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Belgio: manifestazioni contro i tagli all’istruzione represse brutalmente dalla Polizia
Tra il 4 e il 9 giugno migliaia di studenti, genitori e insegnanti hanno protestato davanti al Parlamento della Federazione Vallonia-Bruxelles in concomitanza dell’approvazione di un decreto di bilancio secondo il quale le scuole francofone subiranno un pesante piano di austerità che andrà incidere su un sistema scolastico già in difficoltà per la scarsità di finanziamenti e di insegnanti, a fronte di un aumento considerevole di studenti e studentesse. L’architettura istituzionale del Belgio è caratterizzata da una struttura federale che gestisce in maniera differente le scuole fiamminghe, germanofone e francofone. Queste ultime sono al momento gestite da un governo di centrodestra che sta riformando in profondità lo Stato sociale con lo scopo di ridurre il più possibile la spesa pubblica. Nel decreto su citato – approvato nonostante le numerose proteste delle opposizioni sia dentro che fuori le istituzioni – è previsto per gli insegnanti dell’ultimo ciclo della scuola secondaria un considerevole aumento del carico di lavoro senza un corrispettivo aumento dei salari e una revisione peggiorativa del diritto alle assenze per malattia. Per studenti e studentesse è invece previsto un aumento delle tasse universitarie e una diminuzione delle agevolazioni per i pasti e per l’acquisto di materiale scolastico. Di fronte a questa situazione incresciosa gli insegnanti si sono organizzati nel collettivo Mars Attacks, che è cresciuto fino ad includere circa 400 scuole e a cui presto si sono unite anche studentesse e studenti. Tale reazione vigorosa alla diminuzione dei propri diritti ha spinto anche i genitori ad unirsi alla lotta attraverso l’istituzione di Parents Attack, collettivo di supporto alle proteste dei propri figli e delle proprie figlie che non solo vedono minacciato il proprio futuro ma anche le fondamenta stesse di uno Stato democratico. Preoccupazioni dimostratesi del tutto pertinenti alla situazione viste le violenze perpetrate dalla Polizia durante la manifestazione di fronte al Parlamento. Secondo molte testimonianze, un numero imprecisato di manifestanti è stato manganellato e insultato nonostante il loro atteggiamento pacifico. Sono stati inoltre segnalati accerchiamenti, l’utilizzo di cani poliziotto senza museruola e – dettaglio inquietante riportato da esponenti sindacali e delle associazione per la difesa dei diritti umani – agenti della Polizia con simboli riconducibili all’ambiente neonazista. Per di più la maggior parte degli studenti arrestati appartengono a minoranze etniche, ossia quella parte della popolazione studentesca che maggiormente soffre la discriminazione e il taglio delle spese sociali. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università non possiamo non condannare questa brutale repressione di cittadini e cittadine che manifestano pacificamente per la difesa dei propri diritti e per la democrazia. Soprattutto non possiamo chiudere gli occhi di fronte a un fatto grave accaduto nel cuore dell’Europa e che ci fa vedere chiaramente come repressione e compressione dei diritti non sia solo un problema del nostro Paese. Fonte: https://comune-info.net/gessetti-colorati-e-lacrimogeni-contro-i-marziani/ Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Danimarca e difesa: l’impatto della normalizzazione militare sul prolungamento della leva
Undici mesi di servizio militare. Come in buona parte deiPaesi del Nord Europa, anche la Danimarca, governata dalla socialista Mette Frederiksen, procede con la “normalizzazione” della guerra, a partire dall’estensione della leva militare, precedentemente durava 4 mesi. Per ora riguarderà solo i volontari – maschi e femmine – che nei primi cinque mesi riceveranno un’istruzione militare di base e, successivamente, seguiranno percorsi di specializzazione. In alcuni casi, per esempio per le unità cyber, il periodo di ferma complessivo sarà di dodici mesi e verrà dedicato alla formazione tecnica e alle esercitazioni pratiche in risposta a possibili attacchi. In questa prima fase le “porte delle caserme” saranno aperte a circa 1.600 persone, collocate nei tre rami delle forze armate (esercito, aeronautica e marina). Quando, fra meno di dieci anni, la formula diventerà obbligatoria (la selezione probabilmente avverrà mediante sorteggio) il numero delle/degli interessate/i dovrebbe superare le 6.000 unità. Due le motivazioni principali alla base di questo mutamento delle tradizionali linee guida seguite dalla Danimarca rispetto ai problemi della difesa, che, ricordiamo, fa parte della NATO. Da un lato le conseguenze del conflitto in Ucraina e le preoccupazioni per eventuali politiche espansioniste della Russia; dall’altro le accuse più volte espresse da Trump rispetto alla Groenlandia, un territorio ricco di risorse che la Danimarca, secondo il presidente USA, non sarebbe in grado di difendere, ovviamente dalle mire della Russia. A conferma di un tale radicale cambio di rotta, nella “Giornata della Difesa” (Forsvarets Dag), durante la quale obbligatoriamente i giovani diciottenni svolgono test fisici e psicologici per valutare l’idoneità al servizio militare, si prevede un raddoppio dei partecipanti, da 35.000 a 70.000. In sostanza, nonostante storicamente non abbia mai funzionato, l’idea che se vuoi la pace devi preparare la guerra conquista, purtroppo, sempre più proseliti. Nino De Cristofaro, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La guerre dans la tête. Contre la bellicisation de la pensée
PAR DAVIDE BORRELLI, PROFESSEUR DE SOCIOLOGIE DES PROCESSUS CULTURELS ET COMMUNICATIONNELS À L’UNIVERSITÉ « SUOR ORSOLA BENINCASA » DE NAPLES ; PUBLIÉ LE 26 JUIN 2026 SUR WWW.ZENODO.ORG SOUS LICENCE COPYLEFT. Abstract Aujourd'hui, l'Europe semble ne plus parler que le langage du réarmement ; elle a « la guerre dans la tête ». La diplomatie s'est tue, la politique s'efface, et l'urgence militaire façonne désormais le discours public. Cet ouvrage dénonce la « bellicisation » de notre société — c'est-à-dire l'imprégnation de la logique de la guerre dans notre imaginaire et notre conscience collectifs — en montrant comment celle-ci reconfigure nos perceptions, nos relations et notre vie politique. À travers une analyse socioculturelle, il met au jour la normalisation de la guerre comme réponse automatique aux crises mondiales. Il montre également comment le langage et les récits militarisés déforment la réalité et affaiblissent l'esprit critique. L'Europe, autrefois conçue comme un projet de paix, se transforme progressivement en une forteresse, non seulement sur le plan matériel, mais aussi sur le plan symbolique. À une époque marquée par une désensibilisation croissante face à la menace des conflits et par l'exaltation de la « résilience » comme vertu militaire, ce livre lance un appel radical : désarmer notre langage afin de reconstruire une anthropologie du vivre-ensemble. Contre ceux qui érigent les « vertus guerrières » en fondement de la cohésion sociale, il plaide pour une réévaluation urgente de notre avenir, fondée sur la douceur des justes, l'ouverture à l'autre et le rejet absolu de la guerre. * Introduction * Vers une gouvernementalité de guerre * L’Europe forteresse * Nous-mêmes comme ennemis * Une occasion perdue, une possibilité à redécouvrir * Le soin de la paix * De la personne au rôle : la guerre comme machine d’anéantissement symbolique * Normaliser la guerre pour gouverner l’instabilité * Les pièges de la « dé-terrence » * La banalisation de la guerre et le nouvel « esprit » de l’Europe * La bellicisation du discours : une analyse culturelle * La fin d’une certaine illusion ? Bellicisation et mythe de la civilisation occidentale * Guerre des mots contre les outsiders * L’université de la paix et l’art des relations humaines : la leçon de Virginia Woolf * L’université de la guerre * La nouvelle école militariste * Résilience : de vertu économique à vertu militaire * Armons-nous et partez ! Les intellectuels qui restent à l’arrière * La puissance du neutre : pour une politique d’équiproximité * La couleur du blé : pour une pédagogie de la paix * De quoi est faite la paix : de la tolérance au désir * L’éthique silencieuse des justes * Critique et clinique : désarmer le discours, prendre soin du monde * Faire la sourde oreille (fare orecchie da mercante): du réalisme capitaliste au réalisme belliciste * L’agenda planétaire : dépasser la scission du vivant Introduction Celui qui découvre avec bonheur une étymologie… Celui qui préfère que les autres aient raison. Tous ceux-là, qui s’ignorent, sauvent le monde. (Jorge Luis Borges, « Les Justes », 1981) S’il fallait du sang à tout prix, offrez donc le vôtre, si tel est votre désir. (Ivano Fossati, Il disertore, 1992) Jusqu’à ce que nous pensions détenir le monopole du « bien », jusqu’à ce que nous parlions de notre civilisation comme de la seule civilisation, en ignorant toutes les autres, nous ne sommes pas sur la bonne voie. (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002) « J’ai attrapé la guerre dans ma tête. Elle est enfermée dans ma tête ». Avec ces mots, l’écrivain maudit par excellence Louis‑Ferdinand Céline (1934, p. 3) décrivait les effets de son expérience personnelle de la guerre, à partir du moment où, jeune cuirassier, il fut grièvement blessé à l’oreille pendant la Première Guerre mondiale. À en juger par la manière dont l’Europe a réagi à l’agression russe contre l’Ukraine, aux dérives génocidaires d’Israël à Gaza et, plus récemment, à l’escalade au Moyen‑Orient, le Vieux Continent semble avoir définitivement perdu la capacité d’imaginer des solutions échappant à la logique militaire. Dans le cas de l’Ukraine, il a presque exclusivement parié sur le soutien militaire ; à Gaza, il a longtemps toléré ce qu’il disait déplorer ; et face aux frappes israéliennes et américaines contre l’Iran, il a paru davantage préoccupé par les conséquences économiques que par le respect du droit international. Les dirigeants européens ont même adopté une posture à la Ponce Pilate, s’en lavant les mains et allant, dans certains cas, jusqu’à déclarer qu’ils ne partageaient pas ces agressions, sans pour autant les condamner. Si Céline décrivait la guerre comme une obsession qui s’installe dans la conscience individuelle, on pourrait aujourd’hui dire que l’Europe elle‑même a « attrapé la guerre dans sa tête ». Pour reprendre une expression imagée du dialecte napolitain, notre communauté politique semble désormais souffrir d’un véritable syndrome de la guerra ’n capa[1] — c’est‑à‑dire d’une « guerre dans la tête ». Ce livre soutient que l’Europe connaît aujourd’hui un processus de bellicisation discursive et psychopolitique : un processus dans lequel la guerre n’est plus seulement un événement possible, mais devient l’horizon organisateur de la pensée. Dans ce cadre, la « guerre dans la tête » ne renvoie pas seulement à l’état psychologique d’un individu, mais surtout à une transformation collective, par laquelle la vie politique et le sens commun se réorganisent autour de l’anticipation et de la normalisation du conflit. En définitive, ce livre ne prétend pas proposer une théorie générale des guerres contemporaines, mais une généalogie des conditions culturelles qui rendent possible leur normalisation. L’obsession pour la guerre se reflète également dans des choix symboliques apparemment marginaux, mais qui se révèlent emblématiques du climat culturel que nous vivons. Ainsi, prenons l’exemple du président de la région du Piémont qui, la veille de la Journée de la Libération en Italie (25 avril 2025), a rendu hommage aux Alpini (l’infanterie de montagne) tombés en Russie pendant la Seconde Guerre mondiale, en affirmant qu’ils s’étaient sacrifiés « pour notre liberté ». C’est, pour le moins, une affirmation surprenante, car elle réinterprète une campagne militaire d’agression lancée par Mussolini et Hitler comme une défense héroïque des valeurs démocratiques. C’est précisément ce qui arrive lorsqu’une société a la guerra ’n capa. Depuis quelque temps, l’Union européenne semble en proie à une véritable ivresse belliciste. La menace d’une attaque russe, réelle ou supposée, monopolise le débat public et oriente une part croissante des décisions politiques. Pourtant, alors qu’elle condamne fermement Poutine, l’Europe reste largement passive face aux massacres à Gaza. Cela se manifeste notamment par l’incapacité de l’UE à obtenir le consensus nécessaire pour suspendre l’accord d’association UE‑Israël (2000), en raison des veto opposés principalement par l’Allemagne et l’Italie. Mais l’Europe a aussi la guerre dans la tête, car elle semble vouloir relancer une économie stagnante en réorientant les investissements des infrastructures civiles vers les infrastructures militaires. Pire encore, elle détourne des Fonds de cohésion — destinés à réduire les disparités régionales entre les États membres — au profit de l’industrie de l’armement, et se plie aux diktats de Trump, allant jusqu’à se résigner à financer l’industrie américaine dans le cadre de l’initiative PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) promue par l’OTAN. Et surtout, l’Europe a la guerre dans la tête parce qu’elle s’emploie désormais par tous les moyens à la normaliser, à en faire une option acceptable parmi d’autres. Elle le fait, par exemple, en promouvant, à travers ses programmes éducatifs, une véritable culture de la guerre — une mentalité qui érige l’usage de la force face aux défis présentés comme existentiels. Elle pousse ainsi l’opinion publique et les institutions à considérer la guerre comme une composante normale de l’ordre géopolitique et des mécanismes de sécurité des États membres. Il ne s’agit plus seulement d’une réponse militaire, mais d’une transformation profonde de notre manière d’habiter le monde et de le penser. Face à de telles politiques, qui visent à nous mithridatiser en nous accoutumant à la guerre, on mesure combien nous nous sommes éloignés de l’esprit même de l’UNESCO, jusqu’à en inverser le principe fondateur, selon la formule inaugurale de l’Organisation : « Les guerres prenant naissance dans l’esprit des hommes, c’est dans l’esprit des hommes que doivent être élevées les défenses de la paix ». Nous vivons sans aucun doute dans un monde traversé par des tensions internationales profondes, dont certaines, nous autres Européens, avons contribué à les alimenter par intérêt, par aveuglement ou tout simplement par lâcheté. Même à supposer que la menace russe soit réelle et que les angoisses européennes soient justifiées, nous avons le devoir de scruter la manière dont cet état d’alerte s’intériorise et se traduit en choix politiques, culturels, symboliques et discursifs. Il y a en effet une autre raison de dire que la « guerre dans la tête » exprime notre condition actuelle d’Européens au bord de l’épuisement nerveux. L’obsession de la guerre est une idée fixe. Elle nous tenaille, colonise la conscience publique, s’arroge une priorité absolue. Elle exige une attention exclusive et relègue toute autre préoccupation au second plan. Dans le dialecte napolitain, avoir la guerra ’n capa est également utilisé pour décrire un état de profonde fracture intérieure — une guerre, en effet, entre des impulsions opposées, entre une pensée et son contraire. On en trouve un symptôme typique dans le fait d’avoir longtemps annoncé l’effondrement militaire imminent de la Russie en raison de son infériorité supposée, puis, soudain, au mépris du principe de non-contradiction — selon lequel une proposition ne peut être à la fois vraie et fausse au gré des circonstances —, de se lancer dans une course effrénée au réarmement par crainte d’une invasion russe. La même schizophrénie se retrouve dans l’attitude adoptée face au massacre des civils palestiniens, qu’Israël poursuit pratiquement sans entrave. Alors même que l’Europe se réclame des droits de l’homme et que certains gouvernements vont jusqu’à annoncer leur intention de reconnaître l’État de Palestine, elle continue à fournir des armes à Israël et à lui garantir une couverture politique et juridique, au motif qu’il ferait, au fond, le « sale boulot » pour notre compte, comme l’a reconnu sans détour le chancelier allemand Friedrich Merz. De tels paradoxes révèlent une contradiction béante, ce qui est emblématique de la guerre dans la tête. Le discours dominant sur la guerre entre en contradiction avec l’image édifiante que nous cultivons de nous-mêmes et avec les valeurs mêmes sur lesquelles nous prétendons fonder notre identité démocratique et civique. Il y a manifestement, dans cette attitude, quelque chose de pathologique sur le plan psychopolitique. Elle est aussi le symptôme tangible d’une modernité devenue émotionnellement « explosive » (Illouz 2024), dont plusieurs caractéristiques institutionnelles entrent de plus en plus en tension, produisant chez les individus des contradictions et des tensions profondes. L’anxiété, la frustration et la peur collective qui en résultent se reflètent et s’amplifient au niveau politique, alimentant un cercle vicieux qui pervertit les décisions politiques et la hiérarchie des priorités collectives. La fixation paranoïaque sur le réarmement découle ainsi d’une tension profonde entre deux logiques antagonistes : d’une part, une gouvernementalité de guerre émergente ; d’autre part, la prétendue culture européenne du dialogue et de la paix. La guerra ’n capa fonctionne comme une véritable mise en abyme : une expressionsi chargée de sens qu’elle produit un vertige conceptuel, au point de nous mettre, nous aussi, la guerre dans la tête. Elle reflète l’image d’un continent marqué par des tensions profondes, suspendu entre ce qu’il craint, ce contre quoi il déclare se défendre, et ce qu’il est en train de devenir — peut‑être sans l’avoir jamais choisi consciemment ou démocratiquement. C’est précisément cette dérive — silencieuse, inexorable et continue, comme la métaphore classique de la grenouille qu’on fait bouillir à petit feu — que ce livre entend soumettre à la critique. Il ne s’agit pas ici de savoir si la guerre ou le réarmement sont moralement justifiés ou politiquement efficaces. Ce livre porte sur le glissement qui convertit progressivement les questions politiques et diplomatiques en questions exclusivement militaires. Contre la narration hégémonique qui présente le réarmement comme inévitable et cherche à nous enfermer dans un horizon défini par une tension permanente, il n’est pas inutile de rappeler l’œuvre fondamentale du pionnier de la recherche sur la paix, Johan Galtung, There are Alternatives! Four Roads to Peace and Security (1984). Son message est simple et puissant : même les conflits qui paraissent sans issue laissent toujours ouverte la possibilité — et, dirions-nous, la nécessité — d’imaginer une autre issue. Il s’agit là d’une affirmation de principe qui tranche avec la philosophie dominante de notre temps, condensée dans la formule de Margaret Thatcher : « There is no alternative ». Qu’il s’agisse de rationalité économique ou de rationalité guerrière, l’effet est le même : la fermeture de l’imagination politique au nom d’une nécessité supposée. Au sommet de la Guerre froide, Galtung a souligné que les conflits présentés comme inévitables dissimulaient souvent les stratégies géopolitiques des superpuissances, qui ont délibérément favorisé des guerres par procuration et des guerres d’usure afin de fragiliser leurs rivaux. Dans une réflexion d’une remarquable clairvoyance, Galtung (1984) suggère que les grandes puissances peuvent avoir un intérêt stratégique à empêcher certains conflits de trouver une issue. Au lieu de se confronter directement, elles peuvent externaliser les coûts et les risques de la rivalité géopolitique en soutenant ou en favorisant même des conflits parmi des États alliés de moindre importance, les transformant ainsi en arènes de confrontation par procuration. On peut considérer le conflit ukrainien comme une version actualisée de cette stratégie éprouvée héritée de la guerre froide. Au lieu d’externaliser les coûts de la rivalité géopolitique en les partageant avec des alliés européens, le conflit semble aussi créer des opportunités pour les États‑Unis de retirer des avantages économiques et stratégiques d’une situation d’urgence militaire provoquée — ou laissée sciemment dégénérer. Contrairement aux interventions militaires à grande échelle que Washington a menées directement durant les deux décennies précédentes et qui se sont avérées extrêmement coûteuses et de plus en plus insoutenables, ce schéma déplace une part importante des coûts économiques et politiques sur ses alliés tout en préservant de nombreux avantages stratégiques. Le défi militaire lancé à la Russie — que les États‑Unis très endettés cherchent désormais à transférer sur les épaules de l’Europe — représente, pour Washington, une opportunité unique de récentralisation des capitaux, de redressement économique et de rééquilibrage de sa balance des paiements (Brancaccio, Giammetti et Lucarelli 2022). Du point de vue de l’Europe, la fascination aussi empressée que parfaitement résistible de l’Europe pour le réarmementrappelle l’attitude imprudente de celui qui s’éprend de la corde destinée à le pendre. Les États-Unis bénéficient économiquement en vendant aux Européens les armes nécessaires pour transformer l’Ukraine en un « porc-épic d’acier » inattaquable (pour reprendre l’expression d’Ursula von der Leyen). Pour l’Europe, le risque bien réel de nous mettre la guerre dans la tête est de nous retrouver bientôt avec des armes hors de prix sur l’estomac. La façon méprisante dont Trump se sent autorisé à traiter les dirigeants européens — y compris la prétendue « bâtisseuse de ponts » Giorgia Meloni — ne découle pas seulement de sa conception impérialiste des relations internationales, mais aussi de la posture servile que l’Europe ne cesse d’adopter vis-à-vis des intérêts stratégiques américains. En ce sens, l’avertissement de Kant demeure d’une brûlante actualité : « Si tu te fais ver de terre, ne te surprends pas si on t’écrase avec le pied » (1797). Notre propos ne porte pas, en tout état de cause, sur le cadre économique et géopolitique du conflit russo-ukrainien. Plus précisément, il concerne le réarmement culturel et communicationnel, autrement dit la « bellicisation » du discours public et du sens commun, activement promue par des leaders d’opinion et des intellectuels influents, avec une insistance et une force de persuasion toujours plus grandes. C’est, à nos yeux, le trait caractéristique de la transformation culturelle en cours : notre propre « guerre dans la tête ». Nous ne parlons pas de la guerre comme conflit armé concret, ni de ses horreurs et de ses ravages ; nous n’entendons pas davantage aborder la question géopolitique de savoir si le réarmement européen pourrait constituer le premier noyau d’une conscience politique européenne. Au contraire, et afin d’éviter tout malentendu, affirmons-le d’emblée : si les Européens veulent réellement parvenir à une union politique véritable et efficace, ce projet doit s’appuyer sur un ensemble d’institutions communes aux États membres, telles qu’une politique étrangère commune, une dette européennecommune, un cadre fiscal unifié et des systèmes harmonisés de santé et de protection sociale. Seule une telle base pourrait permettre à un système de défense européen intégré et interopérable d’acquérir un sens véritablement politique. Sans ces infrastructures européennes communes, l’Europe risque de passer directement d’une union de marché à une union militaire, voire du welfare au warfare, sans jamais devenir une vraie communauté politique. Cependant, ce ne sont pas ces problèmes purement politiques que notre livre cherche à traiter. Il propose une analyse médiologique et culturelle plutôt qu’une approche géopolitique (voir Bennato, Farci et Fiorentino 2023) : elle met l’accent sur le rôle des leaders d’opinion plutôt que sur des décisions gouvernementales spécifiques, et sur les discours qui façonnent le sens commun plutôt que sur des lignes d’action concrètes et des programmes militaires. Nous visons spécifiquement à dénoncer le réarmement des mots et des esprits plutôt que celui des missiles et des drones. En d’autres termes, nous cherchons à analyser et à critiquer ce que nous définissons comme la « bellicisation discursive de la société » : une transformation activement et obstinément poursuivie de nos manières de penser et d’agir, afin de les mettre au service d’un ordre social armé culminant dans une véritable mentalité guerrière. Un exemple significatif est la première déclaration de Mark Rutte en tant que Secrétaire général de l’OTAN, le 15 janvier 2025. Il a affirmé que bien que la préparation militaire de l’OTAN ait augmenté, elle reste insuffisante pour faire face aux menaces anticipées sur les quatre à cinq prochaines années : « Pour prévenir la guerre, nous devons la préparer. Il est temps de passer à un état d’esprit de guerre (wartime mindset), ce qui signifie que nous devons rendre nos défenses encore plus fortes, en dépensant davantage pour la défense et en produisant des capacités de défense plus nombreuses et de meilleure qualité ». Du point de vue de Rutte, un passage urgent vers un état d’esprit de guerre est requis — c’est‑à‑dire l’adoption d’une véritable pédagogie belliciste, soutenue par des maîtres à penser et des intellectuels organiques prêts à la mettre en pratique. Cela fournit une illustration convaincante de ce que nous appelons la « bellicisation de la société », un terme que nous utilisons pour indiquer non seulement la militarisation des institutions, mais une réorientation culturelle et cognitive plus profonde vers la normalisation et l’anticipation de la guerre comme horizon structurant de la vie sociale. Nous reviendrons ensuite sur le rôle et la responsabilité des intellectuels. Pour l’instant, il est approprié d’examiner les raisons de la fièvre guerrière qui gagne le Vieux Continent. [1] Dans le dialecte napolitain, l’expression « ’a guerra ’n capa » (littéralement, « la guerre dans la tête ») désigne un état de profonde agitation psychique marqué par un conflit intérieur, où des impulsions opposées et des pensées contradictoires luttent pour s’imposer, empêchant la personne de parvenir à une décision ferme. Par extension, l’expression fait également allusion à la fixation obsessive sur un problème, une idée ou un dessein, au point de monopoliser l’attention. Avoir « ’a guerra ’n capa » évoque ainsi un esprit assiégé par des pensées intrusives qui alimentent un état persistant d’inquiétude et de tourment. En ce sens, l’expression ne renvoie pas uniquement à un conflit intérieur, mais aussi à une forme d’occupation de la conscience par une logique qui finit par gouverner la perception et le jugement. Download Pdf de prof. Davide Borrelli ici. Davide Borrelli_La guerre dans la tête_2026Download NOUS TENONS À REMERCIER LE PROFESSEUR DAVIDE BORRELLI POUR SES TRAVAUX INTÉRESSANTS SUR LA MILITARISATION DES ÉCOLES, DES UNIVERSITÉS ET DE LA SOCIÉTÉ CIVILE, DANS LESQUELS L’OBSERVATOIRE CONTRE LA MILITARISATION DES ÉCOLES ET DES UNIVERSITÉS A ÉGALEMENT ÉTÉ CITÉ. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Francia: dalle discussioni informali in sala insegnanti alla campagna nazionale. Chi vuole la pace, prepara la pace.
Anche in Francia insegnanti e genitori si mobilitano contro la guerra. È quanto accaduto alla scuola media “Jean Lolive” di Pantin, nella provincia di Seine – Saint-Denis (nell’Île de France, stessa regione di Parigi), dove a maggio è stata lanciata la campagna “École contre la guerre“. Su iniziativa del personale scolastico e dei genitori degli alunni di quella scuola, con il sostegno dei rappresentanti sindacali dell’Istruzione si è svolta un’affollata assemblea che ha visto la rappresentanza di 14 istituti scolastici della provincia. È durante l’incontro che si è deciso di condividere l’appello per trasformarlo in una petizione. Come denuncia l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, il ritorno della leva, in qualsivoglia forma e definizione (incluso quindi tutte le misure volte ad aumentare gli arruolamenti volontari), appare come un fenomeno strutturale europeo e, in tutta Europa, passa attraverso la militarizzazione delle scuole. Oltre a quanto mostrano la campagna de La conoscenza non marcia, le ricerche dell’Osservatorio e le stesse narrazioni delle varie istituzioni, ora anche questa notizia francese arriva a conferma che la “difesa” europea si è di fatto sostituita all’impegno green, dai fondi di investimento fino ai banchi di scuola. Riportiamo qui alcuni dei contenuti della petizione e le parole di un docente francese (clicca qui per visionare e firmare il testo completo della petizione). > «Non lasceremo sensibilizzare i nostri studenti alle questioni relative alla > difesa al fine di un riarmo morale della popolazione e in particolare dei > giovani». È dall’inizio dell’anno scolastico che il personale docente e non docente, discute della crescente militarizzazione della società in generale e della scuola in particolare. All’unisono denunciano questa militarizzazione messa in atto da Emmanuel Macron. Durante le assemblee sindacali hanno denunciato la necessità di fermare queste collaborazioni e questi moduli di propaganda, così come i corsi di difesa, i raduni civici, i libretti didattici che servono solo a catturare i giovani. Le e i firmatari chiedono fermamente che vengano sospesi sia la legge Blanchet, una legge ad hoc per militarizzare le scuole, in quanto volta a «rafforzare l’insegnamento della difesa nazionale nell’ambito del percorso di cittadinanza», sia l’aggiornamento della legge di programmazione militare che aggiungerebbe 36 miliardi di euro ai 432 già previsti per 2026-2030 a sostegno del riarmo. > «Questi dispositivi propagandistici mirano a distruggere la Scuola nelle sue > fondamenta, trasformandola in un luogo di indottrinamento. Laddove invece le > nostre professioni mirano a trasmettere le conoscenze e le competenze delle > nostre discipline, a stimolare lo spirito critico e la capacità di > riflessione». «Prima delle vacanze, con una mozione approvata all’unanimità e poi ripresa dal Consiglio di Istituto, abbiamo chiesto l’abbandono della legge Blanchet», dice un docente della scuola media Jean Lolive di Pantin e aggiunge: «Se dovesse essere approvata, non la applicheremo». Denunciano che malgrado molti e molte insegnanti abbiano manifestato contro il genocidio a Gaza, i sanguinosi attacchi di Trump in Iran, la guerra di Israele in Libano, la propaganda bellica dilaga e si è fatta più intesa. «Il governo e la presidenza della Repubblica intendono fare di noi, della scuola, «punti di riferimento per i giovani» a favore dell’esercito», scrivono le e gli insegnanti, che indicano come il militarismo serva anche a minare i diritti. L’aggiornamento della legge di programmazione militare poi prevede la possibilità di derogare alle norme in caso di “minaccia grave e attuale” – una formulazione ampia e vaga che consente ogni tipo di abuso. Come se non bastasse, le misure attuali vengono attuate a scapito delle ore di lezione. «Sono inoltre concepite per dividere la categoria. Tutti noi subiamo la precarietà delle nostre professioni, a causa della mancata rivalutazione dei nostri stipendi sotto E. Macron e, prima di lui, sotto F. Hollande, N. Sarkozy, J. Chirac e compagnia. Alcuni colleghi, per mancanza di denaro, accettano questi «progetti», non per ideologia, ma per necessità», continua il collega. > «Insomma, vogliamo insegnare. Vogliamo ore di lezione per le nostre materie. > Vogliamo che il numero di alunni per classe sia limitato. Come insegnanti, > assistenti sociali, infermieri e medici scolastici, non ce la facciamo più. > Vogliamo porre fine a questa politica di armamento che sta distruggendo i > nostri servizi pubblici». > «Chi vuole la pace, prepara la pace». Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Summit NATO ad Ankara: affari per le imprese e aumento della spesa pubblica
L’ultimo aggiornamento relativo alle spese militari conferma che Canada e Paesi UE hanno accresciuto oltre ogni previsione i propri investimenti, portando alcune nazioni ad attestarsi, nell’anno corrente, sul 3,5% del PIL.[1] Nei due giorni di summit ad Ankara non sono state superate le divisioni interne all’Alleanza Atlantica e conseguentemente il compromesso raggiunto si limita in sostanza all’aumento delle spese militari, dando vita a un insieme di commissioni per le imprese della guerra che farà lievitare gli investimenti in armi. In altri termini potremmo asserire che tale compromesso si materializzerà in un’ondata di appalti, «che aumenteranno la produzione e l’innovazione nella difesa in tutta l’Alleanza e forniranno nuove capacità per rafforzare la deterrenza e la difesa della NATO»[2]. Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, annuncia l’acquisto congiunto di aerei con e senza pilota e la modernizzazione degli apparecchi oggi in dotazione, per un giro di affari considerevole. E infatti ad Ankara non erano presenti solo alti funzionari della NATO, ministri e membri dei Governi aderenti: erano circa 100 le aziende partecipanti, a conferma che dietro ogni Riarmo si celano interessi materiali. Non per caso «governi e industria hanno annunciato nuovi importanti impegni, tra cui nuovi contratti di acquisizione per un valore superiore a 50 miliardi di euro»[3]. Il summit appena terminato pare destinato a fare storia per il carattere pragmatico che l’ha caratterizzato, se pensiamo che i colloqui si sono indirizzati prevalentemente verso la capacità produttiva dell’industria della guerra e la capacità di attrarre nuovi investimenti. A tal proposito sono significativi i 27 miliardi di € previsti per il rafforzamento delle filiere, in particolar modo quelle dell’approvvigionamento energetico. Questa scelta rappresenta l’ulteriore conferma di come sia ormai difficile, nei Paesi NATO e altrove, discernere tra civile e militare, e questo per via del collegamento sempre più stretto tra le filiere produttive e logistiche dell’industria civile e quelle del complesso militare. Del resto, anche quando parliamo di spazio, sorveglianza, automotive, aeronautica, di cantieristica navale o perfino delle banchine portuali e via dicendo, non facciamo più riferimento soltanto alle tecnologie a uso civile che sono loro proprie, bensì anche a sistemi d’arma di difesa e offesa oppure alla logistica militare. Passando oltre, la guerra in Ucraina fortemente voluta dagli USA per consumare l’economia russa in un conflitto lungo e dispendioso (e gli ultimi dati del FMI confermano il peggioramento dello stato di salute dell’economia moscovita) è comunque servita a testare le capacità di risposta della NATO e a permettere di individuare le criticità del sistema produttivo e, in particolar modo, quelle del sistema di approvvigionamento. L’UE, del resto, negli ultimi due anni ha adottato politiche atte a stimolare la produzione militare e a semplificare le procedure per il rifornimento delle scorte. Il tema russo-ucraino è stato affrontato anche nel summit e a proposito segnaliamo sia il rinnovato sostegno di Erdogan al Paese aggredito, sia l’impegno «a fornire almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina quest’anno e di nuovo il prossimo»[4]. Non vi sono novità rispetto agli impegni presi al summit precedente, quello de L’Aja, nel quale l’Italia aveva dichiarato di voler aumentare le proprie spese militari fino a «raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035»[5]. Rispetto invece al Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, in cui il Governo programmava «un incremento della spesa per la difesa in rapporto al PIL fino a 0,5 punti percentuali su base cumulata entro il 2028»[6], va (relativamente) meglio: nel summit Meloni ha pattuito un + 0,4%, a fronte di una crescita economica assai contenuta e al di sotto delle meno rosee previsioni. Una nuova conferma, questa, di come gli investimenti nel settore della Difesa in Italia siano difficili e rendano poco. Meglio così, ma nel frattempo l’economia di guerra indirizza sempre più risorse agli investimenti indispensabili per il salto tecnologico dei prodotti e delle infrastrutture militari: enormi capitali destinati alla “sicurezza”, che non viene declinata sotto forma di spese sociali e welfare ma attraverso sistemi di controllo e repressivi. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Comunicato stampa, NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/tens-of-billions-in-new-procurements-revealed-at-the-nato-summit-defence-industry-forum-in-ankara. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers. [4] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.[5] Documento di Finanza Pubblica 2026, 27 Aprile 2026, p. 108. [6] Ibidem. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Progetti di colonizzazione: dalla Valsesia in Piemonte alle sfide australiane
I luoghi in cui si stanno svolgendosi i fatti segnalati all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sono tra loro distanti migliaia di chilometri. Eppure, lo spirito che li anima è molto simile. La Valsesia è una zona del Piemonte situata nella provincia di Vercelli, zona di antiche risaie e fuochi fatui, paesi di antica bellezza, abitati nei millenni da valligiani spesso ribelli ai loro padroni, orgogliosi di lingue ibridate dalle vicine contrade oltralpe, abituati all’isolamento, a quella particolare sensazione di chiusura che da una catena montuosa solenne, per contro ospitali con coloro che passavano i valichi, avviati in cerca di fortuna verso le città, Torino, Milano, Genova. Luoghi oggi abbandonati, come lo sono moltissime zone nel cuore delle nostre regioni, al Nord industrioso, al Sud impigrito da secoli di servaggio agli invasori, alle mafie nelle loro mutevoli trasformazioni legate ai cicli economici, ai flussi di quel denaro che non arrivava al popolo minuto. Restava nei forzieri al tempo dei castelli, della grandi tenute contadine dei nobili, oggi va alle banche, ai paradisi fiscali. L’Australia è un continente sterminato, la cui storia è popolata da antichissime civiltà, terra di genocidio delle popolazioni locali, di eugenetica perpetrata con il furto delle bambine e dei bambini da rieducate alla civiltà giunta da oltremare, il modello di pulizia etnica tornato in auge, forse mai davvero dimesso dai colonizzatori. Provo a specificare meglio le due segnalazioni di cui qui commento. Il comune della Valsesia interessato al progetto Baita è Varallo, 7000 abitanti circa. Il fenomeno dell’urbanizzazione ha spopolato le province ed è continuato anche nell’attuale decadenza del centro di attrazione industriale rappresentato, ancora da Torino, Milano, Genova. Secondo l’ideatore del progetto, Ugo Luzzati, riemigrato dopo anni trascorsi in Israele, si sta facendo molto rumore per nulla, visto che qui hanno comprato case e ruderi da ristrutturare anche immigrati ucraini, africani, sudamericani. Gli israeliani sono in fondo una minoranza arrivata dopo il 7ottobre, un piccolo numero rispetto agli oltre 80.000 che hanno lasciato Israele negli ultimi anni (clicca qui; oppure qui; e anche qui). Luzzati sottolinea come lui stesso sia sconcertato dall’attuale collasso democratico israeliano, una tragedia che dura da oltre cento anni, la cui recrudescenza ha fatto sì che un progetto, in atto da alcuni anni, abbia avuto l’attuale risonanza. Bisogna essere pragmatici, suggerisce Luttazzi, cavalcare le emergenze come sempre hanno fatto gli ebrei della diaspora, dal 1492. Si tratta si saper integrare la tradizione con il tradimento della ibridazione, della modernità del tempo attuale, considerato che la popolazione insediata ha fra i 30 e i 50 anni e molte/i sono le/i bambine/i. Intanto, si impara l’ebraico che, l’ho già annotato in un altro articolo, è sia la lingua del libro, sia quella reinventata nel 1948, ed è il vero cemento che unisce gli ebrei di tutto il mondo. Entro nel sito dell’Istituto Comprensivo Tanzio da Varallo per leggere il Piano dell’Offerta della scuola, ma non trovo cenno rispetto all’inclusione (come si deve dire) dei minori della nuova diaspora. Forse qualcosa è annidato alla voce progetti, ma non vedo nulla se non la castagnata e altre ricorrenze locali da festeggiare con le bimbe e i bimbi. Forse Luzzati si riferisce a una scuola privata, paritaria, o una iniziativa del rabbino locale. Mi auguro, visto che le creature piccole devono integrarsi anche nella scuola dell’obbligo con altre/i compagne/i, saranno evitati i famigerati libri agiografici in uso nelle scuole israeliane, di cui abbiamo avuto contezza in alcuni saggi ( Nuri Peled-Elhanan, La Palestina nei testi scolastici di Israele, Gruppo Abele, Torino 2021) e nel film Innocence di Guy Davidi, del 2022. Ma di questo abbiamo già scritto sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. All’insegna del migliore pragmatismo, quello che fa diventare bi-milionari, si muove l’iniziativa dell’australiana Georgine Hope Rinehart, a Perth, West Australiana (https://en.royanews.tv/news/70973). Il suo è un progetto assai più ambizioso e privo delle sfumature e dei dubbi di Luzzati. Come ci spiega in un video – cappello da cowboy e sorriso smagliante – e in innumerevoli interviste che qui segnalo solo in parte, la sua accoglienza è decisamente schierata con l’uomo che  è stato definito con la macabra locuzione macabra «io sono la guerra», il primo ministro – criminale internazionale – al governo di Israele e deciso a rimanerci. L’ospitalità di Georgine, padrona del suo territorio come un feudatario, è ai rifugiati, è agli israeliani senza se e senza ma. Meno ovvio, nei suoi territori  ospiterà anche depositi di armi e perché no, visto che gli armamenti fanno fare buoni affari, anche sperimentazioni di nuovi dispositivi. Insomma, estrattivismo di ottimo conio, intellettuale (un buon gruppo di istruiti israeliani fa sempre comodo all’azienda) e delle risorse del luogo, un modello vecchio e un modello nuovissimo. Ma chi è un colono, ci si potrebbe chiedere in questi nostri tempi confusi, di storie frantumate in mitologie e narrazioni meme e bias, di paranoie woke di Musk, di parole abusate fino all’erosione dei significati? I reduci delle guerre della Roma repubblicana e imperiale avevano diritto a una parte del bottino di guerra a seconda del rango rivestito in battaglia, e di un fazzoletto di terra in cui ritirarsi, in fondo un popolo dall’animo contadino e dalla razionalità giuridica, perché i due aspetti, proprietà e diritto proprio allora si sono coniugati. Il colono è il poveraccio che la Francia deportava nelle terre dei possedimenti nordafricani a morire di malattie, di fame come in patria e per gli attacchi armati dei locali. Il colono è quello in grande di cui parla lo scrittore e saggista Amitav Ghosh, predone nelle isole dell’Oceano Indiano, è quello boero in Sud Africa, e la lista si fa lunga e larga come lo sono tutti i continenti: conquiste, pulizia etnica, insediamenti, culture sparite, in alcuni rari casi ibridate, il pidgin, le lingue mescolate, un fenomeno antropologico e storico grandioso. Si leggono, in cartaceo e nel web, notizie accompagnate da commenti anodini, di progetti del post Nakba palestinese (l’altra faccia dell’Aliyah, il ritorno dell’ebrei nella terra dei padri). I resort sulla spiaggia di Gaza e l’assurda dismissione del governo di Hamas diventato, sotto l’egida ONU e USA (e già, si muovono insieme, ormai), solo tecnico amministrativo, per l’impegno israeliano a mandare avanti i pubblici servizi in Palestina (quale? in Cisgiordania? nei bantustan resistenti fra gli insediamenti ortodossi?). Certo Hamas non consegna le armi, come dovrebbe un barbaro sconfitto (Avvenire, 7 luglio 2026, p 11). I palestinesi vogliono restare, del resto non sono nel carnet degli invitati né di Luzzati, né della signora Hope, l’australiana. Una nota per concludere, visto che la stampa locale piemontese lamenta l’isteria antisraeliana a fronte del progetto Baita. Rileggo, in una specie di nostalgia intellettuale, qualche grande scrittore ebreo. Mi capita fra le mani Angel Wagenstein, forse meno letto dei fratelli Singer, la sua drammatica storia degli ebrei bulgari, passati di regime a regime, gli Asburgo, i tedeschi, i sovietici, oggi all’Europa della Ursula von der Leyen, forse non proprio il migliore dei mondi. Nel romanzo I cinque libri di Isacco Blumentel (Baldini Castoldi, MI, 2011) nello shtetl di Kolodez, il rabbino, il pope, l’imam sono compagni di sbornie e di bordello, solo il fine settimana ognuno per sè, con il suo gregge. E torno ad apprezzare l’ironia tragica, la saggezza delle religioni e delle culture che si parlano, mentre oggi torna il massacro e l’ospite, chi ospita e chi è ospitato, diventa l’hostis, che contamina minaccioso una sorta di presunta purezza etnica.   Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Vertice NATO ad Ankara: rinforzo della Difesa Europea e della spesa militare
Proprio in questi giorni si sta riunendo ad Ankara il vertice NATO, pochi giorni dopo la visita del Segretario Generale della Alleanza in Germania per colloqui urgenti, nel corso dei quali è arrivato un attestato di stima per il riarmo intrapreso da Berlino. Il merito tedesco sarebbe quello di avere mantenuto gli impegni assunti con la NATO, aumentando la spesa per la Difesa, accrescendo le risorse (economiche e militari) destinate all’Ucraina e fornendo un forte impulso alla riconversione a fini militari di parte del tessuto manifatturiero nazionale. Rutte ha parlato di «un risultato straordinario» invitando le industrie della Difesa europee – e non solo – ad «aprire nuove linee di produzione, espandere le catene di approvvigionamento e fornire rapidamente ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra sicurezza». Durante il summit in Turchia la NATO farà i conti con la necessità di un salto di qualità nella ricerca e nella produzione di sistemi d’arma tecnologicamente sempre più evoluti, nell’ottica di acquisire in maniera sinergica e collaborativa armi, veicoli e tutte le attrezzature più importanti, in maniera tale da sfruttare le economie di scala e  favorire l’integrazione tra sistemi produttivi nazionali differenti.[1] Non si parlerà, dunque, solo dell’Ucraina e dell’ammontare effettivo delle spese militari: la riunione NATO sarà assai attenta allo sviluppo del complesso industrial-militare, alla ricerca accademica a fini bellici, alla interazione tra soggetti pubblici e privati. Forti pressioni arrivano dall’industria militare turca, che recentemente ha concluso accordi con importanti aziende del settore di vari paesi, europei e non. Preoccupa invece la capacità europea di garantire un costante e crescente rifornimento bellico da qui ai prossimi anni. Sono trascorsi oltre dieci anni da quando, nel 2014, i paesi della Alleanza si impegnarono a portare al 2% del PIL la spesa per la Difesa, destinando almeno il 20% di queste somme all’acquisto di equipaggiamenti bellici e a sostegno delle attività di ricerca e sviluppo. Nel 2023, al vertice di Vilnius, fu preso un accordo per lo sviluppo di una maggiore sinergia tra aziende militari e acquisti collaborativi, nel tentativo di costituire una dotazione bellica composta da sistemi d’arma fra loro compatibili (interoperabilità). Nel vertice 2024, tenutosi negli States, l’attenzione venne focalizzata su come espandere la capacità industriale. Nel giugno del 2025, infine, i Paesi NATO si impegnarono a destinare alla Difesa il 5% del PIL.[2] La gran parte dei documenti prodotti dalla Nato in questi ultimi anni analizza i pericoli per l’Alleanza pensando che arrivino in prevalenza dalla Russia. Da qui il sostegno alla produzione di armi in alcune fabbriche ucraine e al potenziamento della spesa per la Difesa nei paesi geograficamente più vicini a Mosca: «Gli Alleati si sono impegnati a sostenere l’Ucraina e la sua base industriale della difesa, promuovendo ed espandendo al massimo la cooperazione in materia di difesa con l’industria ucraina».[3]  In generale, la percezione di un nemico esterno favorisce l’adozione dell’obiettivo strategico di incrementare la spesa militare, gli investimenti in intelligence e la stessa capacità produttiva del settore bellico. Allo stesso tempo, il tentativo in corso è quello di modificare la legislazione vigente per favorire il riarmo e la concentrazione di capitali – rivedendo, ove necessario, l’agenda delle priorità dei singoli paesi – e accelerare processi di ricerca e tempistiche di approvvigionamento, nonché  ampliare e ammodernare la produzione di armi  – anche attraverso processi di riconversione militare della manifattura. E i maggiori investimenti diretti vanno a favore degli aerei da combattimento multiruolo, degli elicotteri, dei sistemi aerei senza equipaggio e della ricerca sulle armi tecnologiche, specie per quanto riguarda l’equipaggiamento di fanteria. Dal punto di vista amministrativo si va costruendo un’infrastruttura adatta allo sviluppo di una filiera militare continentale: normative ad hoc, anche in deroga alle leggi vigenti, accordi bilaterali di cooperazione in materia di Difesa, abbattimento delle barriere commerciali, acquisti collaborativi (sia di prodotti finiti, come armi e munizioni, sia di semi-lavorati) per favorire produzioni in grande scala. La NATO, insomma, si candida a ricoprire un ruolo da «promotore di iniziative, ente normatore, organismo che definisce i requisiti, aggregatore e facilitatore dell’attuazione, al fine di espandere la capacità industriale nel settore della Difesa».[4] Del resto esiste un cronoprogramma[5] della NATO per lo sviluppo di filiere di approvvigionamento resistenti agli shock economici o “geo-politici”. Vedremo nei prossimi giorni se e come questi ambiziosi obiettivi siano stati raggiunti e quali saranno le iniziative intraprese, con i relativi effetti immediati e a medio termine sui Bilanci comunitari e nazionali. F. Giusti, E. Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.nato.int/en/what-we-do/deterrence-and-defence/natos-role-in-defence-industry-production. [2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2025/02/13/nato-defence-ministers-conclude-meeting-focus-on-defence-spending-and-support-for-ukraine. [3] Cfr. https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2025/02/13/updated-defence-production-action-plan. Traduzione nostra dall’originale: « Allies also pledged to support Ukraine and its defence industrial base by fostering and expanding defence cooperation with the Ukrainian defence industry to the fullest extent, and committed to enhancing defence industrial cooperation with NATO partners». [4] https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2024/07/10/nato-industrial-capacity-expansion-pledge. Traduzione nostra dall’originale: «We will leverage the Alliance’s role as convenor, standard setter, requirements setter and aggregator, and delivery enabler to expand defence industrial capacity». [5] Cfr. https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/factsheets/240712-Factsheet-Defence-Supply-Chain-Roadmap-en.pdf. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
War in the Head: Against the Militarization of Thought by Davide Borrelli
BY DAVIDE BORRELLI, PROFESSOR OF THE SOCIOLOGY OF CULTURAL AND COMMUNICATIVE PROCESSES AT THE “SUOR ORSOLA BENINCASA” UNIVERSITY OF NAPLES; PUBLISHED ON JUNE 26, 2026, ON WWW.ZENODO.ORG UNDER A COPYLEFT LICENSE. Abstract Today, Europe seems to speak only the language of rearmament; it has “war in its head”. Diplomacy has fallen silent, politics is fading, and military urgency now shapes public discourse. This book denounces the “bellicisation” of our society—the infiltration of the logic of war into our collective imagination and mindset—revealing how it has reshaped perceptions, relationships, and political life. Through a socio-cultural analysis, it unpacks the normalisation of war as the default response to global crises, showing how militarised language and narratives distort reality and weaken critical consciousness. Europe, once conceived as a project of peace, is increasingly transforming itself into a fortress—not only in material terms but also in the symbolic realm. In an age marked by growing desensitisation to the threat of conflict and by the celebration of "resilience" as a military virtue, this book issues a radical appeal: to disarm our language in order to rebuild an anthropology of coexistence. Against the intellectual endorsement of "warrior virtues" as the foundation of social cohesion, it argues for an urgent rethinking of the future grounded in the gentleness of the just, openness to others, and the absolute rejection of war. Table of Contents * Preface * Toward a Governmentality of War * Fortress Europe * Ourselves as Enemies * A Missed Opportunity, a Possibility Worth Rediscovering * The Care of Peace * From Person to Role: War as a Machine of Symbolic Annihilation * Normalizing War to Govern Instability * The Traps of Deterrence * The Banalization of War and the New “Spirits” of Europe * The Weaponisation of Discourse: A Cultural Analysis * The End of a Certain Illusion? Bellicisation and the Myth of Western Civilization * War of Words Against Outsiders * The University of Peace and the Art of Human Relations: The Lesson of Virginia Woolf * The University of War * The New Military School * Resilience: From Economic to Military Virtue * Arm Yourself and March: The Intellectuals Who Stay Behind * The Power of the Neutral: For a Politics of Equiproximity * The Color of Wheat: For a Pedagogy of Peace * What Peace is Made Of: From Tolerance to Desire * The Quiet Ethics of the Just * Critique and Clinic: Disarming Discourse, Caring for the World * Merchant’s Ears:Wilful Deafness in the Age of Bellicist Realism * The Planetary Agenda: Overcoming the Severing and the Anthropocentric Matrix * Bibliographic References Preface > He who takes pleasure in tracing an etymology. […] > He who prefers others to be right. > These people, unaware, are saving the world. > (Jorge Luis Borges, The Just, 1981) > Hence if it should be required Blood at all costs > Go offer yours If you enjoy it > (Ivano Fossati, The Deserter, 1992) > Until we think we have the monopoly of “good,” > Until we speak of our civilization as the only civilization, > Ignoring others, we are not on the right path > (Tiziano Terzani, Letters Against War, 2002) “I caught the war in my head. It’s trapped inside my head”. With these words, the controversial and visionary novelist Louis-Ferdinand Céline (1934, p. 3) described the lasting effects of combat, recalling the moment he was severely wounded in the ear as a young cavalryman during the First World War. Judging by Europe’s response to Russia’s invasion of Ukraine, Israel’s campaign in Gaza—which many have described as genocidal—and, more recently, the escalation across the Middle East, the Old Continent seems to have lost the ability to imagine solutions outside military logic. Specifically, Europe has relied almost exclusively on military support to Ukraine, long tolerated in Gaza what it publicly claimed to condemn, and, when confronted with Israeli and U.S. attack on Iran, appeared far more concerned with economic fallout than with upholding international law. At times, European leaders have even adopted a Pontius Pilate stance, washing their hands of this aggression and refusing either to endorse or condemn it. If Céline described war as an obsession lodged within the individual mind, today one could argue that Europe itself has “caught the war in its head”. To borrow a vivid expression from the Neapolitan dialect, our political community now seems to be suffering from a genuine guerra ’n capa syndrome[1]—that is, a “war in the head”. This book argues that Europe is undergoing discursive and psychopolitical bellicisation, a process in which war is no longer merely a possible event but the organising horizon of thought. In this framework, “war in the head” does not refer purely to an individual’s psychological state but to a broader transformation whereby political and institutional life, as well as everyday common sense, are increasingly reorganised around the anticipation and normalisation of conflict. The obsession with war is also reflected in seemingly marginal symbolic choices, which turn out to be emblematic of the cultural climate we are experiencing. Consider, for example, the statement issued by the President of the Piedmont Region, who, on the eve of Liberation Day in Italy (25 April 2025), paid tribute to the Alpini (mountain infantry) who died in Russia in the Second World War, claiming that they sacrificed themselves “for our freedom”. To say the least, it is a surprising assertion, as it recasts an aggressive military campaign launched by Mussolini and Hitler as a heroic defense of democratic values. This is precisely what happens when a society have a guerra ’n capa. For some time now, the European Union has fallen prey to a fatal intoxication with bellicism. The threat of a Russian attack, real or perceived, now monopolizes public debate and dictates an increasing share of political decisions. Yet, while rushing to firmly condemn Putin, Europe has remained largely passive in the face of the massacres in Gaza. This is evident in the EU’s inability to reach the necessary consensus to suspend the EU–Israel Association Agreement (2000), due to vetoes, primarily from Germany and Italy. But Europe also has war in its head, as it seems to be seeking to revitalize its sluggish economy by shifting investment from civilian infrastructure to military spending and, in particular, by redirecting Cohesion Funds (designed to reduce regional disparities among Member States) towards the arms industry, only then to submit to Trump’s dictates and resign itself to financing the US defence industry within the framework of the PURL initiative (Prioritised Ukraine Requirements List), promoted by NATO. Finally, it has war in its head mainly because it seeks to normalise it, to make it appear as an acceptable option among others. It does so, for example, by promoting, through educational programs, the formation of a culture of belligerence, namely, a mentality that justifies the use of force as a plausible response to current challenges, pushing public opinion and institutions to consider war as a normal part of the current geopolitical order and of the security mechanisms of the Member States. It is no longer merely a matter of a military response, but of a profound transformation of our way of being and thinking. With regard to such policies, which aim to mithridatize us—to make us gradually accustomed to war—it is only painful to see how far we have moved away from the very spirit of UNESCO, and how that spirit has been overturned, as stated in its founding declaration: “Since wars begin in the minds of men, it is in the minds of men that the defences of peace must be constructed”. Undoubtedly, we live in a world marked by deep international tensions, some of which we Europeans have, to a certain extent, contributed to creating through self-interest, political shortsightedness, or sheer passivity. Even if we accept that the Russian threat is real and that European anxieties are justified, it remains crucial to scrutinize the ways in which this sense of alarm is internalized and translated into political, cultural, symbolic, and discursive forms. Moreover, another reason why “war in the head” may be said to characterize our present condition is that the obsession with war becomes a fixed idea that dominates public consciousness and leaves little room for alternative concerns. It claims absolute priority and demands exclusive attention, relegating every other issue to the background. In Neapolitan dialect, a guerra ‘n capa is also used to describe a state of profound inner discord—a conflict, indeed a war, between opposing impulses, between a thought and its opposite. One might see this contradiction, for instance, in the widespread expectation that Russia was on the verge of military collapse because of its perceived inferiority and then, suddenly, in open defiance of the principle of non-contradiction, the frantic rush to rearm for fear of an imminent Russian invasion. A proposition cannot be both true and false merely because political convenience requires it. A comparable cognitive dissonance is evident in Europe’s response to Israel’s massacre of Palestinian civilians. While European governments profess their commitment to human rights and, in some cases, even declare their support for the recognition of the State of Palestine, they continue supplying Israel with weapons and offer political and legal cover. After all, Israel is doing Europe’s “dirty work,” as German Chancellor Friedrich Merz candidly acknowledged. Such paradoxes reveal a more fundamental tension, one that is emblematic of the war in the head. The dominant logic of war clashes with the idealized image we cultivate of ourselves and with the very values on which we claim to base our democratic and civic identity. This condition is a psychopolitical pathology. It is also the tangible symptom of a modernity that has become emotionally “explosive” (Illouz 2024): many of its core institutions are increasingly in tension with one another, generating profound contradictions within individuals themselves. The anxiety, frustration, and collective fear that result are both reflected and amplified at the political level, feeding a vicious cycle that distorts political judgment and social priorities, ultimately transforming political and diplomatic questions into military ones. The paranoid fixation on rearmament stems from a profound tension between two opposing dispositions: on the one hand, an emerging governmentality of war; on the other, Europe’s long-standing purported culture of dialogue and peace. In this sense, a guerra ’n capa functions as a kind of mise en abyme: an expression so dense with meaning that it produces a conceptual vertigo, confronting us with the possibility that the real war in the head is becoming our own. It reflects back the image of a continent marked by deep tensions, suspended between what it fears, what it claims to defend itself against, and what it is—perhaps without ever having consciously or democratically chosen it—increasingly becoming. It is precisely on this slippage—silent, inexorable, and continuous, like the classical metaphor of the boiling frog—that this book seeks to open up critical reflection. The object of this book is not to determine whether war or rearmament is ethically justified or strategically effective. Rather, it is to interrogate the forms of subjectivity, political rationality, and governmental practices that are produced when war comes to structure our way of seeing the world. Against the hegemonic narrative that presents rearmament as inevitable and seeks to confine us within a horizon defined by permanent tension, we recall the seminal work of the pioneer of peace research, Johan Galtung, There are Alternatives!. Its central message is a powerful reminder that even in conflicts that appear irredeemably deadlocked, there always remains the possibility—and, we would argue, the necessity—of imagining different paths. This fundamental claim by the Norwegian scholar stands in stark contrast to the governing philosophy of our time, epitomized by Margaret Thatcher’s dictum that “there is no alternative.” Whether applied to economic rationality or to the emerging rationality of war, the effect is the same: the foreclosure of political imagination in the name of necessity. At the height of the Cold War, Galtung pointed out that conflicts presented as inevitable often masked the geopolitical strategies of the superpowers, which deliberately fostered proxy wars and wars of attrition in order to weaken their rivals. In a remarkably prescient reflection, Galtung (1984) suggested that great powers may have a strategic interest in preventing certain conflicts from being resolved. Rather than confronting one another directly, they can externalize the costs and risks of geopolitical rivalry by sustaining or even fostering conflicts among smaller allied states, thereby transforming them into proxy arenas of confrontation. One may consider the war in Ukraine as an updated version of this “Cold Pawn” strategy. Rather than merely externalizing the costs of geopolitical rivalry by sharing them with European allies, the conflict also appears to have created opportunities for the United States to derive significant economic and strategic advantages from a prolonged military emergency. Unlike the large-scale military interventions that Washington undertook directly in the previous two decades, which ultimately proved financially burdensome and increasingly unsustainable, this model shifts a substantial share of both economic and political costs onto its allies while preserving many of the strategic benefits. The military challenge posed to Russia—which the heavily indebted United States is now seeking to shift onto Europe’s shoulders—represents, for Washington, a unique opportunity for the recentralization of capital, economic recovery, and the rebalancing of its balance of payments (Brancaccio, Giammetti and Lucarelli 2022). From this perspective, Europe’s zealous fascination with rearmament inevitably recalls the imprudent attitude of someone who, out of love for the rope with which they are destined to hang themselves, embraces their own destruction. The United States benefits economically from selling the arsenal required to turn Ukraine into an impregnable “steel porcupine” (to use Ursula von der Leyen’s expression). The tangible risk of having war in our heads is that we may soon be forced to carry its economic burden in our stomachs. The contemptuous way in which Trump feels entitled to treat European leaders—including the selfstyled “bridge-builder” Giorgia Meloni—stems not only from his imperial conception of international relations, but also from the submissive posture that Europe repeatedly adopts toward US strategic interests. In this respect, Kant’s warning remains strikingly relevant: “One who makes himself a worm cannot complain afterwards if people step on him” (1797). Our concern is not with the economic and geopolitical background of the Russian–Ukrainian conflict, but with the cultural and communicative process through which influential opinion leaders and public intellectuals have progressively weaponized public discourse and, with it, common sense. In our view, this is the defining feature of the ongoing cultural transformation: our own war in the head. We are not talking about war as a concrete armed conflict, nor about its horrors and devastation. Nor do we intend to address the geopolitical question of whether European rearmament might serve as a first embryo of a European political consciousness. On the contrary, we argue that if Europeans are to move towards a genuine and effective political union, this project must be grounded in a set of shared institutions among Member States, such as a common foreign policy, common debt, a unified fiscal framework, and harmonized healthcare and welfare systems. Only on such a foundation could an integrated and interoperable European defence system acquire genuine political meaning. Lacking these common European infrastructures, Europe risks moving directly from a market union to a military union, from welfare to warfare, without ever becoming a true political community. However, it is not these purely political issues that our book seeks to address. Ours is a mediological and cultural analysis rather than a geopolitical one (see Bennato, Farci and Fiorentino 2023): It focuses on the role of opinion leaders rather than on specific governmental decisions, and on the discourses that shape common sense rather than concrete policies or military programmes. We aim specifically to denounce the rearmament of words and minds rather than that of missiles and drones. In other words, we seek to analyse and criticise what we define as the “discursive weaponisation of society”: a transformation that is actively and persistently pursued in the ways we think and act, so that they come to support, sustain, and legitimate an armed configuration of society culminating in a form of mental warfare. A meaningful example is Mark Rutte’s first statement as NATO Secretary General on 15 January 2025. He argued that although NATO’s military readiness has increased, it remains insufficient to face the threats anticipated over the next four to five years: “To prevent war, we need to prepare for it. It’s time to shift to a wartime mindset, and this means we need to strengthen our defences even more by spending more on defence and producing more and better defence capabilities”. In Rutte’s view, an urgent shift to a wartime mindset is required—that is, the adoption of a pedagogy of militarisation, supported by authoritative thinkers and organic intellectuals who actively promote and implement it. This provides a compelling illustration of what we call the “bellicisation of society”, a term we use to indicate not merely the militarisation of institutions, but a deeper cultural and cognitive reorientation toward the normalisation and anticipation of war as a structuring horizon of social life. We will return later to the role and responsibility of intellectuals. For now, it is more appropriate to examine the reasons behind the war fever that has come to pervade the Old Continent. [1] In the Neapolitan dialect, the expression “’a guerra ’n capa” (literally, “the war in one’s head”) denotes a state of profound psychological turmoil characterized by internal conflict, where opposing impulses and contradictory thoughts compete for dominance, leaving the individual unable to reach a stable decision. By extension, the phrase implies an obsessive, compulsive fixation on a specific problem, idea, or goal. To “have a war in one’s head” (tener ’a guerra ’n capa) thus evokes a mind persistently besieged by intrusive thoughts that absorb attention and generate a lasting state of mental agitation and inner distress. Download the PDF of the full text by Davide Borrelli here. Davide_Borrelli_ War in the Head. Against the Militarization of ThoughtDownload WE WOULD THANK PROF. DAVIDE BORRELLI FOR HIS INTERESTING WORK ON THE MILITARIZATION OF SCHOOLS, UNIVERSITIES, AND CIVIL SOCIETY, IN WHICH THE OBSERVATORY AGAINST THE MILITARIZATION OF SCHOOLS AND UNIVERSITIES WAS ALSO CITED. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Londra, notizie dalla Conferenza Internazionale contro la Guerra
CLICK HERE FOR ENGLISH, FRENCH, GERMAN, AND SPANISH MATERIALS Sabato 20 giugno 2026 l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università era a Londra, in occasione della seconda Conferenza Internazionale contro la Guerra. Vi han partecipato organizzazioni provenienti da tutta Europa (e anche oltre), in quello che è stato un incontro davvero internazionale. L’evento si è svolo in tre momenti. Prima, venerdì 19, si sono incontrate solo le realtà inglesi (sindacati, attiviste/i e partiti), poi sabato 20 mattina si è tenuta un’assemblea internazionale a porte chiuse, in cui l’Osservatorio ha portato un contributo (vedi dopo); e infine sabato pomeriggio oltre 2500 persone da 27 paesi hanno partecipato alla conferenza a Westminster Hall. Alla fine, sono state lanciati tre appuntamenti per mobilitazioni internazionali: * il 10 ottobre per la Palestina; * il 20-22 novembre contro il ritorno della leva, la militarizzazione della società e l’investimento di fondi pubblici nella guerra invece che nel welfare (partendo dal 20 come mobilitazione studentesca); * un data d’autunno ancora da definirsi a sostegno di uno sciopero dei lavoratori portuali. La conferenza Alla conferenza, tanti interventi hanno a poco a poco dato forma a quella che è un’opinione pubblica internazionale di rifiuto alla guerra e a un sistema economico basato sulla dominazione. I temi toccati sono stati, in particolare, il riarmo, l’erosione del welfare a favore dell’investimento militare, il ritorno della leva, le violazioni in Palestina, Cuba, Sud Globale, Ucraina, Russia e, internamente agli stati europei, nei confronti di immigrati e rifugiati. Fra gli interventi, i portuali di Genova, gli studenti tedeschi, due disertori, uno ucraino uno russo, spalla a spalla (unico intervento a due voci), Irene Montero per Podemos, Jérome Legavre per La France Insoumise, i principali sindacati inglesi, e Mustafa Barghouti, medico e politico palestinese del partito Iniziativa Nazionale Palestinese. Quest’ultimo ha portato un vibrante discorso sulla vittoria. Ha citato Mandela e la Guerra in Vietnam. Ha riportato che sì, in Palestina dal 7 ottobre 2023 siano stati uccisi 22 mila bambini. E che sì, fu chiaro sin da subito che gli ospedali erano bombardati e che quindi non potevano più utilizzarli per far partorire migliaia di donne palestinesi. Ma ha raccontato anche di come hanno deciso di costituire un’équipe di 93 ostetriche che hanno cominciato ad andare loro stesse casa per casa, per assistere ai parti. E che dal 7 ottobre 2023 ad oggi ci sono state 82 mila nuove nascite. Secondo Barghouti, il popolo palestinese sta prendendo coscienza di essere non solo in grado di sopravvivere, ma anche di vincere contro l’oppressore e ritrovare finalmente quel diritto all’autodeterminazione negato da oltre un secolo. Fra le realtà presenti, riportiamo: * sindacati inglesi (PCS, UNISON, National Education Union, Universities and Colleges Union), francesi (CGT, FO), spagnoli (CCOO, UGT), italiani (USB e CGIL), greci, belga e altri; * portavoce di partiti de La France Insoumise, Die Linke, Podemos, Potere al popolo, Mustafa Barghouti per la Iniziativa Nazionale Palestinese e altri; * realtà giovanili come SchulStreikGegenWehrpflicht, Rebeldia (Podemos), la frangia studentesca della Stop the War Coalition e Cambiare Rotta (USB); * realtà dell’attivismo antimilitarista come le internazionali Global Sumud Flotilla e Post-Soviet Left, le inglesi Stop the War Coalition, Palestine Solidarity Campaign, Campaign for Nuclear Disarmament e le statunitensi Codepink e Movement for Black Lives. L’intervento dell’Osservatorio all’assemblea L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha partecipato per diffondere il proprio manifesto sull’obiezione di coscienza totale e collettiva e i risultati della sua ricerca sui meccanismi di ritorno della leva in Europa. Risultati che hanno informato e conseguentemente portato l’Osservatorio a produrre il manifesto e che danno indicazioni importanti a chiunque in Europa voglia impedire il ritorno della leva e della guerra. La valenza internazionale di quanto abbiamo trovato viene dal fatto che la nuova forma della guerra è una, e quindi le dottrine militari moderne dei vari paesi si trovano a convergere. Si basano sul concetto di “Difesa totale” (Whole of society, nei documenti UE e NATO) per cui la strategia militare prevede che anche la parte civile della società si adoperi per compiere la sua parte di sforzo bellico. Di conseguenza, per esempio i dual-use, il ritorno della leva militare, la normalizzazione della guerra, gli stand delle Forze Armate al Salone del Libro di Torino o in una piazza di Ancona. Dall’analisi fatta traspaiono tre aspetti sul ritorno della leva. Aspetti che continuano a trovare conferma nelle varie mosse di graduale avvicinamento alla guerra fatte dai governi europei (per esempio, di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna…). Essi sono: * il momento dell’obbligo è anticipato dalla chiamata a prestare servizio di leva ad una iniziale schedatura di massa della popolazione in età di leva (e.g., il “questionario” in Germania); * la strumentalizzazione militare del servizio civile e, addirittura, della stessa obiezione di coscienza quando praticata come rifiuto al servizio militare in favore di un servizio civile; * la militarizzazione delle scuole e delle università. Sull’obiezione di coscienza in particolare, vediamo che quella che 50 anni fa fu una conquista enorme contro il militarismo, ci viene oggi offerta dagli stessi guerrafondai nelle loro proposte di legge, grazie alla possibilità di inserirla in uno schema militare per renderlo, paradossalmente, ancora più forte. Shared materials [to DOWNLOAD click on the following links] Here the three materials we shared in London, i.e. the presentation of the Observatory against militarization of schools and universities, the dossier with the research work on the return of conscription in European countries, and our manifesto of resistance. Introduction – English ENGLISH_Introduction-1Download Dossier – English Articolo – engDownload Manifesto – English Manifesto-obiezione-totale_engDownload Introduction – Français Francese-Introduzione manifesto su carta intestata-def-pdfDownload Dossier – Français FRANCESE dossier pdfDownload Manifeste – Français FRANCESE-Manifesto impaginato-def-pdfDownload Einführung – Deutsch Deutch IntroduzioneDownload Dossier – Deutsch Dossier_deuDownload Manifest – Deutsch TEDESCO- manifesto-impaginato-defDownload Introducción – Español SPAGNOLO-introduzione Manifesto su carta intestata-def- pdfDownload Dossier – Español SPAGNOLO- articolo pdfDownload Manifiesto – Español SPAGNOLO – Manifesto pdfDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
PARTE 1. LA REGGIO CHILDREN INTERNATIONAL NETWORK E L’ESERCITO ISRAELIANO La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole: > «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren Srl > con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate queste > relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in quanto > tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio focus è > stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia il North > American Reggio Emilia Alliance. > La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al > Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro > Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo > ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel > 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7 ottobre, > scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda pro-israeliana, a > volte schierate direttamente con l’IDF. > Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una > collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la > mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui > i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]» Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita, soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista: «Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6] che ho pubblicato è stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network Reggio Children.» Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6, compromesse con le quelle israeliane. Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni. Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di taglio antisemita). Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi. PARTE 2. CENTRO INTERNAZIONALE LORIS MALAGUZZI, PRINCIPESSA DEL GALLES E… PARMIGIANO Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla fama internazionale). Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto. Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini, luoghi). Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli, entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui). Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome della oggi 97enne Loretta Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne Italiane (UDI). Nel 2023 le è stato dedicato un archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti degli incontri (vedi qui). Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui lavoravano e vivevano. Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare, altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi. Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire. A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio, dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali, faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la principessa e li misconosce il Ministro Valditara. Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del fallimento Parmalat, nel 2003?). Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione, l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly