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Abu Mazen ad Atreyu, il rientro della volontaria Petra dalla Cisgiordania e tanto altro
Abbas ad Atreyu Il presidente Abbas è in visita in Italia per partecipare alla festa dei fascisti.  L’incontro di circa un’ora a palazzo Chigi con la premier Meloni, prima di salire sul palco della festa di FDI. Il leader palestinese ha ringraziato l’Italia per «l’assistenza umanitaria fornita al nostro popolo nella Striscia di Gaza», dimenticandosi però delle esportazioni di armi che hanno bombardato la popolazione civile palestinese. Una vergogna e una accoltellata alla schiena del movimento di solidarietà italiano con la Palestina. La stampa governativa palestinese presenta la festa di FDI come il congresso politico del partito di governo (falso) e sorvola sull’uso propagandistico della presenza di Abbas (Abu Mazen) da parte dei fascisti per attaccare l’opposizione. Sulla controversa visita sono circolate nei giorni passati comunicati di realtà palestinesi organizzate in Italia con un appello al presidente Abbas di evitare la partecipazione alla festa del partito di governo FDI, noto per le sue posizioni a favore del genocidio a Gaza, mentre altri controcomunicati che la difendono. Abbiamo deciso di pubblicare tutt’e due i comunicati per dare ai nostri lettori un’idea del dibattito all’interno delle comunità palestinesi in Italia. Il dibattito nelle comunità palestinesi sulla visita del presidente Abbas alla festa di FDI – Anbamed Faz3a Appello dell’on. Luisa Morgantini-AssoPacePalestina: “Sabato 13 alle ore 19.30 atterra all’aeroporto di Ciampino, proveniente da Amman, la giovane volontaria Petra; è una dei quattro giovani, tre italiani e una canadese, aggrediti feriti e derubati dai coloni israeliani, nella zona della Valle del Giordano. Hanno voluto restare in Palestina fino alla normale scadenza del loro volontariato. Fanno parte della campagna Faza3a, lanciata dai comitati popolari per la resistenza non violenta – Sumud – palestinese. La campagna chiama tutti e tutte ad essere presenti nei territori occupati della Cisgiordania per la protezione dei civili palestinesi alla raccolta delle olive e dei lavori agricoli in generale. Un compito reso sempre più difficile dall’aggressione continua di esercito, coloni e polizia israeliana. Penso che Petra sarebbe felice di vedersi accolta al suo rientro da amiche e amici con bandiere palestinesi e kefie. Spero di vedervi, almeno alcune e alcuni di voi.” Luisa Morgantini-AssopacePalestina Eurovision Il cantante svizzero Nemo, vincitore dell’Eurovision Song Contest dello scorso anno, ha annunciato che restituirà il trofeo del 2024 in segno di protesta contro la partecipazione di Israele, motivo che ha già spinto cinque Paesi a ritirarsi. “Non sento più che questo trofeo appartenga al mio scaffale”, ha scritto. “L’Eurovision Song Contest si proclama simbolo di unità, inclusione e dignità per tutti, e questi sono i valori che rendono questo concorso così significativo per me”, ha dichiarato Nemo, “ma la partecipazione di Israele, durante quello che la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito un genocidio, dimostra che esiste un chiaro conflitto tra questi ideali e le decisioni prese dall’Unione Europea di Radiodiffusione”. Le emittenti pubbliche di Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno annunciato il boicottaggio della 70ª edizione dell’evento, che si terrà a Vienna a maggio. Gaza Piogge torrenziali e freddo hanno colpito la Striscia di Gaza, trasformando i campi di sfollati in laghi. Le tende invase dall’ acqua rendono la vita difficile alla popolazione, oltre un milione di persone, cacciate dalle loro case bombardate in due anni di aggressioni. Sale ad almeno 16 il numero delle persone morte a Gaza nelle ultime 24 ore per freddo e maltempo. Tra le vittime ci sono anche 3 bambini, deceduti per il freddo. La responsabilità non è del clima. Anche in anni passati le tempeste si sono abbattute su Gaza, ma non hanno causato stragi di innocenti. La responsabilità è del governo e dell’esercito israeliani, perché impediscono l’ingresso dei soccorsi. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite afferma che l’arrivo nella Striscia di Gaza di kit di utensili di base, sacchi di sabbia e pompe per l’acqua, così come materiali da costruzione quali legname e compensato, continua a essere ritardato a causa delle “restrizioni di accesso di lunga data” imposte dalle autorità israeliane. “Questi materiali sono essenziali per riparare e rinforzare i rifugi contro le continue piogge e per mitigare le inondazioni nei siti”, si legge in una nota: “molti campi di sfollati si trovano su terreni bassi e pieni di detriti, con un sistema di drenaggio e una gestione dei rifiuti inadeguati, esponendo le famiglie a un rischio maggiore di epidemie e creando altri pericoli per la salute pubblica man mano che le inondazioni si diffondono”. Paradossalmente, l’accusa al genocida Netanyahu è esplicita in un commento del giornale Haaretz, mentre i media italiani blaterano della furia del clima. Cisgiordania Rastrellamenti dell’esercito israeliano nella maggior parte delle città palestinesi della Cisgiordania. I più gravi sono avvenuti a Dora, vicino a el-Khalil. Nel villaggio di Al-Mughayir e nel campo di Al-Amaary, in provincia di Ramallah, sono stati feriti da colpi di arma da fuoco due civili. A Deir Samit, la madre anziana di un detenuto politico è stata arrestata. E una presa in ostaggio, per costringere il marito a consegnarsi. I coloni hanno attaccato alcune comunità di Khan Ahmar, a Gerusalemme est lanciando pietre e distruggendo strutture agricole e di pastorizia. L’esercito ha arrestato non gli aggressori ebrei ma le vittime palestinesi, conducendoli nelle caserme e torchiandoli in interrogatori degni della Gestapo. A Kober, l’esercito ha sradicato in una sola giornata più di mille ulivi. Informate, per favore, Fassino e Fiano, degli atti gloriosi della cosiddetta “unica democrazia in Medio Oriente”. Sudan Un’organizzazione per i diritti delle donne ha documentato quasi 1.300 casi di violenza sessuale in tutto il Sudan, devastato dalla guerra, attribuendo la stragrande maggioranza degli abusi alle Forze di Supporto Rapido (RSF). Giovedì, la “Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (SIHA)” ha pubblicato un rapporto in cui afferma di aver verificato 1.294 episodi in 14 province del Paese dall’inizio della guerra civile, nell’aprile 2023. Il documento evidenzia come la violenza sessuale sia diventata un’arma sistematica del conflitto, una delle manifestazioni più brutali di quella che le organizzazioni umanitarie definiscono la maggiore crisi umanitaria del mondo. La rete SIHA attribuisce l’87% dei casi ad autori identificati come combattenti RSF, descrivendo le violazioni come “diffuse, ripetute, intenzionali e spesso mirate”, e non come episodi isolati. Tunisia È stata condannata a 12 anni di reclusione una delle principali oppositrici del regime di Saied, Abir Mussa. La presidente del partito neo Destour, leader della resistenza laica al presidente tunisino Kais Saied, è in carcere dal giugno 2023 per aver protestato davanti al palazzo presidenziale nel tentativo di presentare un ricorso contro la legge elettorale. Lo scorso giugno un’altra corte tunisina ha condannato Abir Moussa a due anni di prigione per aver criticato l’Alta Commissione elettorale. Il suo arresto era servito ad escluderla dalla candidatura alla presidenza della Repubblica. Le autorità tunisine stanno attualmente tenendo in arresto molti oppositori politici, per ridurre lo spazio di mobilitazione popolare e democratica. L’opposizione e le organizzazioni della società civile accusano il regime del presidente Saied di sfruttare la magistratura per eliminare i suoi rivali politici e riportare il Paese a un’era di tirannia. Corno d’Africa Si innalza la tensione tra Etiopia e Eritrea. Il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha dichiarato che Asmara ha informato il Segretario generale dell’organizzazione IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) della decisione di ritirarsi. Secondo il governo eritreo, l’organizzazione intergovernativa IGAD ha disatteso il suo mandato legale e non è più in grado di garantire la stabilità regionale o di soddisfare le aspirazioni dei popoli del Corno d’Africa. L’Eritrea ha accusato l’organizzazione di essere diventata uno strumento politico utilizzato da alcuni paesi contro stati membri. Il riferimento è all’Etiopia, con la quale Asmara ha relazioni tese. Il ritiro di oggi solleva preoccupazioni circa l’escalation delle tensioni tra Eritrea ed Etiopia, che hanno combattuto una guerra di confine conclusasi 25 anni fa con un accordo firmato in Algeria. Libia Una milizia governativa, la cosiddetta “Forza per la Lotta contro le Minacce alla Sicurezza”, ha annunciato l’uccisione, durante un’operazione di sicurezza a Sabrata, di Ahmed Omar Al-Dabbashi, detto “Al-Amou” (lo Zio), ricercato a livello internazionale per reati di tratta di esseri umani, omicidio e traffico di droga. Al-Amou sarebbe stato ucciso durante scontri all’alba di ieri e il fratello Saleh sarebbe stato arrestato, mentre sei membri della milizia governativa sarebbero rimasti gravemente feriti. Al-Dabbashi è figura nota alle cronache libiche e internazionali: il suo nome compare in elenchi sanzionatori dell’Onu e ordini per il congelamento dei beni, per il suo ruolo nel traffico di migranti nell’area costiera tra Sabratha e Melita. Nel 2025, era stato colpito da un ordine del ministero dell’Interno di Tripoli per localizzarlo e arrestarlo a Sabratha. Nello stesso anno, la procura ha annunciato misure cautelari nei confronti di presunti membri della sua rete per vicende legate a violenze e traffico di migranti. Al-Amou era stato foraggiato dall’Italia, nel 2015, con un finanziamento di 5 milioni di euro, tramite il governo libico di allora guidato da Sarraj, per trasformarsi in una notte da trafficante di esseri umani a guardiano per il respingimento dei migranti. Ma la volpe perde il pelo ma non il vizio.   ANBAMED
La sfida di Gandhi a fronte di incontrollabili reazioni a catena
L’attacco israeliano contro la leadership militare iraniana, identificato come operazione “Rising Lion”, rappresenta una nuova fase critica nel conflitto tra i due Paesi. L’azione non sembra limitarsi a bloccare il controverso programma nucleare iraniano — obiettivo storico ancora irrisolto — ma sembrerebbe rientrare in una strategia più ampia: da un lato, indebolire la catena di comando avversaria e dall’altro, comprometterne le capacità operative attraverso colpi mirati. Il contesto attuale si inserisce, dunque, all’interno di una cornice che si sta rivelando sempre più complessa e carica di tensione. Di recente, peraltro, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), con una risoluzione, ha denunciato come l’Iran non stia rispettando gli obblighi sulla trasparenza nucleare previsti e assunti con la sottoscrizione del Trattato di Non Proliferazione. La risoluzione rappresenta una delle dichiarazioni più significative degli ultimi vent’anni. L’AIEA ha evidenziato come Teheran abbia dimostrato poca cooperazione con gli ispettori internazionali, non fornendo informazioni complete sul materiale nucleare e ostacolando l’accesso a siti considerati sospetti. Attualmente, la produzione di materiale fissile insieme ai tassi di arricchimento raggiunti, ha sollevato preoccupazioni nella comunità internazionale attorno al pericolo che l’Iran possa sviluppare capacità nucleari in ambito militare. Ciò anche se le autorità iraniane hanno sempre sostenuto che il loro programma è esclusivamente destinato a scopi civili. Tali accadimenti, alimentando il clima di paura e la tensione internazionale, non potevano non offrire al governo israeliano una ulteriore occasione e giustificazione per le azioni intraprese con i recenti attacchi. Israele ha, infatti, condotto e sferrato una serie di bombardamenti su diverse strutture strategiche, su raffinerie ed, inoltre, su sedi del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione. Recenti rapporti segnalano esplosioni nei pressi dell’aeroporto di Tabriz, mentre fonti di intelligence confermano l’uccisione di due figure chiave del regime iraniano: Hossein Salami, capo delle Guardie Rivoluzionarie, che, probabilmente, è stato eliminato in un blitz attribuito al Mossad, ed il generale Mohammad Bagheri, ucciso in un raid. Nel contempo, le forze israeliane sostengono di aver abbattuto la totalità dei droni lanciati dall’Iran, riuscendo a bloccare gli attacchi diretti contro il proprio territorio. Le reazioni internazionali sono numerose e in continua evoluzione. La Casa Bianca ha prontamente chiarito di “non essere coinvolta” nell’operazione, mentre Donald Trump ha convocato d’urgenza il gabinetto di sicurezza. In Israele, il ministro della Difesa Israel Katz ha proclamato lo stato di emergenza speciale e il primo ministro Netanyahu ha avvertito: “Abbiamo colpito al cuore il loro programma nucleare e continueremo a farlo finché necessario”. Fonti militari israeliane suggeriscono che i raid potrebbero proseguire per diverse settimane. L’Iran si trova sotto notevole pressione. La perdita di due figure fondamentali, come Salami e Bagheri, ed il programma nucleare sotto attacco, potrebbero spingerlo a reagire in modo imprevedibile. Magari ricorrendo a Hezbollah, a gruppi sciiti in Iraq o lanciando missili contro il territorio israeliano. E se Israele possiede uno dei sistemi di difesa antimissile più avanzati al mondo, l’Iron Dome, tuttavia un attacco massiccio potrebbe comunque sovrastare queste capacità difensive. Le conseguenze di tale scenario potrebbero risultare gravi. Se l’Iran decidesse di colpire città israeliane, il governo di Netanyahu potrebbe, sua volta, rispondere con attacchi ancora più intensi, rischiando di trascinare l’intera regione in un conflitto su vasta scala. Questo meccanismo di reazione a catena evidenzia come le tensioni attuali possano rapidamente sfociare in escalation militari significative. Ma Israele può davvero fermare il programma nucleare iraniano? Probabilmente, si otterrebbe, soltanto, un rallentamento del processo ma, certamente, non la sua fine. Senza un accordo diplomatico, che sembra sempre più lontano, l’inevitabile alternativa rimane una guerra prolungata, carica di insidie e potenzialmente devastante per l’intera regione. Mentre il Medio Oriente trattiene il respiro, è impossibile ignorare il profondo rammarico che affiora in mezzo a questa crescente tensione. Ogni azione, ogni scelta potrebbe scatenare una spirale di violenza, con conseguenze tragiche e innumerevoli vite compromesse. Come disse il leader pacifista Mahatma Gandhi: “La vera misura di una società si vede nel modo in cui tratta i suoi membri più vulnerabili”. In questo momento critico, le parole di Gandhi risuonano con un’intensità straziante. La vera sfida non è solo quella di affrontare la minaccia del nucleare, ma di trovare modi per costruire ponti invece di erigere muri. In un contesto così fragile, la vera speranza risiede nella capacità di cercare la pace, non di alimentare il conflitto. Redazione Sicilia