Gaza e la Cisgiordania sono il laboratorio bellico di Tel Aviv
di Antonio Fico,
l’Espresso, 12 maggio, 2025.
Gaza e la Cisgiordania sono il laboratorio bellico di Tel Aviv
Intelligenza artificiale per i bombardamenti, sistemi di riconoscimento e
spionaggio. Israele testa le sue armi nei territori occupati. Per poi venderle a
tutto il mondo.
Un filo rosso lega i sistemi che Israele usa a Gaza e in Cisgiordania per
il controllo massivo dei palestinesi agli apparati di difesa e alle intelligence
di Stati di mezzo mondo. Compresi buona parte di quelli occidentali e arabi. In
un mercato della sicurezza che vede a livello internazionale lo Stato ebraico
fare la parte del leone, con tecnologie direttamente sperimentate sul campo. E
che presto potrebbero arrivare anche da noi. Anzi sono già qui.
«Il caso israeliano è davvero straordinario: i territori occupati, oltre che un
campo di battaglia, sono diventati un gigantesco laboratorio in cui la
sorveglianza è estesa, grazie all’intelligenza artificiale, all’intera
popolazione palestinese, a prescindere dal fatto di essere criminali o
terroristi». A dirlo è Meron Rapoport, direttore del sito in lingua
ebraica Local Call ed editorialista della rivista +972, collaboratore di testate
internazionali come The Guardian e The Nation, e in passato per L’Espresso.
Queste tecnologie possono essere usate anche qui, da noi? «Forse non su larga
scala – aggiunge – ma come dovrebbe insegnarvi il caso dello spyware Paragon, i
sistemi di spionaggio e sorveglianza sperimentati qui potrebbero essere usati
contro determinati gruppi, come giornalisti e attivisti per i diritti umani».
La fabbrica degli omicidi di massa
Subito dopo il 7 ottobre, +972 ha pubblicato un’inchiesta sul modo in cui
l’esercito e l’aviazione israeliana hanno usato l’intelligenza artificiale per
scegliere gli obiettivi da colpire nella Striscia. Quell’articolo aveva un
titolo emblematico: La fabbrica degli omicidi di massa. «L’Ia – spiega Rapoport
– è stata usata fin dall’inizio dell’attacco per ampliare i target da colpire:
pensavamo fossero 37mila, poi ci siamo resi conto che la lista arrivava a 70mila
obiettivi. Non più solo comandanti, ma anche soldati, civili che avevano in
qualche modo a che fare con Hamas, semplici sospetti. La scoperta sconvolgente è
che le persone scelte venivano individuate e attaccate senza troppo riguardo per
i civili: erano tollerabili anche cento morti per un comandante di alto livello,
venti per un soldato. Per fare un paragone, l’intelligence americana si era
posta il limite – per colpire Osama Bin Laden – di venti vittime collaterali».
Tra gli strumenti usati spicca il “Lavender”, un algoritmo di apprendimento
automatico che incrocia dati biometrici, sociali e digitali: i margini di errore
sono noti, ma l’esercito israeliano ha continuato a usarlo, con un costo umano
altissimo. Come ha rivelato il New York Times, l’uso di questi strumenti ha
condotto a numerosi casi di identificazioni errate, arresti immotivati e,
soprattutto, alla morte di civili.
«Il concetto di danno collaterale nella Striscia è stato completamente superato
– spiega Rapoport – I militari possono colpire in modo mirato qualsiasi
obiettivo. Israele ha una capacità pervasiva di sorveglianza dei 2,2 milioni di
abitanti di Gaza e degli oltre 3 milioni della Cisgiordania. L’esercito sa tutto
di loro. Ciò vale anche sul campo di battaglia: l’intelligenza artificiale viene
usata con un’accuratezza impressionante». Perché allora tante vittime civili?
«L’obiettivo non dichiarato fin dall’inizio era terrorizzare la popolazione per
fare pressione su Hamas. La distruzione sistematica di ogni infrastruttura e
l’attacco indiscriminato sui civili ha ora l’intento di imporre alla popolazione
di abbandonare i centri urbani. Rafah aveva 275mila abitanti prima della guerra:
oggi non esiste più. Gli abitanti saranno costretti a rifugiarsi in aree sempre
più ristrette, da cui si potrà uscire solo per abbandonare la Striscia». Zone
che in un articolo recente Rapoport non ha esitato a definire “campi di
concentramento”, tappa intermedia per l’espulsione di massa.
Un altro elemento chiave dell’apparato è l’utilizzo del riconoscimento facciale,
soprattutto nei checkpoint temporanei. Telecamere ad alta risoluzione inviano le
immagini dei volti dei palestinesi a un sistema che, pur supportato
dall’intelligenza artificiale, in talune situazioni ha mostrato errori, senza
che ciò fermasse interrogatori e detenzioni arbitrarie.
La diplomazia delle armi
Mentre la tecnologia diventa sul campo uno strumento per la carneficina, gli
affari vanno avanti. Nel 2023, Israele ha esportato 13 miliardi di dollari in
armi. Per il giornalista investigativo ebreo-australiano, Antony
Loewenstein l’industria bellica israeliana è nata negli anni Cinquanta da un
lato per il controllo sociale dei palestinesi, dall’altra per l’esportazione
all’estero per ragioni economiche e per stringere rapporti diplomatici. Da
allora Israele ha venduto armi ad alcuni dei peggiori regimi dispotici: la
Romania di Ceausescu, l’Haiti di Papa Doc, l’Indonesia di Suharto, il Sudafrica
dell’apartheid, la Persia dello Scià e al Cile di Pinochet. La fornitura ad
alleati regionali degli Stati Uniti ha finito per cementare il rapporto con gli
americani.
Quando le armi informatiche hanno iniziato a eclissare i jet da combattimento
nei piani militari, in Israele è emerso un diverso tipo di industria. Come per i
fornitori di armamenti convenzionali, i produttori di armi informatiche
ottengono licenze di esportazione dal Ministero della difesa israeliano,
fornendo al governo una leva cruciale per influenzare le aziende e, in alcuni
casi, i Paesi che acquistano da loro.
Già nel 2018, un’indagine di Haaretz, rivelava – sulla base di centinaia di
testimonianze raccolte in 15 Paesi, molti dei quali poco democratici, tra cui
Bahrein, Azerbaijan, Bangladesh, Uzbekistan, Etiopia – come i sistemi di
sorveglianza nati a Herzliya Pituah, un quartiere di Tel Aviv, da società come
la Nso e la Verint, siano stati impiegati oltre che per la lotta al crimine e al
terrorismo, anche per arrestare attivisti per i diritti umani e per i diritti
delle persone Lgbt, e creare casi giudiziari attorno a figure pubbliche poco
compiacenti verso i loro governi. Va detto che una volta venduti questi sistemi,
non c’è modo di prevenirne l’abuso.
Per Loewenstein, questa diplomazia delle armi spiegherebbe anche perché nessun
Paese arabo ha interrotto i rapporti con Israele. In Egitto, Giordania, Arabia
Saudita, Emirati e Bahrein i regimi lasciano protestare i loro popoli ma li
temono e il modo preferito di gestirli è proprio attraverso le tecnologie di
repressione e sorveglianza forniti dagli Israele. Rapoport conferma: quello che
tiene insieme Israele e le monarchie del Golfo è l’interesse reciproco a
mantenere lo status quo in un equilibrio diplomatico che si gioca in gran parte
dietro le quinte.
Business e ideologia
Un gioco di cui fanno parte le aziende e i governi occidentali. Una serie di
inchieste di +972 e Local Call hanno svelato i progetti di Tsahal con i colossi
della Silicon Valley. Microsoft ha “una presenza in tutte le principali
infrastrutture militari” in Israele e le vendite dei servizi cloud e di
intelligenza artificiale dell’azienda all’esercito israeliano sono aumentate
vertiginosamente dall’inizio dell’attacco a Gaza.
In un’altra inchiesta è stato svelato un nuovo strumento di intelligenza
artificiale simile a ChatGpt che l’esercito sta addestrando su milioni di
conversazioni in arabo ottenute tramite la sorveglianza dei palestinesi nei
territori occupati. Lo scopo ufficiale è quello di prevenire possibili azioni
terroristiche, frugando nella vita di milioni di persone. Secondo +972, questo
progetto, che si avvale della collaborazione di tecnici israeliani che lavorano
per Google, Meta e Microsoft, potrebbe allargare, senza controllo, il numero di
persone sospettate, accelerando le incriminazioni e gli arresti.
Per Rapoport, l’affinità ideologica tra il governo Netanyahu e la destra al
potere negli Stati Uniti ma anche in Italia e in altri Paesi europei,
potrebbe accelerare l’impiego di tecnologie di sorveglianza, in una singolare
convergenza di interessi economici e progetti securitari nazionali. In questo
Israele, ma non solo, potrebbe giocare una partita funzionale a un disegno più
ampio. Mentre anche in Italia emergono nuovi casi di intercettazioni illegali
con Paragon – l’ultimo ai danni del giornalista di FanPage Ciro Pellegrino –
Pegasus, un altro software spia della controversa società israeliana Nso, era
stato al centro di un torbido caso di intercettazioni. Nel 2021 un’indagine di
molti giornali internazionali aveva rivelato che Pegasus era stato usato per
intercettare migliaia di persone in più di 50 Paesi, tra cui politici, attivisti
e giornalisti. Nel quadro delle alleanze diplomatiche, anche allora lo spyware
fu venduto ai servizi segreti dei regimi sunniti del Golfo e alle agenzie
governative degli Stati Uniti. Prima che la Nso finisse nella lista nera Usa.
https://lespresso.it/c/mondo/2025/5/12/gaza-cisgiordania-laboratorio-bellico-israele-intelligenza-artificiale-test-armi/54149