reti palestinesi a livello internazionale – nella programmazione e nelle decisioni del movimento, attraverso una serie di incontri diffusi già nel primo trimestre del 2026. GMTG Italia si propone come punto di convergenza a livello locale, nazionale e internazionale tra comunità palestinesi, reti solidali, mondo associativo e società civile, per costruire un’agenda di azione condivisa e radicata nei territori, volta a chiedere la fine dell’impunità per i crimini commessi dall’entità sionista a Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati, a interrompere l’assedio e a garantire pieno accesso umanitario, nel rispetto del diritto internazionale. Global Movement to Gaza
Global Movement to Gaza: la Palestina esiste e resiste nel cuore di ogni persona libera
Sabato 13 e domenica 14 dicembre a Sesto Fiorentino si è svolta la riunione italiana del Global Movement to Gaza. Si dovevano definire alcuni punti essenziali, come un manifesto condiviso e il lancio della prossima missione umanitaria nonviolenta della Flotilla in primavera. Il programma dei due giorni partiva dalla formazione alla comunicazione nonviolenta, per arrivare alla definizione della struttura e dell’organizzazione, ma si è trovato il modo di esprimere anche i sentimenti che ci animano, per capire cosa ha funzionato e cosa si deve cambiare. Per due giorni abbiamo cercato di costruire un senso comune da Gaza alla Flotilla e dal movimentismo nonviolento alla Palestina. La comunicazione nonviolenta serve a riconoscersi nelle diversità. Ogni persona porta con il suo corpo e i sentimenti che la contraddistinguono un carico di speranza, rabbia, indignazione e in ultima analisi la propria irriducibile umanità, fragile e forte, spaventata e coraggiosa, egoista e generosa. Mille sfumature di arcobaleno e di tempesta trovano nell’impegno per la Palestina un significato ideale, troppo umano per essere inquadrato in un manifesto. Scusate le mie opinabili digressioni. La volontà politica rischia di trasformarsi in una diga di contenimento della marea di umanità che ha invaso le piazze del mondo per fermare l’inaudito orrore di violenza disumana scatenata contro la popolazione civile dall’esercito israeliano. Emergency ha aggiornato al 12 dicembre la situazione drammatica e sconvolgente di Gaza: “L’ingresso di beni essenziali nella Striscia è ancora totalmente insufficiente. La tempesta Byron sta colpendo duramente un milione e mezzo di persone già stremate. Nelle scorse ore, le condizioni di vita già estreme, aggravate dal gelo invernale e dalle intemperie che hanno provocato anche il crollo di alcuni edifici, hanno portato alla morte di 14 persone – tra cui tre bambini, una dei quali di appena 8 mesi.” Mancano dunque aiuti umanitari, perché vengono bloccati da Israele. La finta tregua è servita a disinnescare le rivolte e a oscurare il genocidio. La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza ONU sgrava la coscienza dei governi e dei mass media, nominando una pace che non esiste. Il GMTG, movimento globale per Gaza, si sta preparando ad affrontare questa sfida, dopo la mobilitazione dal basso di milioni di persone sull’onda della Global Sumud Flotilla. Consentitemi una breve riflessione storica per capire come siamo arrivati ai suprematismi. Cos’è il terrorismo? Talebano significa studente e facevano comodo i talebani afgani quando combattevano contro l’Unione Sovietica. Il terrorismo creato nelle madrase arabe e finanziato dai petrodollari diventò in seguito un boomerang per l’Occidente; il punto di svolta non è stato l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, ma il cambiamento della dottrina unipolare americana dopo la fine della guerra fredda. La tattica terroristica “Shock and awe” fu illustrata nell’omonimo libro, scritto da Harlan K. Ullman e James P. Wade nel 1996, un prodotto dell’Università di Difesa Nazionale degli Stati Uniti (National Defense University of the United States). Sconvolgere per annichilire, terrorizzare per paralizzare. Dal dominio dell’informazione al dominio delle menti, sul campo di battaglia il dominio rapido si realizza con l’impiego  di tutte le armi possibili e coordinate per avere un impatto sconvolgente e mostruoso sul nemico. Gli USA hanno creato il terrorismo di Stato e Israele lo ha applicato ai palestinesi. Il 90% degli italiani è contro il genocidio a Gaza. Questo rifiuto non è una posizione politica, ma è una reazione umana contro la disumanizzazione dei palestinesi. La Convenzione per la prevenzione del genocidio serviva nel dopoguerra a evitare un altro olocausto. Nella definizione giuridica di genocidio non si deve arrivare a uccidere tutti per definirlo tale. Israele accusa di antisemitismo chiunque osi criticarlo. Questo metodo fa parte della propaganda utile a nascondere i crimini contro i palestinesi. La disinformazione, le falsità, il dominio dell’informazione fanno parte integrante della dottrina militare di Shock and awe. Israele considera l’uccisione dei palestinesi alla stregua di un’operazione di derattizzazione e lo dicono apertamente. I nostri sentimenti umani ci impediscono di aderire a questo delirio collettivo di suprematismo messianico. Noi vediamo i bambini sommersi dalle macerie e dal fango e non possiamo accettarlo. Anche uccidere un solo civile è un crimine di guerra, figuriamoci un programma di sterminio consapevole. Si chiama genocidio. E quando le istituzioni chiudono gli occhi, non rimane altro che il cuore generoso dell’umanità in cammino per protestare. Ray Man
Resistenza civile nonviolenta, sono io il corpo del reato
Esplorare “le suture più delicate dei sentimenti” rappresenta l’inizio di una rivoluzione, come scriveva Pier Paolo Pasolini, quando volavano sassi e proiettili. La violenza politica era considerata una possibilità razionale, ma fu l’inizio della fine. Nel 1982 comparve sul grande schermo un capolavoro che raccontava l’esperienza gandhiana: con la pratica e la teoria nonviolenta il popolo indiano si liberò dal giogo imperiale dei britannici. Ne rimasi incantato, anche se alle provocazioni dei fascistelli rispondevo ancora con le mani. Poi con la maggiore età ho rinunciato del tutto alla violenza, semplicemente perché mi sono reso conto che un pugno ben assestato può fare male, molto male. Sembra banale, eppure io non ho mai odiato nessuno a tal punto da desiderare la sua morte. Ho scoperto Greenpeace, l’attivismo politico e infine nel 2023 Ultima Generazione. Trent’anni fa la prima conferenza internazionale a Rio de Janeiro parlava dei cambiamenti climatici prodotti dalle attività umane. Siamo ancora fermi lì o abbiamo acquisito la consapevolezza dell’urgenza del problema? Nel 2015 con gli accordi di Parigi si raggiunse un consenso scientifico e istituzionale globale, messo poi in discussione da Trump nel 2016. Ormai i mass media sono inquinati da un dibattito surreale, che lascia spazio alla negazione dell’evidenza scientifica ben chiara da decenni. Trent’anni fa scrivevo di Rio, oggi devo descrivere la mia rabbia per la lentezza con cui i governi affrontano la mitigazione necessaria e urgente per fermare il collasso climatico. Nella COP30 a Belem non è maturata nessuna scelta decisiva, sembra anzi una rinuncia a qualsiasi possibilità di mitigazione. Non mollare mai. Una rivista della resistenza fiorentina contro il fascismo si chiamava proprio così: non mollare. Non mi voglio arrendere. Non possiamo rinunciare al futuro e a mio modestissimo avviso, la strada per lottare deve essere nonviolenta. Un mese fa ero in presidio a Roma e sono stato portato via di peso con altre persone nonviolente. Ci hanno trattenuto per ore in cella. Si chiama resistenza civile nonviolenta. Una scelta radicale. Faccio fatica a parlarne, perché voglio evitare una retorica vittimistica, ma voglio anche affermare con chiarezza che non era necessario un fermo di polizia così brutale e sproporzionato. Ci sono abusi di potere che devono essere stigmatizzati senza stancarsi mai di ripeterlo: sono abusi di potere. Anche i giudici condannano queste procedure non giustificate da motivi di ordine pubblico. Sono invece modalità repressive  e oppressive, per non dire intimidatorie e punitive. La resistenza civile nonviolenta di Ultima Generazione va avanti da anni. Non molliamo. La mobilitazione umana, la marea di umanità, milioni di persone scese per strada in tutto il mondo contro il genocidio israeliano a Gaza hanno dimostrato che l’opinione pubblica conta. Il giornalista Lucio Caracciolo ha riconosciuto l’impatto determinante di queste manifestazioni pacifiche per arrivare a una fragile tregua. Non è finita. Non molliamo. Sono stato in Sicilia dal 29 agosto 2025 al 16 settembre per dare una mano alla Global Sumud Flotilla. Ho vissuto l’entusiasmo e le preoccupazioni umane, non politiche, meramente umane di questo grande movimento. Non molliamo. Il genocidio non si è fermato, ha solo cambiato modalità, ed è passato in secondo piano sui mass media. Non credo che si siano attenuati lo sdegno e la rabbia per la crudeltà degli israeliani. Si è visto pochi giorni fa che ci sono ancora milioni di persone in tutto il mondo che scendono per strada chiedendo di fermare il genocidio. Il governo italiano è complice. Come altri governi. Come si può pensare che la pace proclamata dagli USA e fotografata dalla risoluzione 2803 del consiglio di sicurezza ONU sia una vera pace? Non molliamo. Noi vogliamo la pace per i palestinesi martirizzati e per tutti i popoli martoriati dalle guerre. Non bisogna aver paura di far sentire la propria voce. Non insegno niente, ma metto il mio corpo in piazza e peso quasi cento chili. La questura è preavvisata. Ray Man
Sciopero generale a Genova: siamo ancora vivi, siamo ancora vive!
C’era un vento che portava via stamattina, in piazza Verdi, davanti alla stazione Brignole di Genova e a dire il vero non c’era nemmeno la folla che ci si aspettava, o in cui si sperava. Poi, piano piano, la situazione è cambiata: non quella meteorologica, ma quella umana. Gli studenti e le studentesse hanno cominciato a popolare la piazza. Il numero dei partecipanti è diventato più che ragguardevole e non perché è venerdì, come afferma chi non ha altri argomenti. Greta Thunberg, Francesca Albanese, Yanis Varoufakis: non si può certo dire che gli oratori della manifestazione di oggi siano “i soliti.” Foto di https://www.facebook.com/diem25.org Richi Rudino, il portuale che dà il via alla manifestazione, non ha fatto sconti a nessuno: gli aiuti raccolti per Gaza sono ancora fermi ai valichi controllati da Israele. I palestinesi sopravvissuti vivono in tende allagate e non era vero che seguendo i canali “istituzionali “ gli aiuti sarebbero stati consegnati in 48 ore. Non consegna aiuti umanitari chi ha deciso a tavolino di sterminare un intero popolo: perché dovrebbe? E non consegnano aiuti umanitari nemmeno i loro complici. E allora, c’è una sola cosa da fare: blocchiamo tutto, per bloccare la prepotenza del governo israeliano. Si parte, ancora una volta con i portuali in testa al corteo. Foto di Clara Habte Anche ventiquattro anni fa Genova era sulle prime pagine dei giornali. La città che aveva visto la resa dei nazisti ai partigiani e la ribellione di popolo contro il governo fascista Tambroni era stata scelta nel 2001 da Massimo D’Alema come teatro per la parata degli otto grandi, i padroni del mondo, venuti qui a ribadire che comandavano loro. Non perché avessero ricevuto un mandato politico dai popoli, o perché possedessero una qualsiasi legittimazione morale;  semplicemente perché erano i maggiori azionisti della Banca Mondiale. Genova 2001: Carlo Giuliani assassinato, cariche della polizia, torture. La posta in gioco era troppo grande: da una parte i padroni del mondo, dall’altra chi diceva no. Troppo ingenue erano state le persone che avevano pensato che si trattasse solo di una “manifestazione un po’ più importante”: le conseguenze di quei giorni e di quella prepotenza sono ben presenti ancora oggi. Dal 2000, in Italia come nel mondo, la povertà è cresciuta e la forbice tra i più ricchi e i più poveri si è allargata; si è intensificata la guerra contro i migranti; le guerre ed il riarmo sono sempre più considerate cose “normali; Il lavoro è sempre più precario e malpagato e ad esso si subordina qualunque scelta di vita. La solidarietà tra lavoratori è sempre più condizionata. A questo pensavo stamattina quando mi sono avviata in corteo dietro i portuali, che hanno fatto la differenza cinque anni fa bloccando le navi armiere della Bahri. “Sgréuzzi” (grezzi), dicono orgogliosamente di se stessi, ma indispensabili. E pensavo alle differenze e alle analogie con il corteo di stamattina e quelli di ventiquattro anni fa. Via Venti Settembre è ancora in salita (provate a percorrerla in corteo per crederci); gli studenti e le studentesse sono allegramente “misti”, di tutti i colori e di tutte le culture, come quelli che avevano animato il corteo dei migranti del 19 luglio 2001. Questi di oggi, però, allora non erano ancora nati. La repressione di piazza Alimonda e della Diaz, i governi fascisti, il Jobs Act, le riforme peggiorative della scuola e lo svuotamento della rappresentanza attraverso leggi elettorali sempre meno rappresentative non sono riusciti a condizionarli, a impaurirli, a scoraggiarli. Meloni, vai a casa, cantano con i loro ritmi, ma forse i ritmi sono uguali ai nostri…. “Quando è troppo, è troppo” hanno detto i portuali che hanno bloccato le navi armiere.  Camminando in mezzo ai miei compagni e compagne, finalmente non tutti miei coetanei e coetanee, mi è tornato alla mente un altro ricordo genovese: le lotte contro la Mostra Navale Bellica degli anni ’80. Costruire armi “dà lavoro” si dice da sempre e si diceva anche allora. Da oltre 25 anni manifesto, con pochi compagni e compagne ogni mercoledì sui gradini del Palazzo Ducale, il palazzo del G8, contro tutte le guerre.  “Costruire armi dà lavoro”, ci hanno ripetuto circa cinquemila volte le persone a cui consegnavamo i volantini. E’ da allora che cerchiamo di rispondere che anche l’arte, la salute, la cultura danno lavoro e che la differenza tra costruire armi e fare altro è negli enormi profitti che l’industria bellica dà ai suoi azionisti. Il fatturato della Leonardo spa è cresciuto enormemente da quando i teatri di guerra nel mondo si sono moltiplicati. E in proporzione si sono moltiplicati i compensi del suo amministratore delegato. Quando abbiamo cominciato a manifestare sui gradini del Palazzo Ducale Greta Thunberg non era ancora nata. Chissà se le farebbe piacere sapere che aveva dei compagni e compagne lontani, durante le sue manifestazioni solitarie per il clima davanti al Parlamento svedese e che prima o poi li avrebbe incontrati in piazza. E che anche loro avrebbero cercato di ricordare ai passanti che la guerra distrugge risorse, ambienti, vite e non risolve alcun problema, come sta dimostrando l’Ucraina. “E basta con ‘ste patrie!” recita uno striscione dei pacifisti e delle pacifiste dell’Ora in silenzio per la pace, ai quali, laici e cattolici, piace citare Don Milani: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.” (L’obbedienza non è più una virtù) Il corteo genovese di oggi è figlio anche della Global Sumud Flotilla.  Non c’era altro da fare, avranno certo pensato i partecipanti quando si sono imbarcati pieni di grandi speranze e, immagino, di grande paura. L’ingiustizia contro i palestinesi era troppo grande per accettarla in silenzio. E probabilmente molti e molte dei partecipanti, ideologicamente molto lontani dalla teoria e dalla pratica della nonviolenza, non avrebbero mai pensato che una volta nella vita avrebbero camminato, anzi, navigato, sulle orme di Gandhi… Gli incontri sono il bello dei cortei: anch’io ne ho fatti molti stamattina. E anch’io ho cercato tra la moltitudine dei miei compagni e compagne persone che so bene non avrei potuto incontrare, perché hanno lasciato questa vita: come Stefano Kovac, presidente di ARCI Genova, deceduto proprio oggi, o come Don Gallo, che non sarebbe mancato per niente al mondo. Ma c’era anche il più piccolino dei partecipanti, figlio di un mio ex alunno, poco più di un mese di vita… Hai un bel record, ragazzino! Tocca a te, ora! L’irriducibile Papillon del film di Franklin J. Schaffner, (“incorreggibile” l’avrebbero chiamato i giudici francesi) mentre fugge dall’Isola del Diavolo su una zattera ridicola, alza il pugno e grida: “Sono ancora vivo!” Grazie ai portuali, a Greta, a Francesca Albanese, alla Global Sumud Flotilla, agli obiettori e obiettrici di coscienza dell’esercito israeliano,  ai e alle manifestanti  anonimi  di Genova, di Seattle, di Torino, di Roma: siamo ancora vivi. Siamo ancora vive.   Redazione Italia
“Rebuild justice – Ricostruire la giustizia”, incontro all’Università Roma Tre
Sabato 29 novembre 2025, dalle ore 10:30 alle 13:00, l’Aula Magna di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre ospiterà l’iniziativa pubblica “Rebuild justice – Ricostruire la giustizia”, promossa dalla delegazione italiana del Global Movement to Gaza (GMTG) e dalla Global Sumud Flotilla (GSF). L’incontro si svolge in una data simbolica come la Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese e sarà dedicato a una riflessione rigorosa e plurale sul nesso tra giustizia, diritti umani e diritto internazionale, con particolare attenzione alla catastrofe umanitaria in Palestina e alle responsabilità della comunità internazionale. Inoltre, durante l’evento saranno annunciati i dettagli della prossima missione della Global Sumud Flotilla. “Parlare di Palestina oggi significa parlare del futuro della giustizia internazionale” afferma Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza. “Il genocidio in corso mette alla prova la nostra capacità di difendere i diritti umani ovunque siano violati. Con questa iniziativa vogliamo costruire uno spazio di confronto che metta al centro il diritto, la dignità delle persone e la responsabilità di chi ha voce nello spazio pubblico, in un tempo in cui la retorica della sicurezza e della forza spesso oscura il linguaggio del diritto”. All’evento interverranno, tra gli altri, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati e promotrice dell’evento, Greta Thunberg, attivista per il clima e la giustizia climatica, Thiago Ávila, attivista e membro dello Steering Committee GSF, l’artista Alex Braga, insieme ad altre e altri rappresentanti del mondo della cultura, della società civile, del cinema e della musica italiana. I panel saranno moderati dal giornalista e scrittore Giulio Cavalli, i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici (Tlon). In collegamento da remoto parteciperanno inoltre Ezzedine Shlah, fondatore del Gaza International Film Festival for Women e Ahmed Muin, attivista, musicista e maestro di musica a Gaza.   Global Movement to Gaza