Impatto economico della guerra: 12 miliardi di costi energetici per CNA
In questi giorni, la CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della
piccola e media impresa) ha quantificato in quasi dodici miliardi il conto
energetico derivato, nel periodo compreso tra il 1° marzo e il 31 agosto, dalla
guerra contro l’Iran. Una guerra condotta in modo diretto da USA e Israele, cui
partecipano, in termini diversi, vari Paesi dell’Unione Europea. Non ultima
l’Italia, a suo modo coinvolta pure nel conflitto russo-ucraino. Non a caso, il
settore bellico del paese guidato da Volodymyr Zelensky risulta sempre più
interno all’orbita europea.
Ma su questo torneremo. Al momento, va segnalato quanto il caro energia gravi
sulle famiglie e sulle imprese. La CNA, infatti, stima intorno ai «5,8 miliardi
il maggiore costo di benzina e gasolio nel semestre»[1] pocanzi menzionato. Il
che non può non incidere sulla salute delle imprese, soprattutto di quelle dalle
piccole e medie dimensioni. Ma ha un impatto ancor più forte sui bilanci
familiari. Si pensi solo al fatto che, coloro che appartengono ai ceti basso e
medio-basso, da almeno un trentennio vedono una costante erosione del potere
d’acquisto dei loro salari e delle loro pensioni.
Se si fa riferimento al mese di luglio, si registrano prezzi medi di «1,908
euro al litro per la benzina e 2,027 euro per il gasolio»[2]. Al riguardo, si
deve tener presente che il consumo di gasolio per autotrazione si è ridotto, ma
ciò non ha inciso sul suo prezzo. In sostanza, i dati statistici – anche quando
vengano forniti dalla parte imprenditoriale – entrano in rotta di collisione con
la narrazione dei media mainstream.
La stessa che non ci informa sull’aiuto militare a Kiev, da tempo trasformatosi
in un colossale business, tale da comportare un’infinita quantità di commesse
per l’industria bellica europea. Se nei primi mesi di conflitto si inviavano
quasi esclusivamente armi già in dotazione ai vari eserciti continentali, a
partire dal 2024 la situazione è radicalmente mutata. Portando a “due terzi” gli
«aiuti militari inviati in Ucraina (…) direttamente dalle industrie della
difesa»[3]. Lo specifica Cosimo Caridi in un articolo pubblicato sul Fatto
Quotidiano del 25 agosto del 2026. In cui si sottolinea che, dal principio del
conflitto al giugno dello scorso anno, «i Paesi europei hanno destinato almeno
35,1 miliardi di euro di aiuti militari a commesse per l’industria della
difesa»[4]. Ma forse l’elemento più rilevante dello scritto è quello concernente
i meccanismi di finanziamento e il sistema dei rimborsi, sostenuto con fondi
pubblici.
Al riguardo, viene citato l’European Peace Facility, uno strumento fuori
bilancio che l’Ue ha avviato nel marzo del 2021. In base ad esso, i vari paesi
dell’UE possono «chiedere alle istituzioni un rimborso per i sistemi d’arma
inviati a Kiev»[5]. Sin qui, l’Unione ha già messo a disposizione 6,4 miliardi
di euro, ma le istanze di rimborso sono già arrivate a 43 miliardi, dunque sette
volte tanto.
Ancor più interessanti, sono i concreti esempi forniti da Caridi. Uno arriva
dalla prima potenza industriale europea e vede protagonista l’Agenzia Federale
Tedesca per gli Acquisti Militari. La quale, nel 2023, «ha firmato con la Diehl
Defence un contratto per 1280 missili Iris-t. Il finanziamento, oltre cento
milioni di euro, è arrivato attraverso un capitolo di spesa che non pesa sul
bilancio della Difesa, perché appositamente segnalato come rimborso per spese
fatte per sostenere l’Ucraina»[6].
Come sottolinea l’autore, tale meccanismo è stato ripetuto in altre occasioni. E
procedure analoghe sono state adottate da vari paesi del cosiddetto blocco
occidentale. Per questa via, si è continuato ad alimentare la guerra, nello
stesso tempo avvantaggiando le più rilevanti industrie belliche. Il più
clamoroso caso di aumento del volume d’affari legato al conflitto russo-ucraino
ci porta ancora in Germania, riguardando la Rhein Metall. Per non dire di altre
imprese tedesche, non paragonabili per fatturato ma in ogni caso di notevoli
dimensioni come la già citata Diehl Defence, Hensoldt e Renk.
Ora, in quel paese chi mette in discussione il coinvolgimento nella guerra in
Ucraina lo fa anche su basi economiche. Forse non a torto, ma se il sistema nel
suo complesso risente negativamente della rottura con la Russia, alcuni suoi
settori – a partire dall’industria bellica – stanno traendo nuova linfa dalla
tragedia in corso. Lo stesso si può dire per gli altri colossi europei della
industria della guerra, dalla francese Thales al consorzio Mbda, il maggiore, in
Europa, in relazione alla costruzione di missili e tecnologie per la difesa, Ma
l’elenco è lungo, comprendendo l’antico Czechoslovak Group e naturalmente
Leonardo, italianissima e potentissima società per azioni a controllo pubblico.
Insomma, la guerra presenta un conto diverso a seconda dei contesti e dei
soggetti. Laddove si dispiega direttamente, produce lutti su lutti. E porta –
come sta avvenendo sia in Russia sia in Ucraina – un numero crescente di soldati
alla più estrema demotivazione.
Nei Paesi che ne sono coinvolti in forme diverse, determina un ulteriore
impoverimento dei ceti medio-bassi e dei salariati. Ma per i produttori di armi
l’aumento dei profitti è addirittura esponenziale. Tanto da spingerli a far
pressione sui propri paesi di riferimento, affinché continuino
irresponsabilmente a soffiare sul fuoco dei conflitti in corso.
F. Giusti, S. Macera, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e
delle università
* [1] Quasi 12 miliardi il conto energetico della guerra in Iran, in
https://www.cna.it/quasi-12-miliardi-il-conto-energetico-della-guerra-in-iran/.
* [2] Ibidem.
* [3] C. Caridi, Tra fondi europei e rimborsi: così i colossi bellici in
quattro anni hanno aumentato I fatturati, «il Fatto Quotidiano», 25 agosto
2026.
* [4] Ibidem.
* [5] Ibidem.
* [6] Ibidem.
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