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Il diritto alla casa in Spagna tra turismo, speculazione e conflitto sociale
Negli ultimi quindici anni la questione della casa in Spagna è passata da problema di alcuni settori sociali a vera e propria emergenza strutturale. Un tema che oggi occupa stabilmente il centro del dibattito pubblico, ma che affonda le sue radici nella trasformazione profonda del modello economico e urbano del paese. La Spagna che negli anni Sessanta si promuoveva al mondo con lo slogan “Spain is different” e che nei primi anni Duemila si raccontava come una storia di successo europeo durante l’era Zapatero, è diventata nel giro di poco tempo uno dei paesi con la crisi abitativa più acute del continente. > Comprare una casa, accedere a un affitto stabile o semplicemente non perdere > l’abitazione è diventato per milioni di persone un percorso a ostacoli. Il > paradosso è evidente: sfratti a livelli record convivono con decine di > migliaia di alloggi vuoti, soprattutto nelle grandi città. Barcellona è il > caso più emblematico, ma non l’unico. Per capire l’origine del problema bisogna tornare alla grande crisi del 2008. Lo scoppio della bolla immobiliare, alimentata per anni da credito facile, speculazione e mutui subprime, ha avuto in Spagna effetti devastanti. Centinaia di migliaia di famiglie persero la casa, mentre il prezzo degli immobili crollava e le banche si ritrovavano proprietarie di enormi stock di abitazioni svalutate. A questa crisi economica si accompagnò una risposta politica segnata dall’austerità. Con i governi a maggioranza assoluta del Partido Popular iniziarono i tagli alla spesa pubblica, la riforma del lavoro che precarizzò ulteriormente l’occupazione e un giro di vite repressivo contro i movimenti sociali, culminato nella Ley Mordaza. La crisi della casa non fu quindi solo un problema di mercato, ma divenne rapidamente una questione sociale e democratica. Non a caso, proprio in quegli anni esplosero movimenti di protesta che misero in discussione l’intero assetto politico del paese. Il movimento degli Indignados, il 15M, nel 2011, individuò nel bipartitismo PSOE-PP una delle cause strutturali della crisi. > Dalle piazze nacquero reti di solidarietà, piattaforme contro gli sfratti e > nuove forme di organizzazione politica che cercarono di portare il conflitto > nelle istituzioni. Mentre l’attenzione pubblica era concentrata sugli sfratti per insolvenza ipotecaria, il mercato immobiliare stava cambiando pelle. Con il crollo del credito e la difficoltà di accesso ai mutui, la casa smise di essere un bene da acquistare e divenne sempre più un bene da affittare. Ma anche il mercato degli affitti si trasformò rapidamente. Investitori immobiliari e fondi iniziarono a vedere nella locazione una nuova opportunità di profitto, soprattutto nel momento in cui i prezzi delle case erano ai minimi storici. L’espansione delle piattaforme digitali di affitti brevi – Airbnb, Booking e simili – accelerò un processo già in corso: acquistare appartamenti non per affittarli a lungo termine, ma per destinarli al turismo, garantiva rendimenti molto più elevati. Questo fenomeno ridusse drasticamente l’offerta di alloggi per i residenti e fece esplodere i prezzi degli affitti. Gli sfratti non scomparvero: cambiarono forma. Sempre meno famiglie perdevano la casa per mancato pagamento del mutuo, sempre più persone venivano espulse perché non riuscivano a sostenere i nuovi canoni d’affitto. > A Barcellona la speculazione immobiliare si è intrecciata con due processi > chiave: gentrificazione e turistificazione. Quartieri centrali o > semi-centrali, già trasformati dalle Olimpiadi del 1992, sono diventati il > terreno ideale per la riconversione turistica. La città che negli anni Novanta > aveva costruito un immaginario cosmopolita, multiculturale e mediterraneo ha > visto questa identità trasformarsi in prodotto da consumo rapido. Il centro storico si è progressivamente svuotato di residenti ed è diventato un’enclave di stranieri, turisti, expat e residenti temporanei. Nei quartieri come il Barri Gòtic, El Born o la Barceloneta, la riduzione della popolazione stabile è avvenuta in pochi anni, in parallelo a un aumento vertiginoso dei prezzi e dei flussi turistici. Il processo è stato rapidissimo: il movimento degli Indignados nasce nel 2011, le prime proteste contro gli appartamenti turistici esplodono già nell’estate del 2014. In meno di cinque anni il volto della città era profondamente cambiato. In questo contesto si inserisce l’ascesa politica di Ada Colau, ex attivista contro gli sfratti, eletta sindaca di Barcellona nel 2015. La sua figura ha incarnato la speranza che il conflitto sociale potesse tradursi in politiche pubbliche radicali. Durante la campagna elettorale Colau affermò che bloccare gli sfratti fosse una questione di volontà politica. Una promessa che, una volta al governo, si è scontrata con i limiti strutturali del potere municipale. Il suo mandato è stato caratterizzato da tentativi di regolazione degli affitti turistici: multe alle piattaforme, controlli sulle licenze e l’introduzione del PEUAT, il piano urbanistico che limitava la concentrazione degli appartamenti ad uso turístico. Misure che hanno avuto un impatto parziale, ma che non sono riuscite a invertire la tendenza generale. Gli affitti illegali hanno continuato a proliferare, le piattaforme hanno spesso ignorato le sanzioni e il Comune si è trovato a gestire una macchina di controllo complessa e poco efficace. Nel frattempo, i prezzi continuavano a salire e per molti abitanti Barcellona diventava una città inaccessibile. La tensione sociale non si è placata. > Nel 2017 alcuni appartamenti turistici illegali vennero occupati come atto > simbolico per denunciare la sottrazione di alloggi al mercato residenziale. > Nello stesso anno nacque il Sindacato degli Inquilini di Barcellona, che in > breve tempo divenne uno degli attori centrali del conflitto abitativo. Il sindacato ha denunciato pratiche sempre più diffuse: contratti non rinnovati, aumenti del 30 o 40 per cento, riconversione degli appartamenti in alloggi di lusso per expat, nomadi digitali e residenti temporanei. Le conseguenze si sono estese oltre la questione abitativa, colpendo il commercio di prossimità e il tessuto sociale dei quartieri. La pressione dei movimenti portò nel 2020 all’approvazione di una legge catalana sul controllo degli affitti, che introduceva un primo meccanismo di equo canone. Una norma considerata pionieristica, ma rapidamente smantellata dal Tribunale Costituzionale, che ne annullò le parti centrali sostenendo che la competenza fosse statale. Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza contribuì a una nuova impennata dei prezzi. Solo nel marzo 2024 il governo centrale approvò una legge statale che fissava limiti agli affitti nelle aree di mercato teso. Ma la norma escludeva affitti temporanei e stanze, aprendo la strada a un aggiramento sistematico: contratti di 11 mesi al posto di affitti stabili. Nel frattempo, il nuovo sindaco di Barcellona, Jaume Collboni, ha annunciato l’intenzione di non rinnovare le licenze degli affitti turistici, con l’obiettivo di eliminarli entro il 2028. Una promessa forte sul piano simbolico, ma lontana nel tempo e politicamente incerta: il 2028 sarà dopo la fine del mandato del sindaco. Tra il 2024 e il 2025 lo Stato ha introdotto anche un Registro Unico degli Affitti a Breve Termine, per contrastare l’illegalità e aumentare la trasparenza. > Ma la mossa più significativa è arrivata ancora una volta dalla Catalogna, che > ha approvato una nuova legge estendendo il controllo dei prezzi agli affitti > temporanei e alle stanze. La norma equipara queste tipologie agli affitti > residenziali ordinari, impone l’equo canone, rafforza i controlli e introduce > sanzioni più severe. È una risposta diretta a un fenomeno che aveva svuotato > di efficacia le leggi precedenti. Il Partito Popolare ha già annunciato un nuovo ricorso al Tribunale Costituzionale, parlando di espropriazione mascherata. Lo scontro si ripropone, come nel 2020, e il destino della legge resta incerto. Ma il significato politico del conflitto va oltre l’esito giuridico. In Catalogna, e sempre più nel resto della Spagna, la questione abitativa ha superato la dimensione tecnica per diventare un terreno di scontro tra due modelli: da un lato la casa come bene finanziario, dall’altro la casa come diritto fondamentale. Il laboratorio catalano mostra che il conflitto non è risolto, ma anche che il mercato, lasciato a se stesso, non è in grado di garantire l’accesso all’abitazione. Ed è su questa linea di frattura che si giocherà una parte decisiva delle politiche urbane dei prossimi anni. Immagini di copertina e nell’articolo di Victor Serri, da Barcellona (fonte: La Direkta). SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il diritto alla casa in Spagna tra turismo, speculazione e conflitto sociale proviene da DINAMOpress.
Aliança Catalana: anatomia di un movimento indipendentista di estrema destra
Negli ultimi anni la politica catalana ha visto emergere un attore nuovo e inatteso: un’estrema destra dichiaratamente catalana, capace di combinare nazionalismo, identità e retorica anti-immigrazione. La sua ascesa non nasce dal nulla, ma da una serie di trasformazioni – culturali, politiche e territoriali – che hanno lasciato spazio a un movimento capace di interpretare frustrazioni accumulate e vuoti lasciati dal crollo del processo indipendentista. Comprenderne lo sviluppo richiede guardare sia alle dinamiche attuali sia alle narrazioni degli anni precedenti. La manifestazione durante la passata Diada, la giornata nazionale della Catalogna, in cui per la prima volta è scesa in piazza l’estrema destra catalana di Aliança Catalana. Durante il periodo del processo indipendentista catalano, dal 2014 al 2018, alcuni opinionisti e analisti politici, principalmente legati all’area unionista spagnola (anche di sinistra, come Podemos), insistevano sulla narrativa secondo cui gli indipendentisti catalani erano in realtà persone di destra, populiste, o addirittura “trumpiste”. Si trattava di una lettura spesso strumentale, utile a delegittimare il movimento indipendentista e a neutralizzare qualunque processo secessionista come fenomeno reazionario. > Per una parte della sinistra spagnola – come anche di altre sinistre europee – > accettare un movimento indipendentista nel proprio territorio avrebbe > significato rimettere in discussione idee consolidate sullo Stato-nazione, > sulla sovranità e sulla composizione sociale del proprio elettorato. Per questo motivo, anziché analizzarlo nel merito, era più semplice bollarlo come movimento di destra. Ma questo “spauracchio”, che allora era lontanissimo dalla realtà socio-politica del movimento indipendentista, con il tempo si è paradossalmente avverato: le categorie usate per delegittimare l’indipendentismo hanno finito per preparare il terreno a un fenomeno reale che oggi diventa difficile contrastare. Come si dice in Catalogna, “han cridat el mal temps” – hanno chiamato il maltempo. Infatti oggi esiste una destra radicale catalana consolidata, e si chiama Aliança Catalana. Fino a un anno fa era una forza marginale: l’1,3% alle municipali e il 3,8% alle regionali. Oggi, secondo gli ultimi sondaggi del Centre d’Estudis d’Opinió (CEO), arriverebbe a 19-20 seggi, alla pari con Junts per Catalunya. Un balzo che ridisegna profondamente l’equilibrio politico catalano e che ha sorpreso analisti e osservatori: da due seggi potenziali a quasi venti in pochi mesi, una progressione che molti definiscono una “rivoluzione silenziosa”. Aliança Catalana diventerebbe la terza forza del Parlamento [“regionale”, ndr], dietro PSC ed ERC e davanti allo storico partito del catalanismo moderato. Il partito è guidato da Sílvia Orriols, sindaca di Ripoll, cittadina dell’entroterra pirenaico dove il movimento è nato e ha costruito la sua prima base militante. Ideologicamente rappresenta una novità nel panorama politico catalano: non è la destra unionista e spagnolista di Vox, né la sinistra indipendentista della CUP. Si presenta invece come una combinazione di nazionalismo catalano radicale, identitarismo etno-culturale e populismo di destra, con un forte accento su immigrazione, sicurezza e identità. IL CONTESTO STORICO CHE HA RESO POSSIBILE L’ASCESA Per capire l’ascesa di Aliança Catalana è necessario considerare il contesto. Il catalanismo nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento come risposta ai processi di uniformazione culturale dello Stato spagnolo, che cercavano di ridurre la pluralità linguistica e identitaria del paese imponendo il castigliano come lingua unificatrice. In Catalogna, come nei Paesi Baschi, in Galizia o nelle Asturie, questo processo generò una reazione. Il catalanismo difendeva la lingua catalana, le sue pratiche culturali e un senso di identità distinto. Una parte di questo movimento evolse poi in indipendentismo, convinta che solo un processo politico autonomo potesse garantire la sopravvivenza della lingua e della cultura. Questa tensione non è mai scomparsa. Nel corso degli anni, soprattutto nelle zone più conservatrici, sono emerse correnti catalaniste xenofobe, come Plataforma per Catalunya (PxC), attiva negli anni 2000 attorno alla città di Vic con lo slogan «primer els de casa» («Prima quelli di qui», equivalente a un «prima gli italiani»). Dopo la sua dissoluzione sono rimasti piccoli gruppi identitari, alcuni già presenti ma sempre molto marginali, come il MIC. > È su questo terreno – fatto di catalanismo frustrato, crisi > dell’indipendentismo e tensioni culturali – che Aliança Catalana ha trovato > spazio per crescere. Durante lo stesso periodo gli indipendentisti catalani > portavano in piazza quasi un milione di persone. UNA NUOVA IDENTITÀ POLITICA Il partito si dichiara indipendentista, ma lo fa con un approccio etnico, parlando di “nazione catalana” come comunità culturale da difendere contro la “minaccia islamica” e contro il multiculturalismo, che Orriols identifica come un pericolo per la coesione sociale. Da qui derivano proposte come il divieto del velo nelle scuole, richieste di espulsioni e politiche di “reemigrazione”, critiche alla presenza di minoranze e una visione della Catalogna come territorio da proteggere da “derive comunitariste”. È un discorso che richiama le nuove destre del Nord Europa più che la tradizionale destra spagnola. Aliança Catalana si è presentata alle elezioni del 2024 con l’indipendenza come asse portante del suo programma elettorale, ma l’ultimo barometro del CEO rivela che più della metà dei suoi simpatizzanti è contraria ad avere uno Stato proprio. Questo dato è particolarmente significativo: dimostra che per molti suoi elettori l’indipendenza non è più un obiettivo centrale, bensì un contenitore identitario dentro cui proiettare paure culturali e insicurezze sociali. L’indipendentismo come progetto politico si svuota, lasciando spazio alla sua versione identitaria e reattiva. Infatti, un anno e mezzo dopo il suo arrivo in Parlamento, l’attività legislativa del partito di Sílvia Orriols evidenzia l’abbandono della questione indipendentista: la formazione non ha presentato alcuna mozione relativa all’indipendenza e si è concentrata sulle politiche anti-immigrazione. Per quanto riguarda le iniziative degli altri gruppi, 19 delle 28 mozioni che Aliança ha emendato provengono da Vox, con cui condivide le posizioni di rifiuto dell’Islam. > La crescita del partito non è omogenea. Aliança Catalana è molto più forte > nelle zone rurali e nelle comarche interne di Girona e Lleida che nelle aree > metropolitane. La Catalogna concentra circa metà della popolazione nell’area di Barcellona, che attira investimenti, servizi e progetti di integrazione. Le zone interne, invece, soffrono spopolamento, precarietà, tagli ai servizi pubblici e cambiamenti demografici rapidissimi. Qui l’identità catalana è spesso vissuta in modo più viscerale, e il messaggio “difensivo” di Aliança Catalana trova un terreno fertile. Nelle grandi città, invece, il partito incontra maggiori difficoltà, pur cercando di conquistare un elettorato giovane e disilluso. PERCHÉ ALIANÇA CATALANA CRESCE: UNA CATENA DI CAUSE L’ascesa di Aliança Catalana è il risultato di una combinazione di fattori che si alimentano a vicenda. La crisi dell’indipendentismo tradizionale, seguita alla repressione del 2017 e aggravata da anni di promesse mancate e divisioni interne, ha prodotto una dispersione dell’elettorato: sia ERC sia Junts appaiono oggi incapaci di offrire una prospettiva chiara. Questo vuoto di rappresentanza ha spinto una parte dei loro sostenitori, delusa e disillusa, a cercare alternative più radicali e a rivolgersi verso forze politiche capaci di esprimere messaggi netti e identitari. In questo contesto, Aliança Catalana ha saputo proporre un discorso emotivamente potente, fondendo temi di identità, sicurezza e immigrazione in un linguaggio diretto e polarizzante, molto più semplice e immediato rispetto alla complessità del processo indipendentista. Il suo posizionamento anti-establishment – contro il “blocco unionista” ma anche contro la “vecchia politica indipendentista” – le consente inoltre di attrarre elettori provenienti da sensibilità diverse, sfruttando un diffuso sentimento anti-élite. A tutto questo si aggiunge la capacità organizzativa del partito: in pochi mesi Aliança Catalana ha costruito una rete militante sorprendentemente attiva e una comunicazione aggressiva che le ha garantito una visibilità crescente, trasformandola da forza marginale a protagonista della scena politica catalana. IL RAPPORTO CON VOX Il rapporto con Vox è uno degli elementi più significativi. Se non fosse per la difesa del catalano, Aliança Catalana e Vox condividerebbero gran parte del discorso politico. Entrambi associano immigrazione e insicurezza, parlano di “invasione migratoria”, denunciano l’“islamizzazione” dei quartieri popolari e propongono espulsioni non solo dei migranti irregolari ma anche dei figli di stranieri nati in Catalogna. Diversi sono gli opinionisti che vedono una similitudine sempre più profonda tra Aliança Catalana e VOX. I dati del CEO mostrano che il 38% dei potenziali elettori di Vox e il 26% di quelli di Aliança Catalana considerano l’immigrazione il principale problema della Catalogna. > Entrambi gli elettorati sono fortemente maschili, ma differiscono per età: Vox > attrae molti giovani tra i 18 e i 24 anni, mentre Aliança Catalana è > particolarmente forte tra gli uomini di 35-64 anni. FENOMENO STABILE O BOLLA PASSEGGERA? Resta da capire se Aliança Catalana sia un fenomeno stabile o un’onda passeggera. Il rischio di isolamento politico è alto: quasi tutti i partiti hanno evocato un possibile cordone sanitario. Il sistema elettorale catalano premia i partiti radicati e penalizza quelli con consenso disomogeneo. Inoltre Aliança Catalana e Vox competono per lo stesso spazio politico, un fattore che potrebbe complicare la fidelizzazione del voto. Ciononostante, un dato è ormai evidente: l’estrema destra catalana esiste, è organizzata e oggi cresce più di qualunque altro attore politico regionale. La domanda decisiva è se rappresenti una reazione temporanea all’esaurimento del ciclo indipendentista o l’inizio di una nuova fase, in cui identità, sicurezza e conflitto culturale diventano il motore della politica catalana. L’articolo e la copertina sono stati originariamente pubblicati sul profilo substack “Barcellona chiama Italia“ SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Aliança Catalana: anatomia di un movimento indipendentista di estrema destra proviene da DINAMOpress.
La casa è un diritto, non un prodotto finanziario: intervista a Jaime Palomera
«Bisogna aumentare le tasse affinché l’accumulazione di alloggi diventi insostenibile» Gemma García L’8 aprile, mentre il governo catalano raggiungeva un accordo con ERC, Comuns e CUP per regolare gli affitti brevi, Jaime Palomera presentava El segrest de l’habitatge – Il sequestro della casa (Pòrtic, 2025). Il libro non si limita a tracciare le cause che hanno portato a una società di inquilinə sempre più poverə e chi vive di rendita degli affitti sempre più ricchi, ma propone anche una via d’uscita. Ricercatore e cofondatore dell’Istituto di Ricerca Urbana di Barcellona (IDRA), Palomera sottolinea che, di fronte all’attuale panorama, perfino il padre del liberalismo economico, Adam Smith, si rivolterebbe nella tomba. Parliamo con lui delle cause che hanno trasformato l’abitazione in un prodotto finanziario e delle proposte per renderla un vero diritto. Cosa ha permesso la costruzione di un quadro culturale che normalizza il business dell’abitare? La società dei proprietari si basava inizialmente sull’idea che tutti potessero avere una proprietà. Si attribuisce a Franco la frase: «Un proprietario in più, un comunista in meno», perché si immaginava questa società anche come forma di controllo sociale, per rendere le persone meno ribelli. Ma non ha funzionato fino in fondo: molti proprietari hanno organizzato il più grande movimento operaio d’Europa negli anni ’70. La dittatura non diceva solo che saresti diventato proprietario, ma che ti saresti arricchito: «Assicurati una plusvalenza per il futuro». Si promosse una cultura della proprietà e dell’arricchimento col suolo. Molte famiglie operaie divennero proprietarie di alloggi popolari. Ma il modello aveva un problema intrinseco: se tutti possiedono un bene il cui prezzo sale sempre, arriverà il momento in cui chi non ha nulla non potrà più accedervi. Cosa rappresentava la casa di proprietà per la classe lavoratrice? Ancora oggi, la maggior parte della società è proprietaria perché ereditiamo quel modello iniziato negli anni ’50. Per la gente lavoratrice, la casa è spesso l’unica fonte di ricchezza per generazioni. A Ciutat Meridiana, il quartiere più povero di Barcellona, un vicino mi raccontò che, dopo aver vissuto in baracche, il padre comprò un piccolo appartamento. Entrando, disse: «Ora, figli miei, se volete fare i bisogni in mezzo al soggiorno, potete farlo, perché non verrà nessun signorotto a dirmi nulla». Venivano da un cortijo [una fattoria, ndt] del sud della Spagna e avere una proprietà era sinonimo di libertà. La proprietà può anche generare disuguaglianza, ma per chi non ha mai avuto nulla, è la sola fonte di ricchezza. Il punto è che oggi la situazione è come una partita a Monopoly: chi ha case ne compra altre, chi non ne ha paga affitti e non può risparmiare per acquistare. Foto di Victor Serri La disuguaglianza in questo “Monopoly” è aumentata con la crisi del 2008? Lo Stato ha agito deliberatamente, indebitandoci, affinché il prezzo delle case non scendesse. I fondi d’investimento hanno avuto un ruolo cruciale, potendo indebitarsi per investire. Lo Stato ha steso loro il tappeto rosso con incentivi fiscali. La crisi è stata una catastrofe sociale ma anche l’inizio di un nuovo paradigma: la società dei proprietari si sta rompendo sia in alto che in basso. Chi possedeva, ora possiede di più; la terza generazione potrà esserlo solo per eredità. Il problema abitativo ha ricevuto più attenzione perché ha iniziato a colpire anche la classe media? Viviamo in una società sempre più neofeudale: non conta più il merito, ma dove sei nato e cosa erediti. Inizialmente la crisi colpì lavoratorə con redditi bassi e senza cuscinetti. Oggi, moltə giovani crescono passando da un affitto all’altro. E i loro genitori o nonnə erano proprietarə o avevano affitti stabili. È il risultato delle politiche neoliberali implementate anche in Spagna da ministri come Boyer e Solchaga. E anche chi crea opinione pubblica (giornalistə, politicə, opinionistə) si percepisce come classe media. Economisti, lobby immobiliari e media ripetono che è un problema di offerta. Perché questa logica non vale per l’abitazione? Dire che i prezzi salgono per la domanda è come dire che un aereo cade per la gravità. Non si capisce il funzionamento del mercato immobiliare. Storicamente, i periodi di maggiore costruzione hanno coinciso con le maggiori impennate di prezzo. Il suolo è scarso e dove c’è attività economica, i prezzi salgono più dei salari. I proprietari del suolo hanno posizioni monopolistiche, diversamente da un mercato competitivo. Inoltre, la domanda non viene solo da chi cerca casa, ma anche dagli investitori internazionali. È la tempesta perfetta. Nel libro rivendichi il termine “redditiere”. Perché? Parlo del rentismo come sistema che genera disuguaglianza e prosciuga l’economia produttiva. Adam Smith già lo denunciava: i proprietari del suolo si arricchiscono mentre dormono. Una famiglia che eredita un paio di appartamenti e integra le entrate non è un redditiere, non vive di reddito degli affitti. Redditiere è chi vive principalmente di rendite degli affitti. Non si può equiparare chi affitta un appartamento e chi compra decine di immobili per trarne profitto. Il conflitto è con i ricchi, non tra vicini. Foto di Victor Serri Eppure con due appartamenti in affitto si può vivere come moltə lavoratorə… Questi influencer vendono fumo. Promettono rendite con piccoli investimenti in quartieri popolari, ma spesso hanno dietro genitori garanti. I dati fiscali lo dimostrano: meno del 10% ha rendite da affitto e chi realmente vive di rendite è una minoranza potente. Per chi guadagna oltre 600.000 euro all’anno, il 35% del reddito proviene dagli affitti. È un sistema a somma zero: ogni casa acquistata da un redditiere è una casa in meno per te e per me. Quindi, dopo anni di lotte per regolare i prezzi degli affitti, ora bisogna abbassarli? Abbiamo lottato per la regolazione dal 2017 al 2021, per fermare l’emorragia. Ma il vero problema è strutturale. Il prezzo dell’affitto è solo un sintomo. Esistono molti modi per trarre rendite da un immobile: tenerlo vuoto, affittarlo come turistico o a stagione, coliving, microappartamenti. Se chiudi una porta, l’investitore ne trova un’altra. Bisogna disincentivare l’acquisto speculativo. La via è aumentare la pressione fiscale? Sì. Bisogna aumentare le tasse sull’accaparramento di case. Al tempo stesso, si dovrebbero offrire incentivi fiscali a famiglie lavoratrici che comprano casa, ma vincolandoli a rivendite a prezzo controllato (valore d’acquisto + inflazione). La Generalitat lo sta già facendo per i giovani. È importante, perché immette case in un sistema regolato, come a Singapore. Chi possiede molte case, invece, deve essere tassato di più affinché smetta di accumularle. Finora però si è fatto il contrario, si è incentivato l’accaparramento Esatto. È uno dei mercati più manipolati dallo Stato, malgrado ci raccontino la favola del “libero mercato”. Esistono molti aiuti per chi già possiede immobili. La classe lavoratrice paga più tasse per comprare casa di quanto paghi un fondo per investire in affitti. Il sistema fiscale è disegnato per favorire chi fa salire i prezzi. Foto di Victor Serri In generale, si premiano i redditieri invece di penalizzarne gli abusi? Sì. Lo Stato continua a ragionare in ottica neoliberale: si premiano i comportamenti “buoni” con incentivi, ma si evita di penalizzare. È falso che dare benefici fiscali ai grandi proprietari aumenti l’offerta o abbassi i prezzi. Lo dice la scienza. E le politiche di aiuto gl3 inquilin3? Alla fine, sono aiuti che finiscono nelle tasche dei redditieri. Anche se con le migliori intenzioni, si tratta di trasferimenti verso chi vive di rendita. Meglio penalizzare fiscalmente gli usi speculativi del suolo. Aumentare le tasse su chi accaparra e aiutare chi non ha casa a comprarne una. Se non fermiamo l’accaparramento, la ricchezza continuerà a concentrarsi verso l’alto. Alcuni Paesi, come Singapore, lo stanno già facendo. I redditieri si oppongono ai contratti di affitto a tempo indeterminato. Ma fino al 1985 esistevano. Sono una misura fondamentale? Sì, è fondamentale. Chi vivrà in affitto per tutta la vita ha bisogno di stabilità. Servono contratti a tempo indeterminato, come già avviene in sette Paesi europei. Ma da soli non bastano per fermare l’accaparramento. I governi vantano la costruzione di edilizia pubblica, ma in Catalunya un quarto della popolazione perderà la protezione entro sette anni. Dovremmo preoccuparci anche della gestione? L’edilizia pubblica è ancora marginale e in gran parte è stata privatizzata. Dopo Thatcher, il consenso era che l’alloggio pubblico dovesse essere residuale. Ora la Generalitat propone 50.000 alloggi protetti, ma è come gettare secchiate d’acqua su un incendio. La lobby dice che la soluzione è costruire più edilizia pubblica. È vero? I ricchi lo dicono perché sanno che non disturberà il loro potere. Per cambiare la situazione, serve sì costruire edilizia pubblica, ma soprattutto cambiare le regole del gioco. Bisogna aumentare le tasse sull’accaparramento di immobili. Vienna iniziò nel 1917, Singapore nel 1960. È vero che Vienna ha costruito per un secolo, ma il primo passo fu tassare pesantemente i grandi proprietari, riducendo così i profitti e facilitando gli acquisti pubblici di suolo. Immagini di copertina e nell’articolo di Victor Serri, manifestazione per il diritto all’abitare, 5 aprile 2025, Barcellona Pubblicato su directa.cat, traduzione in italiano a cura dell’autore per DINAMOpress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress abbiamo attivato una nuova raccolta fondi diretta. Vi chiediamo di donare tramite paypal direttamente sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La casa è un diritto, non un prodotto finanziario: intervista a Jaime Palomera proviene da DINAMOpress.