Crosetto su diserzione, difesa, Resistenza: ma cosa dicono davvero i numeri?
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato a chi usa in termine
positivo la parola “diserzione” riferita alla difesa dello Stato (Repubblica,
17/9/2026), rivendicando che gran parte della guerra di Liberazione fu
combattuta dalle forze dell’Esercito che, dopo l’8 settembre 1943, scelsero di
resistere ai tedeschi, pagando con seicentomila deportati nei campi di
concentramento. È una ricostruzione parziale, che la documentazione disponibile
permette di verificare punto per punto.
La cifra degli internati
Il numero più accreditato per gli Internati Militari Italiani (IMI) è di circa
650.000 uomini, su un totale di circa 800.000 soldati catturati dai tedeschi nei
giorni successivi all’armistizio. Sul numero dei morti nei lager non esiste una
cifra ufficiale: le stime oscillano tra 37.000 e 50.000, talvolta fino a 60.000.
Si tratta comunque di una forma di resistenza passiva — il rifiuto di aderire
alla Repubblica Sociale e di continuare a combattere a fianco dei tedeschi — e
non di un’azione militare contro le forze d’occupazione.
Le resistenze armate immediate
Due episodi concentrano la memoria della resistenza militare attiva. A Roma, tra
il 9 e il 10 settembre, la divisione Granatieri di Sardegna, affiancata dai
Lancieri di Montebello e da alcuni reparti della Sassari e carabinieri, combatté
a Porta San Paolo insieme a civili accorsi spontaneamente: tra 241 e circa 400
caduti civili secondo le stime. A Cefalonia, la divisione Acqui del generale
Antonio Gandin scelse di respingere l’ultimatum tedesco e di combattere: le
stime sui caduti — tra scontri, fucilazioni di rappresaglia e annegamenti nel
trasporto verso il continente — divergono sensibilmente a seconda degli studi,
da circa 2.300 a oltre 6.500, con un comunicato ufficiale del 1945 che ne
indicava circa 9.400. Gandin fu tra i primi fucilati, il 24 settembre.
L’altra componente: la diserzione come atto fondativo della Resistenza
partigiana
Qui i dati raccontano un fenomeno che la ricostruzione di Crosetto lascia fuori
campo. Le prime bande partigiane, formatesi dopo il 25 luglio e soprattutto dopo
l’8 settembre, si formarono anche grazie a soldati che abbandonarono reparti
ormai privi di comando per darsi alla macchia. A questo nucleo italiano si
aggiunse una componente multinazionale: si stimano almeno 15-20.000 combattenti
stranieri nella Resistenza italiana, giunti soprattutto tramite diserzione dalle
forze armate tedesche o fuga dalla prigionia — tra loro circa 5.000 sovietici,
migliaia di jugoslavi, polacchi e cecoslovacchi, 2-3.000 tedeschi e austriaci.
Il caso più noto è quello di Fëdor Poletaev, sergente dell’Armata Rossa fuggito
nel 1944 da un campo di lavoro a Tortona, caduto nella Battaglia di Cantalupo il
2 febbraio 1945 e insignito di medaglia d’oro al valor militare: la motivazione
ufficiale lo descrive come “deportato russo in Italia, fuggito dal campo di
concentramento tedesco dove era internato, per raggiungere le formazioni
partigiane”. Diserzione ed evasione, in questi casi, non sono l’opposto della
Resistenza, ne sono invece una delle vie d’accesso.
Il nodo storiografico
Claudio Pavone, in “Una guerra civile” (1991), e Santo Peli, in “La Resistenza
in Italia” (2004), leggono questi percorsi — la renitenza degli Internati
Militari Italiani, la resistenza armata di reparti regolari, la diserzione verso
le bande — come componenti compresenti di un’unica crisi dello Stato-nazione,
non come alternative gerarchiche sul piano morale. La contrapposizione tra “chi
ha resistito in divisa” e “chi ha disertato” non corrisponde, in questa
storiografia, a una linea di demarcazione tra legittimità e illegittimità.
Il punto lessicale
La distinzione che Crosetto rivendica tra “difesa” — termine a cui la
Costituzione (art. 52) affianca l’aggettivo “sacro” — e “riarmo” sposta il piano
del discorso dal dato materiale a quello valoriale. Ma usare “gran parte della
guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito” per liquidare
ogni uso positivo della parola “diserzione” richiede di ignorare che una parte
sostanziale della stessa Resistenza partigiana nacque esattamente da atti di
diserzione — italiana e straniera — e che la storiografia non li tratta come
un’onta da cui prendere le distanze.
Conclusione
Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università,
resta aperta, al netto della ricostruzione fattuale, una domanda che la polemica
politica tende a chiudere in partenza: quando la diserzione può essere un
valore? La storiografia citata sopra non offre una risposta univoca, ma un
criterio di lettura: la diserzione non ha un segno morale fisso, dipende da cosa
si abbandona e verso cosa ci si muove. I disertori tedeschi e austriaci che si
unirono alle brigate partigiane lasciarono un esercito di occupazione per
combattere contro di esso. Gli Internati Militari Italiani che rifiutarono di
aderire alla Repubblica Sociale Italiana non disertarono: scelsero
l’internamento pur di non continuare la guerra a fianco del Reich. I soldati
italiani che dopo l’8 settembre abbandonarono reparti ormai senza comando per
darsi alla macchia si allontanarono da una catena di comando che aveva smesso di
esistere, non da uno Stato capace di dare ordini.
Se il criterio è questo — non l’atto in sé, ma la direzione verso cui porta e la
natura di ciò che si lascia — allora la domanda che la politica dovrebbe porsi
non è se la parola “diserzione” sia di per sé legittima o inaccettabile, ma
quale sia, in ogni contesto storico specifico, l’autorità da cui ci si allontana
e la causa per cui lo si fa. È su questo crinale che l’Osservatorio intende
collocare il proprio contributo al dibattito: non difendere o condannare una
parola in astratto, ma restituire alla sua storia la complessità che la
ricostruzione di Crosetto, trattando “diserzione” come termine univocamente
screditante, lascia fuori campo.
Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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