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Le basi USA in Italia sono una minaccia per la pace, la democrazia e la nostra sicurezza
Le basi militari americane in Italia non sono tutte della NATO, alcune sono il frutto degli accordi post-bellici con un Paese vincitore (gli USA) che decise, all’indomani della Seconda guerra mondiale, di dislocare truppe e logistica militare in varie regioni del paese, in aree giudicate strategiche. Le basi USA sono un importante ingranaggio della macchina da guerra statunitense, ma hanno anche una funzione logistica in caso di guerre combattute in altre aree del Globo, specie quelle nell’area mediorientale e mediterranea. Le funzioni originarie erano anche di deterrenza, o di aperta minaccia, in Paesi nei quali operavano forti e radicati movimenti comunisti (come appunto in Italia). Nel corso degli anni alcune basi sono state ripensate, diminuiti i militari effettivi, le basi sono rimaste al loro posto adeguandosi via via ai nuovi scenari di guerra, compatibilmente con gli interessi e le necessità dell’apparato bellico statunitense, del resto quali e quanti armi siano custodite in basi USA dislocate in territorio italiano non è dato sapere. Per ricevere informazioni abbiamo atteso decenni acquisendole solo grazie a Wiki­leaks, nella seconda metà del dopo guerra le basi sono servite per addestrare Gladio in funzione anticomunista. Il nostro Paese ha garantito fino ai nostri giorni una piattaforma geostrategica unica in Europa alle forze militari americane, Camp Darby è definita da più parti una delle basi militari più grandi tra quelle fuori dal continente USA. E sulla presenza militare statunitense in Italia leggiamo: «Oggi le installazioni militari statunitensi operative in Italia sono otto, distribuite lungo tutta la penisola con funzioni complementari. Ospitano complessivamente oltre 12.000 militari, ai quali si aggiungono i più di 21.000 della VI Flotta della US Navy – con 40 navi e 175 aerei – di stanza nel Mediterraneo con base a Napoli» (clicca qui). Il dispositivo militare USA in Italia, dentro e fuori la NATO, è assai ramificato, come leggiamo su Il Fatto Quotidiano: «nel Mediterraneo e nel fianco sud della NATO, il territorio italiano è uno dei principali nodi logistici della presenza militare americana. In Italia operano circa tredicimila militari statunitensi distribuiti in decine di infrastrutture, in un sistema regolato da tre diversi trattati: il NATO Sofa del 1951, il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e il Memorandum d’Intesa “Shell Agreement” del 1995». E, ancora, sempre dalla stessa fonte un ulteriore passaggio esemplificativo del ruolo strategico dell’Italia: «Se Aviano e Ghedi rappresentano il vertice della deterrenza nucleare, il baricentro operativo verso il Mediterraneo si trova in Sicilia, nella base di Sigonella. L’installazione è un hub aeronavale per la marina statunitense e ospita droni da sorveglianza e velivoli da ricognizione. Fondamentale in questo quadrante è anche la base di Niscemi, dove opera il MUOS, un potente sistema di comunicazioni satellitari che garantisce il collegamento tra tutti i velivoli, droni, navi e sottomarini americani. Accanto ai poli operativi esistono nodi logistici fondamentali come Camp Darby a Pisa, uno dei maggiori depositi di munizioni USA fuori dal territorio americano. Nel Veneto, a Vicenza, il complesso di Caserma Ederle ospita il quartier generale delle forze terrestri statunitensi in Italia». È bene sapere che il contenuto degli accordi bilaterali che regolano l’uso delle basi sono in gran parte segreti, dal versante italico c’è tutto l’interesse a non diffondere dati e contenuti, qualcosa sappiamo invece dagli USA con il Governo americano che stipula contratti con le aziende produttrici di armi destinate al Mediterraneo ossia alle basi USA sui nostri territori, per fare un esempio i droni della Global Hawk a Sigonella. L’Italia nel corso degli anni ha sempre risposto positivamente alle richieste USA prova ne sia quanto avvenuto con la base di Camp Darby collegata via acqua al porto di Livorno e via ferrovia alla rete infrastrutturale civile. Il ruolo degli Enti locali in queste opere è stato di attiva collaborazione, al resto ci hanno pensato politici locali e nazionali imponendo l’obbligo di riservatezza a tutela della sicurezza nazionale e internazionale, quell’obbligo agitato insieme al Codice penale che prevede anni di carcere per chi diffonda notizie che la popolazione locale dovrebbe invece avere specie in tempi di guerra. Le basi USA sono una minaccia per la pace, lo sono state per la democrazia e lo sono oggi per la nostra sicurezza. Ecco perché abbiamo organizzato un presidio venerdì 10 aprile scorso a Pisa, ore 16 Piazza XX settembre. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Nessuna partecipazione a progetti di riarmo e militarizzazione: basi NATO e USA avamposti di guerra
Ci stiamo trasformando in una economia di guerra? Stando a un report commissionato da Banca Etica siamo dinanzi a un giro di affari colossale e in continua crescita, parliamo di oltre 959 miliardi di dollari provenienti dalle istituzioni finanziarie a supporto della produzione e del commercio di armi. E i luoghi di lavoro sono soggetti a feroci militarizzazioni, scioperare contro il trasporto di armi via ferrovia o attraverso porti e aeroporti sta diventando sempre più difficile per gli interventi della Commissione di garanzia e perché in nome della difesa nazionale ed internazionale si intende tappare la bocca ai lavoratori e alle lavoratrici che non vogliono rendersi complici della guerra e del riarmo. La Finanziarizzazione della guerra alimenta i conflitti perché i processi speculativi in campo economico e finanziario sono parti dirimenti di questo processo che vede non solo la riconversione di produzioni civili in militari, magari con l’assenso del sindacato che a tutela dell’occupazione ha avallato la produzione di nocività e il sostegno al riarmo, ma anche un giro di affari inimmaginabile.  Mediobanca parla di un rendimento azionario delle aziende della difesa attorno a +72,2% tra il 2022 e il 2024, investire in titoli azionari di imprese produttrici di armi significa accumulare utili superiori del 350 per cento di normali linee di investimenti E i processi di riconversione riguardano in Germania l’indotto metalmeccanico da anni in crisi, il sindacato ha prima favorito esodi volontari poi rinunciato a chiedere l’adeguamento dei salari al costo della vita e infine in silenzio lascia che la crisi dell’indotto venga risolta assoldando piccole e medie aziende nella produzione di armi. Il sindacato diventa complice del riarmo * Non opponendosi alla guerra attraverso campagne, scioperi e mobilitazioni * Scambiando aumenti contrattuali irrisori con istituti contrattuali divisivi * Favorendo la speculazione finanziaria attorno a titoli di imprese belliche (e i fondi pensioni del nord Europa non lesinano acquisizione di azioni destinate a grandi utili) * Non opponendosi alle spese militari al 5% del Pil deciso nell’ultimo summit Nato. Per trovare questi soldi taglieranno il welfare, i fondi destinati al sociale * Facendo credere che sottostare al riarmo e all’economia di guerra saranno salvati i posti di lavoro come quando accettavano produzioni nocive con lo spettro dei licenziamenti Si dimentica invece che * Il settore della produzione di armi non è ad alta intensità di manodopera. * L’aumento esponenziale della produzione di sistemi di arma non ha generato l’occupazione auspicata anche dai sindacati * Gli effetti della riconversione economica sono tutti da dimostrare, ad esempio qualcuno si è chiesto quali sarebbero gli effetti sul settore dell’auto se ripensato in chiave ecologica? * I processi di militarizzazione partono dalle scuole di ogni ordine e grado, dalla sistematica e incessante presenza di militari in molteplici vesti, di accordi tra Istituti e Ministeri. Ma i cittadini percepiscono la gravità della situazione? Ne dubitiamo fortemente anche alla luce di un articolo pubblicato dal giornalista G. Salvini sul Fatto Quotidiano: Il governo ci prova: contratti per le armi più rapidi e segreti Emendamento della Difesa: bombe, missili e aerei non avranno controlli preventivi Il governo non ha mai nascosto i propri obiettivi sempre che si voglia guardare alla realtà con attenzione e non per mero spirito polemico, del resto la storia recente delle nuove basi militari sul territorio italiano insegna che molte delle procedure seguite sono solo in minima parte rintracciabili sui siti e sui documenti ufficiali. Non è a ora che segretezza e riservatezza attorno al militare determinano la forte contrazione delle informazioni su innumerevoli passaggi, anzi gli emendamenti della Difesa, stando a numerose anticipazioni a mezzo stampa, parlano esplicitamente della fine di ogni controllo preventivo. Procedure semplificate, segretezza dei contratti e appalti militari in deroga alla normativa sugli appalti pubblici sono solo l’atto finale di un lungo percorso che arriva all’emendamento del Ministero della Difesa di cui la edizione domenicale del Fatto Quotidiano riporta ampia notizia prima ancora che sia depositato alla Camera. In attesa allora di conoscere il testo dell’emendamento e dando per buono quanto riportato dal quotidiano non ci resta che guardare ai documenti ufficiali ossia alle spese militari in aumento incluse quelle afferenti a capitoli di bilancio di altri Ministeri (quando parliamo di tecnologie duali a rendere ardua la distinzione tra produzione civile e militare pensiamo anche alla difficoltà di quantificare la spesa militare complessiva suddivisa e parcellizzata su differenti capitoli di bilancio ormai da lustri… Le spese per la difesa nel bilancio dello Stato 2025-2027) Le procedure cambiano, anche in deroga alle norme vigenti, quando le esigenze della politica lo impongono e l’ultima accelerata per accrescere le spese militari, rappresenta una motivazione più che sufficiente a stabilire una sorta di “corsia preferenziale” per i contratti di materiale bellico e militare, vuoi per accelerare l’iter vuoi per evitare troppi passaggi e controlli che aumenterebbero i tempi di realizzazione. E anche in questo caso basta menzionare la norma della tutela primaria della sicurezza nazionale ed internazionale che poi ritroviamo utilizzata da tutti i governi succedutisi negli ultimi anni.  Appena tocchiamo la sfera militare ogni pretesa di trasparenza viene sacrificata sull’altare della sicurezza e dubitiamo fortemente che il Presidente della Repubblica voglia intervenire tempestivamente per invocare il controllo preventivo della Magistratura contabile, sarebbe una autentica sfida agli interessi primari che ruotano attorno alla sfera della sicurezza e del militare. Anche senza parlare di democrazia, trasparenza, correttezza, bisogna prendere atto che da anni non esiste reale sovranità e opportunità per il cittadino consapevole che voglia acquisire informazioni, anzi quell’insieme di procedure pensate un tempo come garanzia del controllo pubblico e della oculatezza di spesa possono anche essere sacrificate sull’altare del 5% del Pil per le spese militari Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università