Recensione: Morire di Naia di Marta Silvestre e Andrea Turco«Siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò». È una delle strofe più note
dell’Inno nazionale italiano, quella che ancora oggi, durante la cerimonia del
giuramento di fedeltà alla Repubblica, viene cantata da chi sceglie di
intraprendere la carriera militare. Parole solenni, che evocano il sacrificio
estremo per la Patria e che, nella loro immediatezza, ricordano come il soldato
sia chiamato, in caso di necessità, persino a mettere in gioco la propria vita.
Ma cosa succede quando non si muore in guerra, bensì inconsapevolmente, in tempo
di pace? Cosa accade quando una giovane recluta perde la vita all’interno di una
caserma, in un ambiente che dovrebbe essere prima di tutto un luogo di
formazione, disciplina e crescita professionale? E cosa accade quando dietro una
morte si nascondono episodi di violenza, umiliazioni, soprusi e quello che per
decenni è stato chiamato, con una parola quasi innocua, “nonnismo”?
Sono proprio queste alcune delle domande alle quali cerca di rispondere il
libro-inchiesta Morire di Naja, scritto da due giovani giornalisti, Marta
Silvestre e Andrea Turco, pubblicato da Zolfo Editore nel 2026 (178 pagine, 17
euro). Un lavoro che riporta alla luce una parte della storia del servizio
militare obbligatorio italiano rimasta per troppo tempo ai margini del dibattito
pubblico.
Silvestre e Turco, nati a metà degli anni Ottanta, appartengono a una
generazione che la cosiddetta «cartolina di precetto» per il servizio militare
obbligatorio di un anno non l’ha mai ricevuta. Non hanno quindi vissuto
direttamente l’esperienza della leva, ma ne hanno sentito parlare, hanno
raccolto testimonianze e si sono documentati per ricostruire una realtà spesso
nascosta dietro le mura delle caserme. Il loro obiettivo è cercare di capire
perché sia esistito, e in parte possa ancora esistere, un lato oscuro della vita
militare e come la disciplina, necessaria all’interno delle Forze armate, possa
trasformarsi in abuso. Un abuso che, nei casi più gravi, può arrivare a
coinvolgere le stesse istituzioni e a creare un muro di silenzio attorno a
giovani militari che, invece di essere protetti, finiscono per sentirsi traditi
proprio da quelle istituzioni che hanno scelto di servire.
I “morti per naja” raccontati nel volume sono cinque: Emanuele Scieri, Tony
Drago, Giovanni Cosca, Marco Mandolini e Riccardo Rasman. Cinque vicende
diverse, accomunate da morti drammatiche e da percorsi investigativi segnati,
secondo la ricostruzione degli autori, da piste false, omissioni, contraddizioni
e indagini spesso confuse. Ma l’elenco, purtroppo, non si esaurisce qui. In
Italia non esiste infatti un’anagrafe ufficiale in grado di quantificare con
certezza il numero complessivo dei giovani morti a causa del servizio militare
obbligatorio. Le stime indipendenti relative al periodo compreso tra il 1946 e
il 2005, anno in cui la leva obbligatoria venne sospesa per legge, parlano di
una cifra compresa tra 3.000 e oltre 5.000 decessi avvenuti in tempo di pace.
Numeri impressionanti, soprattutto se si considera che si tratta di giovani che
non si trovavano su un campo di battaglia, ma all’interno di strutture militari
dello Stato.
Tra le cause di morte più rilevanti vi è il suicidio delle giovani reclute,
spesso collegato a situazioni di forte isolamento, all’incapacità di adattarsi a
una disciplina particolarmente rigida o a traumi provocati da episodi di
“nonnismo” e vessazione. Secondo i dati emersi in Commissione Difesa, negli anni
Sessanta e Settanta il tasso di suicidi tra i giovani di leva avrebbe talvolta
superato quello registrato nella popolazione civile della stessa fascia d’età.
Accanto ai suicidi vi erano poi altre cause di morte, numericamente meno
rilevanti ma comunque significative: incidenti stradali durante i trasferimenti
dei contingenti, colpi d’arma da fuoco accidentali nei poligoni, incidenti
durante l’addestramento ed esplosioni. A queste si aggiungevano i decessi
provocati da patologie fulminanti che non venivano diagnosticate durante le
visite di leva, come arresti cardiaci o meningiti fulminanti, queste ultime
favorite anche dalle condizioni di sovraffollamento che in determinati periodi
caratterizzavano le camerate.
Il punto centrale dell’inchiesta è però anche un altro: comprendere come la
violenza potesse essere normalizzata e trasformata in una sorta di rito di
passaggio. Il “nonnismo”, le umiliazioni e le prove di forza venivano talvolta
presentati come strumenti necessari per “formare il carattere” della recluta,
come se la sofferenza fosse una componente inevitabile della vita militare e
come se mettere alla prova la resistenza fisica e psicologica di un giovane
fosse parte integrante dell’addestramento. L’analisi condotta dai due
giornalisti si basa su atti giudiziari, documenti inediti, atti parlamentari e
testimonianze dirette. È questo apparato documentale a dare forza alla loro
ricostruzione. Morire di Naja non è quindi soltanto un libro di cronaca, né una
semplice raccolta di storie tragiche: è soprattutto un tentativo di interrogarsi
sul rapporto tra disciplina e abuso, tra obbedienza e responsabilità, tra
istituzioni e singoli individui.
È anche un atto d’accusa contro la normalizzazione della violenza e del
“nonnismo”, troppo spesso giustificati come “riti di tempra virile”. Dietro
questa espressione, apparentemente innocua, possono infatti nascondersi
comportamenti che nulla hanno a che vedere con l’addestramento militare e che
possono invece trasformarsi in vere e proprie forme di sopraffazione. «Ancora
oggi, troppo spesso, chi vive in caserma o va in missione – scrivono i due
giornalisti nel volume – si reputa diverso da chi vive nella società civile, che
non potrà mai capire cosa si prova ad avere addosso una mimetica, una divisa che
si reputa tatuata e alla quale si dà tutto, si deve dare tutto».
È una riflessione importante perché permette di comprendere anche la distanza
che per lungo tempo ha separato il mondo militare dalla società civile. Una
distanza fatta di linguaggi, regole, gerarchie e codici interni, ma anche di una
diversa percezione del rapporto tra individuo e istituzione. Oggi, tuttavia,
potremmo dire che l’esercito e la figura del soldato siano, per usare un termine
forse improprio ma efficace, più “sdoganati” rispetto al passato. La percezione
delle Forze armate non è più quella di qualcosa di completamente estraneo alla
nostra vita quotidiana. Al contrario, la presenza dei militari è diventata
sempre più visibile nello spazio pubblico. «I militari fanno tendenza – scrivono
Silvestre e Turco nel libro –. Vanno in tv e sono protagonisti del dibattito
politico. […] la politica sceglie l’ostentazione muscolare e armata, mettendo in
campo l’esercito, che opera congiuntamente alle forze di polizia».
È sufficiente guardarsi intorno per accorgersi di quanto questa presenza sia
diventata abituale. Oggi vediamo giovani soldati pattugliare le strade delle
nostre città, soprattutto nelle zone considerate più sensibili, con una funzione
di deterrenza nei confronti della criminalità. È la cosiddetta “Operazione
Strade Sicure”, introdotta nel 2008 durante il governo Berlusconi e tuttora
attiva. Secondo gli autori, «Non è soltanto una misura spot, ma ha inciso
parecchio nell’immaginario collettivo italiano. Con essa per la prima volta
l’esercito viene impiegato in pianta stabile nelle città. […] l’esercito è
ovunque». Negli ultimi anni, infatti, il mondo militare è entrato anche negli
spazi educativi, attraverso iniziative di orientamento, promozione e
collaborazione con le scuole. «Lo sbarco dei militari nelle scuole, per attività
di promozione con sfumature cooptative, è stato talmente preponderante che nel
2023 è nato l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università», osservano gli autori.
Si tratta di un cambiamento significativo rispetto all’epoca della leva
obbligatoria. Se allora il servizio militare rappresentava per molti giovani un
passaggio quasi inevitabile della vita adulta, oggi la scelta di entrare nelle
Forze armate avviene prevalentemente su base volontaria e viene presentata anche
come una possibile opportunità professionale. Il servizio militare volontario è
diventato, in questo senso, uno dei tanti percorsi lavorativi disponibili,
seppure caratterizzato da regole, gerarchie e responsabilità particolari e da un
ambiente che rimane, per sua natura, in parte “ermetico”, nel quale vigono
procedure, segreti e codici comportamentali differenti da quelli della società
civile.
Anche sotto questo aspetto, però, il libro invita a interrogarsi sulle ragioni
sociali ed economiche che spingono tanti giovani a scegliere la carriera
militare. Il bacino di reclutamento delle Forze armate, osservano gli autori,
proviene in larga misura dal Mezzogiorno d’Italia, dove la possibilità di
ottenere uno stipendio stabile può rappresentare un’alternativa concreta alla
disoccupazione giovanile e alla scarsità di opportunità lavorative. Un paradosso
emerge allora con particolare evidenza: se molti dei giovani che scelgono di
entrare nelle Forze armate sono del Sud, le numerose caserme e strutture
militari sono dislocate nel Centro-Nord della Penisola. Per alcuni di loro,
quindi, l’ingresso nell’esercito significa anche lasciare la propria terra, la
famiglia e il proprio ambiente di origine, entrando in un mondo completamente
nuovo e sottoposto a regole rigide.
È proprio in questo passaggio che il tema della vulnerabilità delle giovani
reclute assume un’importanza particolare. Un ragazzo o una ragazza che entra in
una caserma non porta con sé soltanto un’uniforme: porta la propria storia
personale, le proprie fragilità, le proprie aspettative e il proprio bisogno di
sentirsi parte di una comunità. Se l’ambiente nel quale entra diventa invece
luogo ostico, di isolamento, paura o sopraffazione, il confine tra disciplina e
abuso può diventare estremamente sottile.
Morire di Naja ha dunque il merito di riportare l’attenzione su una pagina della
storia italiana che rischia di essere dimenticata. La sospensione della leva
obbligatoria nel 2005 non ha cancellato automaticamente i problemi legati alla
cultura militare, alla gestione del potere gerarchico e al rapporto tra
disciplina e diritti individuali.
Le storie raccontate da Silvestre e Turco diventano così qualcosa di più di una
sequenza di tragedie personali. Sono vicende che chiamano in causa lo Stato, le
istituzioni, la giustizia e, più in generale, la società civile. Perché una
morte avvenuta durante il servizio militare non dovrebbe mai essere considerata
semplicemente come una fatalità, soprattutto quando emergono dubbi, omissioni,
responsabilità o comportamenti che avrebbero potuto essere evitati. Questa
inchiesta giornalistica lascia quindi il segno proprio per la capacità di
riportare alla luce ferite profonde e, in alcuni casi, mai realmente curate. Il
libro pone domande scomode e obbliga il lettore a guardare oltre la retorica
della divisa, del coraggio e del sacrificio.
La memoria dei ragazzi raccontati nel volume, così come quella di tanti altri
giovani che hanno perso la vita durante il servizio militare, diventa in questo
modo un richiamo alla responsabilità. Perché il rispetto della Patria, della
divisa e delle istituzioni non può prescindere dal rispetto della persona. E
proprio per questo Morire di Naja si presenta come un monito: affinché la
disciplina non diventi mai una giustificazione per la violenza, affinché il
silenzio non prevalga sulla verità e affinché la giustizia possa finalmente
arrivare anche laddove, per troppo tempo, hanno prevalso omissioni, paure e muri
di omertà.
Marta Silvestre, Andrea Turco, Morire di Naia, Zolfo Editore, Milano 2026.
Davide Pelanda, docente, Scuola per la Pace Torino e Piemonte
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