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Regione Umbria: quando la guerra diventa politica industriale ed entra nei percorsi educativi
La recente presentazione ufficiale, negli spazi istituzionali della Regione Umbria, del progetto di collaborazione tra alcune imprese e Leonardo SpA, con la presenza diretta del Presidente della Giunta e di membri dell’esecutivo regionale, non può essere considerata un atto neutro o meramente tecnico. Al contrario, essa rappresenta una presa di posizione politica chiara: la scelta di collocare il futuro produttivo del territorio all’interno delle filiere legate alla difesa e al riarmo, in un contesto internazionale segnato dall’espansione dei conflitti e dalla normalizzazione della guerra come orizzonte permanente. Il silenzio mantenuto dalle istituzioni regionali di fronte alle mobilitazioni contro il genocidio in Palestina e al dibattito pubblico sul riarmo europeo trova qui una sua coerenza. L’enfasi con cui viene promosso l’accordo con Leonardo SpA restituisce l’immagine di una Regione che individua nell’industria militare uno dei pochi ambiti su cui scommettere per affrontare la crisi economica e industriale, senza aprire alcun confronto pubblico sulle implicazioni etiche, sociali e culturali di questa scelta. La narrazione ufficiale insiste sul carattere “civile” delle lavorazioni coinvolte – componentistica, semilavorati, forniture a uso duale – ma questa distinzione formale non scioglie il nodo di fondo. Tali produzioni si inseriscono infatti in una filiera integrata guidata da un gruppo industriale il cui core business è sempre più esplicitamente legato alla produzione di armamenti e sistemi militari. Anche quando definite civili, queste attività contribuiscono al funzionamento complessivo di un apparato industriale orientato alla guerra. La filiera non è neutra, e non lo sono le scelte politiche che la sostengono. Questa integrazione riguarda in modo crescente anche il campo della formazione. Leonardo SpA non opera soltanto sul piano industriale, ma interviene in maniera strutturata nei percorsi educativi: scuole secondarie, ITS, università, programmi di orientamento, Formazione scuola lavoro, tirocini e collaborazioni accademiche. Tali iniziative vengono presentate come opportunità per studenti e studentesse e come strumenti di occupabilità, ma producono un allineamento dei saperi e delle competenze alle esigenze dell’industria militare. In questo modo, la militarizzazione penetra nei luoghi della formazione, trasformando scuole e università in snodi funzionali della filiera bellica e riducendo progressivamente lo spazio del pensiero critico e dell’autonomia educativa. Il quadro si aggrava ulteriormente se si considera il clima di pressione e intimidazione che colpisce chi prova a mantenere aperto un dibattito pubblico su questi temi. La vicenda di Pisa, con le azioni rivolte contro docenti, studenti e studentesse che hanno partecipato a momenti di approfondimento e confronto – come i webinar con Francesca Albanese – segnala un preoccupante restringimento degli spazi di libertà accademica e di insegnamento. Colpire chi discute di diritto internazionale, responsabilità politiche e crimini di guerra significa contribuire a un processo di disciplinamento del sapere, coerente con la progressiva militarizzazione delle istituzioni formative. La Giunta regionale non può sottrarsi a una responsabilità politica su queste scelte. Promuovere e legittimare accordi con l’industria bellica e presentare il riarmo come risposta implicita alla crisi dei territori significa orientare il futuro economico, sociale e culturale dell’Umbria verso un modello fondato sulla guerra e sulla sua preparazione. Come docenti riuniti nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, riteniamo necessario rompere questo silenzio. Chiediamo alla Regione di chiarire se intenda davvero legare lo sviluppo del territorio alle filiere del riarmo, o se sia disposta ad aprire un confronto reale su percorsi alternativi fondati sulla riconversione, sulla pace e su un’economia che non subordini il sapere e l’educazione agli interessi del complesso militare-industriale. Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e dell’università, Perugia Pubblicato anche su https://www.micropolisumbria.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
OnLife: il nuovo progetto ecologico-educativo dell’industria bellica Leonardo SpA
Si chiama OnLife (https://www.leonardo.com/it/news-and-stories-detail/-/detail/leonardo-on-life-valorizzazione-circolare-asset-digitali) il nuovo progetto di Leonardo SpA in collaborazione con Hewlett Packard, presentato come iniziativa nel quadro dell’economia circolare: PC dismessi ma riutilizzabili e quindi potenziati per essere reimmessi in situazioni di svantaggio sociale dove per esempio è forte il cosiddetto “digital divide“. Quindi la nota fabbrica di morte Leonardo SpA, peraltro invischiata anche in relazione indegne con lo Stato genocidario di Israele, si associa ad un altro colosso del digitale come HP ben noto non solo a BDS (https://bdsitalia.org/index.php/notizie/comunicati-bds/tag/boicotta-hp), ma a chiunque abbia minimamente indagato su quali siano i “device” digitali utilizzati dall’esercito israeliano, in particolare nelle attività di polizia di frontiera per un controllo pervasivo sulla popolazione palestinese. Prosegue quindi l’attività di war-washing e green-washing del colosso internazionale targato Italia che in questo caso va a colonizzare anche le fasce più svantaggiate della popolazione giovanile nei Paesi più poveri tentando così di riabilitarsi. Anche sul piano ecologico questa piccola goccia nel mare difficilmente riuscirà ad essere concepita come un primo passo per salvare il pianeta vista la complicità con l’esercito israeliano che in due anni è riuscito ad inquinare e a sommergere di detriti bellici in una quantità tale che nessun altro paese al mondo, a parte forse, gli Stati Uniti era riuscito a fare. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Milano, 30 ottobre: Seminario “Università e industria bellica: intrecci, finanziamenti e responsabilità”
GIOVEDÌ, 30 OTTOBRE 2025, AULA 201 ORE 16:30-19 MILANO, VIA FESTA DEL PERDONO, 7 Si svolgerà giovedì 30 ottobre 2025 a Milano dalle ore 16:30 alle ore 19 presso l’aula 201 dell’Università Statale di Milano il Seminario dal titolo “Università e industria bellica: intrecci, finanziamenti e responsabilità”. L’evento è organizzato dal Coordinamento UNIMI per la Palestina in collaborazione con Rete Università e Ricerca per la Palestina e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Interverrà per l’Osservatorio la presidente Roberta Leoni con una relazione dal titolo: “Le competenze militari nel mondo dell’istruzione”.
Riconvertire l’industria a fini militari per superare la crisi sistemica
ANCHE SE SI PARLA, TROPPO POCO, DELLA FINANZIARIA DI GUERRA, LA RICONVERSIONE DELL’INDUSTRIA CIVILE A SCOPO MILITARE È GIÀ UNA REALTÀ Quando si parla di economia di guerra dovremmo fare riferimento allo spacchettamento di aziende e alla loro riconversione (in toto o in parte) a produzioni militari Merita attenzione quanto sta avvenendo attorno a Iveco Group NV, ce ne hanno parlato in anteprima Bloomberger e Scenari Economici dando notizia dell’imminente cessione delle unità di difesa a Leonardo SpA, mentre la divisione specializzata nella produzione di veicoli commerciali è destinata alla multinazionale indiana Tata Motors Ltd. E l’arrivo di Leonardo è conseguenza del vivo interesse manifestato dalla multinazionale spagnola Indra, una delle aziende leader nel settore militari europeo e capace di raggiungere risultati straordinari in borsa. Qual è il valore economico della cessione di Iveco? La cessione di Iveco Defence a Leonardo spa è avvenuta per 1,7 miliardi, quella di Iveco group (senza la sezione difesa) a Tata Motors per 3,8 miliardi. Iveco in Italia ha circa 14.000 dipendenti dei 36 mila totali, conta su alcuni stabilimenti dislocati in varie parti del paese, da Torino (sede principale) a Brescia, da Suzzara (Mantova) a Foggia senza dimenticare Bolzano. Oltre 1000 dipendenti lavorano per Defence. La sede principale rimarrà a Torino, Tata ha dichiarato che non ci saranno esuberi, delocalizzazioni o chiusure di fabbriche, evidentemente questa operazione è il trampolino di lancio per l’ingresso dell’India nei mercati europei attraverso l’acquisizione, dopo la Guzzi, di un marchio rinomato. La crisi di Iveco si risolve con uno spezzatino aziendale e l’intervento diretto del Governo italiano per conservare la produzione in campo militare nel nostro paese rafforzando il polo produttivo nazionale, si parla in termini tecnici di mantenere un asset strategico sotto il controllo nazionale. Stando a Scenari Economici, l’ offerta vincente è stata quella arrivata dalla joint venture con la tedesca Rheinmetall AG per 1,6 miliardi di euro, debito incluso. Eppure anche la multinazionale spagnola si presentava con ottime credenziali soprattutto per avere attuato la riconversione di alcuni stabilimenti civili in militari come il sito produttivo di Duro Felguera a Gijón (Asturie) dove produrranno veicoli militari e carri armati d’Europa. Indra rappresentava un competitor pericoloso essendo tra le aziende leader nello sviluppo di sistemi elettronici che digitalizzano e forniscono informazioni ai veicoli corazzati e carri armati di ultima generazione, l’arrivo in Iveco di Leonardo ha evitato che sul territorio nazionale, dopo i turchi, arrivassero anche gli spagnoli. Sullo sfondo di queste acquisizioni lo scontro intestino tra paesi e multinazionali del vecchio paese per accaparrarsi le aree più ambite della produzione di armi e del mercato. E’ormai risaputo che la holding degli Agnelli, proprietaria dell’Iveco, abbia da tempo svincolato le proprie strategie dal settore automobilistico a favore di altre aree di investimento. E la sola preoccupazione del Governo italiano era quella di conservare la produzione italiana in campo militare nel nostro paese. Urgeva quindi scongiurare quanto già accaduto con Piaggio Aerospace, azienda  produttrice di sistemi ampiamente utilizzati dalle Forze armate italiane e acquistata nei mesi scorsi dal gruppo turco Baykar.  Piaggio Aerospace produce velivoli come il P.180 Avanti e sistemi aerei a pilotaggio remoto come il P.1HH HammerHead ma è uno dei punti di riferimento europei per la manutenzione degli strumenti bellici. L’aumento delle spese militari al 5% del Pil offre una occasione unica alle imprese attive nella produzione di armi, di pochi giorni fa la notizia che Fincantieri vorrebbe riconvertire due impianti produttivi civili tra i quali il cantiere di Castellammare di Stabia. E la stessa Piaggio Aeronautica annuncia la produzione di droni visto che la multinazionale turca oggi proprietaria del marchio è tra i principali esportatori degli aerei senza pilota. Chi pensava che l’Italia fosse ancora ferma dovrà ricredersi, non siamo ai livelli tedeschi con alcune aziende dell’indotto meccanico già riconvertite alla produzione dei sistemi di arma, ma decisamente avanti rispetto all’immaginario comune. E proprio dalla Germania arriva una notizia interessante ossia che in campo militare verranno reiterate le politiche di delocalizzazione già ampiamente attuate in campo civile e nel settore meccanico Rheinmetall ha lanciato una nuova rete di produzione in Romania per rafforzare il settore della difesa del Paese, per costruire nuove alleanze con aziende operanti nel settore della difesa ma in paesi nei quali il costo della forza lavoro è decisamente più basso. Le armi saranno quindi prodotte in un paese dell’est europeo che presto potrebbe diventare un distretto industriale tedesco fuori confine e sotto l’egida Nato. Poco sappiamo delle aziende militari presenti nei paesi ex Patto di Varsavia, parliamo di imprese che da anni operano a stretto contatto con multinazionali Usa e europee, in Romania produrranno veicoli da combattimento per le forze armate rumene ma anche munizioni destinate al mercato europeo. E anche in questo caso arriva il plauso del Governo locale che esulta davanti all’investimento di Rheinmetall per creare posti di lavoro e offrire il supporto tecnologico avanzato a paesi più arretrati che presto saranno interamente dipendenti dai grandi marchi smantellando magari produzioni civili a vantaggio di quelle militari
Riconversione industria bellica Valsella: attività didattica studentesse e studenti Liceo “Vian” di Bracciano
IN UN MOMENTO IN CUI A LIVELLO EUROPEO SI PARLA DI RIPRISTINARE LE MINE ANTIUOMO, CON POLONIA, FINLANDIA ED ESTONIA CHE STANNO DISCUTENDO SULLA POSSIBILITÀ DI ABBANDONARE IL DIVIETO GLOBALE (LEGGI QUI LA NOTIZIA), CI SEMBRA UTILE COME OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ PUBBLICARE E DIFFONDERE UN’ATTIVITÀ DIDATTICA SVOLTA DA STUDENTESSE E STUDENTI DEL LICEO “I. VIAN” DI BRACCIANO, CURATA DALLA PROF.SSA ROBERTA LEONI, PRESIDENTE DELL’OSSERVATORIO, E REALIZZATA IN COLLABORAZIONE CON ANPI E ASSOCIAZIONE ACACIA SCUOLA SULLA RICONVERSIONE DELLA VALSELLA, INDUSTRIA CHE PRODUCEVA PROPRIO MINE ANTIUOMO. Vi presentiamo il nostro progetto sul caso della Valsella Meccanotecnica, un esempio emblematico di come l’impegno civile, sindacale e giornalistico possa trasformare una realtà industriale controversa in una storia di riconversione e speranza. La Valsella Meccanotecnica, fondata nel 1969, è stata una delle principali produttrici italiane di mine antiuomo, armi di distruzione che non fanno distinzione tra civili e militari. Nel 1980, la fusione con la Meccanotecnica di Castenedolo ha dato vita alla “Valsella Meccanotecnica”, che ha continuato a produrre ordigni bellici per diversi anni. Una figura chiave in questa vicenda è stata Franca Faita, operaia e sindacalista FIOM, che ha lavorato nella fabbrica dal 1967 e che abbiamo avuto l’onore di conoscere ed intervistare. Quando, nel 1980, l’azienda ha iniziato a produrre mine antiuomo, Franca ha preso coscienza del tipo di prodotti che stavano realizzando e ha deciso di agire. Con il supporto delle colleghe ha avviato una mobilitazione interna per chiedere la riconversione della produzione. Franca ha affrontato numerose difficoltà: minacce, licenziamenti e pressioni dall’azienda. Nonostante ciò, ha continuato la sua battaglia insieme a un manipolo di donne, convinta che fosse possibile trasformare la fabbrica in un luogo di produzione di beni utili alla società. La sua determinazione ha portato, nel 1998, alla chiusura della produzione di mine e alla riconversione dell’azienda verso la produzione civile. Nel 1997, Franca Faita fu premiata con il Premio Nobel per la Pace che fu assegnato alla campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo. Nonostante ciò, decise di non recarsi a Stoccolma per ritirarlo di persona poiché in quello stesso periodo la fabbrica era occupata e decise di non lasciare le proprie colleghe da sole. Inoltre nel 2001, la donna ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per il suo impegno nella promozione della pace e del disarmo. La sua storia è un esempio di come la resistenza civile e sindacale possa portare a cambiamenti significativi, anche in contesti industriali complessi. Un altro protagonista fondamentale di questa vicenda è stato Dino Greco, segretario della Camera del Lavoro di Brescia. Fu lui a organizzare, nei primi anni Novanta, un incontro tra le operaie della Valsella e Gino Strada, fondatore di Emergency. Durante l’incontro, fu proiettato un documentario che mostrava gli effetti devastanti delle mine antiuomo sulla popolazione civile, in particolare sui bambini. Questo incontro fu determinante per sensibilizzare le lavoratrici e i lavoratori sulla necessità di fermare la produzione di ordigni bellici e avviare un processo di riconversione industriale. Infine, Futura D’Aprile, giornalista e scrittrice, ha dedicato attenzione e spazio mediatico alla vicenda della Valsella, contribuendo a mantenere alta l’attenzione pubblica sul tema della riconversione industriale e della responsabilità etica delle imprese. La sua attività giornalistica ha avuto un ruolo importante nel sensibilizzare l’opinione pubblica e nel sostenere le battaglie delle lavoratrici e lavoratori coinvolti. Il nostro progetto ha l’obiettivo di rendere più famosa la storia di questa azienda e sensibilizzare su un argomento ancora molto attuale: la vendita di armi con lo scopo di uccidere non solo soldati, ma anche civili, persone che non hanno alcuna colpa. n aggiunta, grazie a Franca Faita e le sue colleghe si può riflettere sulla forza che un piccolo gruppo di donne può avere e trasformare una realtà molto buia. Al fin di fare ciò abbiamo deciso di realizzare un video analizzando il contesto storico, economico e sociale della Valsella ed evidenziando le sfide affrontate dai lavoratori e dalle lavoratrici. Abbiamo anche esplorato le implicazioni etiche della produzione di armamenti e l’importanza della riconversione industriale come strumento di pace e sviluppo sostenibile. Dopo aver letto vari articoli e aver formulato delle domande, le abbiamo poste ai protagonisti di queste vicenda durante le varie interviste inserite all’interno del video che stiamo per mostrarvi. Concludiamo con una riflessione: la storia della Valsella ci insegna che è possibile cambiare direzione, anche quando sembra difficile e dimostra che la determinazione e la solidarietà possono trasformare una realtà di morte in una di vita e speranza. Grazie per l’attenzione e buona visione. Veronica e Viola 3Y Liceo I. Vian a.s. 2024/25