“Sudari. Elegia per Gaza”. Incontro con Paola CaridiSabato 14 marzo presso il CRE.ZI.PLUS ai Cantieri Culturali della Zisa di
Palermo è stata presentata l’ultima pubblicazione di Paola Caridi, Sudari.
Elegia per Gaza, Feltrinelli 2025. Hanno dialogato con l’autrice la scrittrice
Evelina Santangelo e Giusto Catania, Dirigente scolastico dell’I.C. “Giuliana
Saladino” di Palermo.
È stato un incontro partecipato, intenso, che ha coinvolto in un ascolto
attento e in un dibattito interrotto solo dal limite di tempo, la numerosa
platea che ha affollato la sala.
Ad ispirare la prosa elegiaca di questo volumetto — come precisa l’autrice —
sono state le immagini dei sudari che i fotografi palestinesi sono riusciti,
prima di essere uccisi, a consegnare al mondo, nel tentativo estremo di
documentare l’efferatezza che, all’indomani del terribile attacco del 7 ottobre,
si è abbattuta indiscriminatamente sui civili della Striscia di Gaza.
Sudari, dunque: quei tessuti di mussola o cotone bianchi che, secondo la
tradizione islamica – ma non solo – avvolgono i corpi dei morti, più di ogni
altra cosa sono diventati presenza e simbolo di quel genocidio che da oltre due
anni è entrato nelle nostre case attraverso le devastanti immagini di
bombardamenti su un intero territorio, raso al suolo, di tendopoli allagate, di
lunghe file di camion fermi ai valichi, di uomini e bambini ammassati in attesa
di una porzione di cibo.
Sudari bianchi, ormai irreperibili perché non più sufficienti a coprire il
numero sempre crescente di morti: ora di plastica, ora di tessuto colorato,
allineati gli uni accanto agli altri sulla terra, sulle macerie, ricordano a
tutti noi che, avvolte o “incartate” in quei lenzuoli, fino a poche ore prima
pulsavano vite che, pur costrette dentro quelle mura che definiscono –
asserragliandola – “la più grande prigione a cielo aperto”, osavano vivere,
sperare, sognare.
Lenzuoli che, nel silenzio della morte che pietosamente avvolgono, diventano
grido di dolore e denuncia. Perché quei sudari nel coprire quei corpi, in realtà
li disvelano, strappando all’oblio quelle vite, gridandone i nomi. Abituati come
siamo a sentire, senza veramente ascoltare, quel tragico bollettino che
tristemente aggiorna il numero di feriti e di morti, il numero di ospedali,
scuole, abitazioni abbattute, dimentichiamo che dietro quei numeri c’erano
uomini, donne, bambini; che dentro quelle abitazioni, quegli ospedali, quelle
scuole la gente di Gaza continuava a studiare, operare, curare, cucinare,
giocare, pregare: vivere, nonostante e a dispetto di tutte le restrizioni
imposte.
Dopo una lunga storia, che non parte certo da quel terribile 7 Ottobre 2023 (in
cui sono stati uccisi 1200 uomini e donne israeliani e fatti 251 ostaggi – di
cui 168 tornati vivi ) ma almeno dal 1948, su Gaza si è abbattuta una violenza
tanto inaudita quanto pianificata. Non certo frutto di “effetti collaterali”,
essa, come peraltro emerso dalle numerose dichiarazioni di funzionari
governativi e militari israeliani e da documenti, ha risposto a una precisa
volontà di distruzione della popolazione palestinese, non solo togliendo la
possibilità di vivere il presente e di immaginare un futuro, ma cercando di
cancellarne la Storia attraverso la distruzione di archivi, biblioteche, siti
storici.
Come ci ricorda Paola Caridi nel corso di questo appassionante incontro, Gaza ha
ben 5000 anni di Storia: porto sulla via dell’incenso e delle spezie, crocevia
di popoli e di imperi, ha visto susseguirsi egizi, fenici, romani, bizantini,
arabi e ottomani. Cinta da mura e dominata da una porta, la città è stata centro
di una importante scuola teologica e della storia biblica di Sansone, che ci è
stata tramandata attraverso una ponderosa iconografia.
Questa Storia millenaria, mortificata e mutilata, caparbiamente riemerge da
fuori Gaza: non a caso, è stata allestita una importante mostra di archeologia e
arte contemporanea che si terrà a Torino a partire dal 21 aprile 2026 – dal
titolo “GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”
– con lo scopo di restituire al mondo la dignità di una terra in cui si è
sviluppata una civiltà che non può e non deve essere obliata.
Sudari: lenzuoli di dirompente forza evocativa e simbolica, capaci di mettere in
dialogo culture, popoli, riti: sudari come la Sacra Sindone che ricopre il corpo
del Cristo morto; come il telo che avvolge l’angelo dell’Annunciazione a San
Matteo di Caravaggio in San Luigi dei Francesi; come le bende che avvolgono
Lazzaro. Sudari come il cretto di Burri, velo di cemento bianco che pietosamente
si posa sulle macerie di Gibellina distrutta dal terribile terremoto del 1968;
sudari di cemento che costringono e isolano i corpi dei prigionieri nelle
carceri israeliane….
Sudari, simbolo di dolore e di pietà, non di resa. Essi rappresentano la
resistenza di chi grida “non in mio nome” denunciando così lo scollamento tra il
proprio sentire e le azioni intraprese da chi detiene il potere di determinare
le sorti di questo mondo fratricida.
Ecco che quei sudari sono diventati segno di denuncia e di protesta animando una
delle molteplici iniziative de “L’ultimo giorno di Gaza” nato il 9 maggio 2025
ad opera di un gruppo di intellettuali (di cui fa parte la stessa Paola Caridi
assieme a Tomaso Montanari, Evelina Santangelo, Claudia Durastanti, Micaela
Frulli, Giuseppe Mazza, e Francesco Pallante) con l’obiettivo di rompere il
silenzio attorno al genocidio di Gaza.
L’appello ha avuto una grandissima eco in tutte le città, fino ai centri più
piccoli, marginali, dove lenzuoli appesi ai balconi sono stati segno di denuncia
contro il genocidio e di vicinanza alla popolazione di Gaza.
A Palermo, come opportunamente ricordato da Giusto Catania e Evelina Santangelo,
i lenzuoli bianchi hanno avuto un forte impatto evocativo, riportando la memoria
dei cittadini all’iniziativa promossa dall’indimenticata Giuliana Saladino nel
1992 dopo le due stragi di mafia. Immagini vive che ancora parlano al cuore dei
palermitani, ricordando uno dei periodi più bui ma anche di grande passione
civile, capace di unire la città nel suo grido di protesta contro la mafia e le
sue connivenze.
Anche all’iniziativa del 9 maggio 2025 la gente da tutta Italia ha risposto con
entusiasmo, superando le aspettative degli organizzatori e abbracciando
simbolicamente i gazawi. Con il semplice sventolare di un drappo bianco o di un
lenzuolo, leggero e silenzioso, si è fatto sentire forte e unanime il grido
contro il genocidio.
Conoscere le storie al di là di quanto raccontato dai media mainstream – che
molto occultano, molto travisano e poco raccontano – significa acquisire una
conoscenza che interpella la nostra coscienza e muove alla denuncia e al grido
di una protesta pacifica, ma determinata e pervicace, nel riabilitare il diritto
alla vita e alla pace. È una conoscenza che comporta anche la memoria di una
storia che ci appartiene e che ci insegna: memoria ad esempio della nostra
Costituzione italiana, opera di quei grandi uomini costituenti che, a partire
dalle loro diverse posizioni politiche, hanno redatto un documento capolavoro di
civiltà, solidarietà, giustizia, umanità, in cui non a caso viene affermato il
ripudio della guerra.
“Ripudio”, termine scelto dal grande lavoro di cesello fatto dai nostri
costituenti che hanno così voluto affermare il rifiuto della guerra come mezzo
di risoluzione dei conflitti, ponendola al di fuori della legittimità
costituzionale. Ciò implica sondare tutte le possibilità di soluzione pacifica
dei conflitti, ma prima ancora, agire con oculate politiche di prevenzione al
conflitto; significa, altresì, come ribadito da Caridi, non supportare
militarmente i paesi in guerra e boicottare chi commette genocidi.
L’Europa, invece, proprio su Gaza si è frammentata: prona a Stati Uniti e
Israele, ha dimenticato quei principi di
dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e diritti umani su cui aveva
posto le sue basi. Così, mentre a Gaza continuano gli attacchi israeliani, la
Cisgiordania è ormai appannaggio di esercito e di coloni e l’aggressività di
Israele si allarga al Libano e all’Iran con il complice supporto degli Stati
Uniti, l’Europa rimane afona, rivelando ai suoi cittadini e al mondo intero
tutta la sua tragica inconsistenza.
“Che fare, se né il grande movimento di società civile contro il genocidio e
contro le guerre, né l’esperienza luminosa della Global Sumud Flotilla sono
riusciti a sortire effetti, mentre assistiamo impotenti a uno scenario ogni
giorno sempre più devastante?”
Domanda, questa, che chiude un appassionato dibattito che sarebbe potuto
continuare visti i numerosi e importanti spunti emersi durante l’incontro.
Ma alla domanda, che sicuramente interpreta il sentire dei presenti, non c’è una
risposta risolutiva. Non si può fare altro che continuare a tenere alta
l’attenzione, parlando, promuovendo incontri, testimoniando attraverso le varie
forme di espressione artistica e di comunicazione il proprio dissenso
pacificamente e con determinazione. Per far sì che questo movimento di
un’umanità impotente, ma resiliente, giunga alle orecchie di coloro che hanno in
mano le redini del mondo e che, d’altro canto, la giustizia internazionale
chieda il conto di questo e di tutti i genocidi, affinché guerre e genocidi
finalmente escano, e per sempre, dalla Storia.
Si conclude così un incontro caldo e intenso, di alto spessore politico e
culturale che ha riunito persone accomunate dal desiderio di capire e
confrontarsi, nella speranza che si metta un argine al baratro che stiamo
vivendo. Con Gaza nel cuore.
Redazione Palermo