“Disunited Nations” a Napoli con Francesca Albanese. Gaza, le bombe, l’inverno
È inverno a Gaza. Fa freddo.
Le bombe continuano a cadere, la popolazione civile vive senza riparo, senza
acqua, senza cure, mentre l’assedio si stringe e ogni spazio di soccorso viene
progressivamente chiuso. Le immagini di distruzione non appartengono al passato,
ma al presente. Eppure, lontano da Gaza, nelle società che si definiscono
civili, si continua a discutere delle parole. Si polemizza su cosa sia lecito
dire, su quali termini siano accettabili, su come nominare ciò che sta
accadendo. Genocidio, antisemitismo. Mentre lì si muore, qui si dibatte sul
vocabolario.
È in questo vuoto tra ciò che accade e ciò che viene detto che nasce l’urgenza
di tornare a guardare i fatti. Di mostrare immagini reali. Di ascoltare chi
prova a raccontare ciò che accade senza filtri. In questo spazio necessario si
colloca il documentario Disunited Nations, presentato a Napoli al Cinema America
Hall nell’ambito del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.
La serata napoletana del 4 gennaio non è stata un episodio isolato, ma parte di
un breve e intenso percorso italiano che ha accompagnato l’uscita del film.
Napoli ha rappresentato una tappa centrale di questo attraversamento, articolato
in più momenti nella stessa giornata. Al mattino Francesca Albanese è stata
ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nel pomeriggio a
Scampia, al Gridas, in un incontro con le comunità territoriali, e in serata al
cinema, per la proiezione e il dibattito pubblico. Un passaggio tra luoghi
diversi, istituzionali e popolari, che restituisce il senso di un impegno che
non resta confinato in spazi protetti.
Il film, diretto da Christophe Cotteret, segue il lavoro di Francesca Albanese,
Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati.
Attraverso la sua voce, il documentario racconta ciò che accade in Palestina e a
Gaza, ma anche le tensioni che attraversano le Nazioni Unite e il progressivo
svuotamento del diritto internazionale di fronte ai rapporti di forza.
Alla proiezione delle ore 21 è seguito un lungo incontro pubblico moderato da
Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di
Napoli, da anni impegnato nella costruzione di un circuito culturale che
utilizza il cinema come strumento di denuncia e controinformazione. Nel dialogo
con il regista e con Albanese è emerso il senso profondo del titolo, volutamente
provocatorio. Le Nazioni Unite sono nate per garantire la pace, ma oggi appaiono
incapaci di fermare il massacro di una popolazione civile. Non si tratta solo
della Palestina, ma di un fallimento più ampio dell’ordine internazionale e
della sua capacità di tutelare i diritti fondamentali.
Cotteret ha spiegato quanto fosse difficile racchiudere tutto questo in un film.
La scelta di seguire Francesca Albanese nasce dal fatto che lei occupa una
posizione unica, interna ed esterna alle Nazioni Unite allo stesso tempo.
Attraverso la sua figura è stato possibile parlare di Gaza, ma anche di ciò che
le Nazioni Unite possono e non riescono più a fare. Al centro del film c’è la
parola genocidio, affiancata a immagini e volti reali, per sottrarre questa
realtà a un linguaggio astratto e restituirla alla sua dimensione umana.
Nel suo intervento, Albanese ha chiarito il senso del proprio ruolo. Non si
tratta di protagonismo personale. Il film è un progetto del regista. La sua voce
è diventata centrale perché, negli ultimi due anni, è stata chiamata a
documentare e analizzare giuridicamente ciò che accade nei Territori Palestinesi
Occupati. Un lavoro che l’ha costretta a raccogliere una mole enorme di prove,
documenti e testimonianze. Ha raccontato quanto sia stato difficile ascoltare le
storie di donne che hanno perso figli, talvolta intere famiglie, e quanto questo
abbia inciso profondamente sulla sua vita personale.
Durante il dibattito è tornata più volte una riflessione centrale. Questo non è
il primo genocidio della storia recente, ma è forse il primo genocidio vissuto
in tempo reale, attraverso i telefoni cellulari e le immagini che scorrono sui
nostri schermi. Altri genocidi del Novecento appartengono oggi alla memoria
storica e alla ricostruzione successiva dei fatti. Gaza, invece, si consuma
sotto gli occhi del mondo.
In questo contesto si inserisce anche la campagna di delegittimazione che ha
colpito Francesca Albanese. È emersa con chiarezza la distanza tra la gravità
delle accuse che le vengono rivolte e l’assenza di prove concrete a loro
sostegno. L’accusa di antisemitismo viene evocata per spostare il dibattito dal
merito dei fatti alla persona, confondendo deliberatamente la critica a uno
Stato o a una politica con l’odio verso un popolo. Albanese ha ribadito che
l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere senza ambiguità, ma non
può essere usato per silenziare chi chiede il rispetto del diritto
internazionale. Anche Amnesty International e altri organismi indipendenti hanno
parlato di atti compatibili con la definizione di genocidio o di rischio
concreto di genocidio.
Durante la serata è emersa anche una dimensione più intima. Francesca Albanese
non appare come una figura distante. È una donna disponibile, sorridente, capace
di ascolto. Una di noi. Proprio questa prossimità rende ancora più violenti gli
attacchi che la colpiscono. Il prezzo che paga non è solo politico, ma anche di
genere. In un contesto segnato da un maschilismo ancora radicato, una donna
autorevole, che non arretra e che nomina le cose per quello che sono, viene più
facilmente esposta e delegittimata. Non si colpiscono solo le sue parole, ma la
sua credibilità come donna.
Ed è proprio questa combinazione di fermezza e umanità a renderla scomoda.
Albanese non esercita il potere, lo interroga. Non grida, ma documenta. Una
verità pronunciata con calma, sostenuta da prove, è più difficile da
neutralizzare di qualsiasi slogan.
Nel finale dell’incontro, Albanese ha insistito su un punto essenziale. Questo
non è il momento di scoraggiarsi, ma di indignarsi. Le proteste servono. Servono
ai palestinesi per non sentirsi soli, ma servono anche a chi protesta, perché
restituiscono un senso di responsabilità collettiva. La responsabilità non può
essere delegata solo agli Stati. Passa dalle scelte quotidiane,
dall’informazione, dalla partecipazione civile.
In questo senso, il cinema dei diritti umani continua a svolgere una funzione
fondamentale. Non offre soluzioni semplici, ma apre spazi di consapevolezza. Non
consola, ma interroga. Serate come quella di Napoli non fermano le bombe, ma
contrastano l’assuefazione, rompono il silenzio, impediscono che la distanza
diventi indifferenza. Continuare a sentire, a immaginare, a partecipare non è
retorica. È l’unica possibilità che resta.
Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Ludovico Brancaccio.
Lucia Montanaro