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La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla riparte dai porti italiani
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla salperà da innumerevoli porti italiani nel corso del prossimo mese, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla parteciperanno medici, costruttori, educatori e altri figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della  produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Livorno 22 marzo Ancona 22 marzo Civitavecchia 29 marzo Napoli 29 marzo Bari 4-7 aprile Appuntamenti in altri porti italiani sono in via di definizione e saranno comunicati nei prossimi aggiornamenti. Comunicare in anticipo la presenza presso uno degli eventi al form seguente che riporta gli orari:  https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Com’è il cielo in Palestina? L’arte si unisce alla Global Sumud Flotilla
Il progetto di Giovanni Gaggia si unisce alla prossima missione. Cento bandiere salperanno ad aprile per Gaza. Il Global Movement to Gaza riunisce organizzatori e partecipanti della Marcia Globale verso Gaza, svoltasi in Egitto nel giugno 2025. Il movimento rappresenta uno dei bracci operativi della più ampia Global Sumud Flotilla, insieme alle delegazioni della Freedom Flotilla Coalition e del Convoglio Sumud, uniti in uno sforzo comune per porre fine all’assedio israeliano di Gaza e consegnare aiuti umanitari attraverso un’azione coordinata e nonviolenta. L’obiettivo è chiaro: rompere pacificamente il blocco imposto a Gaza e portare cibo e aiuti medici urgentemente necessari a una popolazione stremata. Dopo la prima missione del settembre 2025, ad aprile 2026 partirà una seconda missione civile e nonviolenta via mare: più partecipata, più determinata e ancora più imponente, diretta a Gaza. La missione è promossa dal Global Movement to Gaza e dalla Global Sumud Flotilla e partirà anche dall’Italia, dal porto di Augusta. Questa volta anche l’arte sarà parte integrante della traversata, con la grande opera collettiva di Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?”: un progetto processuale tra memoria, attivismo e resistenza. L’iniziativa nasce dalla società civile e intende rompere il silenzio sull’assedio che da anni colpisce la popolazione palestinese, richiamando con forza il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. L’opera si compone di parole. È tempo di restituire importanza e peso alle parole che utilizziamo: parole che se scelte con responsabilità e umanità, lontano da pregiudizi, da logiche di convenienza e da meri interessi di parte, hanno il potere di cambiare la storia. L’arte, in questo caso, accoglie l’invito a sostenere la missione, seguendola, raccontandola, trasformandola e contribuendo a dare visibilità ai fatti e alla mobilitazione della società civile. Un’opera d’arte, così come ogni voce, in particolare quella della stampa, può fare la differenza nel mantenere alta l’attenzione sull’urgenza di difendere i diritti umani e la dignità della popolazione palestinese. In preparazione alla missione, il 21 marzo 2026 a Roma, dalle 15.00 presso il CSOA Ex SNIA (via Prenestina 173), si terrà una giornata di confronto con un’assemblea nazionale sulla Palestina, aperta a tutte le realtà solidali con la causa. Tra i promotori Thousand Madleens to Gaza Italia (che partiranno insieme a GSF). Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo momenti di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo, Roma. Le bandiere inizieranno a essere issate il 22 marzo ad Ancona; tra queste, il vessillo realizzato dall’artista con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, che salperà con l’ammiraglia il 29 marzo a Civitavecchia, per confluire tutte nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Com’è il cielo in Palestina? è un’opera processuale nata nel 2023 nell’ambito di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, poi sviluppatasi in una grande installazione presentata alla Casa della Memoria di Milano. Il progetto ha quindi proseguito il suo percorso in forma diffusa in diverse città italiane — Nuoro, Catania e Jesi — coinvolgendo mostre, scuole e laboratori di arte partecipata e continua a crescere come pratica collettiva che attiva territori e comunità. L’intero percorso sarà raccontato in un saggio di prossima pubblicazione. Un cammino che non si interrompe e che contribuisce a mantenere viva l’attenzione su Gaza in un momento in cui l’interesse mediatico appare affievolito. Il lavoro di Gaggia invita a una presa di posizione contro l’inerzia e la rassegnazione: ogni coperta diventa bandiera e voce collettiva, capace di portare un messaggio di solidarietà. Le frasi ricamate, mantenute nella lingua originale, raccontano dolore e assedio, ma anche la speranza di un cielo condiviso oltre muri e confini. Un mantra di pace e comunanza pronto a viaggiare verso Gaza e oltre, per continuare a tessere resistenza e sostegno Il progetto si è progressivamente ampliato grazie al contributo di comunità di diverse città italiane, diventando un’opera collettiva e diffusa che può vivere anche senza la presenza diretta dell’artista: le testimonianze vengono “adottate” e ricamate dalle comunità. Questo processo partecipativo si è intrecciato con iniziative di solidarietà, tra cui il Global Movement to Gaza e la Global Sumud Flotilla. Per la nuova missione, un componimento ricevuto da Silvia Severini mentre si trovava a bordo della Global Sumud verrà suddiviso in 100 parti e ricamato su 100 bandiere della Palestina, che si imbarcheranno sulle navi della flottiglia. Sulla nave ammiraglia salperà invece la frase di Vittorio Arrigoni, “Restiamo umani”, ricamata da Giovanni Gaggia in occasione del quindicennale della sua morte, avvenuta proprio nella Striscia di Gaza. Il componimento è una voce da Gaza che accompagnerà la missione, una lettera che continua ad attraversare il mare: Alla mia cara amica che ora naviga verso di noi attraverso il mare, so che la distanza è grande e che non hai possibilità di comunicare con me, ma il mio cuore ti accompagna in ogni onda e in ogni brezza che spinge la tua nave verso le coste di Gaza. La tua presenza a bordo di questa flottiglia non è soltanto un viaggio: è un grande messaggio umanitario, una testimonianza che il mondo non ha dimenticato Gaza e i suoi bambini. Qui attendiamo il suono della sirena della tua nave come chi, assetato, attende una goccia d’acqua. Aspettiamo il tuo arrivo con un cuore colmo di speranza in mezzo al dolore. Voglio che tu sappia che il tuo coraggio ci dona a Gaza una forza raddoppiata e che un solo tuo sorriso al tuo arrivo vale per noi un’intera vita. Per quanto il tuo viaggio sia difficile e pericoloso, ci basta sapere che hai scelto di stare con noi, invece di guardarci da lontano. Che tu torni o rimanga, il tuo nome resterà inciso nei nostri cuori. Racconteremo ai nostri bambini che hai attraversato il mare per noi, portando luce in un momento di oscurità. Stammi bene, amica mia. Ti aspettiamo pregando, con le mani alzate al cielo perché tu possa arrivare sana e salva.  Khaled Informazioni https://www.cieloinpalestina.it/ https://www.globalsumudflotilla.org/ Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Global Sumud Flotilla: La Spring Mission 2026 è pronta a salpare.
La Flotilla salpa ancora, per portare ancora il grido contro l'assedio illegale, un ponte di solidarietà tra l’Italia e Gaza. Salpiamo di nuovo perché è necessario ripartire. Non possiamo osservare ancora: rompiamo l’assedio illegale e fermiamo la guerra.   Quando le istituzioni falliscono, i popoli devono rialzarsi.  Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza: ogni tappa è un passo verso la libertà.  Ne parliamo con Antonio, referente del gruppo comunicazione GSF Italia.   
March 18, 2026
Radio Onda Rossa
“Dalla terra al mare”. Evento di raccolta fondi a sostegno della missione via mare della Global Sumud Flotilla in partenza a metà aprile
Giovedì 20 marzo 2026, ore 19 BASE Milano – Ground Hall – Entrance A Via Bergognone 34, Milano Ingresso libero  Talk con la partecipazione di attiviste della Global Sumud Flotilla e Global Movement to Gaza e di Lorenzo Baldi, regista documentarista. Proiezione in anteprima del documentario “Dalla terra al mare”, che esplora la vicenda intima dei partecipanti alla missione della Global Sumud Flotilla 2025 e il Global Uprising che la Flotilla ha acceso e che continua a moltiplicarsi contro la guerra, il colonialismo e lo sfruttamento in tutto il mondo. A seguire dj set di musica elettronica con una selezione di tracce di producer palestinesi, arabi e vicin* alle lotte di liberazione in tutto il mondo. Link per la raccolta fondi https://chuffed.org/fundraiser/global-movement-to-gaza-italia-fee439 Nota sull’anteprima del documentario: Il film è in anteprima, nel senso che non è ancora finalizzato. Non solo necessita di varie rifiniture, ma è aperto a cambiare in base a: -nuovi eventi legati alla Flotilla -il tipo di distribuzione che riuscirà ad avere (in spazi sociali, in sala, in festival, in eventi appositi) Un progetto aperto anche a seconda delle collaborazioni che riusciremo a intrecciare nelle altre missioni e sul piano post-produttivo e distributivo. Questa proiezione non è pensata per la critica cinematografica o per un pubblico di appassionati di documentari (a cui al contrario si cercherà di arrivare nelle sedi e con una versione più opportuna), ma per un pubblico ampio interessato alla Flotilla e alla questione palestinese.   Global Movement to Gaza
March 18, 2026
Pressenza
“Sudari. Elegia per Gaza”. Incontro con Paola Caridi
Sabato 14 marzo presso il CRE.ZI.PLUS ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo è stata presentata l’ultima pubblicazione di Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli 2025. Hanno dialogato con l’autrice la scrittrice Evelina Santangelo e Giusto Catania, Dirigente scolastico dell’I.C. “Giuliana Saladino” di Palermo.  È stato un incontro partecipato, intenso, che ha coinvolto in un ascolto attento e in un dibattito interrotto solo dal limite di tempo, la numerosa platea che ha affollato la sala.  Ad ispirare la prosa elegiaca di questo volumetto — come precisa l’autrice — sono state le immagini dei sudari che i fotografi palestinesi sono riusciti, prima di essere uccisi, a consegnare al mondo, nel tentativo estremo di documentare l’efferatezza che, all’indomani del terribile attacco del 7 ottobre, si è abbattuta indiscriminatamente sui civili della Striscia di Gaza.  Sudari, dunque: quei tessuti di mussola o cotone bianchi che, secondo la tradizione islamica – ma non solo – avvolgono i corpi dei morti, più di ogni altra cosa sono diventati presenza e simbolo di quel genocidio che da oltre due anni è entrato nelle nostre case attraverso le devastanti immagini di bombardamenti su un intero territorio, raso al suolo, di tendopoli allagate, di lunghe file di camion fermi ai valichi, di uomini e bambini ammassati in attesa di una porzione di cibo.  Sudari bianchi, ormai irreperibili perché non più sufficienti a coprire il numero sempre crescente di morti: ora di plastica, ora di tessuto colorato, allineati gli uni accanto agli altri sulla terra, sulle macerie, ricordano a tutti noi che, avvolte o “incartate” in quei lenzuoli, fino a poche ore prima pulsavano vite che, pur costrette dentro quelle mura che definiscono – asserragliandola –  “la più grande prigione a cielo aperto”, osavano vivere, sperare, sognare.  Lenzuoli che, nel silenzio della morte che pietosamente avvolgono, diventano grido di dolore e denuncia. Perché quei sudari nel coprire quei corpi, in realtà li disvelano, strappando all’oblio quelle vite, gridandone i nomi. Abituati come siamo a sentire, senza veramente ascoltare, quel tragico bollettino che tristemente aggiorna il numero di feriti e di morti, il numero di ospedali, scuole, abitazioni abbattute, dimentichiamo che dietro quei numeri c’erano uomini, donne, bambini; che dentro quelle abitazioni, quegli ospedali, quelle scuole la gente di Gaza continuava a studiare, operare, curare, cucinare, giocare, pregare: vivere, nonostante e a dispetto di tutte le restrizioni imposte. Dopo una lunga storia, che non parte certo da quel terribile 7 Ottobre 2023 (in cui sono stati uccisi 1200 uomini e donne israeliani e fatti 251 ostaggi – di cui 168 tornati vivi ) ma almeno dal 1948, su Gaza si è abbattuta una violenza tanto inaudita quanto pianificata. Non certo frutto di “effetti collaterali”, essa, come peraltro emerso dalle numerose dichiarazioni di funzionari governativi e militari israeliani e da documenti, ha risposto a una precisa volontà di distruzione della popolazione palestinese, non solo togliendo la possibilità di vivere il presente e di immaginare un futuro, ma cercando di cancellarne la Storia attraverso la distruzione di archivi, biblioteche, siti storici.  Come ci ricorda Paola Caridi nel corso di questo appassionante incontro, Gaza ha ben 5000 anni di Storia: porto sulla via dell’incenso e delle spezie, crocevia di popoli e di imperi, ha visto susseguirsi egizi, fenici, romani, bizantini, arabi e ottomani. Cinta da mura e dominata da una porta, la città è stata centro di una importante scuola teologica e della storia biblica di Sansone, che ci è stata tramandata attraverso una ponderosa iconografia.  Questa Storia millenaria, mortificata e mutilata, caparbiamente riemerge da fuori Gaza: non a caso, è stata allestita una importante mostra di archeologia e arte contemporanea che si terrà a Torino a partire dal 21 aprile 2026  – dal titolo “GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”  – con lo scopo di restituire al mondo la dignità di una terra in cui si è sviluppata una civiltà che non può e non deve essere obliata.  Sudari: lenzuoli di dirompente forza evocativa e simbolica, capaci di mettere in dialogo culture, popoli, riti: sudari come la Sacra Sindone che ricopre il corpo del Cristo morto; come il telo che avvolge l’angelo dell’Annunciazione a San Matteo di Caravaggio in San Luigi dei Francesi; come le bende che avvolgono Lazzaro. Sudari come il cretto di Burri, velo di cemento bianco che pietosamente si posa sulle macerie di Gibellina distrutta dal terribile terremoto del 1968; sudari di cemento che costringono e isolano i corpi dei prigionieri nelle carceri israeliane….   Sudari, simbolo di dolore e di pietà, non di resa. Essi rappresentano la resistenza di chi grida “non in mio nome” denunciando così lo scollamento tra il proprio sentire e le azioni intraprese da chi detiene il potere di determinare le sorti di questo mondo fratricida.  Ecco che quei sudari sono diventati segno di denuncia e di protesta animando una delle molteplici iniziative de  “L’ultimo giorno di Gaza” nato il 9 maggio 2025 ad opera di un gruppo di intellettuali (di cui fa parte la stessa Paola Caridi assieme a  Tomaso Montanari, Evelina Santangelo, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, e Francesco Pallante) con l’obiettivo di rompere il silenzio attorno al genocidio di Gaza.  L’appello ha avuto una grandissima eco in tutte le città, fino ai centri più piccoli, marginali, dove lenzuoli appesi ai balconi sono stati segno di denuncia contro il genocidio e di vicinanza alla popolazione di Gaza.  A Palermo, come opportunamente ricordato da Giusto Catania e Evelina Santangelo, i lenzuoli bianchi hanno avuto un forte impatto evocativo, riportando la memoria dei cittadini all’iniziativa promossa dall’indimenticata Giuliana Saladino nel 1992 dopo le due stragi di mafia. Immagini vive che ancora parlano al cuore dei palermitani, ricordando uno dei periodi più bui ma anche di grande passione civile, capace di unire la città nel suo grido di protesta contro la mafia e le sue connivenze.  Anche all’iniziativa del 9 maggio 2025 la gente da tutta Italia ha risposto con entusiasmo, superando le aspettative degli organizzatori e abbracciando simbolicamente i gazawi. Con il semplice sventolare di un drappo bianco o di un  lenzuolo, leggero e silenzioso, si è fatto sentire forte e unanime il grido contro il genocidio.  Conoscere le storie al di là di quanto raccontato dai media mainstream  – che molto occultano, molto travisano e poco raccontano –  significa acquisire una conoscenza che interpella la nostra coscienza e muove alla denuncia e al grido di una protesta pacifica, ma determinata e pervicace, nel riabilitare il diritto alla vita e alla pace. È una conoscenza che comporta anche la memoria di una storia che ci appartiene e che ci insegna: memoria ad esempio della nostra Costituzione italiana, opera di quei grandi uomini costituenti che, a partire dalle loro diverse posizioni politiche, hanno redatto un documento capolavoro di civiltà, solidarietà, giustizia, umanità, in cui non a caso viene affermato il ripudio della guerra.  “Ripudio”, termine scelto dal grande lavoro di cesello fatto dai nostri costituenti che hanno così voluto affermare il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, ponendola al di fuori della legittimità costituzionale. Ciò implica sondare tutte le possibilità di soluzione pacifica dei conflitti, ma prima ancora, agire con oculate politiche di prevenzione al conflitto; significa, altresì, come ribadito da Caridi, non supportare militarmente i paesi in guerra e boicottare chi commette genocidi.  L’Europa, invece, proprio su Gaza si è frammentata: prona a Stati Uniti e Israele, ha dimenticato quei principi di dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e diritti umani su cui aveva posto le sue basi. Così, mentre a Gaza continuano gli attacchi israeliani, la Cisgiordania è ormai appannaggio di esercito e di coloni e l’aggressività di Israele si allarga al Libano e all’Iran con il complice supporto degli Stati Uniti, l’Europa rimane afona, rivelando ai suoi cittadini e al mondo intero tutta la sua tragica inconsistenza.   “Che fare, se né il grande movimento di società civile contro il genocidio e contro le guerre, né l’esperienza luminosa della Global Sumud Flotilla sono riusciti a sortire effetti, mentre assistiamo impotenti a uno scenario ogni giorno sempre più devastante?”  Domanda, questa, che chiude un appassionato dibattito che sarebbe potuto continuare visti i numerosi e importanti spunti emersi durante l’incontro. Ma alla domanda, che sicuramente interpreta il sentire dei presenti, non c’è una risposta risolutiva. Non si può fare altro che continuare a tenere alta l’attenzione, parlando, promuovendo incontri, testimoniando attraverso le varie forme di espressione artistica e di comunicazione il proprio dissenso pacificamente e con determinazione. Per far sì che questo movimento di un’umanità impotente, ma resiliente, giunga alle orecchie di coloro che hanno in mano le redini del mondo e che, d’altro canto, la giustizia internazionale chieda il conto di questo e di tutti i genocidi, affinché guerre e genocidi finalmente escano, e per sempre, dalla Storia.   Si conclude così un incontro caldo e intenso,  di alto spessore politico e culturale che ha riunito persone accomunate dal desiderio di capire e confrontarsi, nella speranza che si metta un argine al baratro che stiamo vivendo. Con Gaza nel cuore.  Redazione Palermo
March 16, 2026
Pressenza
Un movimento oceanico
Hanno scelto di destabilizzare un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili che minacciano l’intera umanità. Nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entrano brutalmente nelle nostre vite, rendendole più difficili dal punto di vista materiale e limitando qualsiasi forma di dissenso. I rimedi non arriveranno dagli Stati e nemmeno dalle agenzie internazionali. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli… – scrive Marco Revelli. Riportiamo la parte finale della sua riflessione, rimandando al sito Comune-info per la lettura integrale […] Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto. Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina – portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze. Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista. In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato. Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa, il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.   Comune-info
March 15, 2026
Pressenza
Arrestati a Tunisi cinque organizzatori della Global Sumud Flotilla
Dopo la violenta repressione preventiva e punitiva dei giorni scorsi, in questo momento sono ancora in stato di arresto a Tunisi, dove si era riunito il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, sei organizzatori tunisini. Un’attivista ha riportato la frattura di un braccio. Nessuno si aspettava un intervento del reparto antiterrorismo tunisino, anche perché si sta preparando una missione nonviolenta nel pieno rispetto della legalità internazionale. Questa situazione allucinante e inaccettabile segna un cambio di passo nella complicità dei governi con il regime criminale di Netanyahu, che ha chiuso di nuovo i valichi per Gaza impedendo il passaggio di aiuti umanitari. Gaza è un campo di sterminio e la Global Sumud Flotilla vuole portare un sollievo concreto alle famiglie palestinesi stremate dalla fame. Il governo italiano complice del genocidio si appresta a varare una legge bavaglio per impedire qualsiasi critica a Israele, accusando di antisemitismo chiunque osi raccontare la verità dei fatti. Riportiamo una sintesi del comunicato del 6 marzo della Global Sumud Flotilla: “La Global Sumud Flotilla (GSF) condanna fermamente l’arresto, avvenuto oggi, degli organizzatori tunisini locali della GSF Wael Nouar, Jawaher Channa, Nabil Chanoufi, Sana Msahli e Mohammed Amin Belnour, trattenuti a Sidi Bou Said (Tunisia) dall’unità antiterrorismo della polizia tunisina. L’arresto fa seguito a una serie di azioni allarmanti da parte delle autorità tunisine avvenute negli ultimi giorni, che hanno preso di mira attività pacifiche di solidarietà con Gaza legate alla Global Sumud Flotilla. Il 4 marzo, la polizia tunisina ha impedito con la violenza a una delegazione di oltre venti membri del comitato direttivo della GSF, nonché ad organizzatori locali e internazionali, di arrivare al porto di Sidi Bou Said, dove avevano programmato di incontrare e ringraziare i lavoratori portuali tunisini che hanno mostrato solidarietà alla Palestina e sostenuto la flottiglia. L’incontro era stato pianificato in anticipo e disponeva delle autorizzazioni richieste dalle autorità tunisine. Tuttavia, poco prima dell’inizio dell’azione, i permessi sono stati revocati bruscamente senza alcuna spiegazione. L’arresto degli organizzatori tunisini della GSF, insieme alla ripetuta sospensione degli incontri legali, rappresentano un’escalation profondamente preoccupante e un’inquietante deviazione dalla lunga storia di solidarietà pubblica della Tunisia con il popolo palestinese e dagli sforzi internazionali a sostegno di Gaza. La Global Sumud Flotilla chiede un chiarimento immediato sulle circostanze di questi arresti e il rapido rilascio degli attivisti. Nonostante queste azioni, la nostra missione rimane invariata. Questa primavera lanceremo nuovamente una storica missione civile dal Mediterraneo a Gaza per sfidare l’assedio israeliano e sostenere il popolo palestinese. Confidiamo che il popolo tunisino, la cui solidarietà con la Palestina è sempre stata forte e visibile, svolgerà ancora una volta un ruolo fondamentale in questo sforzo storico”. Redazione Italia
March 9, 2026
Pressenza
Presidio “Fermiamo la Battaggion SpA”– 5 marzo, Bergamo
Giovedì 5 marzo alle ore 18, in occasione della Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, l’Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla promuove un  presidio pubblico a Bergamo davanti alla Battaggion SpA, in viale Pirovano 6N. Il luogo del presidio è altamente simbolico. Dallo stabilimento della Battaggion SpA partono tecnologie destinate al comparto militare, con esportazioni anche verso Israele.  Il presidio intende chiedere con forza la sospensione di tali forniture e una riconversione verso produzioni esclusivamente civili. L’iniziativa si inserisce in una mobilitazione diffusa su scala nazionale: in diverse città italiane si terranno azioni pubbliche davanti ai luoghi legati al business militare, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui temi del disarmo e contro il ripristino della leva. L’Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla invita la cittadinanza a partecipare e a diffondere l’appello. Ogni presenza contribuisce a rendere visibile una domanda pubblica di disarmo, trasparenza e responsabilità nelle scelte industriali. Appuntamento: Giovedì 5 marzo, ore 18:00 Viale Ernesto Pirovano 6, Bergamo  Equipaggio di Terra della Global Sumud Flottilla Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
La Palestina al centro della partecipazione di Global Movement to Gaza Italia al movimento No Kings
Costruire dei percorsi di collaborazione ampi e resistere saldamente e insieme al posizionamento coloniale dei padroni del mondo che gettano la maschera, dal Board of “Peace”, all’annessione della Cisgiordania, al perdurare della strategia di guerra a trazione USA-Israele Nel contesto internazionale segnato dal protrarsi del genocidio del popolo palestinese e dall’intensificarsi delle politiche di repressione e criminalizzazione della solidarietà in Italia, in Europa e nel mondo, riteniamo necessario compiere un passo ulteriore nella costruzione di alleanze ampie e consapevoli. Le prese di posizione del cosiddetto Board of Peace, corroborate dalle dichiarazioni di Marco Rubio che evocano un ritorno esplicito del paradigma coloniale, a spinta statunitense e israeliana e dalla presenza da osservatore del Ministro Tajani, confermano la necessità di una lettura chiara della fase storica e della totale complicità del governo italiano. La presenza della rappresentanza italiana al Board avviene con disinvoltura nonostante la ferma condanna delle 85 nazioni ai tavoli dell’ONU, che si oppongono con fermezza alle recenti derive del progetto coloniale d’insediamento sionista. Questo arriva alla tappa di annessione della Cisgiordania, strategia “criticata” dal Ministro degli Esteri, come “tentazioni che non aiutano i costruttori di pace e che rischiano di pregiudicare la soluzione a due Stati”. In questa traiettoria, servono a poco le dichiarazioni di Palazzo Chigi e della Farnesina, come quelle di questa mattina, in cui l’Italia si esprime in merito alla costruzione dei percorsi di “pace”, rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana, ma senza una posizione netta che metta in discussione i rapporti di interesse con USA e Israele. Nelle parole di Maria Elena Delia, portavoce di GMTG Italia e parte dello Steering Committee della Global Sumud Flotilla: “La Palestina è sempre il cuore politico e morale della nostra analisi e della nostra pratica. È la chiave attraverso cui leggiamo l’attuale configurazione del potere globale e delle sue articolazioni diffuse nelle nostre geografie locali. E’ il punto in cui si rende evidente l’intreccio tra dominio politico, sfruttamento economico e supremazia culturale che struttura l’ordine internazionale. Intendiamo consolidare la rete ampia di collaborazioni e proseguire insieme una critica sempre più serrata in merito alle scelte ancora pienamente supportate dal governo italiano: il Board of Peace è un insulto al concetto di pace, le parole di Rubio l’ennesimo tentativo di normalizzare la linea colonialista globale a trazione israelo-statunitense, a spese della popolazione palestinese, di quella iraniana e dei sud del mondo”. È in questo quadro che si inserisce la partecipazione di GMTG Italia all’iniziativa internazionale e al percorso di mobilitazioni italiane della rete No Kings, confermando la nostra presenza, e quella della rappresentanza internazionale GSF, all’assemblea convocata per il 1° marzo e sostenendo il presidio presso l’ambasciata USA a Roma nel pomeriggio: ne riconosciamo il valore come spazio di dialogo tra soggettività differenti, in continuità con il percorso Together di UK-USA. Intendiamo aprire a un reciproco supporto, sostenendo l’agenda della rete, nel percorso di opposizione alla guerra e al genocidio, alla repressione e alle derive autoritarie in corso, e di costruzione delle traiettorie sul mutualismo, ma mantenendo la Palestina come cuore politico e morale centrale, nonché terreno comune di convergenza, verso la giornata di mobilitazione internazionale del 28 marzo. In vista della prossima missione in partenza con la Global Sumud Flotilla, ci dedichiamo infatti al consolidamento dei rapporti di vicinanza reciproca con i movimenti e le associazioni solidali alla causa palestinese, alla costruzione di iniziative in stretta collaborazione, prevedendo dei momenti di attivazione civile quali pre-lanci della missione, che avranno luogo su tutto il territorio nazionale, porti e aree interne, nelle settimane precedenti la partenza della nuova flotilla. I prossimi passaggi pubblici e il sostegno alla campagna di fundraising in corso, vogliono trasformare la solidarietà in risorse concrete: organizzare la missione nel miglior modo possibile, documentare le violazioni del diritto internazionale, portare aiuti umanitari ed equipe di professionisti, continuare a costruire alternative dal basso, fondate sul mutualismo e sulla giustizia: oggi più che mai unire forze, risorse e competenze rafforza la rete e la capacità collettiva di incidere. Di fronte al genocidio e alla complicità dei governi, la nostra risposta è chiara: isolare l’apartheid, denunciare le complicità interne e le conseguente strategia repressiva, costruire una rete globale che renda l’oppressione insostenibile. La Palestina è il cuore di questa battaglia: la posta in gioco è il futuro di tutti i popoli. Non chiederemo il permesso per resistere! Global Movement to Gaza
February 28, 2026
Pressenza