Recensione: Teoria della classe armata. L’età del potere militare di David ColantoniINTRODUZIONE
Il testo di David Colantoni si rivolge al lettore dichiarando un obiettivo
estremamente ambizioso: fornire una diagnosi dell’attuale scenario
internazionale incardinata sull’emergere, negli Stati Uniti, di una nuova classe
sociale (la “classe armata”), costituita dai militari di professione e da tutti
quei settori “civili” che sono collegati al complesso militare e a vario titolo
coinvolti nella promozione dei suoi interessi: industrie del settore armiero,
centri di ricerca sulle nuove tecnologie suscettibili di utilizzo militare,
mondo della comunicazione, dell’educazione e dell’intrattenimento. La tesi di
Colantoni è che questa nuova classe va a soppiantare la borghesia capitalistica,
imponendo i suoi interessi (la produzione di caos sistemico, necessario a
giustificare la propria crescita indefinita e l’assegnazione di risorse
pubbliche) a scapito della razionalità del sistema economico-finanziario
tradizionale; nella fase attuale, iniziata con il declino dell’URSS, la classe
armata da “parassita” si trasforma in “parassitoide”, mettendo sempre più in
questione la capacità di sopravvivenza dell’ospite capitalistico.
STRUTTURA DEL TESTO
La monografia è articolata in tre parti, la prima dedicata alla costruzione e
articolazione del concetto di classe armata nel contesto USA, a partire dalla
Seconda Guerra Mondiale e con numerosi riferimenti agli attuali conflitti, la
seconda al raccordo tra questo concetto e le analisi di vari studiosi
statunitensi del militarismo: Lasswell, Wright Mills, Kenneth Galbraith,
Fulbright, Melman, la terza all’”estetica necatrix”, ovvero alla costruzione
mediatica del “nemico” ed alla legittimazione estetica della sua uccisione.
Chiudono il volume due capitoli di conclusioni, con un approfondimento sul
processo di militarizzazione nei Paesi europei e l’allarme per la possibile
espansione planetaria del militarismo e dell’affermazione della “classe armata”.
Il volume è introdotto da una Prefazione di Jeffrey D. Sachs, da un breve testo
di Olivier Stone e da un Proemio di Luciano Canfora.
CONSIDERAZIONI
Senza pretendere di fornire una sintesi del testo di oltre 500 pagine, mi
concentro su alcuni punti nodali e sulle questioni ad essi inerenti.
1. Come sottolineato da Sachs, il punto di svolta nella costituzione della
classe armata è costituito secondo Colantoni dall’abolizione del servizio di
leva e dalla costituzione di un esercito professionale formato da soli
volontari; le analisi dell’autore sulla fase storica in cui questo processo si
sviluppa negli USA sono estremamente dettagliate e interessanti: la guerra del
Vietnam genera una opposizione diffusa e interclassista, con oltre mezzo milione
di renitenti alla leva, manifestazioni di veterani del Vietnam contro la guerra,
insubordinazione diffusa e attacchi anche mortali della truppa contro gli
ufficiali, nell’ordine di centinaia di casi (“fragging”). Preso atto della
dimensione ampiamente interclassista della rivolta contro la guerra del Vietnam,
l’apparato militare elabora la strategia della professionalizzazione integrale
delle forze armate, che diviene un punto programmatico rilevante della campagna
presidenziale di Nixon nel 1968 e che vede Milton Friedman giocare il ruolo di
protagonista mediatico a favore della abolizione della leva, retoricamente
equiparata ad una tassa pagata da pochi e non da tutti. L’effettivo compimento
dell’abolizione della leva negli USA e della costituzione di forze armate di
soli volontari si colloca nel 1973, durante il secondo mandato di Nixon. La
professionalizzazione ha generato uno strumento militare pienamente docile agli
ordini degli alti ufficiali e progressivamente teso alla propria espansione ed
all’accaparramento di margini sempre più ampi delle risorse nazionali. Si è così
creata una lobby formata da industriali del settore armiero e alti ufficiali,
capace di definire le questioni strategiche e di fornire le soluzioni
tecnologiche, in termini di sistemi d’arma e di pianificazione delle strutture
(basi, mezzi aerei e navali, etc.), stabilendo l’agenda della classe politica,
con la progressiva subordinazione dei politici alle analisi dei militari ed alle
proposte di fornitura dell’industria armiera. In sostanza la classe politica
statunitense, a partire dal progetto Manhattan e con passaggi decisivi durante
l’amministrazione Kennedy, avrebbe perso progressivamente la capacità di
controllare e dirigere la “classe armata”, finendo per assecondarne gli
interessi e le indicazioni. L’abolizione della leva obbligatoria e l’istituzione
di forze armate su base volontaria ha enormemente accresciuto la possibilità di
un uso spregiudicato della forza militare, eliminando il rischio di resistenze
all’interno della truppa o di seri movimenti di opposizione da parte
dell’opinione pubblica.
2. I riferimenti ai critici dell’apparato politico-militar-industriale, che
occupano la seconda parte dell’opera (ricordiamo tra tutti Wright Mills e
Melman), sono uno dei contributi più importanti del volume e attestano lo
sviluppo del dibattito critico sul militarismo negli USA, a partire dalla
Seconda Guerra Mondiale, ma al tempo stesso la sua inefficacia sul piano della
politica interna. Melman, in particolare, già negli anni Sessanta propose
all’amministrazione Kennedy vari piani per la riconversione ad usi civili
dell’industria bellica statunitense, pubblicando nel 1970 Pentagon Capitalism,
studio fondamentale e fonte di ispirazione per il lavoro di Colantoni.
L’apparato industriale deputato alle forniture militari risulta, nell’analisi di
Melman, estraneo alle logiche dell’economia di mercato, privo di un effettivo
controllo politico e basato su una pianificazione centralizzata. Il Pentagono
dirige risorse scientifiche, tecniche ed economiche finalizzandole ad obiettivi
militari, con dinamiche funzionali alla massimizzazione dei costi, così da
garantire i profitti delle industrie fornitrici.
3. Uno dei pregi dell’opera è la ricchezza di riferimenti documentali, che
consente di entrare nel vivo della storia degli USA dal 1945 ad oggi. Manca però
l’analisi della storia USA anteriore alla Seconda Guerra Mondiale, quasi non
fosse esistito un imperialismo americano nel XIX e nella prima metà del XX
secolo. L’amplissima bibliografia finale, con quasi 800 titoli citati, non
riporta testi significativi di storia degli Stati Uniti che facciano cogliere le
premesse istituzionali, economiche, sociali, dell’affermazione degli USA nel XX
secolo: anche per Colantoni quello americano rimane un “impero nascosto”[1],
almeno fino al 1945. Non troviamo così il riferimento ai momenti costitutivi
dell’imperialismo statunitense, dall’espansione verso l’America latina tra la
fine del XIX e l’inizio del XX secolo (dottrina Monroe), alla proiezione nel
Pacifico (Filippine, Hawaii) a seguito della guerra ispano-americana. Questa
lacuna si coniuga con un’analisi che rimane prigioniera della cornice
istituzionale data negli USA (organi dello Stato, attori politici e sociali
operanti sulla scena interna, dibattito politico per le elezioni presidenziali)
e non coglie appieno i potenti vettori che, nel sistema economico e sociale,
hanno portato alla militarizzazione della società.
4. Come sopra accennato, l’analisi di Colantoni si dispiega sul piano
politico-istituzionale, assumendo come frame concettuale la contrapposizione tra
esercito di cittadini ed esercito di volontari/mercenari (pag. 251-254). I
riferimenti a Tacito e Machiavelli sono reiterati e mancano della necessaria
distanza critica nei confronti del modello repubblicano di milizia civica; la
repubblica romana, sicuro modello per gli illuministi e per i rivoluzionari del
XVIII secolo fu tutt’altro che esente da pulsioni imperialistiche,
concretizzatesi ad esempio nelle guerre puniche e nelle guerre in Macedonia; il
passaggio dalla leva dei cittadini ad un esercito di mercenari caratterizzò la
transizione dalla repubblica all’impero, ma la dinamica imperialistica
indefinitamente espansiva era ben presente fin dalla Roma repubblicana. Luciano
Canfora[2] ha rimarcato il rapporto genetico tra modo di produzione schiavistico
e bellicismo come fonte di reperimento degli schiavi, tanto da ridefinire il
sistema economico classico come “modo di produzione bellico”. In altri termini
nel mondo classico la guerra di rapina, finalizzata alla sottrazione di metalli
preziosi e di esseri umani da ridurre in schiavitù è il carburante del sistema
economico. La chiara preferenza di Colantoni per l’esercito di cittadini
rispecchia la posizione dei padri costituenti americani, senza reale capacità di
distanziamento critico rispetto a quel tipo di impostazione; paradossalmente il
libro sembra scritto in italiano per un lettore americano. In realtà il frame
dualistico cittadini/mercenari non corrisponde alla complessa realtà storica
delle guerre, dal mondo antico ai giorni nostri: persino gli spartani si
avvalsero in alcune circostanze di schiavi nel ruolo di combattenti, per non
parlare dei rematori sulle navi ateniesi e romane; l’impero britannico passò con
la massima disinvoltura da forze mercenarie anche private, quali gli eserciti
della Compagnia delle Indie, a forze3 di leva formalmente inquadrate e continuò
ad utilizzare sino a dopo la Seconda Guerra Mondiale truppe ausiliarie arruolate
nelle colonie su base volontaria. Forse soltanto la Confederazione elvetica, con
le sue note peculiarità, presenta il caso puro di un esercito di cittadini.
5. I riferimenti teorici dell’Autore appaiono talora confusi: da una parte sono
ripetuti i richiami alla teoria delle élites, in particolare attraverso Wright
Mills, che rappresenta un caposaldo nell’analisi di Colantoni; dall’altra
permane una fiducia ingenua nel sistema costituzionale americano, percepito come
legittimo erede della tradizione illuministica e portatore di una correttezza
istituzionale improvvisamente compromessa dalla torsione militaristica imposta
dal progetto Manhattan e dai successivi sviluppi con Kennedy e Nixon. Con
maggior distanziamento critico lo storico Daniele Ganser[3] sottolinea come
circa 300.000 oligarchi statunitensi sono in grado di condizionare le campagne
elettorali per le elezioni di Camera, Senato e Presidente degli USA e
predeterminarne gli esiti.
6. I numerosi riferimenti al modello teorico di Wallerstein e Arrighi[4],
rispetto al quale Colantoni si propone come prosecutore, eludono aspetti chiave
della teoria ciclica di Arrighi, in particolare la sequenza tipica di una fase
capitalistica espansiva, una di finanziarizzazione e militarismo, il successivo
declino a vantaggio di un diverso soggetto egemone emergente. Arrighi richiama
più volte il militarismo come caratteristica delle fasi di declino della potenza
egemone (Guerra dei Trent’anni, guerre anglo-olandesi; conflitti al termine
della Belle Époque e le due guerre mondiali) e vede nei conflitti globali il
segnale del passaggio da una potenza egemone ad un’altra (Genovesi-Spagnoli,
Olanda, Gran Bretagna, USA). Certo, la prognosi di Arrighi rispetto alla
contemporaneità rimane indefinita: da un lato viene rimarcato il declino
economico degli USA e dell’Occidente rispetto alle nuove potenze emergenti, in
primis la Cina, dall’altro si sottolinea la vastità del dominio militare
statunitense pur nel declino della sua egemonia politica. Una coerente adozione
della prospettiva sistemica di Wallerstein e Arrighi avrebbe consentito di
inquadrare la guerra come componente costitutiva degli imperialismi: negli
imperi dell’età classica la guerra è lo strumento fondamentale per procurarsi
forza lavoro schiavistica (Canfora), negli imperi dell’età moderna obiettivo
dell’espansione territoriale è comunque la spoliazione di risorse naturali (oro,
argento, spezie, prodotti “coloniali”) e di esseri umani (commercio triangolare)
per i sistemi di produzione schiavistici nel nuovo mondo. L’imperialismo, nello
scenario successivo alla formale decolonizzazione, utilizza la guerra come
strumento fondamentale per generare caos sistemico, funzionale alla successiva
spoliazione di risorse energetiche, minerarie, agricole ed alla messa in
movimento di masse umane disponibili come forza lavoro a basso costo di
riproduzione. Altre funzioni del caos sistemico portato dalle potenze imperiali
nelle periferie del mondo sono il contrasto alla formazione di poli geopolitici
concorrenti e l’espulsione di masse umane utilizzabili come forza lavoro
disponibile nelle metropoli, con un basso costo di riproduzione (Samir Amin).
Tutto questo rende funzionale il militarismo al sistema economico
imperialistico, analizzato da Arrighi: non si danno imperi senza la supremazia
tecnologica su “vele e cannoni” (Cipolla) e senza il dispiegamento di apparati
militari proiettati in aree lontane dalla metropoli, come ampiamente documentato
dalla storia europea dell’epoca moderna; la politica imperiale britannica in
India, Cina ed Egitto rappresenta l’esempio canonico di questa tesi.
Incidentalmente la sequenza di genocidi che costella la storia dell’imperialismo
occidentale vede il pieno coinvolgimento degli eserciti di leva, per esempio di
quello britannico nella repressione della rivolta Kikuyu nel ventennio
successivo alla Seconda Guerra Mondiale. La fanatizzazione nazionalista e
ideologica di “uomini comuni”[5] risulta abbastanza semplice anche nei confronti
di un esercito di leva. L’attuale situazione in Palestina, con la plateale
deumanizzazione delle vittime del genocidio in atto, è frutto dell’azione di
militari di leva, in buona parte riservisti richiamati alle armi dalla vita
civile. L’intreccio tra imperialismo e militarismo rimane dunque scotomizzato
nella lettura di Colantoni. L’Autore individua nel 1973 il punto di svolta
epocale, con un veloce accenno all’abbandono degli accordi di Bretton Woods da
parte di Nixon e con la focalizzazione sulla questione dell’abolizione del
servizio di leva, riconosciuta come causa della vittoria di Nixon, coadiuvata
dalla propaganda di Milton Friedman. Colantoni non si addentra nelle complesse
analisi economiche di Arrighi e non coglie il passaggio, ad inizio anni
Settanta, ad una fase di finanziarizzazione dell’economia USA, con il
corrispondente problema di sostenere la credibilità del dollaro; non sorge
pertanto la domanda circa la funzione economica dello strumento militare quale
puntello del bilancio in deficit e del tasso di cambio di una valuta non più
convertibile in oro. In effetti negli ultimi 50 anni il bilancio USA è andato
sempre più in deficit ed i titoli del debito pubblico americano sono stati
acquistati in ogni parte del mondo. È difficile pensare che un paese privo della
capacità intimidatoria degli USA, derivante dalla rete planetaria di basi
militari e dalla pletora dei sistemi d’arma, sarebbe riuscito a mantenere questo
livello di “fiducia”; come mera ipotesi controfattuale proviamo a chiederci cosa
accadrebbe al tasso di cambio del dollaro e ai tassi dei titoli di stato USA il
giorno in cui venisse affondata una portaerei. A partire dalle analisi di
Arrighi ed in ultimo di Alessandro Colombo[6], la militarizzazione appare
pertanto sia una tendenza evolutiva dell’élite statunitense come sostenuto da
Colantoni, sia un effetto della finanziarizzazione dell’economia USA in
sostanziale declino. Esiste quindi una spirale viziosa tra declino economico e
militarizzazione crescente, alimentata da una bolla finanziaria in costante
espansione. Piuttosto che il parassitoide evocato da Colantoni, questo gorgo
richiama la metafora del tumore allo stadio avanzato, se non terminale. In
estrema sintesi negli USA a partire dagli anni Sessanta la ricerca e
l’innovazione tecnologica si sono concentrate in settori di interesse
strategico-militare, determinando il declino dei settori “civili” e le note
dinamiche di esternalizzazione per i settori dei prodotti di largo consumo
(auto, elettrodomestici, etc.) e di scarso interesse strategico.
7. Il testo di Colantoni sviluppa un’ampia analisi sul processo di
militarizzazione della società statunitense, documentando la progressiva
aggregazione tra settore industriale e settore militare e la subordinazione
della classe politica all’emergente “classe armata”. Rimangono indefiniti il
rapporto con i centri di potere economico-finanziari e la funzionalità del
militarismo al declino del sistema economico statunitense. Nei capitoli
conclusivi viene posta a tema la questione della militarizzazione dei paesi
collocati alla periferia dell’impero. La guerra in Ucraina ha costituito senza
dubbio il punto di svolta, che ha consentito di porre il riarmo al centro
dell’agenda politica dei paesi satellite, con conseguente acquisto di prodotti
USA, come diligentemente messo in atto dai governanti UE delle più diverse
appartenenze partitiche. Per quanto riguarda l’Europa, il gioco delle parti tra
NATO, con il protagonismo della Gran Bretagna, e Unione Europea, con la
partecipazione di gran parte dei paesi del centro Europa e con il ruolo
preponderante di Germania e Francia, ha visto l’adozione di piani di riarmo in
deficit, con l’abbattimento del totem del pareggio di bilancio che era stato
posto come baluardo rispetto a qualsiasi ipotesi di aumento delle spese di
welfare. Il processo di riarmo è ampiamente analizzato, tra l’altro, nel numero
di giugno 2026 di Limes (“Vogliamo la guerra totale?”), al quale rinvio per i
dati e l’inquadramento. Il punto che mi preme rilevare, sulla scorta del modello
teorico di Arrighi, è la connessione tra militarizzazione USA e militarizzazione
della periferia dell’impero: la domanda da porsi è quali funzioni siano state
realmente attribuite dai decisori statunitensi al riarmo imposto ai paesi
satellite. Una prima funzione è quella della “condivisione” del deficit di
bilancio statunitense in espansione incontrollata, come rilevato da Colantoni.
L’apparato industrial-militare USA viene così parzialmente finanziato dai paesi
satellite, attraverso l’acquisto obbligato di sistemi d’arma prodotti al centro
dell’impero; la guerra in Ucraina ha rappresentato il banco di prova di questo
meccanismo, con l’interposizione del governo ucraino, retoricamente proteso a
reclamare l’insufficienza delle forniture di armi statunitensi. Una ulteriore
funzione è quella di vincolare i paesi satellite alle scelte geopolitiche
statunitensi, seppellendo le politiche di apertura e interscambio inaugurate
dalla Germania negli anni Settanta del Novecento e coinvolgendoli
nell’operazione di stress strategico, ovvero di escalation militare, con la
Russia.
8. La distorsione del sistema di welfare e la sua fagocitazione selettiva da
parte dell’apparato militar-industriale è uno dei pregi dell’analisi di
Colantoni: il Dipartimento USA per i Veterani ha quasi mezzo milione di
dipendenti e nel 2025 ha gestito un budget per servizi inerenti a salute,
alloggi e pensioni di oltre 400 miliardi di dollari, nettamente superiore al
bilancio militare aggregato dell’intera UE (pag. 367-381). Ci si può chiedere
come questo paradigma potrà influenzare l’evoluzione dei sistemi di welfare
europei, nell’attuale scenario di crepuscolo delle classi medie e di espansione
del reclutamento militare nell’area UE, in concomitanza con il conflitto in
Ucraina.
9. Nei tre capitoli di Conclusioni Colantoni ci porta alla cronaca del 2025-26 e
alle prospettive per l’immediato futuro. Il Capitolo XXV vede nel conflitto in
Ucraina, nello sfaldamento degli equilibri mediorientali e negli attacchi a
Venezuela e Iran una sequenza di eventi di rottura con portata globale: in
Germania la “svolta epocale” con aumento delle spese per la difesa annunciata
dal cancelliere tedesco Scholz a fine febbraio 2022 (100 miliardi di euro) tre
anni dopo è decuplicata ad opera del nuovo cancelliere Merz, con un passato nel
gruppo finanziario Blackrock (500 miliardi per il riarmo più 500 miliardi per
infrastrutture civili di interesse militare). Analoga lievitazione della spesa
per il settore militare investe l’intera UE, con attenuazione o eliminazione dei
meccanismi di controllo e pubblicità. Colantoni richiama l’esempio delle spese
militari decise dall’imperatore Diocleziano, origine di una crisi
economico-finanziaria che segnò il declino dell’Impero romano. Un segno
emblematico del processo di militarizzazione e dell’acquisito predominio della
classe armata sulla borghesia è il processo di militarizzazione del porto di
Rotterdam, principale hub europeo. Il trend che Colantoni individua è quello del
rafforzamento simmetrico della classe militare in paesi quali la Russia e la
Cina, con il rischio di un’escalation militaristica globale e di una crisi
terminale dei cicli egemonici del capitalismo soppiantati da un blocco storico
di natura militare. L’espansione sino al limite dello scoppio della bolla
finanziaria generata dal militarismo spiega secondo Colantoni le scomposte
iniziative belliche statunitensi del 2026, in particolare l’aggressione al
Venezuela, in un’ottica di predazione delle risorse naturali (pag. 485-487). Lo
scenario da incubo che si sta delineando, a seguito delle dinamiche di
“antagonismo cooperante” tra le classi militari dei paesi contrapposti, è dunque
quello di un mondo di Stati-caserma in competizione reciproca. Nel Capitolo XXVI
Colantoni torna sul rapporto tra militari di leva e volontari, mettendo in
guardia dall’illusione che un esercito di professionisti esenti i civili dal
reclutamento; in caso di necessità, come sta mostrando l’Ucraina, l’esercito di
professionisti ricorre all’arruolamento coatto dei civili, con l’avallo della
classe politica. Colantoni cita i precedenti storici di reclutamento di schiavi
o di popolazioni coloniali, dal mondo classico alla Seconda Guerra Mondiale e
ribadisce la sua tesi che la leva universalistica è strumento di controllo
democratico delle forze armate. In particolare individua cinque principali
“incidenti” storici che hanno fatto implodere l’esercito democratico di
cittadini-soldati nato con la Rivoluzione Francese ed hanno portato alla
diffusione dell’esercito di professionisti nei paesi occidentali: l’imperialismo
napoleonico, l’utilizzo dello strumento militare ad opera della borghesia
ottocentesca per la repressione dei moti operai, il coinvolgimento degli
eserciti di leva nell’imperialismo tardo ottocentesco, la degenerazione della
lealtà repubblicana nel cameratismo dei “corpi franchi” negli anni Venti, la
guerra del Vietnam. Colantoni adotta la tesi “realistica” della “natura violenta
della società”, dunque dell’ineluttabilità delle guerre (pag. 497), ma ammonisce
che si può combattere “da liberi” o “da schiavi” e confida nella
“democratizzazione delle forze armate”, richiamando l’esempio dei commissari
politici dell’Armata Rossa, corresponsabili delle decisioni tattiche dei
comandanti militari, ed auspicando la nascita di “consigli militari di cittadini
in armi” (pag. 504), dotati di potere di voto sulle azioni militari che non
siano strettamente di difesa a seguito di invasione del territorio nazionale. Si
tratta di meri accenni, che a mio parere non tengono conto del livello di
coscienza politica delle società occidentali contemporanee, suscettibili di
mobilitazione ideologica di stampo populistico o nazionalistico ma prive della
consapevolezza democratica che ha contraddistinto le fasi rivoluzionarie nella
Francia del 1792 e nella Russia del 1917. L’ipotesi del ripristino della leva
obbligatoria nei paesi europei è vista da Colantoni come espediente retorico
volto ad indurre rigetto da parte della maggioranza della popolazione ed a
rendere accettabile il prelievo di maggiori risorse per forze armate
professionali e prive di controllo democratico. In effetti, osserva l’Autore,
una leva obbligatoria autentica “introdurrebbe nel sistema militare un elemento
di imprevedibilità” di difficile gestione per la classe armata; trovo corretta
la considerazione in tempo di pace, ma il tragico caso dell’Ucraina ci dimostra
come in pochi mesi la propaganda abbia potuto coniugare arruolamento di massa e
rigido controllo gerarchico tramite la legge marziale e l’ideologia
ipernazionalistica. In conclusione, Colantoni auspica un qualche tipo di
ripristino del servizio di leva universalistico, così da rendere “politicamente
costoso l’impiego della forza in teatri non percepiti come esistenziali”:
infiltrare “milioni di cittadini soldato nella istituzione militare spezzerebbe
l’odierno monopolio professionale della Classe Armata sulla violenza statale”
(pag. 517-518). Incidentalmente, per quanto riguarda la recente storia italiana,
il coinvolgimento delle forze armate nella guerra alla Jugoslavia del 1999
avvenne in epoca di leva obbligatoria, così come l’intervento nella prima guerra
“del Golfo”, contro l’Iraq; si trattò, come ovvio di una quantità limitata di
reparti, ma solo una parte dei militari coinvolti erano professionisti e non si
ricordano vaste resistenze a quelle operazioni. Inoltre, il livello di
addestramento e specializzazione attualmente richiesti alle forze armate
esorbita rispetto a quello degli eserciti di massa di 50 anni fa. Il XXVII ed
ultimo capitolo contiene il monito conclusivo sulla possibile riattivazione di
un livello di barbarie premoderno ad opera dell’emergente classe armata;
l’impotenza globale di fronte al genocidio palestinese testimonia della
fragilità dei diritti umani universali e della possibilità che emerga
l’assuefazione a nuove atrocità collettive, che saranno tollerate come un tempo
si accettavano come normali i combattimenti dei gladiatori o la damnatio ad
feras dei condannati. Come Borges nel Requiem tedesco, Colantoni vede nel
nazismo la “terribile doglia del futuro in arrivo”.
10. La tesi di fondo di Colantoni, ovvero la necessità di ripristinare eserciti
di leva in quanto più legati alla possibilità di un controllo democratico
richiede di essere inquadrata e discussa più approfonditamente. Si tratta, come
noto, di un argomento familiare alla tradizione politica di sinistra, da sempre
diffidente rispetto agli eserciti professionali; al tempo stesso l’evidenza
storica di due guerre mondiali dimostra che in ogni tipo di regime, autoritario
o democratico, l’apparato militar-industriale attraverso gli strumenti della
propaganda è stato e rimane ampiamente in grado di bypassare il controllo dei
cittadini, trascinando i paesi in guerre inizialmente rigettate dalla
maggioranza della popolazione. Tentiamo quindi, in poche righe, di delineare
l’evoluzione delle dimensioni rilevanti per il fenomeno bellico, tra le quali
inquadrare la demografia come fattore di potenza attraverso la massa delle
truppe. Fin dal mondo antico emerge la complessa interferenza delle dimensioni
demografica, economica, tecnologica nel determinare l’affermazione delle diverse
potenze che predominano sulla scena del Mediterraneo e del vicino Oriente. Pur
tenendo conto delle innovazioni alessandrine nelle macchine d’assedio, il
fattore tecnologico non rileva, nei tempi medi, reali gap tra le diverse potenze
concorrenti, quindi il mix tra l’organizzazione politica delle masse umane di
combattenti e la disponibilità di risorse economiche consente di comprendere il
fenomeno bellico nel mondo antico, al netto dell’ampio margine di casualità che
impatta sull’esito di molte battaglie. Il fattore demografico emerge come punto
di crisi dell’Impero romano, di fronte alla massa soverchiante delle popolazioni
cosiddette “barbariche”. Nel Medioevo, mentre Bisanzio si blinda dietro alla
flotta ed al sistema di fortificazioni sul Bosforo, nel continente europeo e in
Nord-Africa il fattore demografico rimane la discriminante per la potenza
bellica. A partire dal tardo medioevo e sino alla Rivoluzione Francese la
dimensione finanziaria risulta di gran lunga prevalente: non si fa la guerra in
vista di un possibile saccheggio, come all’epoca dei Vichinghi, ma si può fare
la guerra perché si possiedono i mezzi finanziari (prestiti dai banchieri
italiani e tedeschi, oro e argento dalle Americhe per la Spagna, o
indirettamente dalla guerra di corsa per l’Inghilterra) per assoldare le truppe
mercenarie. A partire dalla Rivoluzione Francese si assiste ad una
riaffermazione della dimensione demografica ed alla sussunzione politica della
truppa agli obiettivi dei governanti attraverso le ideologie nazionalistiche; le
tecnologie militari, si pensi all’evoluzione delle armi da fuoco e
dell’artiglieria negli ultimi decenni dell’Ottocento, sono rapidamente
condivise tra le potenze europee in competizione e determinano invece il gap tra
queste ed i paesi vittime dell’espansione coloniale, in Africa e nell’estremo
Oriente. Durante la Prima Guerra Mondiale le potenze in conflitto applicano
nuove tecnologie belliche, precedentemente testate in ambito coloniale
(mitragliatrici, gas asfissianti), in un contesto nel quale la dimensione
demografica ed organizzativa risulta ancora prevalente. Il XX secolo è segnato
dalla competizione nell’ambito delle tecnologie militari e la Seconda Guerra
Mondiale, preceduta da conflitti territorialmente circoscritti in Etiopia,
Spagna e Manciuria, costituisce un infernale laboratorio per lo sviluppo e la
sperimentazione dei nuovi sistemi d’arma. La dimensione tecnologica emerge,
accanto al potenziale economico organizzativo, come fattore decisivo per l’esito
del conflitto, si pensi ai bombardieri d’alta quota, ai radar, al primo computer
dedicato alla decrittazione dei messaggi tedeschi; inizia ad emergere una nuova
dimensione rilevante, legata all’acquisizione di informazioni e comunicazioni
tattiche del nemico attraverso nuove tecnologie (radar, computer). Eserciti
numerosi ma tecnologicamente arretrati, quali quello italiano, vengono
rapidamente sconfitti. Alcune innovazioni tecnologiche, quali i missili, gli
aerei a reazione e ovviamente la bomba atomica, pur avendo fatto la loro
comparsa nelle fasi finali del conflitto, dispiegheranno il loro gigantesco
impatto sulle strategie militari solo nei decenni successivi. Il trentennio
successivo alla Seconda Guerra Mondiale è caratterizzato dalla competizione
tecnologica tra i due blocchi contrapposti, con l’emergere delle dottrine della
deterrenza, e dal processo di decolonizzazione, che riattiva la salienza della
dimensione demografica, si pensi ai movimenti di guerriglia in Africa, in
America centrale, ed ovviamente alla guerra del Vietnam. Preso atto dello
svantaggio a livello demografico, gli USA ridefiniscono la propria strategia
incardinandola totalmente sulle dimensioni tecnologica e informativa
(crittazione delle comunicazioni, satelliti spia, sistemi di navigazione
autonoma dei missili tramite geolocalizzazione, applicazione capillare
dell’informatica ai sistemi d’arma). Il XXI secolo vede la diffusione universale
dei dispositivi elettronici di telecomunicazione (smartphone, tablet, etc.), che
sono al tempo stesso strumenti di geolocalizzazione dell’utente. La permeabilità
di questi dispositivi ai servizi informativi degli stati, unitamente
all’evoluzione delle tecniche biometriche ed all’applicazione dell’intelligenza
artificiale all’analisi di immense moli di dati, provenienti da reti di
pagamento elettronico, sistemi di geolocalizzazione di autoveicoli, telecamere
di videosorveglianza, droni spia, pone le premesse tecnologiche per scenari di
controllo pervasivo della popolazione, abbattendo in origine la capacità di
insorgenza. Il predominio delle dimensioni tecnologica e informativa,
comprensiva del mondo “cyber”, richiede operatori con lunga formazione,
tipicamente ingegneristica, spesso con carriere ibride e senza stabile
inquadramento nelle forze armate, ed un numero contenuto di combattenti con
elevato addestramento, sul tipo dei corpi speciali. Contingenti di truppa poco
qualificata, destinata al controllo del territorio, sono reclutabili in breve
tempo con il ricorso allo stato di eccezione, ovvero alla legge marziale, come
accade da anni in Ucraina. Se questo è il quadro della contemporaneità, premesso
che l’integrazione tra sistemi di controllo biometrico, intelligenza artificiale
e droni non ha ancora pienamente dispiegato le sue venefiche potenzialità, non
credo che il ritorno alla leva in massa rappresenti una soluzione in direzione
di obiettivi di pace.
11. Colantoni si richiama alla categoria dell’illuminismo come riferimento
positivo per la critica del militarismo nel mondo contemporaneo. Tuttavia la sua
analisi appare talora interna ad una cornice teorica occidentalista, incapace di
una reale presa di distanza rispetto al sistema di riferimento messo a tema; le
grandi voci dell’illuminismo novecentesco, per fare qualche nome oltre alla
scuola di Francoforte Franz Fanon, Claude Levi-Strauss e Clifford Geertz in
ambito antropologico, Gregory Bateson, la scuola di Palo Alto, gli
interazionisti simbolici e Erwin Goffman nell’ambito delle scienze umane, il
post-strutturalismo francese di Michel Foucault, la sociologia di Robert Merton
e Pierre Bourdieu, rievocando solo alcuni autori non necessariamente convergenti
nelle linee di indagine, hanno espresso la capacità di porsi a distanza rispetto
al quadro di riferimenti ideologici posto a contrassegno del mondo
”occidentale”, così da far esperire una condizione di permanente estraneità
rispetto ad ogni appartenenza. Questo essere straniero in ogni luogo (Ugo di San
Vittore), rispetto ad ogni sistema sociale e politico, è la posizione a partire
dalla quale si può immaginare un nuovo abitare individuale e collettivo, aperto
all’imprevedibilità del volto d’altri, che non è lo specchio nel quale cercare
ed offrire riconoscimento, ma l’inizio del dialogo e della cura. Posizionarsi a
livello individuale e collettivo in questa assenza di fondamento e assenza di
appartenenza, in questa incondizione di nomadi nel deserto, così familiare ai
sopravvissuti ai grandi conflitti ed a chi ha partecipato alla Resistenza, è la
stazione di partenza per inaugurare percorsi di pacificazione capaci di sfuggire
al buco nero del nuovo maccartismo.
12. Al di là dei rilievi sopra esposti, il testo di Colantoni testimonia un
impegno gigantesco nella raccolta ed analisi di documenti, offre alcune
rilevanti linee interpretative, espone sistematicamente una vasta messe di dati,
sintetizza le principali teorie critiche rispetto al militarismo nel contesto
statunitense, esplora alcune vie d’uscita dal labirinto infernale in cui tutti
ci muoviamo. È sicuramente un’opera che merita di essere letta e meditata e che
promuove la coscientizzazione rispetto al mondo attuale.
David Colantoni, Teoria della classe armata. L’età del potere militare, Arianna
editrice, Bologna 2026.
Gianmaria Toffi
Pubblicato anche su www.parolelibere.blog.
Pubblicato anche su www.pressenza.it.
[1] Daniel Immerwahr, L’impero nascosto, Einaudi ,Torino 2020.
[2] Luciano Canfora, Guerra e schiavi in Grecia e a Roma. Il modo di produzione
bellico, Sellerio, Palermo 2023.
[3] Daniel Ganser, Breve storia dell’impero americano. Una potenza senza
scrupoli, Fazi, Roma 2021, pag. 61-65.
[4] Giovanni Arrighi, Il lungo ventesimo secolo, Il Saggiatore, Milano 2014;
Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del XXI secolo, Feltrinelli,
Milano 2008; Giovanni Arrighi, Beverly Silver, Caos e governo del mondo, Bruno
Mondadori, Milano 2003.
[5] Cristopher Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in
Polonia, Einaudi, Torino 2022.
[6] Alessandro Colombo, Il suicidio della pace, Raffaello Cortina, Milano 2025.
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