Tag - imperialismo

La risoluzione Onu per salvare Cuba. L’umanità a un bivio
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna il blocco petrolifero imposto contro Cuba, definendolo una violazione del diritto internazionale e una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta dell’ONU. Il testo prevede inoltre l’attivazione di un ponte umanitario, coordinato dalle agenzie delle Nazioni […] L'articolo La risoluzione Onu per salvare Cuba. L’umanità a un bivio su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Roma. Presidio sotto la Fao per Cuba: “stop al bloqueo”
La sera di venerdì 10 luglio centinaia di persone solidali con il popolo cubano si sono radunate sotto il palazzo della Fao a Roma, davanti al Circo Massimo. Questa ennesima giornata di mobilitazione in sostegno di Cuba poneva al centro della rivendicazione la richiesta alla Fao e all’Onu di aumentare […] L'articolo Roma. Presidio sotto la Fao per Cuba: “stop al bloqueo” su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
L‘analisi di Fidel sulla crisi dell’attuale fase di mondializzazione capitalista
Chiunque in buona fede si rechi a Cuba  e ha una minima pratica della politica e delle elementari questioni socio-economiche, ha modo di constatare concretamente gli alti livelli di resistenza e d’organizzazione attraverso i quali il popolo cubano, diretto da un Partito Comunista e un Governo che in modo altamente […] L'articolo L‘analisi di Fidel sulla crisi dell’attuale fase di mondializzazione capitalista su Contropiano.
July 8, 2026
Contropiano
Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA
Di fronte a una catastrofe naturale di enormi proporzioni, come il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, è naturale ritenere che ogni forma di aiuto internazionale debba essere accolta e incoraggiata. La solidarietà tra i popoli rappresenta uno dei principi più alti della convivenza umana: medici, infermieri, protezione civile, […] L'articolo Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA su Contropiano.
June 27, 2026
Contropiano
Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante
Ci sono momenti nella storia di un popolo in cui il dolore supera le parole. Il Venezuela sta vivendo una di queste ore. I due violentissimi terremoti che hanno colpito il centro del Paese, con magnitudo 7,2 e 7,5 della scala Richter, hanno lasciato dietro di sé una scia di […] L'articolo Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante su Contropiano.
June 26, 2026
Contropiano
Contro l’infame risoluzione della UE, sostegno e solidarietà materiale con Cuba!
Con 283 voti favorevoli, 199 contrari e 85 astensioni, il 18 giugno 2016 l’Eurocamera a Strasburgo ha votato una risoluzione in 14 punti su “Repressione politica e situazione umanitaria a Cuba”. La risoluzione 2026/2735 rimarrà nella Storia come un atto formale della UE di aperta ed attiva complicità in quello […] L'articolo Contro l’infame risoluzione della UE, sostegno e solidarietà materiale con Cuba! su Contropiano.
June 22, 2026
Contropiano
Cuba vara le riforme in nome del socialismo per resistere all’assedio imperialista
Le decisioni approvate dalla Terza Sessione Straordinaria dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare rappresentano uno dei passaggi più importanti degli ultimi anni. Non si tratta di concessioni al capitalismo, come qualche osservatore superficiale potrebbe sostenere, ma di un aggiornamento degli strumenti della pianificazione socialista per affrontare una fase storica caratterizzata da […] L'articolo Cuba vara le riforme in nome del socialismo per resistere all’assedio imperialista su Contropiano.
June 21, 2026
Contropiano
Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione
Mentre i grandi media occidentali continuano a raccontare Cuba come un Paese al collasso, incapace di trovare una via d’uscita dalle difficoltà economiche, dall’Avana arriva in questi giorni un messaggio politico di straordinaria importanza. Non il linguaggio della resa, non quello dell’abbandono dei principi della Rivoluzione, ma la ricerca di […] L'articolo Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione su Contropiano.
June 19, 2026
Contropiano
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che […] L'articolo I “liberali” son più matti di Trump su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano
“PER FARLA FINITA CON IL CAMPISMO”. CONVERSAZIONE SU GUERRA E ANTI-IMPERIALISMO CON SOMAYEH ROSTAMPOUR
Radio Onda d’Urto ha intervistato Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, a partire dal suo recente articolo “For an end to campism, the Iran war, and the anti-imperialist washing of the Islamic Republic”, cioè “Per farla finita con il campismo, la guerra in Iran, e il washing anti-imperialista della Repubblica Islamica”, pubblicato nel maggio 2026 da Tempest – Revolutionary Socialist Magazine. Nell’articolo, Somayeh Rostampour, attiva a Parigi nel collettivo anticapitalista Roja, formato da militanti provenienti da Iran, Kurdistan e Afghanistan, sviluppa una critica all’approccio “campista” alle questioni internazionali sottolineando come, nell’illusione di sostenere una posizione anti-imperialista, queste idee – che negli ultimi anni hanno trovato un certo seguito anche nella sinistra radicale europea – finiscono in realtà per riprodurre la logica imperialista, coloniale, classista e suprematista promossa dalle potenze capitaliste globali. Secondo la militante femminista curdo-iraniana, chi si oppone all’aggressione statunitense e israeliana in Iran dovrebbe superare il “campismo”. Senza superare questa mentalità, infatti, non è possibile ricostruire una sinistra autenticamente emancipatoria, né rivitalizzare un vero internazionalismo. Dal suo punto di vista, l’aggressione imperialista di Israele e Stati Uniti all’Iran va invece inquadrata come l’ultima fase della controrivoluzione che ha colpito duramente il movimento “Jin, Jîyan, Azadi” (“Donna, vita, libertà”) nel 2022 e le rivolte di massa del gennaio 2026. Il primo atto della controrivoluzione è venuto “dai nazionalisti, e in particolare dai monarchici organizzati nella diaspora, quelli che io chiamo le estreme destre iraniane – afferma la ricercatrice su Radio Onda d’Urto – perché hanno tutte le connotazioni e tutti gli elementi dell’estrema destra mondiale. Sono persone molto razziste, misogine, nazionaliste, che credono alla supremazia dei persiani. Sono strette alleate di Israele, di Trump e dell’estrema destra mondiale. Hanno fatto di tutto per svuotare il movimento del proprio lato progressista e rivoluzionario”. La seconda fase è rappresentata dalla repressione violenta del movimento, in particolare quella del gennaio 2026. La guerra, con l’aggressione imperialista israelo-statunitense – sostiene Rostampour – è l’ultima fase della controrivoluzione contro il movimento “Donna, vita, libertà”. “Il movimento ‘Donna, Vita, Libertà’ – spiega Somayeh Rostampour – cercava un cambiamento dall’interno, dal basso, proveniente dalla popolazione. Questo non è nell’interesse dell’imperialismo, che cerca invece un cambiamento dei vertici del potere, un regime change. Dall’alto, non dal basso… Dall’alto, attraverso l’intervento e l’ingerenza straniera“. “Questo tipo di interventi imperialisti – conclude la ricercatrice – sono anche contro il movimento “Donna,Vita, Libertà”, perché non vogliono un movimento democratico, decoloniale, femminista e non vogliono un movimento espressione della popolazione iraniana. Loro volevano controllare il destino di questo movimento, al fine di mettere al potere qualcuno che fosse sottomesso all’imperialismo, che potesse dare loro, gratuitamente o a basso costo, il petrolio del paese. Oggi questi movimenti rivoluzionari, che potevano portare alla caduta del regime, sono in una fase di totale arretramento. Siamo molto lontani dalla caduta del regime. Il regime si è rafforzato“. L’intervista di Radio Onda d’Urto a Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, tradotta e doppiata in italiano. Ascolta o scarica. Entretien original en français avec Somayeh Rostampour réalisée par Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica.   Riportiamo di seguito la trascrizione integrale, in italiano, dell’intervista: Su Radio Onda d’Urto siamo in collegamento telefonico con Somayeh Rostampour, militante femminista curdo-iraniana e ricercatrice. Con lei parliamo del suo recente articolo “For an end to campism, the Iran war, and the anti-imperialist washing of the Islamic Republic”, cioè “Per farla finita con il campismo, la guerra in Iran, e il washing ‘anti-imperialista’ della Repubblica Islamica”, pubblicato su Tempest – Collective Revolutionary Socialist Magazine. Buongiorno Somayeh Rostampour e benvenuta. Buongiorno a voi e grazie per l’invito. Innanzitutto, dal suo punto di vista, perché è importante oggi, per un movimento rivoluzionario, condurre un’analisi critica degli approcci alla guerra e delle categorie di imperialismo e anti-imperialismo? Come sapete meglio di me, siamo in una nuova fase di guerre e aggressioni imperialiste. Infatti, dopo la guerra fredda abbiamo assistito a numerosi conflitti. Per quanto riguarda il Medio Oriente, sono state sopratutto le guerre in Iraq e Afghanistan ad aver causato grossi danni nella regione. E questa guerra è continuata fino a oggi, con le minacce e le sanzioni permanenti. L’Iran è stato sanzionato per decenni e le sanzioni sono cresciute di anno in anno, fino ad oggi. Oggi siamo in una nuova fase di queste aggressioni imperialiste: le sanzioni che si trasformano in guerra, come è successo anche all’Iraq, per esempio, contro Saddam Hussein. Certamente anche quella era una dittatura. Io sono curda… Saddam ha perpetrato un genocidio contro i curdi dell’Iraq, l’operazione Anfal, che ha ucciso 180.000 curdi. Di conseguenza, questi dittatori che sono presi di mira dagli imperialisti, che sia in Iraq, che sia in Iran, sono presi di mira da tutto un processo di aggressione che inizia con le minacce, continua con le sanzioni e spesso finisce con le guerre imperialiste. Definirsi rivoluzionari, e di sinistra in generale, significa non rimanere in silenzio di fronte a queste aggressioni imperialiste. Per esempio ciò che sta accadendo a Gaza non dal 7 ottobre, ma da ben prima, da più di 70 anni, è in continuità con ciò che è iniziato con le crisi del capitalismo e che poi si trasforma in imperialismo. Quello che vediamo oggi in Libano e in Iran è la continuazione di questa crisi, la continuazione della distruzione iniziata con il genocidio di Gaza. Quindi, ci sono sia le crisi del capitalismo, che necessita di accumulare profitto, e c’è la necessità di andare oltre i confini, cioè la questione dell’imperialismo: aggredire altri territori dove vivono le persone nell’impunità totale, senza che ci siano conseguenze. Ad esempio, oggi non ci sono conseguenze per la popolazione statunitense e per gli Stati Uniti quando promuovono guerre ovunque nel mondo. È stato anche il caso della Francia con la colonizzazione. Quindi non possiamo non opporci. I nostri destini sono legati nella regione, ma i nostri destini sono legati anche, come rivoluzionari, a tutto il mondo. Se restiamo in silenzio di fronte al genocidio di Gaza la guerra arriverà senza dubbio in altri posti. Oggi tocca all’Iran. La questione è quella della solidarietà internazionalista, la questione dell’internazionalismo dal basso. C’è questo al centro del nostro attivismo. Noi, come rivoluzionari provenienti, per esempio, dall’Iran, dal Kurdistan e dall’Afghanistan – perché faccio parte di un collettivo di questo tipo (Roja, collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano di Parigi, ndr.) – crediamo in questo internazionalismo di lotta. Altrimenti, rimarremo chiusi nelle analisi geopolitiche, nella real politik, che riguarda ogni singola popolazione, ogni comunità, che pensa solo alla propria sopravvivenza ma non pensa alla solidarietà e al destino degli altri. Ma una rivoluzione in un luogo specifico può diventare una contro-rivoluzione per le altre comunità. Ciò che può evitarci di rimanere chiusi in questa analisi di real politik, di pura geopolitica, è basarci su un approccio internazionalista dal basso, sulle alleanze tra i popoli, invece di allearsi con gli stati che sono spesso stati postcoloniali, che sono stati aggrediti dall’imperialismo, sanzionati dall’imperialismo, ma si tratta comunque di stati iper violenti che riproducono al loro interno certe logiche del colonialismo. L’Iran, per esempio, usa i meccanismi del colonialismo contro le minoranze nazionali, contro i curdi, gli arabi-iraniani, i baluci. C’è tutta una macchina di violenza che assomiglia enormemente alle macchine di violenza dei paesi colonizzatori. Quindi questi paesi riproducono uno stato postcoloniale, spesso molto violento, dittatoriale, dove c’è una enorme mancanza di democrazia, dove c’è una crisi continua nella vita quotidiana a causa della sorveglianza totale, della discriminazione, dell’assenza dei diritti basilari. Prendendo ancora l’esempio iraniano, le donne, i lavoratori, non hanno nemmeno i diritti basilari. In Iran, il 90% dei contratti per le operaie sono a tempo determinato. Non c’è protezione sul posto di lavoro, tutti sono sorvegliati, i lavoratori, i sindacalisti sono criminalizzati e lo stesso accade per il movimento delle donne o per il movimento studentesco. In questo caso la politica non è possibile. E quando la politica non è possibile, significa che ci troviamo di fronte a uno stato postcoloniale che non ha legittimità nei confronti della sua popolazione. Per compensare la mancanza di legittimità, lo Stato procede attraverso l’espansionismo regionale. Ed è esattamente quello che ha fatto l’Iran: per riconquistare la legittimità che aveva perso all’interno del paese ha giocato la carta della politica internazionale, appoggiandosi all’“anti-imperialismo” e all’anti-occidentalismo. Questo atteggiamento gli ha persino permesso di non perdere la legittimità anche mentre partecipava attivamente, ad esempio, al massacro dei popoli nella Siria di Assad o in Iraq e in Yemen. Tutto questo si è svolto nell’impunità per l’Iran, uno Stato autoproclamatosi “anti-imperialista” e “anti-occidentale”. Ed è in effetti “anti-imperialista” per alcuni, ciecamente dogmatici e ortodossi, che pensano che la visione geopolitica sia sufficiente. Poco importa che l’Iran abbia ucciso moltissime persone, ad esempio in Siria e in Iraq. Nell’articolo affermi che la violenta repressione dei manifestanti da parte del regime di Teheran e l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran “non costituiscono né sequenze separate né due forme di violenza opposte – una repressiva e l’altra presumibilmente liberatoria – bensì momenti successivi, persino asimmetrici, di un processo controrivoluzionario interconnesso”. “La guerra ‘esterna’ -scrivi – prolunga e intensifica la controrivoluzione interna, consentendo allo Stato iraniano di rafforzare la coesione interna e, ancora una volta, soffocare il dissenso popolare”. Puoi spiegare questo passaggio a chi ci ascolta? Certo. Riprendo il discorso da quanto ho appena spiegato. Ci sono molte persone che si definiscono “anti-imperialiste”, compagni e compagne che pensano che ci sia una distinzione tra politica interna ed estera. Queste persone non sono d’accordo sulla politica interna della Repubblica Islamica dell’Iran ma sostengono la sua politica internazionale di fronte agli imperialisti. Noi contestiamo questa visione perché è esattamente questa distinzione che legittima lo Stato iraniano e la sua repressione illegittima contro la propria popolazione, che avviene nell’impunità totale. La visione che pretende di separare le due cose è sbagliata, perché le due sono completamente intrecciate e legate. Non si possono separare. La legittimità della politica internazionale dell’Iran, cosiddetta “anti-imperialista” – dico cosiddetta perché non è vera neanche quella (ne parleremo) – gli permette di giustificare la repressione che sta facendo da 47 anni nei confronti della propria popolazione. Quello che ho voluto spiegare nell’articolo è che c’è un processo rivoluzionario che è iniziato in particolare con il movimento “Donna, Vita, Libertà” nel 2022, ma che aveva messo le radici in Iran già dal 2017, anno in cui è finita la speranza di riforma dei riformisti ed è iniziata una nuova fase rivoluzionaria nel paese. Questa nuova fase si concretizza appunto con un movimento davvero interessante e un processo rivoluzionario molto potente nel 2022, il movimento “Jin, Jîyan, Azadî”, “Donna Vita Libertà”. Perché è un movimento particolare? Perché per la prima volta riunisce tutti gli attori di diversi movimenti sociali del paese. Ha rappresentato un incrocio dei movimenti delle donne, che si stanno radicalizzando già dal 2017. Le donne sono state le pioniere. Ma anche le minoranze nazionali come i curdi, i baluci, gli arabi e altri sono stati molto attivi nei movimenti, nelle rivolte precedenti, che sono state tre, prima di “Donna, Vita, Libertà”. Ad esempio, più dell’80% delle persone giustiziate, i prigionieri politici, sono curdi e baluci. È un dato enorme perchè la popolazione non persiana nel paese è di circa il 30-40%. Tutti questi elementi ci mostrano che è stato un movimento rivoluzionario, perché voleva la caduta del regime e aveva le rivendicazioni radicali di “Donna, Vita, Libertà”. È stato un movimento decoloniale, perché i popoli – dico i popoli perché non c’è un solo popolo – e le nazionalità come i curdi e i baluci rivendicavano davvero l’autodeterminazione territoriale e politica, rimanendo sempre parte dell’Iran ma in modo autodeterminato. E di conseguenza, secondo noi, è stato anche un movimento decoloniale, è stato un movimento femminista, perché le donne che vi partecipavano erano molto attive nel movimento. È stato un movimento di lavoratori, perché la maggior parte delle persone che erano scese nelle strade e che sono state uccise, anche nel 2022, al contrario di quello che si dice, era espressione della classe popolare. Soprattutto, devo dire, quella delle regioni periferiche, non persiana e anche del Kurdistan e del Belucistan. Senza dubbio la maggioranza proveniva dalle classi popolari. Di conseguenza, è stato l’incrocio di questi movimenti che ha promosso davvero una trasformazione radicale nel paese. Questo processo rivoluzionario non è sfociato in una rivoluzione. Si è fermato a causa della forza della repressione del regime, una repressione sanguinosa con migliaia di persone uccise, migliaia di prigionieri politici, migliaia di arresti, il ritorno della tortura nelle prigioni iraniane, eccetera. Nella regione curda, per un po’ di tempo, ci sono stati assedi che ricordavano quelli dei colonizzatori quando arrivano da altri territori. Abbiamo avuto tutti questi elementi. Di conseguenza, dopo questa mobilitazione molto potente ci sono state molte reazioni contro il movimento. Le prime reazioni sono venute dai nazionalisti, e in particolare dai monarchici organizzati nella diaspora, quelli che io chiamo le estreme destre iraniane, perché hanno davvero tutte le connotazioni e tutti gli elementi dell’estrema destra mondiale. Sono persone molto razziste, misogine, nazionaliste, che credono alla supremazia dei persiani. Sono strette alleate di Israele, di Trump e dell’estrema destra mondiale. Di conseguenza, per loro non era accettabile questo movimento con uno slogan che viene dalla lotta rivoluzionaria dei curdi in Turchia e Rojava, che arriva in Iran e diventa lo slogan principale del movimento. Per loro, che credono alla supremazia persiana, non era accettabile un movimento composto da minoranze e donne. Di conseguenza, hanno fatto di tutto per svuotare anche questo movimento del proprio lato progressista e rivoluzionario. Hanno organizzato contro-movimenti nella diaspora. Hanno cercato di creare alleanze tra reazionari che sono fallite, hanno diviso l’opposizione iraniana, eccetera. Questa è stata la prima fase controrivoluzionaria contro la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà”. La seconda fase coincide invece con il mantenimento della continuità. E così la repressione del regime ha continuato a esistere e questo si è visto in particolare con il massacro del gennaio 2026. Fino a gennaio scorso, i nazionalisti hanno distrutto l’essenza rivoluzionaria e unitaria di “Donna, Vita, Libertà”. A continuare questa controrivoluzione è stato poi il massacro commesso dal regime iraniano dopo la rivolta di gennaio. È stata una rivolta senza precedenti, molto più potente in termini numerici rispetto alla rivolta del 2022, molto sanguinosa. La violenza che abbiamo conosciuto a gennaio è stata di una portata sconosciuta nella storia moderna dell’Iran. Migliaia di persone sono state uccise in pochi giorni. E non erano gli agenti di Israele e degli Stati Uniti, come si tende ad affermare con una certa facilità. Sai, tra le persone uccise, c’erano persino bambini di tre mesi, bambini di 2 anni, di 6 anni. Un numero enorme di persone, adolescenti compresi, che non sono stati uccisi dagli agenti di Israele, ma da proiettili sparati sulla popolazione. Per esempio, c’è un video che mostra come siano stati sparati 250 proiettili in soli 6 minuti. È un video vero, che chiunque può vedere. Mostra il livello della repressione e, intrinsecamente, lo sviluppo della controrivoluzione all’interno del paese. La guerra rappresenta l’ultima fase di questa controrivoluzione contro il movimento “Donna, Vita, Libertà”. L’ultima fase della controrivoluzione, quindi, è l’invasione imperialista degli Stati Uniti e di Israele, iniziata nel giugno 2025 e proseguita con la seconda fase nel febbraio 2026. Perché dico questo? Perché, in effetti, il movimento “Donna, Vita, Libertà” cercava un cambiamento dall’interno, dal basso, proveniente dalla popolazione. E questo non è nell’interesse dell’imperialismo, che cerca invece un cambiamento dei vertici del potere, un regime change. Dall’alto, non dal basso… Dall’alto, attraverso l’intervento e l’ingerenza straniera. Questo è molto importante. Questo tipo di interventi imperialisti sono anche contro il movimento “Donna,Vita, Libertà”, perché non vogliono un movimento democratico, decoloniale, femminista e non vogliono un movimento espressione della popolazione iraniana. Loro volevano controllare il destino di questo movimento, al fine di mettere al potere qualcuno che fosse sottomesso all’imperialismo, che potesse dare loro, gratuitamente o a basso costo, il petrolio del paese. Questo avrebbe permesso loro di accumulare capitale attraverso il petrolio gratuito o a basso costo. Volevano qualcuno che non rappresentasse una minaccia nella regione, né per loro, né per i loro alleati, né per Israele, né per gli Stati Uniti. Vorrebbero qualcuno che prenda il potere, rappresenti i valori occidentali e segua le agende degli occidentali. Un movimento come “Donna, Vita, Libertà” è un pericolo per tutte le dittature e per tutte le forze imperialiste nella regione, perché può ispirare tutti. È in questo senso che nell’articolo parlo di controrivoluzione, per dire che la guerra è stata l’ultima fase per distruggere davvero il movimento, che era una grande speranza per la caduta del regime e che continuava a esistere fino a oggi. Vedete, quando è iniziata la guerra, tutto il paese era in lutto: eravamo alla cerimonia del quarantesimo giorno, che per l’Iran è molto importante, sia politicamente che socialmente. Eravamo alla cerimonia del quarantesimo giorno per le persone uccise dal regime durante il massacro di gennaio. I movimenti studenteschi erano mobilitati in moltissime università in Iran per celebrare le persone e i manifestanti uccisi. È stato in quel momento che gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Hanno attaccato il paese mentre il movimento poteva ancora prendere slancio nel paese, perché il movimento studentesco è molto importante in Iran. È il movimento studentesco che ha davvero dato la forza affinché “Donna, Vita, Libertà” diventasse un movimento nazionale. Poteva essere così anche a febbraio, ma la guerra ha fermato questo processo. E oggi questi movimenti rivoluzionari, contestatori, che potevano portare alla caduta del regime, sono in una fase di totale arretramento. Siamo molto lontani dalla caduta del regime. Il regime si è condensato, si è rafforzato. C’è più coesione oggi che a febbraio, ad esempio, o a gennaio, quando il regime aveva perso enormemente legittimità. Il regime ha riguadagnato legittimità attraverso la guerra. Oggi per la popolazione è più complicato uscire in strada e mobilitarsi, perché con la guerra tutto è più complicato, a partire dalla situazione economica, l’inflazione, eccetera. E di conseguenza, i movimenti rivoluzionari e i movimenti contestatori hanno difficoltà a rimobilitarsi e organizzarsi. Con la repressione di gennaio e poi con la guerra, la popolazione e i rivoluzionari hanno perso tutto. A proposito dell’approccio “campista” alla lettura delle questioni internazionali, sempre nell’articolo spieghi come questa prospettiva sia “erede della Guerra Fredda” e che, “così come articolato da autoproclamati anti-imperialisti e sostenitori del cosiddetto campo della resistenza, spesso riduce il mondo a una logica binaria di due ‘schieramenti’: l’imperialismo (Stati Uniti, NATO, Israele e i loro alleati) contro ‘la resistenza’ (Iran, Russia, Cina, la Siria di Assad e così via)”. Quali sono gli effetti di questo approccio sulle analisi di chi vorrebbe in teoria opporsi al capitalismo, alla guerra e all’imperialismo? Mi riferisco a quella che tu chiami la “logica controrivoluzionaria del campismo”. Sì, è un’ottima domanda perché ci sono conseguenze davvero gravi per la popolazione e per la solidarietà internazionalista per via di queste visioni campiste. Vi spiego. Ci sono molti rivoluzionari del Nord, o anche movimenti decoloniali, che pensano che basti essere anti-imperialisti di fronte alla guerra, ad esempio, oggi, in Iran, in Libano o di fronte al genocidio di Gaza. Noi pensiamo che sia necessario definire questo anti-imperialismo. È molto importante definirsi anti-imperialisti, è come definirsi femministi, ma è molto importante capire di quale anti-imperialismo parliamo. Vale lo stesso per il femminismo, definire di quale femminismo parliamo. È la stessa cosa. Di conseguenza, per noi, ci sono due tipi di anti-imperialismo. C’è un anti-imperialismo internazionalista, che si basa sulle alleanze tra i popoli, che cerca di riconoscere anche le memorie collettive di lotta, le resistenze delle lotte che esistono nei paesi postcoloniali, riconoscendo allo stesso tempo anche l’aggressione imperialista; questo è un anti-imperialismo che non nega le rivolte, che cerca di solidarizzare con i rivoltosi quando si ribellano in questi paesi, che sostiene i subalterni, le persone sfruttate e oppresse in questi paesi (i paesi postcoloniali come l’Iran), che cerca di sostenere le femministe, le persone queer, che sono iper criminalizzate nei nostri paesi postcoloniali cosiddetti “anti-imperialisti”. Questo è un anti-imperialismo che contesta anche il colonialismo interno, cioè il modo in cui lo Stato iraniano, ad esempio, tratta le proprie minoranze. E tutto questo per una questione molto importante: affinché tutte queste lotte, tutte queste persone che resistono da 47 anni oggi in Iran di fronte a diverse forze autoritarie e di fronte a diversi tipi di oppressione, non si riducano a danni collaterali degli imperialisti, perché la loro vita conta. Perché quando diciamo “Black Lives Matter” significa che tutte le vite di tutti i subalterni contano. “Black lives Matter” è un simbolo che significa che siamo fedeli e diamo importanza alla vita di tutti questi subalterni. C’è poi un altro tipo di anti-imperialismo, che non è internazionalista ma sovranista, identitario. Sovranista nel senso che preferisce le alleanze tra lo Stato e i popoli, identitario perché rappresenta un’opposizione identitaria di fronte all’Occidente. Per questo tipo di anti-imperialismo basta essere contro l’Occidente per definirsi anti-imperialisti, anti-occidentali, e questo giustifica la repressione da parte di questi Stati postcoloniali. Di conseguenza, questa visione apprezza la militarizzazione sempre maggiore di questi stati, sostiene la gerarchizzazione tra le lotte che ci propone di sospendere le lotte e le resistenze nei nostri paesi affinché prima si faccia fuori l’imperialismo, le sanzioni, eccetera. La resistenza dovrebbe essere un passaggio sucessivo. È una visione molto lineare della storia, molto criticata da sempre dalla sinistra, e si prende gioco delle nostre lotte. Vedi, i sostenitori di questa linea non riconoscono il movimento “Donna, Vita, Libertà”, per parlarne dicono tipo “Donna, Libertà e sionismo”, ad esempio, per svalutarlo e prenderlo in giro. Si prendono gioco della nostra lotta femminista e queer, pensano che sia un modo per rafforzare il femminismo occidentale. E se critichiamo il patriarcato locale ci dicono che stiamo alimentando il femminismo occidentale. È una sorta di riproduzione del nazionalismo arabo o della francofonia. Mentre noi – io, sono curda – abbiamo conosciuto il lato peggiore del nazionalismo arabo. Nei paesi occidentali, ovviamente, gli arabi sono repressi attraverso l’islamofobia, il razzismo sistematico, la supremazia bianca, eccetera. Ma il nazionalismo arabo è al potere nella regione. Di conseguenza, in Medio Oriente non abbiamo lo stesso rapporto con il nazionalismo arabo. Di conseguenza, questa logica geopolitica securitaria ha conseguenze gravi sulla vita delle popolazioni. La mia domanda è: come riconoscere, allora, l’asimmetria che esiste? La violenza, l’imperialismo, il budget militare degli Stati Uniti, non sono paragonabili a quelli dell’Iran. C’è un’asimmetria, in effetti. Gli Stati Uniti stanno aggredendo diversi paesi del mondo, diversi territori del mondo, hanno basi militari ovunque… Non è il caso dell’Iran. Anche l’Iran, però, è espansionista. Riconoscere questa asimmetria non ci impedisce di riconoscere i due diversi tipi di violenza. Come riconoscere, allora, questa asimmetria senza che la popolazione che resiste e la popolazione in sé, nei paesi come l’Iran o il Kurdistan, si riducano a effetti collaterali? Nella visione attuale dei campisti, che si basa su questa asimmetria, la vita delle persone diventa sacrificabile, senza valore. Non è grave se in Iran le persone vengono uccise, massacrate, giustiziate, imprigionate sistematicamente, torturate, perché è il sacrificio da pagare per la guerra anti-imperialista. Noi siamo contro questa visione. Per noi tutte queste vite contano. Si tratta di una questione morale, che noi definiamo “politica”, perché ci sono conseguenze gravi nel negare queste resistenze e nell’allearsi con gli stati. La conseguenza è che se non ci basiamo sulla giustizia, se non cerchiamo la giustizia, la giustizia viene messa da parte e ci troviamo di fronte alla frammentazione, alla divisione delle popolazioni nella regione. Cioè, viene riprodotta la divisione che è imposta dagli stati, che non hanno legittimità e quindi impongono le divisioni tra le proprie popolazioni al fine di governare. I campisti riproducono esattamente la stessa cosa. Di conseguenza accentuano anche il divario tra Nord e Sud, cioè gli esiliati del Sud globale, che siamo noi, quando arriviamo qui. È anche il mio caso. Io ho passato 30 anni della mia vita lì, poi sono arrivata e oggi faccio militanza da 10 anni. Anche per questo abbiamo pochissima fiducia ora nella sinistra “anti-imperialista” occidentale, perché vogliono definirsi “anti-imperialisti” al prezzo di negare le nostre resistenze, mentre noi siamo gli esiliati che fuggono da queste dittature. Di conseguenza, i campisti accentuano il divario tra Nord e Sud globale, legittimano la repressione nel Sud, cioè diventano la macchina di propaganda delle dittature dei paesi del Sud. E la cosa più grave, più importante, è che si isolano, si escludono gli esiliati rivoluzionari dagli spazi rivoluzionari e decoloniali che esistono nel Nord. Ad esempio, non ci si sente legittimati ad andare alle manifestazioni a Parigi, chiamate dalle organizzazioni antirazziste, ma dove c’erano enormi bandiere del regime iraniano e anche gli ambasciatori, gli organizzatori, dei cortei, le persone vicine al regime iraniano… Ovviamente noi non andiamo a questo tipo di manifestazioni. Non perché cerchiamo la contestazione diretta con le persone amiche del regime, ma perché non possiamo camminare accanto alle persone che ci uccidono, accanto ai nostri oppressori, ai nostri assassini, e accanto alle persone che consideriamo fasciste. Il regime iraniano è di natura fascista. Non è fascista nel senso della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua natura è fascista. Non camminiamo accanto all’estrema destra al potere nei nostri paesi. Noi lottiamo contro l’estrema destra. Il problema è che la sinistra campista se ne frega se noi siamo o meno in queste manifestazioni. La cosa più importante, per loro, è camminare accanto agli ambasciatori del regime iraniano. Stringono le mani ai funzionari dell’ambasciata per ringraziarli. Se ne fregano degli esiliati rivoluzionari che arrivano qui, che non hanno appoggi, che si vedono completamente esclusi da questi spazi. Noi rivoluzionari non ce ne freghiamo e riteniamo molto importante la questione dell’alleanza e dell’internazionalismo dal basso. C’è un altro aspetto interessante che affronti nell’articolo. Si tratta di qualcosa che abbiamo visto molto bene nel caso della guerra israelo-statunitense contro l’Iran. I militanti o le organizzazioni che si definiscono anti-imperialiste, ma in realtà seguono questo approccio “campista”, finiscono spesso per seguire la narrazione delle potenze imperialiste e coloniali occidentali, per esempio seguendo le strumentalizzazioni occidentali delle popolazioni e delle classi oppresse locali, in Iran come altrove. Per esempio: se Netanyahu e il Mossad, sui social media, invocano la rivolta del popolo iraniano, per i campisti chi scende in piazza contro il regime in Iran diventa automaticamente un collaboratore di Israele e degli Usa. Puoi approfondire questo aspetto? Si tratta della propaganda del regime iraniano che viene riprodotta da alcuni campisti “anti-imperialisti”. Ci sono due aspetti. Il primo è la strumentalizzazione della causa rivoluzionaria che viene dai paesi del Sud globale, tra i quali l’Iran. Le lotte legittime che ci sono in questi paesi e che arrivano qui in Occidente vengono strumentalizzate da certi discorsi coloniali, imperialisti, interventisti, eccetera. Questo è il caso del movimento “Donna,Vita, Libertà” e del movimento rivoluzionario in Iran. Queste rivolte sono rivolte legittime, perché le persone non ne possono più di vivere in una situazione economica simile. Una situazione economica che non è causata solo dalle sanzioni, è anche causata dalla gestione dell’economia del paese, perché c’è un sistema monopolistico di gestione della ricchezza da parte di 300 famiglie vicine al nucleo di governo, vicino al regime iraniano, che è tra l’altro un nucleo molto militarizzato. Il resto della società è quasi privato di questa ricchezza. Di conseguenza, non è solo la questione delle sanzioni, al contrario di quello che dicono. La popolazione non può più vivere questa situazione economica con un’inflazione incredibile. Tra il primo attacco e fino al secondo attacco di Israele abbiamo avuto un tasso d’inflazione a più del 50%. È grave. È una situazione in cui la popolazione non può più vivere. Sul piano politico è la stessa cosa. Il livello di sorveglianza e di repressione raggiunge un livello tale che le persone non possono più sopportare il regime. Alcuni preferiscono le bombe al regime. E allora chi è al potere dovrebbe porsi questa domanda: cosa abbiamo fatto con la nostra popolazione, come governanti, per arrivare al punto che preferiscono le bombe piuttosto che vivere sotto la nostra governance? Anche gli anti-imperialisti dovrebbero porsi questa domanda! Le persone che vivono in Iran non sono pecore che seguono le agende degli imperialisti. Sono soggetti politici che riflettono, che agiscono e che resistono quotidianamente. Non ne possono più della repressione, delle crisi economiche, della repressione religiosa, dell’enorme quantità di cose che esistono. Non ne possono più e ovviamente reagiscono. Reagiscono, agiscono, si ribellano, perché non hanno altra scelta. In Iran tutto è vietato. La politica è assente. La politica è vietata. Di conseguenza, se tutto è vietato, non c’è intermediario tra lo Stato e la popolazione. La piazza rimane l’unica opzione. La strada diventa l’unico mezzo per contestare, per dire “io ho il diritto di vivere dignitosamente la mia quotidianità”. Tutto il discorso portato avanti dai cosiddetti “anti-imperialisti”, dai sovranisti, dai campisti e dagli identitari, riduce a pecore queste persone che sono in strada per la loro sopravvivenza. Le riduce a pecore che seguono le agende degli imperialisti, o degli agenti del Mossad, della Cia, eccetera. Ed è assurdo! Infatti la maggior parte delle persone che sono state uccise nel recente massacro di gennaio avevano tra i 18 e i 25 anni. Non avevano nemmeno l’età per collaborare con l’intelligence e non avevano la maturità per collaborare con Israele! Le persone che sono in piazza sono persone normali, sono i nostri amici, sono i membri delle nostre famiglie. E a ogni rivolta aumentano. Io ho parenti che non erano mai scesi in piazza prima di gennaio. Ci sono andati per la prima volta, sono andati in strada, come molte persone, a gennaio. È successo perché non ne potevano più di vivere in questa situazione. Il fatto di rappresentarli come agenti di Netanyahu, della CIA, significa riprodurre la strumentalizzione di Netanyahu quando afferma di fare questa guerra in nome delle donne e della libertà. Significa garantire l’impunità al regime iraniano, che in questo modo gestisce la repressione come vuole in nome della lotta contro gli agenti imperialisti e contro gli agenti del Mossad. Voglio dire… Gli adolescenti che sono stati arrestati durante la rivolta di gennaio, le persone che sono state arrestate durante la rivolta di gennaio, non conoscono nemmeno le più piccole cose sull’imperialismo! Vedi, il regime ha recentemente giustiziato un manifestante di gennaio che aveva 19 anni, l’ha giustiziato nel silenzio totale, durante la guerra. Il regime ha giustificato l’esecuzione sostenendo che fosse un agente di Israele! E alla fine, secondo il verbale prodotto dal regime, il crimine di questo ragazzo è stato quello di lanciare pietre contro la macchina della polizia. Ecco, questa è l’impunità che permette di giustiziare un ragazzo di 19 anni. Oggi questa impunità totale è garantita dal discorso “anti-imperialista”. È questo discorso che riduce tutti i rivoltosi ad agenti di Israele e degli Stati Uniti! Penso che ci sia un altro errore di analisi. La gente pensa che se una causa viene strumentalizzata, in particolare in Occidente, questa causa non ha più legittimità. Ma siamo coerenti! La causa queer è stata completamente strumentalizzata da molte visioni coloniali, in particolare da Israele, che mette la bandiera queer sulle rovine di Gaza. Ma questa causa è più o meno legittima perché è più o meno strumentalizzata da Israele? Ovviamente no, ovviamente resta una causa legittima. Ovviamente la legittimità di una causa non deriva dal fatto di essere stata strumentalizzata o meno, ma viene dal suo contenuto emancipatore o meno. È la stessa cosa per “Donna,Vita, Libertà”. “Donna,Vita, Libertà” è uno slogan che è eredità di un movimento rivoluzionario anti-imperialista e anti-coloniale. Viene dal Kurdistan turco, passa dal Rojava e arriva in Iran. È questa eredità che è stata riattivata anche in Iran. Quando arriva in Occidente, però, perde la sua essenza rivoluzionaria, radicale e anti-imperialista… Diventa coloniale, perché siamo di fronte a quello che possiamo chiamare estrattivismo delle resistenze del Sud globale quando arrivano nei paesi del Nord, cioè che queste perdono il loro contenuto rivoluzionario e vengono strumentalizzate in modo eurocentrico per cause che sono più centrali in Europa. Penso, ad esempio, alla questione del velo, la questione dell’islamofobia, che è centrale nel dibattito in Francia, è centrale in Europa. Anche la questione del femonazionalismo è centrale in Europa. Alla fine, usano queste cause, legittime nei nostri paesi, per cause reazionarie femonazionaliste. Il regime iraniano fa la stessa cosa. Per esempio usa la causa legittima dei palestinesi per la sua agenda repressiva. Sta strumentalizzando anche la propria popolazione in questo senso. Abbiamo un’ultima domanda: è molto interessante il modo in cui spieghi come l’approccio campista sia un “tradimento della memoria del Sud globale”. “Il campismo – scrivi – trasforma la memoria anticoloniale in uno strumento per legittimare gli stati postcoloniali autoritari”. Il campismo, quindi, rimuove le dinamiche interne alle società colonizzate, compresa la lotta di classe. Questo approccio identifica l’intera società con lo stato, il governo o il regime vigente, e finisce per convincere militanti o organizzazioni, che in teoria si definiscono rivoluzionarie, socialiste, comuniste, ecc. a sostenere ciò che non sosterrebbero mai in altri luoghi del mondo… Sì, volevo dire che non bisogna chiedere agli iraniani, ai curdi, agli altri popoli della regione di fare ciò che noi, come sinistra rivoluzionaria dell’Occidente, rifiutiamo di fare. Noi, in Occidente, ad esempio, come sinistra rivoluzionaria rifiutiamo di andare a marciare accanto all’estrema destra al potere. Quindi non bisogna chiedere agli iraniani di farlo. Noi rifiutiamo di tradire le memorie collettive che esistono nel nostro paese in nome di un generico “anti-imperialismo”. Non bisogna chiedere di svolgere questo compito agli altri. In effetti, la questione è come non negare queste memorie collettive che esistono nei paesi del Sud globale e sacrificarle all’eurocentrismo… Le cose non vanno viste da qui, concentrati su noi stessi, che non abbiamo mai vissuto in questi paesi e non sappiamo cosa hanno vissuto quotidianamente tutti questi movimenti che là esistono. L’“anti-imperialismo” sovranista, identitario e campista, fa finta che, ad esempio, nei nostri paesi, nei paesi del Sud globale, non esista la lotta contro il patriarcato, contro l’autoritarismo, contro il classismo… Mentre invece c’è! Allora… Come mostrare solidarietà con combattenti e resistenze che esistono in questi paesi? L’ho già spiegato: attraverso l’internazionalismo. Se non dobbiamo chiedere alle persone di fare ciò che noi rifiutiamo di fare qui, non dobbiamo nemmeno chiedere alle persone di rimanere nel limbo della storia e di finire prima la lotta anti-imperialista e poi iniziare le altre lotte. Nei paesi del Sud globale non possiamo permetterci questo lusso! Il lusso che esiste nei paesi del Nord. Le persone che vivono nei paesi del Nord hanno la possibilità di portare avanti diverse lotte contemporaneamente. Contro la violenza della polizia, contro il razzismo, contro la guerra. Ma chiedono a noi di non farlo! Dovremmo sospendere tutte le lotte per prima finire con la lotta contro l’imperialismo, che può durare un secolo. È ridicolo! Io penso che ci sia incoerenza in questi discorsi. Ad esempio, siamo contro la violenza della polizia in Europa, difendiamo le persone che vengono uccise nei quartieri popolari dalla polizia, le persone razzializzate, ma ce ne freghiamo se queste persone razzializzate, afghani, curdi, arabi, vengono uccisi dal regime iraniano… Quelli che in modo sempre più violento e in numeri sempre maggiori vengono uccisi nei quartieri popolari da questo regime. Ce ne freghiamo e chiediamo alle persone di non reagire e così le delegittimiamo, le squalifichiamo. Ma non è coerente. Vedi, le donne, le famiglie per la giustizia e la verità sono figure molto importanti contro le violenze della polizia in Iran… Tutte queste donne, tutti questi uomini, tutti questi genitori che hanno perso i loro figli invano durante le rivolte, hanno il diritto di cercare giustizia. Sono come i desaparecidos, è la stessa cosa. Si tratta di migliaia di persone che negli ultimi 40 anni sono state giustiziate con un processo di due minuti. Come chiediamo alle persone, a queste “Famiglie per la giustizia e la verità”, di sospendere la loro lotta affinché prima facciano la lotta contro l’imperialismo? Non è coerente. Oggi abbiamo due amiche curde condannate a morte, due militanti femministe curde di sinistra, pro-Palestina, che hanno mostrato solidarietà con la Palestina dalla prigione dal braccio della morte di Evin. Cosa possiamo dire a queste due persone? Aspettate, non è grave,sarete giustiziate, ma prima bisogna finire la lotta anti-imperialista, dopo vedremo…? Quale dopo? Dopo significa mai, non esiste un dopo. Bisogna dare legittimità a queste lotte affinché avanzino ora, oggi, contemporaneamente, senza negare né l’aggressione asimmetrica e imperialista, che esiste, né la violenza, che esiste, da parte del nostro stato. Somayeh Rostampour, ricercatrice e militante femminista curdo-iraniana, autrice dell’articolo “For an end to campism, the Iran war and the anti-imperialist washing of the Islamic Republic”, pubblicato nei mesi di maggio 2026 su Tempest Magazine, grazie per essere stata con noi. Grazie a voi per l’invito e per avermi ascoltata. Buona giornata a voi.
June 17, 2026
Radio Onda d`Urto