Emiliano Monge / La materia letteraria del caos
“Nessun inizio è semplice”, annuncia il personaggio della madre, la
protagonista, in Un attimo prima della fine di Emiliano Monge, tradotto da Elisa
Tramontin per La Nuova Frontiera: nessuna storia di vita può essere raccontata
senza ricordare quelle attorno a essa e il modo in cui l’hanno sfiorata e
plasmata, senza avere dinnanzi allo sguardo il resto del mondo e la sua corsa al
progresso. Così questo testo a carica materna, come lo definisce il figlio
intenzionato a dialogare con la donna che l’ha dato alla luce e metterne nero su
bianco l’esistenza, diventa il ritratto di una famiglia tra le tante, segnata
dallo spettro della pazzia.
Al punto di vista della madre e del figlio, infatti, si aggiungono quelli di
sorelle e fratelli, genitori e nonni: nessuno ha nome, la loro identità è
stabilita dal loro ruolo nella ricostruzione dei due narratori principali. Per
tenere insieme questa vastità di voci, Monge opta per una diegesi dalla
struttura nitida: l’uso della seconda persona singolare e del futuro semplice,
una ricorsività dal ritmo ben preciso, per esempio lo stesso attacco per ogni
capitolo. Ciascuno di questi ultimi include un anno di eventi, sia legati alla
trama sia alla Storia, tra tecnologia, politica e società, sulla falsariga de
Gli anni di Annie Ernaux, dal 1947 al 2016.
Quasi fosse un documentario, ogni versione rivela particolari nuovi oppure
omissioni, aspetti cancellati dalla memoria, incongruenze. I fratelli e le
sorelle della madre hanno interiorizzato in modi differenti la loro infanzia e
giovinezza, alcuni si sono avvicinati e altri si sono allontanati; a legarli è
il tentativo continuo di sopravvivere alla freddezza dei genitori e di
combattere quel demone che sembra inseguire in ogni generazione i membri della
famiglia, la perdita di sé. Ognuno di loro ha trovato una modalità tutta sua per
superare i traumi, eppure hanno la stessa tendenza ad abbassare gli occhi di
fronte al passato, quasi a non volerne vedere fino in fondo i contorni.
Per la madre, da sempre convinta di essere diversa dai suoi cari, affermare la
propria identità ha significato prendere le distanze dai genitori e trovare la
propria strada, e combattere il caos per proteggere i suoi bambini dalla pazzia,
già ormai dentro il nonno, i fratelli e, in altre forme, il padre e il compagno.
Nel corso del romanzo, la donna abbandona quella memoria ipermetrope notata dal
figlio negli zii e nelle zie, decide di guardare dritto verso il dolore. E
proprio quel figlio, affetto da una malattia autoimmune e consapevole
dell’oscurità strisciante appartenente anche a lui, la incalza a parlare del
caos, si sorprende di fronte alle parole scelte da lei, un inedito vocabolario
emotivo da scoprire.
La madre, quindi, rimane il nucleo, il cuore pulsante da cui tutto comincia. Un
nucleo capace però di suddividersi, fatto di tanti centri, impossibili da
quantificare, quante sono infinite le possibilità di rinascere di un essere
umano. Da ragazzina solitaria e trascurata, inizia un viaggio per liberarsi
della prevaricazione maschile ed esprimere fino in fondo i suoi desideri, per
dare ordine al caos. È un confronto onesto, non scevro di silenzi, quello con il
figlio, entrambi trovano pace di fronte a una certezza conquistata a caro
prezzo: “A volte credo che la pazzia sia come quei fulmini, che alcuni di noi
abbiano dentro uno di quei fulmini, insomma. E che non li dobbiamo lasciar
uscire quando non è ora, perché quello è impazzire, appiccare il fuoco al mondo.
Ma, se riusciamo a controllarli, a tenerli dentro, possono anche aiutarci,
illuminare altri spazi, altri luoghi, altri mondi che, altrimenti, rimarrebbero
nella penombra”. Monge rivendica di rendere materia letteraria caos, diversità,
follia e paura, servendosi del supporto di grandi autrici come Olga Tokarczuk,
Alejandra Pizarnik e Naja Maria Aidt. Ci ricorda che la letteratura può ancora
essere lo spazio in cui trovare la nostra verità, o perlomeno far pace con la
sua assenza.
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