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La Palestina come laboratorio di dominio e controllo. Seconda parte
La prima parte dell’articolo si può leggere a questo link. Militarizzazione dei confini: il Modello Elbit tra Arizona e Messico Israele esporta anche la costruzione materiale della segregazione. Il muro in Cisgiordania ha funzionato come prototipo e come vetrina, perché… Redazione Italia
LA CONTINUA ESCALATION ISRAELIANA IN CISGIORDANIA
Nonostante il cessate il fuoco, come potevamo immaginare, la violenza in Palestina non si è mai fermata. Sappiamo che questa è la realtà di chi vive lì da ben prima dei fatti del 7 ottobre, ci troviamo però in una fase in cui sembra esserci una escalation. L’obiettivo, ormai dichiarato, di Israele è quello di […]
Accademia israeliana in allarme: il boicottaggio funziona
Mentre l’università di Bir Zeit, in Cisgiordania, è stata presa d’assalto dall’IDF, con 11 feriti e alcuni giornalisti arrestati ma senza nemmeno la minima decenza di inventarsi un motivo che potesse “giustificare” l’operazione militare, l’Accademia Israeliana delle Scienze e delle Lettere lancia l’allarme sul futuro del settore scientifico dello stato […] L'articolo Accademia israeliana in allarme: il boicottaggio funziona su Contropiano.
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
“Disunited Nations” a Napoli con Francesca Albanese. Gaza, le bombe, l’inverno
È inverno a Gaza. Fa freddo. Le bombe continuano a cadere, la popolazione civile vive senza riparo, senza acqua, senza cure, mentre l’assedio si stringe e ogni spazio di soccorso viene progressivamente chiuso. Le immagini di distruzione non appartengono al passato, ma al presente. Eppure, lontano da Gaza, nelle società che si definiscono civili, si continua a discutere delle parole. Si polemizza su cosa sia lecito dire, su quali termini siano accettabili, su come nominare ciò che sta accadendo. Genocidio, antisemitismo. Mentre lì si muore, qui si dibatte sul vocabolario. È in questo vuoto tra ciò che accade e ciò che viene detto che nasce l’urgenza di tornare a guardare i fatti. Di mostrare immagini reali. Di ascoltare chi prova a raccontare ciò che accade senza filtri. In questo spazio necessario si colloca il documentario Disunited Nations, presentato a Napoli al Cinema America Hall nell’ambito del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. La serata napoletana del 4 gennaio non è stata un episodio isolato, ma parte di un breve e intenso percorso italiano che ha accompagnato l’uscita del film. Napoli ha rappresentato una tappa centrale di questo attraversamento, articolato in più momenti nella stessa giornata. Al mattino Francesca Albanese è stata ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nel pomeriggio a Scampia, al Gridas, in un incontro con le comunità territoriali, e in serata al cinema, per la proiezione e il dibattito pubblico. Un passaggio tra luoghi diversi, istituzionali e popolari, che restituisce il senso di un impegno che non resta confinato in spazi protetti. Il film, diretto da Christophe Cotteret, segue il lavoro di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Attraverso la sua voce, il documentario racconta ciò che accade in Palestina e a Gaza, ma anche le tensioni che attraversano le Nazioni Unite e il progressivo svuotamento del diritto internazionale di fronte ai rapporti di forza. Alla proiezione delle ore 21 è seguito un lungo incontro pubblico moderato da Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, da anni impegnato nella costruzione di un circuito culturale che utilizza il cinema come strumento di denuncia e controinformazione. Nel dialogo con il regista e con Albanese è emerso il senso profondo del titolo, volutamente provocatorio. Le Nazioni Unite sono nate per garantire la pace, ma oggi appaiono incapaci di fermare il massacro di una popolazione civile. Non si tratta solo della Palestina, ma di un fallimento più ampio dell’ordine internazionale e della sua capacità di tutelare i diritti fondamentali. Cotteret ha spiegato quanto fosse difficile racchiudere tutto questo in un film. La scelta di seguire Francesca Albanese nasce dal fatto che lei occupa una posizione unica, interna ed esterna alle Nazioni Unite allo stesso tempo. Attraverso la sua figura è stato possibile parlare di Gaza, ma anche di ciò che le Nazioni Unite possono e non riescono più a fare. Al centro del film c’è la parola genocidio, affiancata a immagini e volti reali, per sottrarre questa realtà a un linguaggio astratto e restituirla alla sua dimensione umana. Nel suo intervento, Albanese ha chiarito il senso del proprio ruolo. Non si tratta di protagonismo personale. Il film è un progetto del regista. La sua voce è diventata centrale perché, negli ultimi due anni, è stata chiamata a documentare e analizzare giuridicamente ciò che accade nei Territori Palestinesi Occupati. Un lavoro che l’ha costretta a raccogliere una mole enorme di prove, documenti e testimonianze. Ha raccontato quanto sia stato difficile ascoltare le storie di donne che hanno perso figli, talvolta intere famiglie, e quanto questo abbia inciso profondamente sulla sua vita personale. Durante il dibattito è tornata più volte una riflessione centrale. Questo non è il primo genocidio della storia recente, ma è forse il primo genocidio vissuto in tempo reale, attraverso i telefoni cellulari e le immagini che scorrono sui nostri schermi. Altri genocidi del Novecento appartengono oggi alla memoria storica e alla ricostruzione successiva dei fatti. Gaza, invece, si consuma sotto gli occhi del mondo. In questo contesto si inserisce anche la campagna di delegittimazione che ha colpito Francesca Albanese. È emersa con chiarezza la distanza tra la gravità delle accuse che le vengono rivolte e l’assenza di prove concrete a loro sostegno. L’accusa di antisemitismo viene evocata per spostare il dibattito dal merito dei fatti alla persona, confondendo deliberatamente la critica a uno Stato o a una politica con l’odio verso un popolo. Albanese ha ribadito che l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere senza ambiguità, ma non può essere usato per silenziare chi chiede il rispetto del diritto internazionale. Anche Amnesty International e altri organismi indipendenti hanno parlato di atti compatibili con la definizione di genocidio o di rischio concreto di genocidio. Durante la serata è emersa anche una dimensione più intima. Francesca Albanese non appare come una figura distante. È una donna disponibile, sorridente, capace di ascolto. Una di noi. Proprio questa prossimità rende ancora più violenti gli attacchi che la colpiscono. Il prezzo che paga non è solo politico, ma anche di genere. In un contesto segnato da un maschilismo ancora radicato, una donna autorevole, che non arretra e che nomina le cose per quello che sono, viene più facilmente esposta e delegittimata. Non si colpiscono solo le sue parole, ma la sua credibilità come donna. Ed è proprio questa combinazione di fermezza e umanità a renderla scomoda. Albanese non esercita il potere, lo interroga. Non grida, ma documenta. Una verità pronunciata con calma, sostenuta da prove, è più difficile da neutralizzare di qualsiasi slogan. Nel finale dell’incontro, Albanese ha insistito su un punto essenziale. Questo non è il momento di scoraggiarsi, ma di indignarsi. Le proteste servono. Servono ai palestinesi per non sentirsi soli, ma servono anche a chi protesta, perché restituiscono un senso di responsabilità collettiva. La responsabilità non può essere delegata solo agli Stati. Passa dalle scelte quotidiane, dall’informazione, dalla partecipazione civile. In questo senso, il cinema dei diritti umani continua a svolgere una funzione fondamentale. Non offre soluzioni semplici, ma apre spazi di consapevolezza. Non consola, ma interroga. Serate come quella di Napoli non fermano le bombe, ma contrastano l’assuefazione, rompono il silenzio, impediscono che la distanza diventi indifferenza. Continuare a sentire, a immaginare, a partecipare non è retorica. È l’unica possibilità che resta. Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Ludovico Brancaccio. Lucia Montanaro
Criticare Israele non è antisemita, è antifascista
Veniamo direttamente al punto di quanto siano strumentali e vergognose tutte queste proposte di legge sull’antisemitismo basate sulla definizione dell’IRHA. La prendo sul personale. Io sono nato da madre ebrea e sono cresciuto in una famiglia ebraica, con tutto il corollario di pesach con uovo sodo al primogenito maschio da […] L'articolo Criticare Israele non è antisemita, è antifascista su Contropiano.
Israele è una democrazia? No, per almeno 8 motivi
Come ricordiamo sempre, lo spazio “interventi” ospita contributi non redazionali che però ci sembrano utili per il lettore.Questo intervento in particolare è condotto secondo una logia rigorosamente liberale, quasi “da manuale”, e contiene dunque giudizi che in diversi casi non ci sembrano affatto condivisibili. Proprio per questo, però, l’articolo demolisce […] L'articolo Israele è una democrazia? No, per almeno 8 motivi su Contropiano.
Bologna. No alla partita della vergogna Maccabi-Virtus! Il governo vuole lo scontro
Sulla questione il governo Meloni ha deciso di giocare la carta della provocazione doppia: contro il manifestanti e contro la giunta Lepore.  Nell’approssimarsi dell’appuntamento, infatti, il sindaco piddino aveva fiutato l’aria, in conseguenza delle dimensioni di massa assunte dalla protesta antisionista, e cambiato atteggiamento. “Come Sindaco della città voglio ribadire […] L'articolo Bologna. No alla partita della vergogna Maccabi-Virtus! Il governo vuole lo scontro su Contropiano.
La “democrazia in Israele”. Pena di morte su base razziale e chiusura di testate giornalistiche straniere
La Knesset ha approvato in prima lettura la proposta di legge sulla pena di morte per i “terroristi” che uccidono cittadini israeliani. Si tratta del primo di tre voti necessari all’approvazione definitiva.  Il disegno di legge stabilisce che i tribunali israeliani debbano imporre la pena di morte a coloro che […] L'articolo La “democrazia in Israele”. Pena di morte su base razziale e chiusura di testate giornalistiche straniere su Contropiano.
FAO: “a Gaza non c’è più terreno coltivabile”
La Food and Agricolture Organization (FAO), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni alimentari, ha tratteggiato, nel suo rapporto annuale, una situazione di criticità senza precedenti per Gaza: meno del 5% dei terreni rimane coltivabile, con il sistema locale di produzione sostanzialmente collassato. La responsabilità ricade nelle operazioni […] L'articolo FAO: “a Gaza non c’è più terreno coltivabile” su Contropiano.