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SIRIA: L’INTEGRAZIONE DELLE SDF “È L’ALTERNATIVA AL GENOCIDIO DEI CURDI SIRIANI. ORA DECISIVA LA LOTTA POLITICA”
Le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno annunciato la completa integrazione nell’esercito siriano. Dal palazzo presidenziale di Damasco, il comandante in capo delle Sdf, Mazlum Abdi, ha confermato così l’implementazione di uno dei punti centrali dell’accordo siglato il 29 gennaio 2026, dopo alcune settimane di scontri armati, dal governo di transizione siriano retto dall'”ex”-jihadista Ahmed al-Sharaa e dall’Amministrazione autonoma democratica della Siria del nord e dell’est. Prosegue anche l’integrazione nello stato siriano delle istituzioni politiche del Rojava. Sul piano militare, i combattenti delle forze militari del confederalismo democratico entreranno nell’esercito siriano “in blocco”, formeranno quattro brigate incaricate di difendere le aree a maggioranza curda, cioè il Rojava, e manterranno la propria catena di comando. Sul piano politico, Mazlum Abdi è stato nominato da al-Sharaa “consigliere presidenziale per gli affari curdi”, mentre Ilham Ahmed, di fatto la co-ministra degli esteri dell’Amministrazione autonoma a guida curda, avrà un ruolo nel comitato che elaborerà la nuova costituzione siriana. “I curdi, in Siria, non sono più un blocco politico marginale, l’integrazione apre alla possibilità (ovviamente sarà una lotta dura) di diventare un attore politico attivo su tutto il territorio siriano, con i propri partiti, le proprie associazioni e la propria proposta ideologica”, commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Mattia Berera, esponente dell’Accademia della modernità democratica. “Questo processo di integrazione, gemello del processo di integrazione in Turchia con lo scioglimento del Pkk, va visto, dal punto di vista storico, come una necessità“, aggiunge Berera. “Oggi – spiega l’esponente di Adm – la ristrutturazione del Medio Oriente portata avanti dagli Usa e dalle forze della Nato ha messo in chiaro che combatterà con qualsiasi mezzo necessario i soggetti politici non-statali armati. Le potenze regionali e mondiali sono disposte ad arrivare al genocidio. La scelta per le Sdf, quindi, era tra il martirio del proprio popolo, opzione possibile dal momento che questo era pronto a combattere fino all’ultima goccia di sangue, e quello che invece è accaduto con la resistenza armata sul terreno e con l’intervento di Abdullah Öcalan dall’isola di Imrali. Il leader del movimento curdo ha detto ad Ankara che se non fosse stata interrotta la linea del genocidio del popolo curdo in Siria sarebbe saltato il processo di pace in Turchia”. Il processo di integrazione non riguarda solo le Sdf. Sempre per quanto riguarda il piano militare, sembrerebbe ancora oggetto di negoziati il futuro delle Ypj, le Unità di protezione delle donne, struttura autonoma rispetto alle Sdf e invisa al governo islamista di al-Sharaa. Secondo alcune indiscrezioni, 1.500 combattenti donne dovrebbero essere integrate nell’esercito siriano come unità speciale anti-terrorismo operativa nelle aree a maggioranza curda. Nelle trattative tra Damasco e Daanes è stato poi stabilito che i funzionari pubblici del Rojava manterranno i loro posti nelle strutture burocratiche e amministrative. Il loro stipendio, però, sarà ora pagato dal governo centrale. Un decreto presidenziale di al-Sharaa, infine, ha riconosciuto il curdo come una delle lingue ufficiali dello stato siriano e il Newroz (capodanno curdo e persiano) come festa nazionale siriana. Questi aspetti, però, sono assenti, al momento, dalla bozza di nuova costituzione dello stato siriano. Il ruolo istituzionale affidato a Ilham Ahmed dovrebbe servire da contrappeso proprio in questo senso. In ogni caso, l’accordo rappresenta una mediazione che, in quanto tale, non accontenta del tutto nessuna delle due parti. Oltre all’autonomia istituzionale e militare, infatti, con questa intesa la rivoluzione confederale del Rojava – che a gennaio ha perso una parte consistente dei territori sotto il proprio controllo – cede il controllo dei giacimenti petroliferi della Siria nordorientale e la gestione dei valichi di frontiera con l’Iraq. “Il movimento curdo afferma che grazie a decenni di guerriglia sulle montagne, di resistenza e lotta in Rojava, l’esistenza del popolo curdo è stata dimostrata e oggi gli stati del Medio Oriente, così come le potenze internazionali, devono fare i conti col fatto che il popolo curdo ha le sue forme politiche e la sua volontà”, continua Mattia Berera su Radio Onda d’Urto. “Lo stesso movimento di liberazione curdo – spiega il nostro ospite – si rende conto che oggi non può andare più in là di così con la lotta armata, che non riesce a costruire il socialismo con la guerra di guerriglia e decide, in questa fase, di adottare altri metodi, quelli che Ocalan chiama ‘politica democratica’, facendo esplicito riferimento a scioperi, mobilitazioni di massa e lotta culturale, non solo alla politica parlamentare”. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Mattia Berera, esponente dell’Accademia della Modernità Democratica. Ascolta o scarica.
September 1, 2026
Radio Onda d`Urto
La guerra infinita
Gaza e Cisgiordania Mentre continuano i bombardamenti dell’artiglieria IDF nella striscia di Gaza, il terrorismo coloniale ebraico inasprisce i suoi attacchi nella provincia di Betlemme, prendendo di mira i terreni agricoli. Ulivi secolari e vigneti del villaggio di Minia sono stati sradicati con i bulldozer da gruppi di coloni armati protetti dall’esercito. I soldati sono intervenuti soltanto quando i palestinesi hanno cominciato a lanciare pietre contro i coloni. Azioni simili sono state compiute in 23 località palestinesi, con occupazione di terre, incendi di raccolti e creazione di avamposti coloniali sulle terre agricole. Le tre famiglie di Qusra sono ancora assediate per il 15esimo giorno consecutivo, ma per la stampa nostrana non fanno più notizia. L’esercito e i coloni vietano l’ingresso di cibo, acqua e medicinali. Sono stati ricacciati indietro i tecnici del Comune che volevano ripristinare la linea elettrica distrutta dai coloni terroristi. Tra i 13 palestinesi assediati ci sono due bambine, una di 4 anni e l’altra di 18 mesi. Ieri sono stati compiuti dall’esercito israeliano 37 attacchi contro città e villaggi palestinesi della Cisgiordania e Gerusalemme est occupate. I rastrellamenti hanno portato in carcere 53 attivisti. Libano Bombardamenti israeliani in tutto il sud Libano, accompagnati da demolizioni di case e edifici. Ieri, Israele ha usato bombe al fosforo per colpire la città di Nabatie el-Fawqa, munizioni vietate internazionalmente in zone civili. Ma Israele se ne infischia della legge internazionale. Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese, l’esercito israeliano ha provocato una forte esplosione anche nella città di Haddatha, nel distretto di Bint Jbeil. L’esplosione fa parte delle operazioni militari israeliane per distruggere la vita nel sud Libano, tra cui raid aerei, bombardamenti di artiglieria, demolizioni e fuoco di mitragliatrice. Secondo l’agenzia libanese, le esplosioni hanno preso di mira le città di Haddatha, Beit Yahoun e Aita al-Jabal, in concomitanza con il fuoco di artiglieria diretto verso le valli circostanti. Anche Al-Mansouri, Majdal Zoun e Beit al-Sayyad sono state colpite da bombardamenti ed esplosioni. L’agenzia ha riferito che la continua distruzione a Beit al-Sayyad non ha lasciato “una sola casa intatta”. Siria Un drone israeliano ha colpito con un missile un’auto a Beit Jinn, nella zona rurale di Damasco. Sono rimaste feriti diversi civili. Israele è padrona dello spazio aereo siriano e si comporta come la Germania degli anni ’40 del secolo scorso. Il governo siriano si limita ai comunicati di condanna. Non è il primo attacco israeliano contro la Siria. Venerdì, le forze israeliane hanno invaso la parte occidentale della città di Al-Rafid nel governatorato di Quneitra, nel sud-ovest della Siria e all’alba di mercoledì hanno preso d’assalto una città nel governatorato di Quneitra e arrestato due persone. È importante ricordare che la città di Beit Jinn e i suoi dintorni, nella campagna di Damasco, sono stati soggetti a numerosi attacchi e incursioni israeliane negli ultimi mesi, tra cui attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria e movimenti di terra, il più importante dei quali è stato un attacco alla fine di novembre scorso che ha provocato l’uccisione di 13 persone. L’attacco più grave è avvenuto nel nord della Siria, quando l’aeronautica di Tel Aviv ha colpito una base militare nella provincia di Idlib, a 300 km del confine. È stata distrutta una pista dell’aeroporto militare Al-Dhohour, in disuso dalla caduta del regime degli Assad. Il pretesto di Netanyahu era quello di colpire le interferenze della Turchia, che secondo la versione israeliana stava rimettendo in funzione la base con la partecipazione di militari turchi. Un falso per coprire il militarismo egemonico di Israele. Iran L’amministrazione statunitense sta alimentando le aspettative riguardo alle previste sanzioni contro l’Iran, scommettendo che la combinazione di un blocco navale e di pressioni economiche potrebbe spingere Teheran ad accettare un accordo. Trump, però, insiste sul fatto che concentrarsi sull’economia in questa fase non esclude opzioni militari. A Washington, ambienti della stessa amministrazione stanno sollevando dubbi sull’efficacia di questa politica, soprattutto visti i legami economici tra l’Iran e la Cina, il principale partner commerciale di Teheran e il maggiore importatore del suo petrolio, e interrogativi sul fatto che le sanzioni possano colpire le istituzioni finanziarie cinesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran. Da Teheran arrivano minacce alle monarchie del Golfo. “Chi partecipa a queste sanzioni sarà considerato un nemico”, ha detto il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza iraniano. ANBAMED
August 23, 2026
Pressenza
Mazloum Abdi: le forze democratiche siriane (SDF) entrano in una nuova fase di integrazione
Il comandante generale delle FDS, Mazlum Abdi, ha affermato che Qamishlo rappresenta la storia e tutte le componenti della regione e che è iniziata una nuova fase nell’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative. Il centenario della fondazione della città di Qamishlo è stato celebrato al Parco Azadi con la partecipazione di migliaia di persone, nonché di funzionari delle Forze democratiche siriane (FDS) e dell’Amministrazione autonoma, e di una delegazione del governo di transizione siriano. Nel corso delle celebrazioni, la co-sindaca della municipalità di Qamishlo, Berivan Omer, ha salutato i partecipanti e ha sottolineato l’importanza storica della città, il suo carattere multiculturale e il suo ruolo in una cultura di convivenza. Qamishlo rappresenta la storia e la diversità della regione Di seguito il comandante generale delle FDS, Mazloum Abdi, ha affermato che i popoli della regione con tutte le loro diverse componenti convivono da oltre un secolo. Ha aggiunto che la costruzione di Qamishlo riflette la continuità e la diversità delle culture dei popoli della regione e la loro coesistenza, e che la città rappresenta la storia e tutte le componenti della Jazira siriana. Abdi ha affermato che durante il regime Ba’ath erano state attuate politiche scioviniste volte a modificare la struttura demografica della regione e ad arabizzarla. Ha dichiarato che l’amministrazione autonoma si batte contro queste politiche da 15 anni e cerca di ripristinare l’identità della regione. Le FDS sono nate grazie alla resistenza popolare Ricordando che la regione è stata teatro di una guerra devastante negli ultimi anni, Abdi ha affermato che la popolazione si era difesa dagli attacchi e che le FDS erano nate proprio durante questo periodo di resistenza. Sottolineando che le FDS sono nate come risultato della resistenza popolare, Abdi ha commemorato le forze curde e i loro combattenti che hanno lottato contro gli attacchi alla regione. Ha ricordato con rispetto tutti i combattenti che hanno perso la vita difendendo la popolazione e ha reso omaggio agli abitanti della regione per i loro 15 anni di resistenza. È iniziata una nuova fase Abdi ha affermato che con la caduta del regime baathista è iniziata una nuova fase per la costruzione di una nuova Siria, aggiungendo che la decisione di aderire alla nuova Siria è stata presa sulla base dell’accordo del 29 gennaio. Ha affermato che l’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative, istituite negli ultimi anni nelle istituzioni statali sta avvenendo in modo da preservarne l’identità e i risultati ottenuti. Ha dichiarato: “La fase di integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni statali si è conclusa e da oggi ne inizia una nuova”. Ha esortato gli abitanti della regione a proteggere e sostenere le istituzioni nate grazie al sacrificio dei martiri. La lotta per garantire le tutele costituzionali dei diritti continuerà Abdi ha affermato che la lotta per garantire i diritti del popolo curdo e di tutte le componenti della Siria continuerà, aggiungendo che gli sforzi politici saranno intensificati in questa fase. Abdi ha sottolineato che la lotta politica continuerà per garantire che i diritti legittimi dei curdi e di tutte le altre componenti siano tutelati nella nuova costituzione siriana. Affermando che Qamishlo potrebbe in futuro diventare un centro di cultura, politica e diversità, Abdi ha concluso invitando tutte le componenti della regione a collaborare per costruire un futuro di pace. L'articolo Mazloum Abdi: le forze democratiche siriane (SDF) entrano in una nuova fase di integrazione proviene da Retekurdistan.it.
August 21, 2026
Retekurdistan.it
Le richieste del governo di Damasco bloccano il processo di integrazione
Damasco sta bloccando il processo di integrazione con la sua posizione sull’istruzione curda, sull’integrazione delle FDS, sullo status delle YPJ e sul ritorno degli sfollati. Negli ultimi giorni, le relazioni tra Rojava e Damasco hanno registrato un’intensa attività. Proseguono i colloqui tra l’Amministrazione autonoma e il governo di Damasco, mentre sul campo le tensioni sono in aumento. Gli attacchi al primo convoglio rientrato a Serêkaniyê dopo sette anni e l’uccisione di due combattenti a Qamishlo hanno sollevato interrogativi sul fatto che il processo di integrazione abbia raggiunto una fase di stallo. Un accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (FDS) e l’amministrazione di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) a Damasco includeva disposizioni chiave sull’attuazione del cessate il fuoco, sull’integrazione delle strutture dell’Amministrazione autonoma nel sistema centrale al contempo preservandole , sulla garanzia del ritorno in sicurezza delle persone sfollate con la forza dalle aree occupate, sul riconoscimento dei diritti linguistici e identitari dei curdi e sulla ristrutturazione del sistema di sicurezza. A distanza di oltre sei mesi, tuttavia, l’istruzione nella lingua madre, il ritorno degli sfollati e la situazione delle Unità di protezione delle donne (YPJ) rimangono tra i principali ostacoli al progresso dell’accordo. Anziché accettare e riconoscere le richieste fondamentali dei curdi, il governo di Damasco continua a imporre un approccio centralizzato e uniforme. Tali questioni sono state discusse anche in un incontro tenutosi a Damasco il 4 agosto tra il comandante in capo delle FDS, Mazloum Abdi, il copresidente del Dipartimento per le relazioni estere dell’Amministrazione autonoma, Ilham Ahmed, e il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa (Al-Jolani). Un “ammorbidimento” sull’insegnamento della lingua curda L’istruzione in lingua curda e lo status della lingua curda sono stati tra i temi più importanti discussi durante l’incontro. Il governo di Damasco ha ribadito la sua posizione, insistendo affinché il curdo venga insegnato solo come corso facoltativo di due ore, una proposta respinta dalla delegazione del Rojava. I colloqui sulla questione dovrebbero proseguire con il Ministero dell’Istruzione, mentre Damasco avrebbe “ammorbidito” leggermente la sua posizione rispetto alle discussioni precedenti. Damasco cerca di schierare forze a Kobanê Uno dei punti critici dell’accordo riguarda la responsabilità della sicurezza a Kobanê. Attualmente la sicurezza a Kobanê è garantita dalle forze curde, mentre le forze di Damasco sono dislocate a Şêxler, Çelebiyê e Sirrin. Il governo di Damasco sta cercando di schierare le proprie forze a Kobanê, ma le FDS hanno respinto la proposta. Controversia sulla limitazione del numero di combattenti Lo status dei combattenti delle SDF considerati “in eccedenza” è un altro punto controverso nel processo di integrazione. Più nello specifico, il governo di Damasco vuole accorpare i combattenti in quattro brigate e limitarne il numero complessivo, una mossa volta a indebolire le forze di difesa curde. Attualmente le Forze democratiche siriane (SDF) hanno tre brigate nella regione di Cizirê e una a Kobanê. Damasco vuole limitare ogni brigata a 1.300 combattenti e sciogliere quelle considerate “in eccesso”. Tuttavia i disaccordi sul numero di combattenti fanno sì che il processo di integrazione delle FDS non possa ancora considerarsi completo. Le SDF continuano a insistere affinché tutti i loro combattenti siano inclusi nel processo. Le YPJ rimarranno una “forza antiterrorismo” Lo status delle YPJ rimane una delle questioni più attentamente monitorate nel processo di integrazione. Da quando ha preso il potere nel dicembre 2024, HTS si è rifiutato di riconoscere le combattenti donne come forza autonoma e ha cercato di scioglierle. Le YPJ, tuttavia, hanno ribadito che continueranno ad adempiere al loro dovere di difendere il popolo in quanto forza composta da donne. Secondo le informazioni fornite da Hassan Mohamed Ali, co-presidente dell’Ufficio per le relazioni generali del Consiglio democratico siriano (CDS), la questione è stata discussa anche durante l’ultimo incontro a Damasco. È stata avanzata una proposta affinché le YPJ rimangano operative non come forza interna all’esercito siriano, ma come “forza antiterrorismo” affiliata al Ministero dell’Interno. Si prevede che una decisione definitiva verrà presa in seguito a colloqui tra le YPJ e il Ministero dell’Interno. Elenco dei nomi richiesti per la rappresentanza internazionale Anche i curdi aspirano a un ruolo nella rappresentanza internazionale della Siria. Secondo quanto riportato, la delegazione del Rojava ha affermato, durante l’ultimo incontro, che la rappresentanza curda dovrebbe estendersi ai consolati e alle ambasciate. Attualmente i curdi ricoprono poche posizioni di rilievo, oltre a quelle di viceministro della Difesa, vicecomandante della 60ª divisione, governatore di Hasakah (Hesekê) e a diverse direzioni. La delegazione ha sottolineato che i curdi sono uno dei popoli che dovrebbero avere voce in capitolo sul futuro della Siria e che, pertanto, dovrebbero essere rappresentati anche nelle posizioni di vertice dello Stato. Damasco avrebbe chiesto ai curdi di presentare un elenco di nomi da prendere in considerazione. Ritorno ad Afrin Il ritorno degli sfollati rimane una delle maggiori sfide per l’attuazione dell’accordo di integrazione. L’articolo 14 dell’accordo prevede “il ritorno degli sfollati di Afrin (Efrîn), Sheikh Maqsoud (Şêxmeqsûd) e Ras al-Ayn (Serêkaniyê) nelle loro città e nei loro villaggi, e la nomina di funzionari locali all’interno delle amministrazioni civili in queste aree”. Il primo passo è stato compiuto ad Afrin, occupata dallo Stato turco e da mercenari sostenuti dalla Turchia nel 2018. Il primo convoglio composto da circa 400 famiglie e 2.000 persone è partito il 9 marzo, con le famiglie che hanno fatto ritorno alle proprie case a Mabeta, Şiyê e Cindirês. L’ultimo convoglio è partito da Qamishlo il 21 maggio. Circa 11.000 famiglie sono tornate alle proprie case dopo otto anni nell’ambito del processo di rimpatrio. Però le famiglie che fanno ritorno ad Afrin si trovano ad affrontare numerosi problemi. 5.000 persone hanno occupato le case delle famiglie sfollate Uno dei problemi principali è il rifiuto di abbandonare le case degli sfollati da parte di persone che, a quanto pare, ricevono ordini diretti dai gruppi armati Emzat, Hamzat e Sultan Murad, sostenuti dalla Turchia. Circa 5.000 membri di famiglie arabe di mercenari provenienti da fuori regione si sono stabiliti nella zona centrale di Afrin e nei distretti di Mabeta, Şiyê, Cindirês e Bilbil. Alcuni si sarebbero rifiutati di lasciare le proprie abitazioni, mentre altri, pur avendole abbandonate, le avrebbero demolite portando via con sé tutto il contenuto. La Turchia si è ritirata da sole tre basi Lo Stato turco continua inoltre a mantenere una presenza militare in alcune zone di Afrin e in diversi villaggi circostanti. La Turchia conserva ancora basi militari a Parsê Hill, Guz Hill, Bîlelko e Kefir Cenê, nonché a Şêxûrzê, nel distretto di Bilbil, e a Dewrîş, vicino a Raco, e si è ritirata solo da tre villaggi. La sicurezza ad Afrin è attualmente sotto il controllo del governo provvisorio di Damasco. Non possono coltivare la loro terra Le condizioni economiche di coloro che sono rientrati non sono ancora migliorate. Nonostante gli aiuti finanziari forniti per alcuni mesi, la maggior parte delle persone non è in grado di coltivare i propri terreni o non dispone delle attrezzature necessarie. Anche i mercenari continuano a rappresentare un grave problema. Cinque residenti sono stati uccisi il mese scorso e altri due settimane fa da “individui non identificati” mentre si recavano nei campi. Date queste circostanze, la sicurezza ad Afrin non può ancora considerarsi pienamente consolidata. I bambini, inoltre, non hanno ancora la possibilità di ricevere un’istruzione nella loro lingua madre, il curdo. Primo convoglio attaccato Fin dal primo giorno le persone che facevano ritorno a Ras al-Ayn e ad Afrin hanno incontrato ostacoli. Comunque gli attacchi contro i rimpatriati hanno portato alla sospensione temporanea del processo. Il primo convoglio, composto da 410 famiglie curde, arabe e cristiane, era partito il 10 agosto. Circa 2.500 persone provenienti da villaggi e zone rurali facevano parte del convoglio. Alcuni individui armati attaccarono il convoglio non appena raggiunse il centro città. Secondo le informazioni ottenute dall’agenzia Firat, l’attacco ha preso di mira un gruppo di 40 famiglie curde. Temendo per la propria incolumità, i residenti sono tornati a Qamishlo e Hasakah in seguito all’attacco. Adempiete alle vostre responsabilità L’avvocato Ciwan Îso, a capo del Comitato per gli sfollati di Ras al-Ayn, ha dichiarato all’agenzia ANF che circa 100.000 persone sono ancora sfollate. Îso ha affermato che, in base all’accordo, i mercenari devono lasciare le case delle persone e la sicurezza deve essere ripristinata prima che i residenti possano tornare alle proprie terre. Îso ha affermato che l’ultimo attacco ha dimostrato che tali condizioni non sono ancora state soddisfatte. Ha aggiunto che l’attacco ha causato un diffuso timore tra la popolazione sfollata e che i rimpatri sono stati sospesi fino a quando non saranno create le condizioni necessarie. Îso ha dichiarato: “Il governo provvisorio di Damasco, l’Amministrazione autonoma e il Governatorato di Hasakah devono garantire la sicurezza e adempiere alle proprie responsabilità”. L'articolo Le richieste del governo di Damasco bloccano il processo di integrazione proviene da Retekurdistan.it.
August 21, 2026
Retekurdistan.it
Portavoce delle YPJ: La ricostruzione dell’esercito siriano deve coinvolgere le donne
Parlando del futuro delle YPJ nel contesto del processo di integrazione in corso con il governo provvisorio siriano, la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, ha affermato che la condizione più importante per le sue forze è preservare la propria “identità distinta” all’interno dell’esercito. Una delle questioni chiave nel processo di integrazione in corso tra il governo di Damasco e le Forze democratiche siriane (SDF) è l’integrazione delle Unità di protezione delle donne (YPJ/Yekîneyen Parastina Jin). Parlando ad Al-Hadath e Al-Arabiya la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, ha affermato che il governo siriano nutre “riserve” sulla presenza di unità militari femminili all’interno dell’esercito, descrivendo questo come uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un accordo sui termini dell’integrazione. Rûksen Mihemed ha affermato che la proposta di porre le unità femminili sotto il Ministero dell’Interno deve essere discussa, compresi il suo contenuto e i principi che la sottendono. Ha aggiunto che occorre anche valutare se l’affiliazione di tali unità al Ministero dell’Interno fosse appropriata. La ricostruzione dell’esercito deve coinvolgere le donne Rûksen Mihemed ha dichiarato: “La ricostruzione dell’esercito siriano deve avvenire con la partecipazione delle donne. Le unità delle YPJ hanno esperienza non solo nell’organizzazione, nell’addestramento e nelle operazioni militari, ma anche nella lotta contro l’ISIS e nella protezione delle donne, dei bambini e del territorio siriano”. Rûksen Mihemed ha affermato che anche loro considerano l’integrazione delle unità nell’esercito una questione di lotta, e ha sottolineato l’importanza che le donne abbiano un ruolo nella nuova istituzione militare e che partecipino alla costruzione dell’esercito in Siria e ai processi decisionali. “Le unità sono pronte a discutere tutte le proposte attraverso il dialogo e la negoziazione, ma si impegnano a rispettare una serie di condizioni. La più importante è che vengano integrate come un’unica unità, pur preservando la loro identità distinta all’interno dell’esercito”. Anche le donne devono essere al centro del processo decisionale Rûksen Mihemed ha affermato che questi dettagli costituiscono una parte importante dell’identità e della storia delle YPJ aggiungendo: “L’eredità di queste unità non si limita più alle donne siriane. Si è legata alla questione della difesa delle donne e dei loro diritti a livello internazionale, soprattutto perché queste unità sono state la prima forza armata interamente femminile a opporsi all’ISIS”. Rûksen Mihemed ha affermato che la partecipazione delle donne nel nuovo esercito siriano dovrebbe estendersi anche ai centri decisionali aggiungendo: “La presenza delle donne nelle istituzioni statali non dovrebbe essere meramente simbolica; al contrario, dovrebbero essere partner reali ed essenziali nella costruzione della nuova Siria”. Ha sottolineato che l’integrazione delle YPJ è strettamente legata al ruolo delle donne nello Stato siriano e nelle sue istituzioni, ribadendo che “il dialogo è il modo migliore per raggiungere risultati che siano utili alle donne, alla Siria e al popolo siriano”.   MA L'articolo Portavoce delle YPJ: La ricostruzione dell’esercito siriano deve coinvolgere le donne proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
Retekurdistan.it
Ultimi sviluppi nel processo di integrazione e transizione della Siria
Sono in corso le fasi finali del processo di integrazione in Siria. Prosegue lo scioglimento dell’Esercito siriano libero (FSA), coinvolto nella provocazione di Serêkaniyê, mentre si stanno compiendo passi concreti per la creazione di un nuovo partito politico che si rivolga a tutti i popoli del Paese. Si stanno compiendo i passi finali nell’ambito dell’accordo di integrazione firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (SDF) e il Governo provvisorio siriano. Nell’ambito delle misure militari, le Forze democratiche siriane (SDF) sono state integrate nell’esercito siriano sotto forma di divisioni. Sono state istituite forze di sicurezza nelle città a maggioranza curda, mentre Sîpan Hemo delle SDF è stato nominato viceministro della Difesa, con delega all’amministrazione delle città. Ritorno a Serêkaniyê È stato agevolato il ritorno dei residenti sfollati con la forza da Efrîn nel 2018. Sono stati inoltre compiuti i primi passi verso il ritorno dei residenti a Serêkaniyê. Il primo convoglio ha raggiunto la città il 10 agosto. Tuttavia, il primo gruppo di ritorno è stato attaccato dalla Divisione Sultan Murad, dalla Divisione Hamza, dalle Brigate Nur al-Din al-Zenki e dai gruppi Ahrar al-Sham, che sono stati incorporati nell’esercito siriano, portati in città dall’esterno e lì insediati. I gruppi sostenuti dalla Turchia si rifiutano da tempo di ritirarsi dalla città. In questo contesto, l’amministrazione di Damasco ha rimosso Abu Amsha, che guidava i gruppi dell’Esercito siriano libero (FSA) dal suo incarico di comandante della 62ª Divisione, e Seyf Abubekir Polat dal suo incarico di comandante della 76ª Divisione. Tuttavia le fonti indicano che i gruppi si sono rifiutati di ottemperare a queste decisioni e continuano a opporsi al ritiro da Serêkaniyê. Si ritiene che la posizione della Turchia, dopo il ritiro di gran parte delle sue forze da Serêkaniyê, determinerà il futuro di questi gruppi. Cosa è successo a Kobanê Gli attacchi contro i residenti che facevano ritorno alle proprie case hanno suscitato forti reazioni in tutte le città del Rojava. I residenti sono scesi in piazza chiedendo al governo ad interim di prendere provvedimenti e all’esercito di garantire la sicurezza. Nonostante gli attacchi, tuttavia, persiste la determinazione a proseguire con il rientro. Si sono tenuti degli incontri a Sirrin, vicino a Kobanê, con la partecipazione di Sîpan Hemo, viceministro della Difesa per la regione orientale. Gli incontri si sono conclusi con un accordo per garantire che il processo di rientro prosegua senza intoppi. Il governo ad interim, nel frattempo, ha chiesto lo scioglimento delle Forze democratiche siriane (SDF) sottolineando la necessità che l’esercito rimanga unito. Il modello settentrionale Parallelamente a questi sviluppi, si dice che anche la parte curda si stia preparando a compiere i passi finali verso l’integrazione. Secondo informazioni ottenute da funzionari curdi, le Forze democratiche siriane (SDF) dovrebbero sciogliersi a breve. Tuttavia prima dello scioglimento delle SDF, si starebbe formando un partito politico, in linea con il modello del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan, che si rivolgerà a tutte le popolazioni della Siria, compreso il Kurdistan settentrionale. Si dice che questo partito non sia concepito come una forza politica regionale, ma come un’entità che rappresenti tutta la Siria e che riunisca persone di diversa etnia, religione e provenienza. Sembra che le SDF si scioglieranno in seguito alla creazione di questa formazione politica. Nel frattempo si è appreso che anche il Movimento per una società democratica (TEV-DEM) e il Partito dell’unione democratica (PYD) si scioglieranno e saranno sottoposti a una ristrutturazione. Anche queste organizzazioni dovrebbero confluire in un unico partito, operare a livello regionale e concentrarsi sull’istruzione e sull’organizzazione. MA / Murat Çiftçi   L'articolo Ultimi sviluppi nel processo di integrazione e transizione della Siria proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
Retekurdistan.it
Cosa significa l’attacco israeliano ad Abu al-Duhur?
Israele ha inviato un messaggio diretto alla Turchia riguardo ai suoi sforzi per espandere la propria sfera di influenza militare in Siria e aumentare il controllo sulle infrastrutture strategiche. Ieri mattina, aerei da guerra israeliani hanno preso di mira la base aerea militare di Abu al-Duhur, nella campagna di Idlib, nel nord-ovest della Siria. La televisione di stato siriana, citando una fonte militare, ha riferito che la pista di atterraggio e i magazzini della base sono stati colpiti da otto raid aerei. Fonti locali e militari non hanno segnalato vittime, ma la struttura ha subito danni materiali. Situata a circa 70 chilometri a est del confine turco, Abu al-Duhur non è stata utilizzata come base aerea militare attiva per lungo tempo. Tuttavia, conserva un’importanza strategica poiché si trova lungo una via di transito tra le province di Hama e Aleppo ed è vicina al deserto siriano. Ciò che ha conferito all’attacco un significato che va oltre le tensioni israelo-siriane, tuttavia, non è tanto la localizzazione dell’obiettivo quanto la giustificazione fornita in seguito da Israele. L’ufficio del ministro ha affermato che era stato raggiunto un accordo precedente con il governo di Damasco sul mantenimento dello “status quo” in materia di sicurezza. Ha tuttavia accusato il governo siriano di essere sul punto di violare tale accordo consentendo alla Turchia di schierare truppe in una base aerea vicino ad Aleppo. La dichiarazione di Israele indica che l’attacco ad Abu al-Duhur era inteso come un messaggio di deterrenza non solo verso Damasco, ma anche verso Ankara. Una delegazione militare turca era presente nella base prima degli attacchi Il quotidiano londinese in lingua araba Al-Araby Al-Jadeed ha riferito, citando fonti sul posto, che una delegazione militare turca aveva visitato Abu al-Duhur il giorno prima dell’attacco. Secondo il rapporto la delegazione ha ispezionato i lavori preliminari volti a rimettere in servizio la pista. Fonti hanno affermato che i lavori erano ancora in una fase iniziale, che all’interno della base erano presenti alcune apparecchiature di comunicazione e che un drone da ricognizione di tipo Bayraktar aveva sorvolato la zona. Un aereo da ricognizione israeliano sarebbe stato avvistato mentre sorvolava la base dopo la partenza della delegazione, e l’attacco sarebbe avvenuto diverse ore dopo. Anche l’Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra, ha avanzato un’affermazione simile. Un funzionario turco, parlando con l’agenzia di stampa statunitense Axios, ha smentito tali affermazioni. Reazioni da Ankara e Damasco Il Ministero degli Esteri siriano ha condannato “fermamente” gli attacchi aerei israeliani contro Abu al-Duhur. Il ministero ha descritto gli attacchi come una continuazione delle violazioni della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria. Anche la Direzione delle comunicazioni della Presidenza turca ha respinto le affermazioni dell’ufficio del Primo Ministro israeliano sulla Turchia, definendole “frivole” e sostenendo che fossero volte a legittimare gli attacchi aerei contro la sovranità e l’integrità territoriale della Siria. Nella dichiarazione si afferma che la Turchia continuerà la sua cooperazione con il governo di Damasco su basi legittime “per stabilire pace, stabilità e prosperità” in Siria. Le dichiarazioni provenienti da Damasco contraddicono anche la versione israeliana di uno “status quo”. Una fonte diplomatica del Ministero degli Esteri siriano ha dichiarato ad Al Jazeera, emittente con sede in Qatar, che non esiste alcun accordo di sicurezza con Israele che limiti la capacità della Siria di sviluppare le proprie istituzioni civili o militari. La stessa fonte ha anche affermato che Israele era stato informato dell’assenza di forze straniere ad Abu al-Duhur. Le ambigue osservazioni di Barrack Le dichiarazioni rilasciate a Reuters da Tom Barrack, inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, e dagli ambasciatori ad Ankara, rendono questa incertezza particolarmente evidente. Barrack ha affermato che l’attacco israeliano rifletteva una “percezione, giusta o sbagliata che sia”, secondo cui la Turchia “avrebbe potuto aumentare la sua presenza in questa base nel prossimo futuro”. In altre parole, Barrack non ha confermato che la Turchia si stesse preparando a schierarsi ad Abu al-Duhur, ma ha affermato che Israele ha agito perché percepiva tale possibilità come una minaccia. Un altro punto importante emerso dalle dichiarazioni di Barrack è stato che Ankara non era stata informata dell’operazione in anticipo. Secondo Barrack, la Turchia aveva osservato aerei israeliani dirigersi verso il suo confine e sarebbe stato “ragionevole” per Ankara preparare una risposta militare. Barrack ha affermato che si è evitata un’escalation più grave e ha aggiunto che Washington sta lavorando per istituire un meccanismo di de-escalation più solido tra Turchia, Israele e Siria. Perché proprio adesso? Nella tempistica dell’attacco israeliano ad Abu al-Duhur, emergono tre dinamiche principali. Innanzitutto gli sforzi del governo di Damasco per ricostruire le proprie istituzioni e infrastrutture militari stanno diventando sempre più concreti. In secondo luogo Israele non considera più il sostegno della Turchia a questo processo esclusivamente come influenza diplomatica, ma come un fattore che potrebbe alterare gli equilibri militari in futuro. In terzo luogo, i colloqui sulla sicurezza tra Israele e Siria, mediati dagli Stati Uniti, non hanno ancora prodotto un quadro vincolante concordato da entrambe le parti. Ibrahim Hamidi, caporedattore della rivista londinese Al Majalla, ha richiamato l’attenzione anche sulla tempistica dell’attacco ad Abu al-Duhur. Ha ripubblicato un post del 10 agosto che mostrava un pilota siriano impegnato in un volo di addestramento su un aereo da caccia a Idlib, aggiungendo la domanda: “Il bombardamento odierno dell’aeroporto di Abu al-Duhur, nella campagna di Idlib, da parte di Israele è stato una risposta a questo passo?”. Abu al-Duhur rappresenta la continuazione della crisi T4? Ciò che rende l’attacco ad Abu al-Duhur ancora più significativo è il fatto che non si è trattato del primo episodio di questo tipo. Una crisi simile si è verificata intorno alla base aerea di Tiyas/T4, nella Siria centrale, nell’aprile del 2025. Aerei da guerra israeliani hanno preso di mira la base in seguito a notizie secondo cui la Turchia si stava preparando a schierare forze in diverse basi aeree siriane, tra cui la T4. Esiste una sorprendente somiglianza tra i due episodi. In entrambi i casi, una base aerea siriana che aveva attirato l’interesse di delegazioni militari turche e che era in fase di valutazione per una possibile riattivazione, è stata presa di mira poco dopo da Israele. Il governo israeliano sembra chiaramente credere che il dispiegamento di sistemi di difesa aerea turchi in Siria potrebbe limitare la libertà d’azione di cui gli aerei da guerra israeliani hanno goduto per anni. Il Jerusalem Post, con sede in Israele, ha riportato il 1° aprile 2025 che una fonte della sicurezza israeliana aveva descritto l’attacco al T4 in questi termini. Secondo la fonte, Israele stava segnalando che non avrebbe permesso a una base aerea gestita dalla Turchia di limitare la sua libertà d’azione. Da questa prospettiva, Abu al-Duhur può essere visto come un altro esempio della linea rossa emersa al T4. Il rischio principale evidenziato dall’attacco Israele non si oppone solo alla presenza militare turca nelle aree vicine ai suoi confini, ma considera anche gli sforzi di Ankara per costruire una capacità duratura in grado di rimodellare le infrastrutture militari siriane come una minaccia alla propria sicurezza. Allo stesso tempo, la questione va oltre una singola base aerea. Israele vuole vincolare il più possibile il riarmo della Siria e gli sforzi per costruire una rete di difesa aerea regolare alle proprie esigenze di sicurezza. Con l’intensificarsi del sostegno militare turco all’esercito siriano, gli interessi dei due Paesi potrebbero entrare in conflitto più diretto, in particolare per quanto riguarda l’utilizzo dello spazio aereo siriano e le relative condizioni. Sul fronte diplomatico, intanto, l’attacco ad Abu al-Duhur potrebbe complicare ulteriormente i colloqui sulla sicurezza in corso tra Israele e Siria, anziché porvi fine. Il governo di Damasco non vuole accettare restrizioni esterne al suo diritto di ricostruire l’esercito e le infrastrutture militari. Israele, dal canto suo, vuole che qualsiasi accordo di sicurezza limiti fin dall’inizio le capacità militari che considera una minaccia. Il risultato è una situazione in cui le parti non concordano nemmeno sul significato di “status quo”. È qui che risiede il rischio principale evidenziato da Abu al-Duhur: la Siria si sta trasformando da un’arena in cui le tensioni tra Turchia e Israele si limitano alla diplomazia a un’arena in cui esiste il rischio di un contatto militare diretto e di errori di valutazione.   di Vecih Cuzdan –Caporedattore di bianet da aprile 2023. Ha lavorato a tempo pieno presso sendika.org e T24, e come giornalista freelance per taz.gazete, Stern e Inside Turkey tra il 2013 e il 2023. L'articolo Cosa significa l’attacco israeliano ad Abu al-Duhur? proviene da Retekurdistan.it.
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