“PER FARLA FINITA CON IL CAMPISMO”. CONVERSAZIONE SU GUERRA E ANTI-IMPERIALISMO CON SOMAYEH ROSTAMPOURRadio Onda d’Urto ha intervistato Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante
femminista curdo-iraniana, a partire dal suo recente articolo “For an end to
campism, the Iran war, and the anti-imperialist washing of the Islamic
Republic”, cioè “Per farla finita con il campismo, la guerra in Iran, e il
washing anti-imperialista della Repubblica Islamica”, pubblicato nel maggio 2026
da Tempest – Revolutionary Socialist Magazine.
Nell’articolo, Somayeh Rostampour, attiva a Parigi nel collettivo
anticapitalista Roja, formato da militanti provenienti da Iran, Kurdistan e
Afghanistan, sviluppa una critica all’approccio “campista” alle questioni
internazionali sottolineando come, nell’illusione di sostenere una posizione
anti-imperialista, queste idee – che negli ultimi anni hanno trovato un certo
seguito anche nella sinistra radicale europea – finiscono in realtà per
riprodurre la logica imperialista, coloniale, classista e suprematista promossa
dalle potenze capitaliste globali.
Secondo la militante femminista curdo-iraniana, chi si oppone all’aggressione
statunitense e israeliana in Iran dovrebbe superare il “campismo”. Senza
superare questa mentalità, infatti, non è possibile ricostruire una sinistra
autenticamente emancipatoria, né rivitalizzare un vero internazionalismo.
Dal suo punto di vista, l’aggressione imperialista di Israele e Stati Uniti
all’Iran va invece inquadrata come l’ultima fase della controrivoluzione che ha
colpito duramente il movimento “Jin, Jîyan, Azadi” (“Donna, vita, libertà”) nel
2022 e le rivolte di massa del gennaio 2026.
Il primo atto della controrivoluzione è venuto “dai nazionalisti, e in
particolare dai monarchici organizzati nella diaspora, quelli che io chiamo le
estreme destre iraniane – afferma la ricercatrice su Radio Onda d’Urto – perché
hanno tutte le connotazioni e tutti gli elementi dell’estrema destra mondiale.
Sono persone molto razziste, misogine, nazionaliste, che credono alla supremazia
dei persiani. Sono strette alleate di Israele, di Trump e dell’estrema destra
mondiale. Hanno fatto di tutto per svuotare il movimento del proprio lato
progressista e rivoluzionario”.
La seconda fase è rappresentata dalla repressione violenta del movimento, in
particolare quella del gennaio 2026. La guerra, con l’aggressione imperialista
israelo-statunitense – sostiene Rostampour – è l’ultima fase della
controrivoluzione contro il movimento “Donna, vita, libertà”.
“Il movimento ‘Donna, Vita, Libertà’ – spiega Somayeh Rostampour – cercava un
cambiamento dall’interno, dal basso, proveniente dalla popolazione. Questo non è
nell’interesse dell’imperialismo, che cerca invece un cambiamento dei vertici
del potere, un regime change. Dall’alto, non dal basso… Dall’alto, attraverso
l’intervento e l’ingerenza straniera“.
“Questo tipo di interventi imperialisti – conclude la ricercatrice – sono anche
contro il movimento “Donna,Vita, Libertà”, perché non vogliono un movimento
democratico, decoloniale, femminista e non vogliono un movimento espressione
della popolazione iraniana. Loro volevano controllare il destino di questo
movimento, al fine di mettere al potere qualcuno che fosse sottomesso
all’imperialismo, che potesse dare loro, gratuitamente o a basso costo, il
petrolio del paese. Oggi questi movimenti rivoluzionari, che potevano portare
alla caduta del regime, sono in una fase di totale arretramento. Siamo molto
lontani dalla caduta del regime. Il regime si è rafforzato“.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante
femminista curdo-iraniana, tradotta e doppiata in italiano. Ascolta o scarica.
Entretien original en français avec Somayeh Rostampour réalisée par Radio Onda
d’Urto. Ascolta o scarica.
Riportiamo di seguito la trascrizione integrale, in italiano, dell’intervista:
Su Radio Onda d’Urto siamo in collegamento telefonico con Somayeh Rostampour,
militante femminista curdo-iraniana e ricercatrice. Con lei parliamo del suo
recente articolo “For an end to campism, the Iran war, and the anti-imperialist
washing of the Islamic Republic”, cioè “Per farla finita con il campismo, la
guerra in Iran, e il washing ‘anti-imperialista’ della Repubblica Islamica”,
pubblicato su Tempest – Collective Revolutionary Socialist Magazine. Buongiorno
Somayeh Rostampour e benvenuta.
Buongiorno a voi e grazie per l’invito.
Innanzitutto, dal suo punto di vista, perché è importante oggi, per un movimento
rivoluzionario, condurre un’analisi critica degli approcci alla guerra e delle
categorie di imperialismo e anti-imperialismo?
Come sapete meglio di me, siamo in una nuova fase di guerre e aggressioni
imperialiste. Infatti, dopo la guerra fredda abbiamo assistito a numerosi
conflitti. Per quanto riguarda il Medio Oriente, sono state sopratutto le guerre
in Iraq e Afghanistan ad aver causato grossi danni nella regione. E questa
guerra è continuata fino a oggi, con le minacce e le sanzioni permanenti. L’Iran
è stato sanzionato per decenni e le sanzioni sono cresciute di anno in anno,
fino ad oggi. Oggi siamo in una nuova fase di queste aggressioni imperialiste:
le sanzioni che si trasformano in guerra, come è successo anche all’Iraq, per
esempio, contro Saddam Hussein. Certamente anche quella era una dittatura. Io
sono curda… Saddam ha perpetrato un genocidio contro i curdi dell’Iraq,
l’operazione Anfal, che ha ucciso 180.000 curdi. Di conseguenza, questi
dittatori che sono presi di mira dagli imperialisti, che sia in Iraq, che sia in
Iran, sono presi di mira da tutto un processo di aggressione che inizia con le
minacce, continua con le sanzioni e spesso finisce con le guerre imperialiste.
Definirsi rivoluzionari, e di sinistra in generale, significa non rimanere in
silenzio di fronte a queste aggressioni imperialiste. Per esempio ciò che sta
accadendo a Gaza non dal 7 ottobre, ma da ben prima, da più di 70 anni, è in
continuità con ciò che è iniziato con le crisi del capitalismo e che poi si
trasforma in imperialismo.
Quello che vediamo oggi in Libano e in Iran è la continuazione di questa crisi,
la continuazione della distruzione iniziata con il genocidio di Gaza. Quindi, ci
sono sia le crisi del capitalismo, che necessita di accumulare profitto, e c’è
la necessità di andare oltre i confini, cioè la questione dell’imperialismo:
aggredire altri territori dove vivono le persone nell’impunità totale, senza che
ci siano conseguenze. Ad esempio, oggi non ci sono conseguenze per la
popolazione statunitense e per gli Stati Uniti quando promuovono guerre ovunque
nel mondo.
È stato anche il caso della Francia con la colonizzazione. Quindi non possiamo
non opporci. I nostri destini sono legati nella regione, ma i nostri destini
sono legati anche, come rivoluzionari, a tutto il mondo. Se restiamo in silenzio
di fronte al genocidio di Gaza la guerra arriverà senza dubbio in altri posti.
Oggi tocca all’Iran.
La questione è quella della solidarietà internazionalista, la questione
dell’internazionalismo dal basso. C’è questo al centro del nostro attivismo.
Noi, come rivoluzionari provenienti, per esempio, dall’Iran, dal Kurdistan e
dall’Afghanistan – perché faccio parte di un collettivo di questo tipo (Roja,
collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano di Parigi,
ndr.) – crediamo in questo internazionalismo di lotta. Altrimenti, rimarremo
chiusi nelle analisi geopolitiche, nella real politik, che riguarda ogni singola
popolazione, ogni comunità, che pensa solo alla propria sopravvivenza ma non
pensa alla solidarietà e al destino degli altri.
Ma una rivoluzione in un luogo specifico può diventare una contro-rivoluzione
per le altre comunità.
Ciò che può evitarci di rimanere chiusi in questa analisi di real politik, di
pura geopolitica, è basarci su un approccio internazionalista dal basso, sulle
alleanze tra i popoli, invece di allearsi con gli stati che sono spesso stati
postcoloniali, che sono stati aggrediti dall’imperialismo, sanzionati
dall’imperialismo, ma si tratta comunque di stati iper violenti che riproducono
al loro interno certe logiche del colonialismo. L’Iran, per esempio, usa i
meccanismi del colonialismo contro le minoranze nazionali, contro i curdi, gli
arabi-iraniani, i baluci. C’è tutta una macchina di violenza che assomiglia
enormemente alle macchine di violenza dei paesi colonizzatori.
Quindi questi paesi riproducono uno stato postcoloniale, spesso molto violento,
dittatoriale, dove c’è una enorme mancanza di democrazia, dove c’è una crisi
continua nella vita quotidiana a causa della sorveglianza totale, della
discriminazione, dell’assenza dei diritti basilari. Prendendo ancora l’esempio
iraniano, le donne, i lavoratori, non hanno nemmeno i diritti basilari. In Iran,
il 90% dei contratti per le operaie sono a tempo determinato. Non c’è protezione
sul posto di lavoro, tutti sono sorvegliati, i lavoratori, i sindacalisti sono
criminalizzati e lo stesso accade per il movimento delle donne o per il
movimento studentesco.
In questo caso la politica non è possibile. E quando la politica non è
possibile, significa che ci troviamo di fronte a uno stato postcoloniale che non
ha legittimità nei confronti della sua popolazione. Per compensare la mancanza
di legittimità, lo Stato procede attraverso l’espansionismo regionale. Ed è
esattamente quello che ha fatto l’Iran: per riconquistare la legittimità che
aveva perso all’interno del paese ha giocato la carta della politica
internazionale, appoggiandosi all’“anti-imperialismo” e all’anti-occidentalismo.
Questo atteggiamento gli ha persino permesso di non perdere la legittimità anche
mentre partecipava attivamente, ad esempio, al massacro dei popoli nella Siria
di Assad o in Iraq e in Yemen. Tutto questo si è svolto nell’impunità per
l’Iran, uno Stato autoproclamatosi “anti-imperialista” e “anti-occidentale”. Ed
è in effetti “anti-imperialista” per alcuni, ciecamente dogmatici e ortodossi,
che pensano che la visione geopolitica sia sufficiente. Poco importa che l’Iran
abbia ucciso moltissime persone, ad esempio in Siria e in Iraq.
Nell’articolo affermi che la violenta repressione dei manifestanti da parte del
regime di Teheran e l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran “non
costituiscono né sequenze separate né due forme di violenza opposte – una
repressiva e l’altra presumibilmente liberatoria – bensì momenti successivi,
persino asimmetrici, di un processo controrivoluzionario interconnesso”. “La
guerra ‘esterna’ -scrivi – prolunga e intensifica la controrivoluzione interna,
consentendo allo Stato iraniano di rafforzare la coesione interna e, ancora una
volta, soffocare il dissenso popolare”. Puoi spiegare questo passaggio a chi ci
ascolta?
Certo. Riprendo il discorso da quanto ho appena spiegato. Ci sono molte persone
che si definiscono “anti-imperialiste”, compagni e compagne che pensano che ci
sia una distinzione tra politica interna ed estera. Queste persone non sono
d’accordo sulla politica interna della Repubblica Islamica dell’Iran ma
sostengono la sua politica internazionale di fronte agli imperialisti. Noi
contestiamo questa visione perché è esattamente questa distinzione che legittima
lo Stato iraniano e la sua repressione illegittima contro la propria
popolazione, che avviene nell’impunità totale.
La visione che pretende di separare le due cose è sbagliata, perché le due sono
completamente intrecciate e legate. Non si possono separare. La legittimità
della politica internazionale dell’Iran, cosiddetta “anti-imperialista” – dico
cosiddetta perché non è vera neanche quella (ne parleremo) – gli permette di
giustificare la repressione che sta facendo da 47 anni nei confronti della
propria popolazione.
Quello che ho voluto spiegare nell’articolo è che c’è un processo rivoluzionario
che è iniziato in particolare con il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022,
ma che aveva messo le radici in Iran già dal 2017, anno in cui è finita la
speranza di riforma dei riformisti ed è iniziata una nuova fase rivoluzionaria
nel paese. Questa nuova fase si concretizza appunto con un movimento davvero
interessante e un processo rivoluzionario molto potente nel 2022, il movimento
“Jin, Jîyan, Azadî”, “Donna Vita Libertà”.
Perché è un movimento particolare? Perché per la prima volta riunisce tutti gli
attori di diversi movimenti sociali del paese.
Ha rappresentato un incrocio dei movimenti delle donne, che si stanno
radicalizzando già dal 2017. Le donne sono state le pioniere. Ma anche le
minoranze nazionali come i curdi, i baluci, gli arabi e altri sono stati molto
attivi nei movimenti, nelle rivolte precedenti, che sono state tre, prima di
“Donna, Vita, Libertà”. Ad esempio, più dell’80% delle persone giustiziate, i
prigionieri politici, sono curdi e baluci. È un dato enorme perchè la
popolazione non persiana nel paese è di circa il 30-40%. Tutti questi elementi
ci mostrano che è stato un movimento rivoluzionario, perché voleva la caduta del
regime e aveva le rivendicazioni radicali di “Donna, Vita, Libertà”.
È stato un movimento decoloniale, perché i popoli – dico i popoli perché non c’è
un solo popolo – e le nazionalità come i curdi e i baluci rivendicavano davvero
l’autodeterminazione territoriale e politica, rimanendo sempre parte dell’Iran
ma in modo autodeterminato.
E di conseguenza, secondo noi, è stato anche un movimento decoloniale, è stato
un movimento femminista, perché le donne che vi partecipavano erano molto attive
nel movimento. È stato un movimento di lavoratori, perché la maggior parte delle
persone che erano scese nelle strade e che sono state uccise, anche nel 2022, al
contrario di quello che si dice, era espressione della classe popolare.
Soprattutto, devo dire, quella delle regioni periferiche, non persiana e anche
del Kurdistan e del Belucistan.
Senza dubbio la maggioranza proveniva dalle classi popolari. Di conseguenza, è
stato l’incrocio di questi movimenti che ha promosso davvero una trasformazione
radicale nel paese.
Questo processo rivoluzionario non è sfociato in una rivoluzione. Si è fermato a
causa della forza della repressione del regime, una repressione sanguinosa con
migliaia di persone uccise, migliaia di prigionieri politici, migliaia di
arresti, il ritorno della tortura nelle prigioni iraniane, eccetera. Nella
regione curda, per un po’ di tempo, ci sono stati assedi che ricordavano quelli
dei colonizzatori quando arrivano da altri territori. Abbiamo avuto tutti questi
elementi.
Di conseguenza, dopo questa mobilitazione molto potente ci sono state molte
reazioni contro il movimento. Le prime reazioni sono venute dai nazionalisti, e
in particolare dai monarchici organizzati nella diaspora, quelli che io chiamo
le estreme destre iraniane, perché hanno davvero tutte le connotazioni e tutti
gli elementi dell’estrema destra mondiale. Sono persone molto razziste,
misogine, nazionaliste, che credono alla supremazia dei persiani. Sono strette
alleate di Israele, di Trump e dell’estrema destra mondiale. Di conseguenza, per
loro non era accettabile questo movimento con uno slogan che viene dalla lotta
rivoluzionaria dei curdi in Turchia e Rojava, che arriva in Iran e diventa lo
slogan principale del movimento. Per loro, che credono alla supremazia persiana,
non era accettabile un movimento composto da minoranze e donne.
Di conseguenza, hanno fatto di tutto per svuotare anche questo movimento del
proprio lato progressista e rivoluzionario. Hanno organizzato contro-movimenti
nella diaspora. Hanno cercato di creare alleanze tra reazionari che sono
fallite, hanno diviso l’opposizione iraniana, eccetera. Questa è stata la prima
fase controrivoluzionaria contro la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà”.
La seconda fase coincide invece con il mantenimento della continuità. E così la
repressione del regime ha continuato a esistere e questo si è visto in
particolare con il massacro del gennaio 2026. Fino a gennaio scorso, i
nazionalisti hanno distrutto l’essenza rivoluzionaria e unitaria di “Donna,
Vita, Libertà”. A continuare questa controrivoluzione è stato poi il massacro
commesso dal regime iraniano dopo la rivolta di gennaio. È stata una rivolta
senza precedenti, molto più potente in termini numerici rispetto alla rivolta
del 2022, molto sanguinosa.
La violenza che abbiamo conosciuto a gennaio è stata di una portata sconosciuta
nella storia moderna dell’Iran. Migliaia di persone sono state uccise in pochi
giorni. E non erano gli agenti di Israele e degli Stati Uniti, come si tende ad
affermare con una certa facilità. Sai, tra le persone uccise, c’erano persino
bambini di tre mesi, bambini di 2 anni, di 6 anni. Un numero enorme di persone,
adolescenti compresi, che non sono stati uccisi dagli agenti di Israele, ma da
proiettili sparati sulla popolazione. Per esempio, c’è un video che mostra come
siano stati sparati 250 proiettili in soli 6 minuti. È un video vero, che
chiunque può vedere. Mostra il livello della repressione e, intrinsecamente, lo
sviluppo della controrivoluzione all’interno del paese.
La guerra rappresenta l’ultima fase di questa controrivoluzione contro il
movimento “Donna, Vita, Libertà”. L’ultima fase della controrivoluzione, quindi,
è l’invasione imperialista degli Stati Uniti e di Israele, iniziata nel giugno
2025 e proseguita con la seconda fase nel febbraio 2026.
Perché dico questo? Perché, in effetti, il movimento “Donna, Vita, Libertà”
cercava un cambiamento dall’interno, dal basso, proveniente dalla popolazione. E
questo non è nell’interesse dell’imperialismo, che cerca invece un cambiamento
dei vertici del potere, un regime change. Dall’alto, non dal basso… Dall’alto,
attraverso l’intervento e l’ingerenza straniera.
Questo è molto importante. Questo tipo di interventi imperialisti sono anche
contro il movimento “Donna,Vita, Libertà”, perché non vogliono un movimento
democratico, decoloniale, femminista e non vogliono un movimento espressione
della popolazione iraniana. Loro volevano controllare il destino di questo
movimento, al fine di mettere al potere qualcuno che fosse sottomesso
all’imperialismo, che potesse dare loro, gratuitamente o a basso costo, il
petrolio del paese. Questo avrebbe permesso loro di accumulare capitale
attraverso il petrolio gratuito o a basso costo. Volevano qualcuno che non
rappresentasse una minaccia nella regione, né per loro, né per i loro alleati,
né per Israele, né per gli Stati Uniti. Vorrebbero qualcuno che prenda il
potere, rappresenti i valori occidentali e segua le agende degli occidentali.
Un movimento come “Donna, Vita, Libertà” è un pericolo per tutte le dittature e
per tutte le forze imperialiste nella regione, perché può ispirare tutti. È in
questo senso che nell’articolo parlo di controrivoluzione, per dire che la
guerra è stata l’ultima fase per distruggere davvero il movimento, che era una
grande speranza per la caduta del regime e che continuava a esistere fino a
oggi.
Vedete, quando è iniziata la guerra, tutto il paese era in lutto: eravamo alla
cerimonia del quarantesimo giorno, che per l’Iran è molto importante, sia
politicamente che socialmente. Eravamo alla cerimonia del quarantesimo giorno
per le persone uccise dal regime durante il massacro di gennaio. I movimenti
studenteschi erano mobilitati in moltissime università in Iran per celebrare le
persone e i manifestanti uccisi. È stato in quel momento che gli Stati Uniti e
Israele hanno attaccato l’Iran.
Hanno attaccato il paese mentre il movimento poteva ancora prendere slancio nel
paese, perché il movimento studentesco è molto importante in Iran. È il
movimento studentesco che ha davvero dato la forza affinché “Donna, Vita,
Libertà” diventasse un movimento nazionale. Poteva essere così anche a febbraio,
ma la guerra ha fermato questo processo.
E oggi questi movimenti rivoluzionari, contestatori, che potevano portare alla
caduta del regime, sono in una fase di totale arretramento. Siamo molto lontani
dalla caduta del regime. Il regime si è condensato, si è rafforzato. C’è più
coesione oggi che a febbraio, ad esempio, o a gennaio, quando il regime aveva
perso enormemente legittimità.
Il regime ha riguadagnato legittimità attraverso la guerra. Oggi per la
popolazione è più complicato uscire in strada e mobilitarsi, perché con la
guerra tutto è più complicato, a partire dalla situazione economica,
l’inflazione, eccetera. E di conseguenza, i movimenti rivoluzionari e i
movimenti contestatori hanno difficoltà a rimobilitarsi e organizzarsi. Con la
repressione di gennaio e poi con la guerra, la popolazione e i rivoluzionari
hanno perso tutto.
A proposito dell’approccio “campista” alla lettura delle questioni
internazionali, sempre nell’articolo spieghi come questa prospettiva sia “erede
della Guerra Fredda” e che, “così come articolato da autoproclamati
anti-imperialisti e sostenitori del cosiddetto campo della resistenza, spesso
riduce il mondo a una logica binaria di due ‘schieramenti’: l’imperialismo
(Stati Uniti, NATO, Israele e i loro alleati) contro ‘la resistenza’ (Iran,
Russia, Cina, la Siria di Assad e così via)”. Quali sono gli effetti di questo
approccio sulle analisi di chi vorrebbe in teoria opporsi al capitalismo, alla
guerra e all’imperialismo? Mi riferisco a quella che tu chiami la “logica
controrivoluzionaria del campismo”.
Sì, è un’ottima domanda perché ci sono conseguenze davvero gravi per la
popolazione e per la solidarietà internazionalista per via di queste visioni
campiste.
Vi spiego. Ci sono molti rivoluzionari del Nord, o anche movimenti decoloniali,
che pensano che basti essere anti-imperialisti di fronte alla guerra, ad
esempio, oggi, in Iran, in Libano o di fronte al genocidio di Gaza. Noi pensiamo
che sia necessario definire questo anti-imperialismo. È molto importante
definirsi anti-imperialisti, è come definirsi femministi, ma è molto importante
capire di quale anti-imperialismo parliamo. Vale lo stesso per il femminismo,
definire di quale femminismo parliamo. È la stessa cosa. Di conseguenza, per
noi, ci sono due tipi di anti-imperialismo.
C’è un anti-imperialismo internazionalista, che si basa sulle alleanze tra i
popoli, che cerca di riconoscere anche le memorie collettive di lotta, le
resistenze delle lotte che esistono nei paesi postcoloniali, riconoscendo allo
stesso tempo anche l’aggressione imperialista; questo è un anti-imperialismo che
non nega le rivolte, che cerca di solidarizzare con i rivoltosi quando si
ribellano in questi paesi, che sostiene i subalterni, le persone sfruttate e
oppresse in questi paesi (i paesi postcoloniali come l’Iran), che cerca di
sostenere le femministe, le persone queer, che sono iper criminalizzate nei
nostri paesi postcoloniali cosiddetti “anti-imperialisti”. Questo è un
anti-imperialismo che contesta anche il colonialismo interno, cioè il modo in
cui lo Stato iraniano, ad esempio, tratta le proprie minoranze. E tutto questo
per una questione molto importante: affinché tutte queste lotte, tutte queste
persone che resistono da 47 anni oggi in Iran di fronte a diverse forze
autoritarie e di fronte a diversi tipi di oppressione, non si riducano a danni
collaterali degli imperialisti, perché la loro vita conta. Perché quando diciamo
“Black Lives Matter” significa che tutte le vite di tutti i subalterni contano.
“Black lives Matter” è un simbolo che significa che siamo fedeli e diamo
importanza alla vita di tutti questi subalterni.
C’è poi un altro tipo di anti-imperialismo, che non è internazionalista ma
sovranista, identitario. Sovranista nel senso che preferisce le alleanze tra lo
Stato e i popoli, identitario perché rappresenta un’opposizione identitaria di
fronte all’Occidente. Per questo tipo di anti-imperialismo basta essere contro
l’Occidente per definirsi anti-imperialisti, anti-occidentali, e questo
giustifica la repressione da parte di questi Stati postcoloniali. Di
conseguenza, questa visione apprezza la militarizzazione sempre maggiore di
questi stati, sostiene la gerarchizzazione tra le lotte che ci propone di
sospendere le lotte e le resistenze nei nostri paesi affinché prima si faccia
fuori l’imperialismo, le sanzioni, eccetera. La resistenza dovrebbe essere un
passaggio sucessivo. È una visione molto lineare della storia, molto criticata
da sempre dalla sinistra, e si prende gioco delle nostre lotte.
Vedi, i sostenitori di questa linea non riconoscono il movimento “Donna, Vita,
Libertà”, per parlarne dicono tipo “Donna, Libertà e sionismo”, ad esempio, per
svalutarlo e prenderlo in giro. Si prendono gioco della nostra lotta femminista
e queer, pensano che sia un modo per rafforzare il femminismo occidentale. E se
critichiamo il patriarcato locale ci dicono che stiamo alimentando il femminismo
occidentale. È una sorta di riproduzione del nazionalismo arabo o della
francofonia. Mentre noi – io, sono curda – abbiamo conosciuto il lato peggiore
del nazionalismo arabo. Nei paesi occidentali, ovviamente, gli arabi sono
repressi attraverso l’islamofobia, il razzismo sistematico, la supremazia
bianca, eccetera. Ma il nazionalismo arabo è al potere nella regione. Di
conseguenza, in Medio Oriente non abbiamo lo stesso rapporto con il nazionalismo
arabo. Di conseguenza, questa logica geopolitica securitaria ha conseguenze
gravi sulla vita delle popolazioni.
La mia domanda è: come riconoscere, allora, l’asimmetria che esiste? La
violenza, l’imperialismo, il budget militare degli Stati Uniti, non sono
paragonabili a quelli dell’Iran. C’è un’asimmetria, in effetti. Gli Stati Uniti
stanno aggredendo diversi paesi del mondo, diversi territori del mondo, hanno
basi militari ovunque… Non è il caso dell’Iran. Anche l’Iran, però, è
espansionista. Riconoscere questa asimmetria non ci impedisce di riconoscere i
due diversi tipi di violenza. Come riconoscere, allora, questa asimmetria senza
che la popolazione che resiste e la popolazione in sé, nei paesi come l’Iran o
il Kurdistan, si riducano a effetti collaterali?
Nella visione attuale dei campisti, che si basa su questa asimmetria, la vita
delle persone diventa sacrificabile, senza valore. Non è grave se in Iran le
persone vengono uccise, massacrate, giustiziate, imprigionate sistematicamente,
torturate, perché è il sacrificio da pagare per la guerra anti-imperialista. Noi
siamo contro questa visione. Per noi tutte queste vite contano. Si tratta di una
questione morale, che noi definiamo “politica”, perché ci sono conseguenze gravi
nel negare queste resistenze e nell’allearsi con gli stati.
La conseguenza è che se non ci basiamo sulla giustizia, se non cerchiamo la
giustizia, la giustizia viene messa da parte e ci troviamo di fronte alla
frammentazione, alla divisione delle popolazioni nella regione. Cioè, viene
riprodotta la divisione che è imposta dagli stati, che non hanno legittimità e
quindi impongono le divisioni tra le proprie popolazioni al fine di governare. I
campisti riproducono esattamente la stessa cosa. Di conseguenza accentuano anche
il divario tra Nord e Sud, cioè gli esiliati del Sud globale, che siamo noi,
quando arriviamo qui. È anche il mio caso. Io ho passato 30 anni della mia vita
lì, poi sono arrivata e oggi faccio militanza da 10 anni. Anche per questo
abbiamo pochissima fiducia ora nella sinistra “anti-imperialista” occidentale,
perché vogliono definirsi “anti-imperialisti” al prezzo di negare le nostre
resistenze, mentre noi siamo gli esiliati che fuggono da queste dittature.
Di conseguenza, i campisti accentuano il divario tra Nord e Sud globale,
legittimano la repressione nel Sud, cioè diventano la macchina di propaganda
delle dittature dei paesi del Sud. E la cosa più grave, più importante, è che si
isolano, si escludono gli esiliati rivoluzionari dagli spazi rivoluzionari e
decoloniali che esistono nel Nord. Ad esempio, non ci si sente legittimati ad
andare alle manifestazioni a Parigi, chiamate dalle organizzazioni antirazziste,
ma dove c’erano enormi bandiere del regime iraniano e anche gli ambasciatori,
gli organizzatori, dei cortei, le persone vicine al regime iraniano… Ovviamente
noi non andiamo a questo tipo di manifestazioni. Non perché cerchiamo la
contestazione diretta con le persone amiche del regime, ma perché non possiamo
camminare accanto alle persone che ci uccidono, accanto ai nostri oppressori, ai
nostri assassini, e accanto alle persone che consideriamo fasciste.
Il regime iraniano è di natura fascista. Non è fascista nel senso della Seconda
Guerra Mondiale, ma la sua natura è fascista. Non camminiamo accanto all’estrema
destra al potere nei nostri paesi. Noi lottiamo contro l’estrema destra. Il
problema è che la sinistra campista se ne frega se noi siamo o meno in queste
manifestazioni. La cosa più importante, per loro, è camminare accanto agli
ambasciatori del regime iraniano. Stringono le mani ai funzionari
dell’ambasciata per ringraziarli. Se ne fregano degli esiliati rivoluzionari che
arrivano qui, che non hanno appoggi, che si vedono completamente esclusi da
questi spazi. Noi rivoluzionari non ce ne freghiamo e riteniamo molto importante
la questione dell’alleanza e dell’internazionalismo dal basso.
C’è un altro aspetto interessante che affronti nell’articolo. Si tratta di
qualcosa che abbiamo visto molto bene nel caso della guerra israelo-statunitense
contro l’Iran. I militanti o le organizzazioni che si definiscono
anti-imperialiste, ma in realtà seguono questo approccio “campista”, finiscono
spesso per seguire la narrazione delle potenze imperialiste e coloniali
occidentali, per esempio seguendo le strumentalizzazioni occidentali delle
popolazioni e delle classi oppresse locali, in Iran come altrove. Per esempio:
se Netanyahu e il Mossad, sui social media, invocano la rivolta del popolo
iraniano, per i campisti chi scende in piazza contro il regime in Iran diventa
automaticamente un collaboratore di Israele e degli Usa. Puoi approfondire
questo aspetto?
Si tratta della propaganda del regime iraniano che viene riprodotta da alcuni
campisti “anti-imperialisti”.
Ci sono due aspetti. Il primo è la strumentalizzazione della causa
rivoluzionaria che viene dai paesi del Sud globale, tra i quali l’Iran. Le lotte
legittime che ci sono in questi paesi e che arrivano qui in Occidente vengono
strumentalizzate da certi discorsi coloniali, imperialisti, interventisti,
eccetera. Questo è il caso del movimento “Donna,Vita, Libertà” e del movimento
rivoluzionario in Iran.
Queste rivolte sono rivolte legittime, perché le persone non ne possono più di
vivere in una situazione economica simile. Una situazione economica che non è
causata solo dalle sanzioni, è anche causata dalla gestione dell’economia del
paese, perché c’è un sistema monopolistico di gestione della ricchezza da parte
di 300 famiglie vicine al nucleo di governo, vicino al regime iraniano, che è
tra l’altro un nucleo molto militarizzato. Il resto della società è quasi
privato di questa ricchezza. Di conseguenza, non è solo la questione delle
sanzioni, al contrario di quello che dicono. La popolazione non può più vivere
questa situazione economica con un’inflazione incredibile. Tra il primo attacco
e fino al secondo attacco di Israele abbiamo avuto un tasso d’inflazione a più
del 50%. È grave. È una situazione in cui la popolazione non può più vivere.
Sul piano politico è la stessa cosa. Il livello di sorveglianza e di repressione
raggiunge un livello tale che le persone non possono più sopportare il regime.
Alcuni preferiscono le bombe al regime. E allora chi è al potere dovrebbe porsi
questa domanda: cosa abbiamo fatto con la nostra popolazione, come governanti,
per arrivare al punto che preferiscono le bombe piuttosto che vivere sotto la
nostra governance? Anche gli anti-imperialisti dovrebbero porsi questa domanda!
Le persone che vivono in Iran non sono pecore che seguono le agende degli
imperialisti. Sono soggetti politici che riflettono, che agiscono e che
resistono quotidianamente. Non ne possono più della repressione, delle crisi
economiche, della repressione religiosa, dell’enorme quantità di cose che
esistono. Non ne possono più e ovviamente reagiscono. Reagiscono, agiscono, si
ribellano, perché non hanno altra scelta. In Iran tutto è vietato.
La politica è assente. La politica è vietata. Di conseguenza, se tutto è
vietato, non c’è intermediario tra lo Stato e la popolazione. La piazza rimane
l’unica opzione. La strada diventa l’unico mezzo per contestare, per dire “io ho
il diritto di vivere dignitosamente la mia quotidianità”. Tutto il discorso
portato avanti dai cosiddetti “anti-imperialisti”, dai sovranisti, dai campisti
e dagli identitari, riduce a pecore queste persone che sono in strada per la
loro sopravvivenza. Le riduce a pecore che seguono le agende degli imperialisti,
o degli agenti del Mossad, della Cia, eccetera. Ed è assurdo! Infatti la maggior
parte delle persone che sono state uccise nel recente massacro di gennaio
avevano tra i 18 e i 25 anni. Non avevano nemmeno l’età per collaborare con
l’intelligence e non avevano la maturità per collaborare con Israele!
Le persone che sono in piazza sono persone normali, sono i nostri amici, sono i
membri delle nostre famiglie. E a ogni rivolta aumentano. Io ho parenti che non
erano mai scesi in piazza prima di gennaio. Ci sono andati per la prima volta,
sono andati in strada, come molte persone, a gennaio. È successo perché non ne
potevano più di vivere in questa situazione. Il fatto di rappresentarli come
agenti di Netanyahu, della CIA, significa riprodurre la strumentalizzione di
Netanyahu quando afferma di fare questa guerra in nome delle donne e della
libertà. Significa garantire l’impunità al regime iraniano, che in questo modo
gestisce la repressione come vuole in nome della lotta contro gli agenti
imperialisti e contro gli agenti del Mossad.
Voglio dire… Gli adolescenti che sono stati arrestati durante la rivolta di
gennaio, le persone che sono state arrestate durante la rivolta di gennaio, non
conoscono nemmeno le più piccole cose sull’imperialismo! Vedi, il regime ha
recentemente giustiziato un manifestante di gennaio che aveva 19 anni, l’ha
giustiziato nel silenzio totale, durante la guerra. Il regime ha giustificato
l’esecuzione sostenendo che fosse un agente di Israele!
E alla fine, secondo il verbale prodotto dal regime, il crimine di questo
ragazzo è stato quello di lanciare pietre contro la macchina della polizia.
Ecco, questa è l’impunità che permette di giustiziare un ragazzo di 19 anni.
Oggi questa impunità totale è garantita dal discorso “anti-imperialista”. È
questo discorso che riduce tutti i rivoltosi ad agenti di Israele e degli Stati
Uniti!
Penso che ci sia un altro errore di analisi. La gente pensa che se una causa
viene strumentalizzata, in particolare in Occidente, questa causa non ha più
legittimità. Ma siamo coerenti! La causa queer è stata completamente
strumentalizzata da molte visioni coloniali, in particolare da Israele, che
mette la bandiera queer sulle rovine di Gaza. Ma questa causa è più o meno
legittima perché è più o meno strumentalizzata da Israele? Ovviamente no,
ovviamente resta una causa legittima. Ovviamente la legittimità di una causa non
deriva dal fatto di essere stata strumentalizzata o meno, ma viene dal suo
contenuto emancipatore o meno.
È la stessa cosa per “Donna,Vita, Libertà”. “Donna,Vita, Libertà” è uno slogan
che è eredità di un movimento rivoluzionario anti-imperialista e anti-coloniale.
Viene dal Kurdistan turco, passa dal Rojava e arriva in Iran. È questa eredità
che è stata riattivata anche in Iran. Quando arriva in Occidente, però, perde la
sua essenza rivoluzionaria, radicale e anti-imperialista… Diventa coloniale,
perché siamo di fronte a quello che possiamo chiamare estrattivismo delle
resistenze del Sud globale quando arrivano nei paesi del Nord, cioè che queste
perdono il loro contenuto rivoluzionario e vengono strumentalizzate in modo
eurocentrico per cause che sono più centrali in Europa. Penso, ad esempio, alla
questione del velo, la questione dell’islamofobia, che è centrale nel dibattito
in Francia, è centrale in Europa. Anche la questione del femonazionalismo è
centrale in Europa. Alla fine, usano queste cause, legittime nei nostri paesi,
per cause reazionarie femonazionaliste.
Il regime iraniano fa la stessa cosa. Per esempio usa la causa legittima dei
palestinesi per la sua agenda repressiva. Sta strumentalizzando anche la propria
popolazione in questo senso.
Abbiamo un’ultima domanda: è molto interessante il modo in cui spieghi come
l’approccio campista sia un “tradimento della memoria del Sud globale”. “Il
campismo – scrivi – trasforma la memoria anticoloniale in uno strumento per
legittimare gli stati postcoloniali autoritari”. Il campismo, quindi, rimuove le
dinamiche interne alle società colonizzate, compresa la lotta di classe. Questo
approccio identifica l’intera società con lo stato, il governo o il regime
vigente, e finisce per convincere militanti o organizzazioni, che in teoria si
definiscono rivoluzionarie, socialiste, comuniste, ecc. a sostenere ciò che non
sosterrebbero mai in altri luoghi del mondo…
Sì, volevo dire che non bisogna chiedere agli iraniani, ai curdi, agli altri
popoli della regione di fare ciò che noi, come sinistra rivoluzionaria
dell’Occidente, rifiutiamo di fare. Noi, in Occidente, ad esempio, come sinistra
rivoluzionaria rifiutiamo di andare a marciare accanto all’estrema destra al
potere. Quindi non bisogna chiedere agli iraniani di farlo. Noi rifiutiamo di
tradire le memorie collettive che esistono nel nostro paese in nome di un
generico “anti-imperialismo”. Non bisogna chiedere di svolgere questo compito
agli altri.
In effetti, la questione è come non negare queste memorie collettive che
esistono nei paesi del Sud globale e sacrificarle all’eurocentrismo… Le cose non
vanno viste da qui, concentrati su noi stessi, che non abbiamo mai vissuto in
questi paesi e non sappiamo cosa hanno vissuto quotidianamente tutti questi
movimenti che là esistono. L’“anti-imperialismo” sovranista, identitario e
campista, fa finta che, ad esempio, nei nostri paesi, nei paesi del Sud globale,
non esista la lotta contro il patriarcato, contro l’autoritarismo, contro il
classismo… Mentre invece c’è!
Allora… Come mostrare solidarietà con combattenti e resistenze che esistono in
questi paesi? L’ho già spiegato: attraverso l’internazionalismo. Se non dobbiamo
chiedere alle persone di fare ciò che noi rifiutiamo di fare qui, non dobbiamo
nemmeno chiedere alle persone di rimanere nel limbo della storia e di finire
prima la lotta anti-imperialista e poi iniziare le altre lotte. Nei paesi del
Sud globale non possiamo permetterci questo lusso! Il lusso che esiste nei paesi
del Nord. Le persone che vivono nei paesi del Nord hanno la possibilità di
portare avanti diverse lotte contemporaneamente. Contro la violenza della
polizia, contro il razzismo, contro la guerra. Ma chiedono a noi di non farlo!
Dovremmo sospendere tutte le lotte per prima finire con la lotta contro
l’imperialismo, che può durare un secolo. È ridicolo! Io penso che ci sia
incoerenza in questi discorsi.
Ad esempio, siamo contro la violenza della polizia in Europa, difendiamo le
persone che vengono uccise nei quartieri popolari dalla polizia, le persone
razzializzate, ma ce ne freghiamo se queste persone razzializzate, afghani,
curdi, arabi, vengono uccisi dal regime iraniano… Quelli che in modo sempre più
violento e in numeri sempre maggiori vengono uccisi nei quartieri popolari da
questo regime. Ce ne freghiamo e chiediamo alle persone di non reagire e così le
delegittimiamo, le squalifichiamo. Ma non è coerente.
Vedi, le donne, le famiglie per la giustizia e la verità sono figure molto
importanti contro le violenze della polizia in Iran… Tutte queste donne, tutti
questi uomini, tutti questi genitori che hanno perso i loro figli invano durante
le rivolte, hanno il diritto di cercare giustizia. Sono come i desaparecidos, è
la stessa cosa. Si tratta di migliaia di persone che negli ultimi 40 anni sono
state giustiziate con un processo di due minuti. Come chiediamo alle persone, a
queste “Famiglie per la giustizia e la verità”, di sospendere la loro lotta
affinché prima facciano la lotta contro l’imperialismo? Non è coerente.
Oggi abbiamo due amiche curde condannate a morte, due militanti femministe curde
di sinistra, pro-Palestina, che hanno mostrato solidarietà con la Palestina
dalla prigione dal braccio della morte di Evin. Cosa possiamo dire a queste due
persone? Aspettate, non è grave,sarete giustiziate, ma prima bisogna finire la
lotta anti-imperialista, dopo vedremo…? Quale dopo? Dopo significa mai, non
esiste un dopo.
Bisogna dare legittimità a queste lotte affinché avanzino ora, oggi,
contemporaneamente, senza negare né l’aggressione asimmetrica e imperialista,
che esiste, né la violenza, che esiste, da parte del nostro stato.
Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, autrice
dell’articolo “For an end to campism, the Iran war and the anti-imperialist
washing of the Islamic Republic”, pubblicato nei mesi di maggio 2026 su Tempest
Magazine, grazie per essere stata con noi.
Grazie a voi per l’invito e per avermi ascoltata. Buona giornata a voi.