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La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo
Dopo gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo, prosegue contro l'Amministrazione del Nord-est e il Rojava l'offensiva del governo di transizione siriano, guidato dall'esercito islamista di Al-Shaara. Mazlum Abdi (Forze siriane democratiche): «Vivremo con dignità o moriremo con onore» L'articolo La rivoluzione confederale in Siria vive un momento decisivo proviene da DINAMOpress.
Siria, gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano
La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale. Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo […] L'articolo Siria, gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano su Contropiano.
Siria. I curdi delle SDF costrette a lasciare Aleppo
Nella giornata di domenica, tutti i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno abbandonato Aleppo, dopo aver raggiunto un accordo di cessate il fuoco con l’attuale regime siriano guidato dal jihadista Al Sharaa. L’intesa è arrivata dopo giorni di violenti scontri con tra SDF ed esercito governativo costati la vita ad alcune […] L'articolo Siria. I curdi delle SDF costrette a lasciare Aleppo su Contropiano.
Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine»
Nel pieno dell’escalation militare contro i quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, ad Aleppo, questo articolo propone un’intervista a Zeynep Murhag, attivista del Movimento delle Giovani Donne della Siria del Nord-Est. Tra accordi disattesi, attacchi alle infrastrutture civili e mobilitazione popolare dalla DAANES, la sua testimonianza restituisce il punto di vista di una resistenza civile che rifiuta l’esodo forzato e rivendica autodifesa, dignità e autogoverno L'articolo Zeynep Murhag: «I quartieri curdi di Aleppo resisteranno fino alla fine» proviene da DINAMOpress.
Questione curda: gli USA mediano, ma si combatte in Siria
Nuova battaglia fra le forze delle autorità qaediste e le Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle enclave controllate da queste ultime ad Aleppo. Questa volta si è trattata di una drammatica resa dei conti, con un l’utilizzo di tecniche sioniste da parte dei tagliagole installati a Damasco: Sheikh Maqsoud e Ashrafieh […] L'articolo Questione curda: gli USA mediano, ma si combatte in Siria su Contropiano.
Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi
All’alba del 7 gennaio, le strade del nord di Aleppo iniziano a svuotarsi. Famiglie curde lasciano Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh portando con sé l’essenziale, mentre altre restano. Fino a pochi giorni fa erano quartieri pienamente abitati, con scuole, negozi e una vita quotidiana intensa; oggi sono attraversati da attacchi e evacuazioni. Ancora una volta, questi quartieri tornano a essere zone di guerra. Nel primo pomeriggio, l’esercito arabo siriano ha dichiarato entrambe le aree «zona militare chiusa», imponendo un ultimatum affinché i civili lasciassero immediatamente i quartieri e designando tutti i posti di fatto controllati dalle forze curde – le Syrian Democratic Forces (SDF) e l’apparato di sicurezza Asayish – come obiettivi militari legittimi. Centinaia di colpi d’artiglieria e raid hanno risuonato tra le strade strette di questi distretti urbani, costringendo oltre 40.000 persone a cercare rifugio altrove mentre scuole, uffici e l’aeroporto di Aleppo restano chiusi. > Le famiglie in fuga parlano di esplosioni continue, di mortai che colpiscono > le case, di persone anziane e bambine e bambini trascinate fuori dai letti > nella notte. Nonostante i bombardamenti, gli assalti e l’assedio, le Asayişh continuano a presidiare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, respingendo ogni tentativo di infiltrazione armata. L’artiglieria e i missili lanciati dalle fazioni affiliate al governo di Damasco hanno colpito aree residenziali, edifici civili e, in alcuni casi, anche i convogli con cui si stava evacuando la popolazione. Filmati circolati nelle ultime ore mostrano l’uso di droni contro edifici abitati, l’avanzata di mezzi corazzati ai margini dei quartieri e, allo stesso tempo, civili che scelgono di restare, nonostante il rischio, per non abbandonare le proprie case. Le Asayish attribuiscono gli attacchi a fazioni armate filo-turche, già in passato accusate di gravi violazioni contro la popolazione civile. In particolare, queste formazioni sono state chiamate in causa per uccisioni, saccheggi e violenze contro civili drusi nella provincia di Suwayda e contro civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni costiere della Siria, soprattutto nelle aree di Latakia e Tartus, in episodi che hanno alimentato forti tensioni settarie e denunce di impunità. Le autorità governative giustificano l’offensiva come una risposta a presunti attacchi con mortai e razzi imputati alle forze di difesa curde nelle settimane precedenti, che avrebbero colpito posti di blocco e aree sotto controllo governativo in altre zone di Aleppo. Le leadership curde respingono le accuse e denunciano invece l’avvio di una operazione punitiva contro quartieri civili, parlando di una guerra di annientamento contro popolazioni già fragili dopo anni di isolamento e violenze. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio 2026, il Comando Generale delle SDF afferma che Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh sono sottoposti a un assedio prolungato e ribadisce che non rappresentano in alcun modo una minaccia militare per Aleppo. Le accuse di attività armate curde vengono definite “false e costruite ad arte”, mentre viene ricordato che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città, da cui si sarebbero ritirate apertamente nell’ambito dell’accordo locale siglato il 1° aprile 2025 con le autorità di Damasco. La dichiarazione si chiude con un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervengano per fermare l’assedio, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva contro i civili rischia di produrre conseguenze che vanno ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale. Non è la prima volta che questi quartieri attraversano la tempesta. Per capire perché oggi Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh tornino a essere inghiottiti dalla guerra, bisogna risalire di oltre un decennio e guardare al percorso che li ha plasmati. Entrambi i quartieri rappresentano un’anomalia geopolitica incastonata nella seconda città della Siria: una enclave curda urbana sopravvissuta a guerra, assedi e compromessi. Si estendono nella parte nord e nord-orientale di Aleppo – Sheikh Maqsoud, più ampio e arroccato su un’altura che domina la città, e Ashrafiyeh, più compatto, immediatamente a ovest. Insieme costituiscono un’area a maggioranza curda che, pur completamente circondata da quartieri sotto il controllo di Damasco, ha conservato nel tempo istituzioni locali e un apparato di sicurezza legato all’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (DAANES). Questa singolarità affonda le sue radici nella storia urbana di Aleppo. Nel secondo Novecento la città cresce rapidamente, assorbendo vaste ondate di migrazione interna. In questo processo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh diventano progressivamente un punto di approdo per famiglie curde provenienti dalle campagne del nord e del nord-est del Paese. Negli anni più recenti, a questa popolazione si aggiungono migliaia di sfollati interni, in particolare dopo le operazioni militari turche e il collasso di altre aree a maggioranza curda, come Afrin.  Con l’inizio della guerra civile, a partire dal 2012, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh entrano in una fase di isolamento forzato. Mentre Aleppo si frammenta tra aree controllate dal regime, gruppi ribelli e formazioni jihadiste, i due quartieri passano sotto l’influenza delle forze curde (YPG) e delle strutture di sicurezza locali, gli Asayish. > Negli anni più duri del conflitto urbano, in particolare tra il 2013 e il > 2016, diventano bersaglio di assedi e bombardamenti da parte dei gruppi > islamisti che controllano l’est della città. È in questo contesto che prende > forma una pratica di autogoverno di quartiere: amministrazione locale, > autodifesa armata e gestione autonoma dei servizi essenziali come risposta > diretta alla guerra. Quando, alla fine del 2016, Aleppo torna sotto il controllo delle forze governative siriane e dei loro alleati, Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh non vengono pienamente reintegrati nell’assetto politico del regime. Restano, piuttosto, un’isola all’interno di una città riconquistata: oggi l’amministrazione locale continua a essere legata alle strutture della DAANES, mentre la sicurezza rimane affidata alle Asayish. La convivenza con Damasco è tesa, ma regolata da un fragile equilibrio fatto di accordi, posti di blocco condivisi, corridoi di accesso e negoziati intermittenti. Negli anni successivi, questi quartieri diventano uno degli esempi più evidenti di giurisdizione ibrida nel nord della Siria. I cambiamenti che maturano tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 si collocano dentro un tornante politico ben preciso che va dall’uscita di scena di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024, dopo l’avanzata delle forze ribelli guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), all’avvio di una nuova fase di transizione a Damasco. In parallelo, nel nord del Paese, la priorità dichiarata del nuovo centro di potere diventa quella di ricomporre il mosaico delle aree rimaste autonome, cioè non pienamente integrate nelle istituzioni statali: un obiettivo che passa anche dal nodo curdo e dalla questione SDF, in quanto principale attore politico-militare curdo, chiamato ora a ridefinire il proprio ruolo dentro il nuovo assetto dello Stato siriano. È in questo contesto che si intensifica la spinta verso una fase negoziale. Da un lato Damasco rivendica il rientro sotto l’autorità centrale di confini, aeroporti, risorse e apparati di sicurezza; dall’altro le leadership curde cercano di mettere in sicurezza i propri diritti e margini di autogoverno dentro la nuova architettura dello Stato. Il punto di svolta è l’accordo del 10 marzo 2025 tra governo di transizione e SDF, presentato come un’intesa per integrare istituzioni civili e militari del nord-est nello Stato siriano e aprire una traiettoria di unificazione, con comitati incaricati dell’attuazione entro fine 2025.  > Questa cornice aiuta a capire perché, pochi mesi dopo, Sheikh Maqsoud e > Ashrafiyeh vengano letti come un “laboratorio” politico fondamentale: sono uno > dei luoghi in cui quell’accordo – e la sua promessa di integrazione negoziata > – tenta di tradursi in pratica sul terreno.  Il già citato accordo locale del 1° aprile su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh prevede il rientro formale dei due quartieri sotto l’autorità dello Stato siriano, accompagnato da una riorganizzazione della sicurezza e da una progressiva smilitarizzazione dello spazio urbano. In base all’accordo, le SDF si sono ritirate completamente dalle strade e dagli spazi pubblici dei quartieri, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico al Ministero dell’Interno siriano, in coordinamento con gli Asayish. L’amministrazione, i servizi civili e le istituzioni educative sarebbero rimasti in funzione in attesa di una piena integrazione. In cambio, alle comunità locali venivano promesse garanzie sulla rappresentanza, sulla libertà di movimento e sulla tutela dell’identità culturale e linguistica. Fin dall’inizio, tuttavia, l’attuazione dell’accordo procede in modo diseguale. Alcuni punti vengono avviati – la rimozione parziale dei posti di blocco, il ridimensionamento visibile delle forze armate curde, l’apertura di canali amministrativi con la città – ma altri restano sospesi o affidati a comitati congiunti mai pienamente operativi. La questione della sicurezza, in particolare, si rivela il nodo più fragile: la sovrapposizione di competenze, la diffidenza reciproca e l’assenza di meccanismi di garanzia rendono l’equilibrio instabile. Oltre al nodo della sicurezza, anche altri pilastri dell’accordo restano in larga parte inattuati: dall’integrazione amministrativa alla rappresentanza politica, dalle garanzie culturali alla normalizzazione dei servizi. Secondo le autorità locali curde, molte delle promesse avanzate da Damasco sono rimaste vaghe, applicate solo formalmente o rinviate, alimentando la percezione di un ritorno sotto l’autorità centrale privo di reali contropartite. Il fragile compromesso costruito su Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si incrina anche alla luce del mutato atteggiamento degli Stati Uniti. Se negli anni precedenti la presenza americana – legata al sostegno delle forze curde impegnate nella lotta contro l’ISIS – aveva rappresentato, almeno indirettamente, un fattore di deterrenza e una garanzia politica per le leadership curde, già dal 2019 Washington ha ritirato ogni forma di copertura a ovest dell’Eufrate, limitando la propria presenza e influenza ad alcune aree del Nord-Est. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 questo ombrello si è ridotto ulteriormente. La linea statunitense è quella di un disimpegno netto dai dossier urbani più sensibili, Aleppo compresa, lasciando alle autorità curde il peso di negoziare da sole con Damasco e riducendo di fatto ogni margine di protezione politica esterna. In questo vuoto di garanzie, l’accordo su Aleppo perde rapidamente solidità. Per il governo di Damasco, l’assenza di una mediazione americana attiva riduce i costi politici e strategici di una linea più assertiva; per le autorità curde, diventa evidente che le intese raggiunte non sono sostenute da un meccanismo di garanzia internazionale capace di farle rispettare. Le promesse di integrazione e autonomia restano così appese a un equilibrio precario, esposto alle pressioni militari e alla sfiducia reciproca. > Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh finiscono per incarnare proprio questo punto di > rottura: quartieri troppo simbolici per essere lasciati in una zona grigia, ma > troppo isolati per essere difesi senza un sostegno esterno esplicito. Quando > l’accordo locale inizia a vacillare, la gestione della crisi torna rapidamente > sul terreno militare. È su questo equilibrio fragile – un’autonomia di fatto, circondata e negoziata, mai davvero risolta – che si innesta l’escalation di questi giorni. I combattimenti e i bombardamenti attorno a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh si sono progressivamente intensificati, accompagnati da evacuazioni di massa e da una crescente militarizzazione dei quartieri. I tentativi di tregua appaiono ancora una volta precari, esposti a un equilibrio che continua a cedere, e il destino di questi quartieri torna a interrogare non solo Aleppo, ma l’intero processo di ricomposizione della Siria. Immagine di copertina concessa da UIKI ONLUS – Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aleppo, il ritorno della guerra nei quartieri curdi proviene da DINAMOpress.
Siria. Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF
Ad Aleppo sono ripresi gli scontri tra l’esercito siriano del nuovo regime e le milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) in cui sono inquadrate le Ypg curde. L‘esercito siriano ha iniziato a trasformare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh in una zona militare chiusa. Ore fa, il Dipartimento Operazioni […] L'articolo Siria. Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF su Contropiano.
Come la famiglia di Sharaa e un “agente” hanno costruito la nuova economia sommersa siriana
Dalla caduta del governo dell’ex Presidente siriano Bashar al-Assad, Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha consolidato il controllo sui settori militare, della sicurezza, dell’istruzione e dell’economia siriani. Una facciata formale di civili, consigli, comitati e ministeri, maschera una cerchia molto più ristretta che dirige le leve del governo. In nessun luogo […] L'articolo Come la famiglia di Sharaa e un “agente” hanno costruito la nuova economia sommersa siriana su Contropiano.
Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità
A Damasco la pioggia si attraversa senza ombrelli. Le persone camminano a testa scoperta, come se non avessero tempo per negoziare con il cielo. Sugli autobus, spesso con le porte aperte, scoppiano risate improvvise; qualcuno scende al volo, qualcun altro sale mentre il mezzo è già in movimento. Mi è capitato di vedere i soldi del biglietto viaggiare di mano in mano, dal fondo del bus fino all’autista, e il resto tornare indietro lungo lo stesso percorso, senza una parola, come se fosse un gesto imparato da tempo. È una normalità ostinata, quasi testarda: questa è la Damasco quotidiana. Una città che vive nei dettagli, mentre a pochi isolati di distanza la Siria inizia a raccontarsi attraverso immagini molto più grandi. È da qui che ho cominciato a guardare la Siria un anno dopo: prima che dalle piazze delle celebrazioni o dai comizi dei nuovi leader, da questo modo di abitare il presente senza protezioni inutili. Ho imparato presto che, in Siria, le immagini ufficiali e quelle quotidiane non coincidono sempre. Bastano pochi chilometri, o un diverso canale televisivo, per passare da una realtà all’altra: da un Paese in festa a un Paese in lutto, da una piazza gremita di bandiere a una città che osserva in silenzio. Nei giorni dell’anniversario è bastato poco per ritrovarsi immersi in un’altra narrazione. Le piazze si sono riempite di persone, colori e slogan. I fuochi d’artificio disegnavano il cielo, i cori gridavano il nome della “nuova Siria”. Una festa che si propone come cornice nazionale, simbolo di rinascita, ma che racconta molto più di quanto sembri. > Accanto alle nuove bandiere siriane a stelle rosse, simbolo della Siria > post-regime, sventolavano centinaia di bandiere bianche con la shahada nera — > La ilaha illa Allah. Non erano marginali, né sporadiche. In molte città a maggioranza sunnita dominavano lo spazio visivo della festa. Per chi celebrava, «rappresentano la fine di un silenzio imposto», mi sottolinea Hanan. Per la prima volta in decenni, la comunità sunnita sente di poter occupare lo spazio pubblico. Per altri, però, quelle stesse immagini risvegliavano un timore antico: che un potere cada solo per essere sostituito da un altro e che la libertà si trasformi in appartenenza obbligata. Gli analisti regionali lo avevano previsto. La fine del regime non avrebbe generato immediatamente un’identità nazionale condivisa, ma avrebbe aperto una fase di riappropriazione simbolica, in cui ogni gruppo tenta di ricostruire la propria narrazione, di ridefinire il proprio posto nel Paese. Il problema è che questa riappropriazione si muove in uno spazio già frammentato, carico di ferite e memorie contrapposte. Autostrada in Siria nei pressi di Tartus IDENTITÀ CONFESSIONALI: IL POTERE CHE NON SCOMPARE Il regime di Assad aveva imparato a usare le identità confessionali come strumenti di governo. Non le rafforzava apertamente, ma le coltivava come fili invisibili: linee di sospetto, di appartenenza, di controllo. Un sistema silenzioso che attribuiva un peso politico a ogni identità, anche a quelle che sembravano solo sociali o religiose. Quando il regime è caduto, quel meccanismo non si è dissolto. Al contrario, si è reso più visibile, come se l’intonaco fosse saltato rivelando crepe già presenti nel muro. Camminando per i sobborghi di Damasco, o attraversando le città del sud e della costa, si percepisce chiaramente che quelle differenze continuano a orientare la vita quotidiana. Le appartenenze restano una bussola invisibile. Non si dichiarano, ma tutti le riconoscono. Ti dicono dove puoi abitare, chi puoi frequentare, cosa puoi permetterti di dire. Sono confini non scritti, ma netti. A volte emergono nei silenzi, negli sguardi, in quella breve esitazione prima di rispondere a una domanda. C’è un filo invisibile che unisce Suwayda, la città abitata dai drusi, alla costa, luogo riconducibile alla comunità alawita, nonostante tutto le divida. Da entrambe le parti resta la stessa ferita: quella dei massacri, quando le linee del fronte si sono fatte improvvisamente mobili e le popolazioni civili sono diventate bersagli. A Suwayda, se ne parla ancora con rabbia e incredulità; a Latakia, il dolore resta chiuso nelle case, come un lutto privato che alimenta isolamento e sospetto. In entrambi i casi la giustizia è rimasta lontana, sommersa da inchieste sospese, silenzi istituzionali, una burocrazia che parla di ricostruzione ma evita la parola responsabilità. > Le memorie si sono così trasformate in confini emotivi: ognuno custodisce la > propria versione, il proprio elenco di vittime, il proprio modo di ricordare. > Nel vuoto lasciato dall’impunità cresce la polarizzazione confessionale, come > un’erba resistente che intreccia traumi e disillusioni da sud a ovest, più > profonda di qualsiasi linea politica tracciata sulle mappe. La difficoltà della Siria oggi è tutta qui: costruire una transizione che includa senza cancellare, che riconosca senza irrigidire. Suwayda, casa bruciata durante il massacro di luglio LA GEOPOLITICA CHE INQUINA GLI EQUILIBRI INTERNI La Siria del dopo non è solo un Paese che tenta di ricomporsi. È anche uno spazio attraversato da interessi regionali che continuano a plasmarne il presente, spesso in modo più incisivo delle decisioni prese a Damasco. In questo scenario frammentato, Israele gioca un ruolo centrale e poco nascosto, approfittando del vuoto di potere e della debolezza strutturale dello Stato siriano. Da Beit Jenn alla campagna di Suwayda, gli abitanti convivono con la presenza costante di forze esterne, milizie locali e attori stranieri che cambiano nome ma non logica. Qui il confine non è una linea, ma una pressione continua. «Abbiamo cambiato i nomi, non le paure», mi dice un giovane. «Tutti vogliono qualcosa da noi». Israele osserva e interviene da anni nello spazio siriano, colpendo selettivamente, ampliando di fatto il controllo su territori già occupati e approfittando delle divisioni interne per rafforzare la propria profondità strategica. Le operazioni militari, presentate come preventive o difensive, si inseriscono in un contesto in cui la Siria non è una reale sovranità, né militare né diplomatica. In questo gioco di forze, le contraddizioni confessionali e politiche diventano terreno fertile. Ogni frattura interna — tra comunità, tra centro e periferia, tra milizie e civili – riduce ulteriormente la capacità del Paese, come società civile, come spazio di cittadinanza di presentarsi come interlocutore unitario. E più la Siria appare frammentata, più risulta vulnerabile a interventi esterni che si muovono come un elefante in una stanza di cristalli. Nelle campagne, lontano dalle piazze delle celebrazioni, questa dinamica è percepita con chiarezza. Qui la caduta del regime, dopo essere stata accolta con una comune e straordinaria euforia, resta una domanda aperta. I contadini parlano di prezzi, di acqua, di sicurezza. Le famiglie raccontano la fatica di mandare i figli a scuola quando lo spazio aereo non è mai del tutto neutro e il futuro resta opaco. > È una Siria che paga il prezzo di equilibri decisi altrove. Le celebrazioni, in questo contesto, assumono un doppio significato. All’interno segnano un passaggio di potere; all’esterno parlano a chi osserva la Siria come scacchiera regionale. Ma per molte comunità questo si traduce in una sensazione diffusa di marginalità e di abbandono. «Siamo passati dall’essere governati dall’interno a essere tirati da tutti i lati», mi dice un abitante della zona rurale. A rendere tutto più fragile è il vuoto lasciato dalla comunità internazionale. Le grandi dichiarazioni sulla transizione non si sono tradotte in una reale protezione dei civili, né in un quadro politico capace di limitare le interferenze esterne. In assenza di una pressione diplomatica efficace, attori regionali come Israele operano in uno spazio quasi privo di vincoli, mentre la popolazione resta intrappolata tra poteri che non controlla. La transizione siriana resta così sospesa: non solo per le sue fratture interne, ma perché la politica nazionale fatica a emergere come spazio autonomo, capace di rispondere ai bisogni della popolazione prima che agli interessi strategici altrui. Beit Jenn, casa distrutta da Israele ARTE, GIOVANI E SPAZI DI POSSIBILITÀ Tornando a Damasco, la città appare come un mosaico di tutte queste contraddizioni. Viva da lontano, fragilissima da vicino. I mercati sono pieni, le scuole riaperte, i bambini giocano sotto la pioggia senza ombrelli. Ma dietro questa vitalità si nasconde una realtà dura: stipendi insufficienti, giovani che sognano di partire, anziani che sopravvivono più che vivere. «Non vogliamo emigrare», mi dice un amico. «Ma non vogliamo restare così». > In questo spazio incerto, l’arte è diventata uno dei pochi luoghi di respiro > reale. Nei quartieri popolari, giovani musicisti, pittori e registi lavorano > in scantinati, case private, biblioteche dismesse. Non producono manifesti > ideologici, ma racconti di quartiere, frammenti di memoria, gesti di > normalità. Si tratta di spazi che resistono. Perché creare, oggi, significa aprire un dialogo che va oltre la polarizzazione. Significa immaginare un linguaggio comune dove la politica ha fallito. Laboratorio artistico La Siria che ho visto è divisa, ma non immobile. Vive nella testardaggine quotidiana dei suoi abitanti, nei giovani, nelle donne, nei bambini. Se esiste una possibilità di uscita dalla polarizzazione, passa da qui: dal sostegno alle nuove generazioni, agli spazi culturali, ai luoghi dove il dialogo è ancora possibile come fondamento della transizione. Forse la vera rivoluzione non è sui palchi delle celebrazioni, ma in questa normalità ostinata. Nel desiderio, semplice e radicale, di continuare a vivere – nonostante tutto. Ed è qui che la nostra missione «la Siria con gli occhi dei civili» prende forma. Una cooperazione dai civili per i civili. Immagini di copertina e nell’articolo di Giovanna Cavallo. In copertina le celebrazioni Damasco per anniversario caduta Assad SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Un anno dopo Assad: il paese delle molte verità proviene da DINAMOpress.
Siria. Stallo nelle trattative e combattimenti tra FDS e qaedisti
Si avvicina la scadenza di fine anno, fissata per l’implementazione del cosiddetto “accordo del 10 marzo”, che prevede l’integrazione delle Forze Democratiche Siriane (FDS) nelle strutture centrali delle autoproclamate autorità qaediste, eppure non sembra si vada verso passi risolutivi. Anzi, nei giorni scorsi vi sono stati pesanti scontri fra le […] L'articolo Siria. Stallo nelle trattative e combattimenti tra FDS e qaedisti su Contropiano.