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L’istruzione superiore nella filiera bellica: da Ankara a Roma Tre, passando per Israele
*Questo articolo riprende e mette in relazione una serie di inchieste pubblicate da Kritica nelle scorse settimane.* Il vertice NATO di Ankara (7-8 luglio 2026) ha reso esplicito quanto la stampa indipendente denunciava da tempo: la spesa militare non è più una voce di bilancio tra le altre, ma l’asse attorno a cui si riorganizzano economia e alleanze. Il forum industriale che ha preceduto il summit ufficiale ha prodotto contratti e intese tra i governi e l’industria della difesa transatlantica; la dichiarazione finale ha fissato l’obiettivo del 5% del PIL in spesa militare entro il 2035 e ha aperto esplicitamente al finanziamento di capacità spaziali, cibernetiche e di intelligenza artificiale integrate nella rete bellica alleata. Se il vertice è la cornice geopolitica, il sistema dell’istruzione superiore ne è da tempo uno degli ingranaggi meno visibili — e per questo più difficili da contestare. La ricostruzione che segue, basata su inchieste Kritica, mette in fila quattro piani che si tengono insieme: la genealogia del sistema universitario israeliano come infrastruttura del progetto di colonizzazione; la sua istituzionalizzazione post-1948 come pilastro dell’industria degli armamenti; la sua proiezione — tramite accordi di cooperazione, mobilità e finanziamenti condivisi — dentro l’accademia italiana, con il caso di Roma Tre a fare da cartina di tornasole; e infine lo stato, ancora largamente irrisolto, del diritto degli studenti e del personale accademico a sottrarsi a questa filiera. Le tre università israeliane più antiche precedono la nascita dello Stato: l’Università Ebraica di Gerusalemme, il Technion di Haifa e l’Istituto Weizmann di Rehovot. Nacquero tutte nell’orbita del movimento sionista, con una funzione dichiaratamente identitaria e scientifica, funzionale al radicamento di una presenza ebraica nella Palestina storica in vista della costruzione di una maggioranza demografica capace di sostenere uno Stato. Il salto di qualità arriva nel 1946, quando l’Haganah — la principale milizia sionista pre-statale — istituisce il Hemed (חמ”ד), un corpo scientifico d’armata con “basi” in ciascuno dei tre atenei. Docenti e studenti sviluppano e fabbricano esplosivi al plastico, razzi a propellente sintetico, munizioni per mortai e artiglieria, inneschi per napalm; nel 1948 tutti i reparti del Hemed vengono attivati per lo sforzo bellico che accompagna la Nakba. Entro la fine della guerra, l’Istituto Weizmann diventa il fulcro del Corpo di Scienza Militare israeliano insieme al Technion, il centro militare-scientifico del nuovo Stato: da quelle infrastrutture nasceranno poi Rafael e Israel Aerospace Industries, tra i maggiori produttori di armamenti del Paese. Nei decenni successivi la rete universitaria israeliana si espande seguendo la stessa logica dichiarata dallo Stato con il termine “giudaizzazione“: mantenere la superiorità demografica ebraica e distribuire la popolazione in modo da indebolire le rivendicazioni palestinesi sul territorio. È in questo quadro che va letta la vicenda di Roma Tre. Rilevante è quanto emerso dall’accesso civico generalizzato agli atti richiesto dal collettivo Roma Tre Etica: fino a pochi mesi fa l’ateneo aveva in essere un protocollo di mobilità studentesca con la Ben-Gurion University del Naqab — che, secondo il Libro Bianco del collettivo, sosterrebbe economicamente i soldati dell’IDF — e un protocollo di mobilità docenti, per il Dipartimento di Giurisprudenza, con la Reichmann University-IDC Herzliya, che dal 7 ottobre 2023 finanzia programmi di studio per studenti-soldato dell’IDF di stanza a Gaza e ha attivato una “Public Diplomacy Situation Room” per il contrasto alla narrazione filo-palestinese online. A questo si somma la filiera bellica interna: convenzioni per tirocini e progetti di ricerca con Leonardo Spa per il corso di Ingegneria Civile (attive fino a giugno 2026), una borsa di dottorato con la Fondazione MED-OR — il cui comitato scientifico include quattro membri del corpo docente di Roma Tre, tra cui il rettore Fiorucci — e la partecipazione, come tutti gli atenei laziali, alla Fondazione Rome Technopole, il cui consorzio include aziende belliche come Leonardo, Avio e MBDA, e che ha ricevuto un ulteriore impulso di finanziamento dal piano ReArm Europe. Roma Tre Etica definisce questa rete un “accreditamento” progressivo presso il comparto bellico e cybertech — più difficile da individuare e contestare rispetto a rapporti dichiarati apertamente da altri atenei. Roma Tre non è un’eccezione, ma un caso rappresentativo di una rete nazionale. Tre aziende ricorrono sistematicamente negli accordi università-industria della difesa: Leonardo S.p.A., il principale gruppo italiano della difesa e dell’aerospazio erede di Finmeccanica, oggi concentra quasi tutta l’industria pubblica della difesa rimasta in Italia (aerospazio, elettronica per la difesa e sicurezza, veicoli da combattimento, sistemi di artiglieria navale e terrestre). Ha un programma strutturato di collaborazione con scuole e università — decine di accordi quadro e convenzioni per stage, borse di studio e progetti di ricerca — e in alcuni atenei siede direttamente nelle commissioni. MBDA Italia, consorzio europeo leader nei sistemi missilistici, con stabilimenti a Roma, La Spezia e Fusaro, mantiene collaborazioni strutturate con le università di Napoli, Milano, Roma e Firenze e con centri di ricerca come il CIRA, su equipaggiamenti, radar, materiali avanzati ed elettronica, oltre a un’attività di reclutamento mirata sui neolaureati. Fincantieri, leader mondiale nella cantieristica navale e unico segmento della difesa italiana rimasto fuori dal perimetro di Leonardo; la sua divisione militare mantiene rapporti con il Ministero della Difesa e con la rete universitaria tecnica, benché con un profilo pubblico meno documentato rispetto a Leonardo e MBDA. Sapienza, Pisa e Bari sono altri atenei in cui accordi analoghi — con Leonardo, MBDA, Thales Alenia Space, GE Avio — sono stati oggetto di occupazioni e mobilitazioni studentesche negli ultimi anni, segno che la contestazione di Roma Tre Etica si inserisce in un fronte di conflitto più ampio, non locale. Il punto su cui il movimento studentesco si scontra oggi con un vuoto normativo è proprio quello dell’obiezione di coscienza. Non esiste, ad oggi, un diritto codificato che permetta a uno studente o a un ricercatore di rifiutare la partecipazione a un progetto legato all’industria bellica senza conseguenze. Il precedente storico — la legge 772/1972, che riconosceva l’obiezione di coscienza al servizio militare di leva — è di fatto superato dalla sospensione della leva obbligatoria nel 2005, e non è mai stato esteso alla ricerca o alla formazione universitaria. Due iniziative recenti provano a colmare questo vuoto, restando però nel campo della proposta politica, non del diritto acquisito: a Udine, un gruppo di docenti e ricercatori ha sottoscritto nel 2024 un impegno individuale a non svolgere né avviare collaborazioni di ricerca collegate all’industria bellica, chiedendo all’ateneo un inventario trasparente delle ricerche in corso; e nel maggio 2026 l’USB, insieme a un gruppo di legali e con il sostegno pubblico della relatrice ONU Francesca Albanese, ha avanzato una proposta per estendere il principio dell’obiezione di coscienza all’intera filiera delle armi — dai portuali ai ricercatori, dal personale universitario ai tecnici — sul modello di obiezioni già riconosciute in altri ambiti. Finché questa proposta non trova traduzione normativa, la possibilità concreta per uno studente di sottrarsi a un tirocinio o a un programma di ricerca legato al comparto bellico resta affidata alla contrattazione politica interna ai singoli atenei, esattamente il terreno su cui si muovono oggi Cambiare Rotta e Roma Tre Etica. Il confronto tra i piani analizzati — il vertice di Ankara come cornice macro-economica e militare, la genealogia israeliana come modello di integrazione strutturale tra accademia e apparato bellico, il caso Roma Tre come istanza organica della stessa rete in Italia, e l’assenza di uno strumento giuridico di sottrazione per chi in quella rete si trova a studiare o lavorare — mostra come la militarizzazione dell’istruzione superiore non sia un fenomeno isolato o congiunturale. È un processo che si consolida per accumulo di accordi, protocolli e finanziamenti spesso non dichiarati, e che trova nella retorica dell’innovazione e della competitività regionale una copertura difficile da smontare senza il lavoro di accesso civico e inchiesta che collettivi come Roma Tre Etica o Restiamo Umani stanno portando avanti e senza una battaglia politica, ancora tutta da vincere, per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza in ambito accademico e di ricerca. I fatti ricostruiti in queste pagine non riguardano episodi isolati, ma un processo strutturale che investe due articoli della Costituzione italiana nel loro rapporto reciproco. L’art. 11 ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali; l’art. 33 garantisce la libertà dell’arte, della scienza e del loro insegnamento. Quando un ateneo pubblico stipula protocolli di mobilità con istituzioni che finanziano esplicitamente studenti-soldato impegnati in un’occupazione militare, o quando la ricerca scientifica viene orientata (tramite accordi quadro, borse di dottorato e comitati scientifici condivisi) dalle priorità di aziende produttrici di armamenti, i due principi entrano in tensione diretta: la libertà della scienza smette di essere fine a sé stessa e diventa funzionale a un apparato che l’art. 11 vorrebbe, nelle intenzioni dei costituenti, tenere separato dalla vita istituzionale del Paese. Questa tensione non si risolve da sola. Come mostra il caso di Roma Tre, l’amministrazione accademica tende a gestirla per omissione — tacendo la matrice degli attacchi contro gli spazi studenteschi, rinviando la rescissione di accordi già dichiarati incompatibili con i propri stessi principi, distribuendo la propria presenza nel comparto bellico in forme meno visibili di quelle di altri atenei. È una dinamica che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha già documentato in contesti diversi — dalla censura di eventi culturali nelle scuole superiori alla delega dell’educazione civica a corpi in uniforme, dalla toponomastica dei parchi militari alla retorica della “sicurezza” nei protocolli PCTO — e che qui si ripresenta su scala universitaria, con lo stesso tratto ricorrente: la militarizzazione avanza non per dichiarazione esplicita, ma per accumulo silenzioso di prassi amministrative. In questa cornice, la questione dell’obiezione di coscienza, oggi priva di qualunque base normativa in ambito accademico, è il punto in cui la contraddizione tra i due articoli costituzionali diventa visibile e negoziabile: senza uno strumento che permetta a chi studia o fa ricerca di sottrarsi legittimamente alla filiera bellica, la libertà scientifica sancita dall’art. 33 resta, in questa materia, una libertà solo formale. È la stessa premessa da cui muove la campagna “La Conoscenza Non Marcia” e un’istituzione che ripudia la guerra sulla carta ha l’obbligo di renderlo verificabile nei propri bilanci, nei propri accordi e nei propri programmi di ricerca. Stemma del Hemed. Il Hemed era un reparto militare dell’organizzazione Haganah e successivamente delle IDF composto da scienziati e ingegneri. L’unità fu istituita con il sostegno attivo di David Ben-Gurion, il quale condivideva l’idea che le guerre di Israele sarebbero state decise dal “genio ebraico”. Il reparto è considerato l’inizio dell’ampio sviluppo della tecnologia militare in Israele, che portò alla creazione di fabbriche come la Rafael, la Israel Aerospace Industries e la IMI Systems. I laureati dell’unità divennero figure di spicco nello sviluppo della scienza in Israele. [fonte: wikipedia in ebraico] Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il dual use è morto… Lunga vita al dual use!
COME LE GOVERNANCE DEGLI ATENEI SI PONGONO RISPETTO ALLA RICERCA BELLICA NEL DELICATO EQUILIBRIO FRA LIBERTÀ ACCADEMICA, ETICA E COMPLIANCE Ai tempi della monarchia francese, alla morte di un sovrano, si usava dire: “Il Re è morto! Lunga vita al Re!”, indicando così la continuità nell’avvicendamento. E forse quella locuzione potrebbe essere utilizzata anche nel peculiare caso del dual use, cioè quell’ambito che riguarda prodotti, beni e tecnologie che possono avere sia un uso civile che un uso militare. NEL PERIODO FRA IL 2024 E IL 2025 SEMBRAVA QUASI CHE IN MANIERA PIÙ O MENO DIFFUSA, NEGLI ATENEI STATALI DEL NOSTRO PAESE, SI FOSSE DISPOSTI A METTERE UNA CROCE SOPRA AGLI ACCORDI DUAL USE, ALMENO IN LINEA DI PRINCIPIO. Dopo la stagione delle acampadas per Gaza e le proteste studentesche sembrava che almeno su questo punto si potesse trovare la quadra, d’accordo con le governance degli Atenei o almeno in qualche delibera del Senato Accademico. In realtà, ci si è accorti poi che in più di un caso si trattava solo di dichiarazioni d’intenti con scarse applicazioni nella pratica o che magari si poneva fine a un accordo quadro siglato a livello di amministrazione centrale e poi magari le collaborazioni continuavano a livello di singoli dipartimenti. L’Università di Pisa aveva addirittura modificato lo statuto dell’Ateneo per ribadire il NO al dual use. L’Università di Bologna aveva inserito nel merito un punto specifico nel Codice etico e tanti Atenei avevano messo uno stop agli accordi più evidenti, ad esempio quelli con Leonardo, Thales e Rheinmetall. E invece no! Questo apparente giro di vite ha avuto vita breve, perché nel frattempo la Commissione Europea si era lanciata in un triplo salto carpiato accogliendo un parere di un comitato di esperti chiamati ad esprimersi su come trattare il dual use nell’ambito della ricerca, soprattutto in vista del Piano Strategico Horizon Europe 2025-2027. Ebbene, tali esperti avevano praticamente sdoganato il dual use nel principale programma di ricerca europeo con una sorta di “tana libera tutti”, sostenendo che l’innovazione procede in modo così veloce da rendere indistinguibile i confini fra ciò che è per uso civile e ciò che è per uso militare. E quindi, contrariamente agli anni precedenti, si è concessa un’apertura per la prima volta anche ai progetti dual use dentro Horizon, il principale programma di ricerca in Europa. Insomma, nel 2025 dall’UE alle università del continente europeo si è proclamato a gran voce: “Il dual use è morto! Lunga vita al dual use!“ E nel 2026 questo input è stato trasmesso a cascata lungo tutta la filiera della ricerca accademica e quella degli Enti pubblici di ricerca, che non volevano di certo mancare un simile appuntamento coi finanziamenti europei nella ricerca. PRIMA PERÒ DI AFFRONTARE LO STATO DELL’ARTE DEL DUAL USE NEGLI ATENEI ITALIANI, È IMPORTANTE E OPPORTUNO SOTTOLINEARE COME ESISTANO DIVERSI PIANI SUI QUALI QUESTO TEMA PUÒ ESSERE AFFRONTATO E QUINDI RISULTA FONDAMENTALE COMPRENDERE SU QUALE DI QUESTI PIANI AVVIENE L’INTERAZIONE DI VOLTA IN VOLTA, PER EVITARE DI CADERE IN TRAPPOLE INTERPRETATIVE. 1) approccio etico: si può adottare un piano più ampio e onnicomprensivo nel quale per dual use si intendono tutte quelle attività che possono potenzialmente essere utilizzate, oltre che per finalità civili, anche per finalità militari di qualsiasi tipo, non solo prodotti, beni e tecnologie, ma anche attività a carattere strategico o propagandistico. Si privilegia quindi un’interpretazione estensiva delle implicazioni allargando il campo di applicazione a tutto ciò che è in qualche modo riconducibile al sistema della guerra ed al complesso militare industriale: da una parte si amplia quindi l’ambito disciplinare (non solo STEM) e dall’altra si estende la casistica delle ricadute che alcuni accordi possono comportare in relazione al più generale sistema della guerra, incluse quelle situazioni nelle quali la cooperazione accademica rischia di legittimare il Paese dei partner e quindi esserne complice in relazione a conflitti e occupazione illegale di territori, fuori dalle regole del diritto internazionale. É ad esempio il caso del boicottaggio accademico e culturale contro Israele per le sue gravissime responsabilità nel genocidio ancora in corso a Gaza e per l’occupazione in Cisgiordania. I principi etici alla base sono fondamentalmente quello di non nuocere direttamente o anche indirettamente a singoli individui o collettività, ma anche quello di avere cura dei diritti delle generazioni presenti e future rispetto ai possibili impieghi e sviluppi in prospettiva che potrebbero minacciare anche in futuro gruppi e popolazioni anche di altri Paesi, al di là delle intenzioni delle finalità progettate in origine. Pertanto, oltre agli sviluppi materiali e fisici connessi agli armamenti, si includono anche quelle attività che possono essere utilizzate impropriamente e in modo malevolo da terzi e che possono essere manipolate ad arte per raggiungere fini strategico militari, anche solo di pura legittimazione di un attore militare o di propaganda bellica. Di conseguenza, in tale accezione risultano sensibili non solo le collaborazioni con l’industria bellica, ma anche quelle con le Forze Armate, con la NATO e con gli enti e le istituzioni di Paesi che perpetrano una sistematica violazione dei diritti umani, che sono incriminati per genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e apartheid: in tale ottica, anche un semplice accordo di mobilità con un Ateneo che ha sede legale, che tanto legale non è, in territori occupati o un progetto di ricerca sulla gestione del suolo e dell’acqua può avere risvolti etici in termini di complicità e ricadute in termini di legittimazione e consolidamento dell’occupazione militare di territori fuori dalle regole ONU. In un’accezione più ampia, si potrebbero così includere, oltre alla ricerca, anche le attività di didattica, orientamento e Terza missione. Tale approccio etico è quello adottato nelle proteste studentesche e soprattutto negli orientamenti di chi porta avanti il boicottaggio accademico nelle Università (vedi la PACBI). 2) approccio tecnologico: stringendo il cerchio, si può adottare una definizione più meramente tecnica e concentrata nell’ambito della ricerca, che però pone l’accento anche sulla potenzialità dell’utilizzo dei risultati dei progetti, e in tal caso si considerano dual use tutti quei beni, prodotti e tecnologie che, pur avendo finalità civili possono implicare sviluppi possibili anche in ambito militare o essere utilizzate in modo improprio rispetto alle finalità previste in origine. Tale approccio è quello di una parte della componente dei docenti e dei ricercatori, che intende limitare il tema del dual use quasi esclusivamente alle “scienze dure”, che sono più soggette ai vincoli connessi alla produzione di armamenti o prodotti dual use e a controlli sulle esportazioni, ignorando quasi tutte le implicazioni immateriali e cognitive; 3) approccio normativo: il nucleo più ristretto del dual use fa riferimento ad una terza definizione di carattere più normativo e segue un approccio più restrittivo, arrivando a considerare dual use solo ed esclusivamente quei casi definiti come tali dal relativo Regolamento europeo sull’esportazione di armamenti, oltre che dalla normativa nazionale, per cui ci si limita soltanto alle esportazioni di materiali e risultati della ricerca non inclusi negli elenchi dei prodotti vietati, salvo eventuali licenze o autorizzazioni. Ed è proprio quest’ultima definizione, cioè il semplice limitarsi a rispettare i vincoli normativi alla lettera, a rappresentare l’orizzonte verso il quale le governance di alcuni grandi Atenei si stanno orientando rispetto al tema del dual use. PER COMPRENDERE QUALE SIA L’ORIENTAMENTO ATTUALE È POSSIBILE OSSERVARE COSA SUCCEDE IN UNO DEGLI ATENEI NEI QUALI IL DIBATTITO INTERNO SUL TEMA È STATO PIÙ VIVACE NEGLI ULTIMI ANNI: L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA, CHE FRA L’ALTRO HA DI RECENTE DICHIARATO, IN OCCASIONE DI UN INTERVENTO FORMATIVO INTERNO SUL DUAL USE, CHE DIVERSI ALTRI GRANDI ATENEI COI QUALI SI SONO CONFRONTATI, SONO ALLINEATI SULLA STESSA POSIZIONE. MA QUALE SAREBBE QUESTA POSIZIONE? La posizione è quella che UNIBO ha deciso di abbracciare un approccio restrittivo rispetto alla nozione di dual use (che diventa l’eccezione e non la regola) nell’applicazione della normativa europea, nella fattispecie il Regolamento UE n. 821 del 2001, cioè in sintesi guardare i contenuti degli elenchi di prodotti, beni e tecnologie riportate negli Allegati 1 e 4 del Regolamento, addirittura con un orientamento ancor più minimalista seguendo la Raccomandazione 2001/1700 (quest’ultima attraverso la sua funzione interpretativa restringe ancor di più il campo di applicazione dei vincoli sul dual use). Di recente, seguendo le indicazioni contenute nella Raccomandazione del Consiglio UE del 2024, che sollecita gli organismi di ricerca a strutturare presidi interni per prevenire violazioni, UNIBO ha istituito un gruppo denominato DUSE per il monitoraggio interno sul dual use e ha predisposto delle Linee guida interne per la sicurezza della ricerca, che rappresentano i due strumenti di due diligence d’Ateneo, cioè per l’istruttoria accurata e il self-assessment da condurre rispetto alle collaborazioni con i partner internazionali sulla ricerca. Esiste poi un altro terminale per l’autovalutazione dei rischi e per la due diligence, che è invece individuale ed è rappresentato dalla figura del ricercatore, una figura cruciale nell’individuazione dei rischi potenziali legati all’uso duale e su cui quindi grava una forte responsabilità, spesso anche a fronte di contratti precari di ricerca, che agiscono come strumento di ricatto che limita ulteriormente l’imparzialità nel giudizio e la libertà di decisione. Un compito gravoso quello dei ricercatori nel dover seguire tutte le previsioni di legge, il Regolamento europeo, le linee guida interne, quelle nazionali e il Regolamento d’Ateneo per l’integrità della ricerca. Ma l’Ateneo di Bologna li ha di recente rassicurati in occasione della formazione interna, garantendo supporto attraverso il personale degli uffici preposti e tramite appunto il gruppo DUSE, individuato appositamente dalla governance fra componenti del personale docente e del personale tecnico amministrativo. Le raccomandazioni si sono indirizzate ripetutamente nel restringere il più possibile le fattispecie ed il campo di applicazione. E sui casi in cui risulterà essere presente un reale vincolo sull’uso duale, si invierà richiesta di licenza o autorizzazione all’UAMA (Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d’Armamento), l’unità preposta presso il MAECI per vigilare su tale ambito. Insomma, alla fine l’ultima parola in funzione di garanzia del sistema spetterà – ahinoi – addirittura a chi opera sotto quello stesso Ministro [ndr: Tajani] che dichiarava che «il diritto internazionale vale fino ad un certo punto». Pertanto, dopo anni di proteste, di inviti accorati alla riflessione sulle conseguenze dell’attività accademica e sulla necessità di investire nell’integrità della ricerca, l’elefante accademico ha partorito il topolino: l’unico impegno dei grandi Atenei è quello di limitarsi a rispettare alla lettera i vincoli della normativa dual use, senza ampliare il campo di applicazione ad ambiti sensibili che qualsiasi riflessione etica potrebbe suggerire, se non altro per autotutelarsi nei confronti di eventuali complicità e difendere l’immagine dell’Ateneo dall’essere associato a certe realtà. Uno dei grandi equivoci nel voler controbilanciare le minacce del dual use è spesso quello di appellarsi al principio della libertà accademica, che però è un diritto individuale del singolo docente o ricercatore e non può essere accampato come pretesto e rivendicato dalla governance di un Ateneo, perché non è esigibile in quella veste. Il singolo invece può esercitarlo individualmente, quindi senza coinvolgere le responsabilità, le risorse e gli impegni dell’Ateneo, pur nella consapevolezza dei limiti normativi del dual use. INSOMMA, IL SUCCO È CHE L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E GLI ALTRI ATENEI MAGGIORI PIÙ IMPLICATI NELLA RICERCA BELLICA NON FARANNO NULLA DI PIÙ DI CIÒ CHE È STRETTAMENTE PREVISTO DALLA LEGGE E, ANZI, LADDOVE POSSIBILE CERCHERANNO L’INTERPRETAZIONE PIÙ RISTRETTA POSSIBILE PER AMPLIARE IL PIÙ POSSIBILE IL LORO MARGINE DI MANOVRA. Ci chiediamo quindi quale sia il merito in termini di slancio etico nel fare ciò che è previsto dalla legge, visto che rispettare la lettera delle norme in materia è obbligatorio. Da qui deriva la pratica inutilità di basare la lotta sugli accordi sensibili soltanto sul tema del dual use, in quanto sarebbe come chiedere alle governance degli Atenei di impegnarsi a rispettare la legge e su questo non potranno che dire sì. Ci aspettavamo dal mondo accademico una riflessione più profonda sul tema ed uno slancio etico più esteso che considerasse maggiormente le implicazioni e le esigenze espresse dalle proteste studentesche, dai ricercatori precari e da quelle componenti nelle comunità accademiche che hanno in questi anni contribuito a portare nell’arena universitaria la complessità degli aspetti sensibili nelle collaborazioni degli Atenei con il complesso militare-industriale. Emblematico un episodio verificatosi in occasione di un recente intervento di formazione interna sul dual use a docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo di UNIBO: nello spazio delle domande che seguiva la presentazione nella sessione dedicata alla prospettiva etica sull’uso duale, a fronte di un’interpretazione piuttosto estensiva del dual use da parte della Prof.ssa Mattoni contro la violazione di diritti umani di popoli e collettività, un discente ha chiesto alla docente se tali violazioni sono da considerare tali anche in caso di rischio ambientale. A quel punto la docente, dopo aver ribadito che in linea teorica ricadrebbero in quella sfera etica da tutelare, ha però preferito lasciare la parola per l’interpretazione pratica al collega giurista Prof. Casolari che, nell’ottica restrittiva adottata da UNIBO, ha escluso che tale esempio possa ricadere nella casistica del dual use, a meno che non si utilizzino espressamente le specifiche e i prodotti contenuti negli allegati al Regolamento europeo. In definitiva, l’etica abdica al suo ruolo davanti alle esigenze e ai tecnicismi della compliance normativa finalizzata agli interessi della governance. Una scenetta alla quale si è in fondo già assistito in Ateneo, quando, dopo la delibera del Senato Accademico del 23 settembre 2025 che aveva introdotto dei paletti sulle collaborazioni con Israele, a gennaio 2026 il CdA di Unibo ha rimesso tutto in gioco facendo rientrare dalla finestra quegli accordi per evitare diffide dai partner israeliani e l’apertura di un eventuale contenzioso con risarcimento danni per aver interrotto gli accordi. Il continuo rimandare al solo Regolamento europeo contraddice fra l’altro il punto specifico che la stessa Alma Mater Studiorum Università di Bologna ha inserito nel preambolo del suo Codice etico e di comportamento, nel quale ci si impegna anche a: > «una cultura della consapevolezza e della responsabilità rispetto al tema del > duplice uso dei risultati della ricerca, al fine di individuare i relativi > rischi e minimizzare gli eventuali danni [ndr orribile formulazione], nel > rispetto della normativa nazionale, europea e internazionale». Ma della normativa nazionale non vi è traccia nelle raccomandazioni di chi rappresenta la governance, eppure l’elenco dei prodotti a uso duale presenti nell’elenco vigente in Italia risulta più ricco, dettagliato e aggiornato di quello previsto in Europa. Cosa si potrebbe fare allora nelle università per affrontare seriamente dal basso la questione delle collaborazioni sensibili? * estendere le considerazioni alla sfera etica più generale e non limitarsi solo alla ricerca né guardare il problema solo con la lente del dual use, perchè fa disperdere energie nell’inseguire ogni rivolo dell’oggetto della ricerca in ogni singolo progetto perdendo di vista il problema di fondo; * spostare lo sguardo dall’oggetto della ricerca al soggetto con cui si decide di collaborare e su cosa fa in generale quel soggetto, non solo in relazione al progetto o all’accordo con l’Ateneo; * attivare negli Atenei strumenti di monitoraggio dal basso, quali comitati, ma non lasciare che vengano nominati dalla governance, in base al principio che a controllare non sia chi deve essere controllato, come invece accade nei gruppi di monitoraggio che stanno nascendo in alcune università, e renderli efficaci nella loro azione garantendo l’accesso agli atti necessari da visionare e valutare; * pubblicare ed aggiornare periodicamente l’elenco delle collaborazioni considerate sensibili per “sanzionare” le amministrazioni degli Atenei inadempienti e “mettere all’indice” chi collabora o è complice delle guerre; * garantire a tutti i componenti delle comunità accademiche l’opzione dell’obiezione di coscienza di fronte a tutte le attività che direttamente o indirettamente implicano un contributo al sistema bellico o al complesso militare industriale; * adottare soluzioni sistemiche che siano valide in tutti gli Atenei tentando di raggiungere obiettivi di carattere normativo che regolino la questione delle collaborazioni sensibili nelle università e nella ricerca. APPURATO CHE NON ESISTE LA VOLONTÀ POLITICA DI PORRE UN FRENO ALLA RICERCA BELLICA E CHE UE E GOVERNO PROCEDONO AL RIARMO, TRASCINANDOSI DIETRO IL MONDO ACCADEMICO, E NON INTENDONO NEANCHE SOSPENDERE AD ESEMPIO GLI ACCORDI DI COOPERAZIONE CON ISRAELE, VORRÀ DIRE CHE NE PRENDEREMO ATTO E RIPARTIREMO DA QUI PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA, NON CONSIDERANDO PIÙ INTERLOCUTORI PRIVILEGIATI ED AFFIDABILI QUEI CANALI ISTITUZIONALI COME LA UE, IL GOVERNO, LE GOVERNANCE DI ALCUNI ATENEI, LA CRUI… … (che ha siglato un patto con Confindustria sul trasferimento tecnologico della ricerca, presumibilmente anche bellica), che hanno scelto scientemente di restare sordi e miopi davanti alla realtà, ma cercando altre strade dal basso e dal cuore pulsante di chi studia, lavora e vive nella realtà accademica per affermare le nostre ragioni, che urlano soltanto un forte e chiaro: “FUORI LA GUERRA DALL’UNIVERSITÀ!“ Inutile esprimere quanto sia sconfortante il vedere luoghi del sapere indipendenti, come dovrebbero essere le università, appiattiti sulle esigenze belliche e ridursi a zerbino al servizio di quello che Michele Lancione ha ribattezzato come “Complesso militare – industriale – accademico”. Gli Atenei in ginocchio davanti ai diktat della Ministra Bernini per assecondare le esigenze della Difesa, come lei stessa di recente ha ribadito durante una visita a Space Industries a Settimo Torinese davanti ai rettori degli Atenei di Torino (vedi qui). Il problema è sistemico, per cui per quanto possa essere preziosa la lotta in ogni singolo Ateneo, che dovrà in ogni caso essere portata avanti, siamo arrivati al punto in cui è sempre più urgente puntare ad una soluzione che sia altrettanto sistemica per affrontare in modo più compiuto ed omogeneo il tema delle collaborazioni sensibili su tutto il territorio nazionale. E come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo intravisto questa possibilità nella campagna LA CONOSCENZA NON MARCIA, che lo scorso 18 luglio ha lanciato pubblicamente a Paestum, insieme alle tante altre realtà che hanno aderito, l’idea di una petizione popolare (ex art. 50 della Costituzione) per stimolare sul tema il Parlamento attraverso i lavori legislativi delle Commissioni competenti. Nelle prossime settimane vi terremo aggiornate/i e pubblicheremo sul sito il link alla piattaforma ufficiale sulla quale si raccoglieranno le firme online. In questa lotta, non si può contare sulla UE, che ha sdoganato per prima il dual use, non si può contare sul Governo, che sta cercando di allentare i vincoli sulle esportazioni di armi previsti dalla Legge 185 del 1990 e tende a legittimare il ricorso alla ricerca universitaria sull’uso duale, attraverso Linee guida nazionali per gli Atenei, come annunciato dalla Ministra Bernini, che propone anche di ribattezzare “common use”  le collaborazioni nella ricerca fra Università e Difesa. In un’epoca nella quale domina la guerra ibrida e le sorti dei conflitti si determinano anche sul piano cognitivo, sarebbe un errore di miopia madornale ignorare tutte quelle dinamiche di collaborazione che sono formalmente fuori dal dual use in senso stretto, ma che hanno profonde implicazioni sulla costruzione dei conflitti e sulla loro estensione nella società: dalla legittimazione più o meno implicita di sistemi militari e strategici alla classica propaganda militarista più o meno diretta o addirittura all’israelizzazione dei luoghi di istruzione e di ricerca. E quindi anche un corso di laurea in filosofia (Bologna docet nel caso dell’Accademia militare di Modena) può avere implicazioni dual use, così come un accordo di mobilità con università che hanno sede legale in territori occupati in Palestina, tramite il quale magari soldati e i riservisti israeliani dell’IDF vengono a studiare nelle aule universitarie italiane seduti con naturalezza accanto agli altri studenti dopo aver fatto la spola fra il genocidio e gli impegni accademici. Gruppo Università, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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