Tag - Liberazione

Liberato Alberto Trentini
Riprendiamo questa buona notizia dalla pagina Facebook di Alessandra Ballerini, avvocata delle famiglie Trentini, Regeni e Paciolla. Alberto finalmente è libero!!! Questa è la notizia che aspettavamo da 423 giorni! Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità,… Redazione Italia
Migliaia in piazza per il Venezuela. L’Italia non è complice dell’aggressione statunitense
Si è svolta in una trentina di città italiane la giornata nazionale di mobilitazione “Giù le mani dal Venezuela” che ha visto cortei e presidi in piazza contro l’aggressione statunitense e per la liberazione del presidente Nicolas Maduro e di Cilia Flores. A Roma più di duemila sono partite in […] L'articolo Migliaia in piazza per il Venezuela. L’Italia non è complice dell’aggressione statunitense su Contropiano.
Giù le mani dal Venezuela! Libertà immediata per il presidente Maduro! Il 10 gennaio costruiamo manifestazioni in tutta Italia
Sabato 10 gennaio una giornata di manifestazioni in sostegno del Venezuela bolivariano, per la liberazione del presidente Maduro, contro il terrorismo a stelle e strisce. Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela e il rapimento del legittimo presidente Nicolas Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno […] L'articolo Giù le mani dal Venezuela! Libertà immediata per il presidente Maduro! Il 10 gennaio costruiamo manifestazioni in tutta Italia su Contropiano.
“Alberto Trentini, prigioniero politico”: l’appello di don Ciotti al governo
Alla Marcia nazionale per la pace di Catania, il fondatore di Libera chiede impegno concreto per riportare a casa il cittadino detenuto senza accuse. Sono passati 411 giorni dalla scomparsa di Alberto Trentini. Un numero che pesa come una condanna senza processo. Alla Marcia nazionale per la pace di Catania, promossa dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, Luigi Ciotti rompe il silenzio e chiama le cose con il loro nome. “È rapimento la parola giusta, non possiamo parlare di arresto”, afferma il presidente di Libera e del Gruppo Abele. Trentini non è accusato di nulla, non ha commesso reati. È “a tutti gli effetti un prigioniero politico”, ostaggio di interessi che lo sovrastano. Don Ciotti richiama lo Stato alle proprie responsabilità. “Alberto è un cittadino italiano e l’Italia deve sentirsi responsabile di riportarlo a casa”, dice dal palco. Un dovere che non può restare confinato alle dichiarazioni ufficiali. Trentini, sottolinea, è “ostaggio di una situazione geopolitica sempre più spinosa”, ma questo non assolve chi, nelle sedi internazionali, siede accanto ai potenti del mondo. La credibilità di un Paese si misura anche nella capacità di proteggere i propri cittadini.   Collettiva
Per la liberazione di Shahin, con @linceocchisugliabusi e i compagni denunciati
Questo autunno un movimento inedito e radicale ha “rotto gli argini” e invaso-con tre scioperi generali e milioni di persone in piazza a Roma e in tutta italia- le strade e le piazze delle nostre città per la Palestina Libera e al grido di “Blocchiamo tutto!” contro le complicità del […] L'articolo Per la liberazione di Shahin, con @linceocchisugliabusi e i compagni denunciati su Contropiano.
Le donne sulla linea del fronte, contro guerra, riarmo e genocidio in Palestina
Un incontro per discuterne sabato 6 dicembre alle ore 10.00 al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Gli scioperi e le mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio in Palestina e contro la guerra ci hanno restituito un quadro dove il bianco e il nero hanno sostituito sempre più le scale […] L'articolo Le donne sulla linea del fronte, contro guerra, riarmo e genocidio in Palestina su Contropiano.
Nuova campagna per la liberazione di Marwan Barghouti
La campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri politici palestinesi sarà lanciata ufficialmente il 29 novembre; lo ha annunciato il figlio Arab Barghouti in un video diffuso in questi giorni. Marwan Barghouti è detenuto da 23 anni nelle prigioni israeliane in condizioni disumane, condannato a 5 ergastoli con un processo  non equo e con accuse che lui ha respinto. Durante le recenti trattative per il cessate il fuoco era stato fatto il suo nome tra i prigionieri palestinesi che israele avrebbe rilasciato in cambio degli ostaggi ma alla fine non è stato liberato. Molti ritengono che Barghouti, considerato il Nelson Mandela del Medio Oriente,  potrebbe essere il leader in grado di riunificare le fazioni palestinesi ed essere un interlocutore valido nei prossimi passi delle trattative di pace. Pressenza IPA
Libertà per Marwan Barghouti, libertà per i prigionieri politici palestinesi, libertà per la Palestina
In Italia, come nel mondo intero, è vivo e forte un movimento che vuole la pace in Palestina e Israele per aprire la strada a un mondo multipolare, unica soluzione possibile contro il rischio di una catastrofica guerra generalizzata. Ma nel coloniale “piano di pace” concordato tra Trump e Netanyahu […] L'articolo Libertà per Marwan Barghouti, libertà per i prigionieri politici palestinesi, libertà per la Palestina su Contropiano.
“Riposare è Resistere” di Tricia Hersey, un manifesto politico contro la grind culture
“Il vostro corpo è un luogo di liberazione. Non appartiene al capitalismo. Amate il vostro corpo. Fate riposare il vostro corpo. Muovete il vostro corpo. Sostenete il vostro corpo.” Tricia Hersey “Riposare è resistere si oppone alla cultura della macinazione che consuma tutto”. Time “Spero leggiate questo libro standovene sdraiati!” – è l’invocazione della scrittrice Tricia Hersey all’inizio del primo capitolo di questo meraviglioso saggio. Un saggio necessario che è stata un’illuminazione. Di fronte al mondo che cambia in modo così velocemente, al tempo che viene sbranato dall’eterno presente della surmodernità, al presentismo neoliberale che ci induce a impostare già il nostro tempo quotidianamente in modo uniforme come macchine vuote volte alla produzione capitalista, l’alienazione e l’insoddisfazione diventano i sentimenti più incisivi che rischiano di deviare l’essenza della nostra esistenza come esseri umani. Già qualche anno fa, leggendo il libro-intervista “Il tao della decrescita” di Serge Latouche, mi sovveniva un pensiero: se ogni forma di resistenza al capitalismo finanziario e al sistema capitalista in generale, alla sua oppressione economica e sociale, alla sua filosofia del fondamentalismo di mercato, risulta vana, quale può essere la forma di protesta/resistenza più incisiva? Quale può essere il modo per sfuggire alla colonizzazione del tempo da parte della società industriale di massa, del produttivismo, dell’efficientismo e del consumismo? Quale può essere il modo per uscire dalla sbornia digitale che ci vede impegnati ore e ore di fronte al computer svolgendo funzioni alienanti, non tanto lontane – nella sostanza – dai meccanismi della catena di montaggio? Quale può essere la forma di rivolta per far emergere quel mondo a misura d’essere umano che abbiamo perso? La risposta mi arrivò spontanea: l’abbandono, ovvero abbandonare questa società, uscire da questa società per dimostrare che si può vivere senza i bisogni effimeri creati ad hoc da questa società per noi. Fin da subito pensai che la grande rivolta poteva consistere nel dimostrare che si può creare una società parallela a quella che ci è stata imposta, con Altre regole, Altre strumenti, Altra vivibilità. Ho sempre creduto che si potesse uscire dai meccanismi perversi della “cultura imprenditoriale-manageriale”, dimostrandone la fallacia logica e la grande astrazione che si sorreggono su presupposti ormai dati per scontati che nulla hanno di “naturale”, ma bensì di “culturale”. Ho creduto e credo che basta uscire dai meccanismi rapaci della società industriale semplicemente con il distacco e la lentezza, virando radicalmente verso altre strade. La grind culture non è nient’altro che la “cultura del superlavoro” e la conseguenza della “cultura degli imprenditori”, che di fatto sono “prenditori” che macinano le nostre vite – le uniche vite che abbiamo la certezza di avere – appaltandole al lavoro standardizzato. Come uscire da questo incubo? La scrittrice, poeta, teologa ed attivista afroamericana Tricia Hersey ci dà una soluzione tanto semplice quanto rivoluzionaria: il riposo. “Possiamo immaginare di passare qualche ora al giorno senza collegarci all’email o al cellulare? E quando ci pensiamo, quali sensazioni sentiamo nascere in noi? Che succederebbe se quel giorno si trasformasse in ventiquattr’ore o un’intera settimana? O un mese? Con cosa sostituireste le ore di attività online?” – ci chiede la Hersey. Riposo che è dormire; riposo che è spegnere le nostre menti; riposo che è uscire dalle nostre comfort-zone standardizzate; riposo che è spegnere qualunque macchina (macchine da lavoro, smartphone); riposo che è riscoprire il valore della leggerezza e il potenziale rivoluzionario delle relazioni umane; riposo che è fermare il nostro corpo; riposo che è il momento del quieora per far sorgere spontaneamente la nostra creatività repressa dall’atomizzazione capitalista. “Questo libro salverà delle vite e trasformerà il mondo”. Emily Nagoski “Un piano d’azione per aiutare le persone a sfidare l’idea che i nostri corpi siano macchine da usare per il profilo del capitalismo, invece di appartenerci veramente”. Essence Hersey è nata e cresciuta nella zona sud di Chicago, ha conseguito la laurea in sanità pubblica presso l’Eastern Illinois University, completando in seguito due anni di servizio come volontaria del Corpo di Pace in Marocco. Si iscrisse alla facoltà di teologia presso la Candler School of Theology dell’Università di Emory mentre iniziavano le proteste legate al movimento Black Lives Matter. E’ proprio in questo frangente che – scoprendo lo stress legato al suo programma di laurea che si aggiunge a forti vicende familiari e personali – rivaluta il sonno come momento per sè. Il riposo aggiuntivo fece sentire la Hersey più sana e più energica, e iniziò a incorporare il riposo nei suoi argomenti di ricerca di laurea sulla teologia della liberazione nera, la somatica e il trauma culturale. Un riposo che ha avuto un significato particolare per lei: fu il sonno che fece esclamare a Harriet Tubman (1), risvegliatasi da un sogno premonitore, «La mia gente è libera» dalla schiavitù. Fu il sonno che fece trovare la pace interiore ai suoi antenati durante la persecuzione: “Provengo da una lunga tradizione familiare di sfinimento. La mia nonna materna Ora (…) riposava gli occhi da mezz’ora a un’ora al giorno, nel tentativo di entrare in sintonia con sé stessa e trovare un po’ di pace. La bisnonna Rhodie, a quanto mi hanno raccontato, restava sveglia fino a tarda notte nella sua fattoria, nel profondo Mississippi, con una pistola nella tasca del grembiule, per risolvere in maniera creativa qualsiasi problema derivante dal Ku Klux Klan. La realtà di come siamo sopravvissuti a supremazia bianca e capitalismo è per me davvero sconvolgente. Sono ben consapevole di ciò che i nostri corpi sono in grado di sopportare. Dobbiamo alleggerire il peso che ci portiamo addosso. L’obiettivo finale della liberazione non è la sopravvivenza. Dobbiamo prosperare. Dobbiamo riposare.” Il lavoro di Hersey sostiene che la privazione del sonno è una questione di giustizia razziale e sociale e invoca il riposo come forma di resistenza alla supremazia bianca e al capitalismo. Hersey collega il riposo alla schiavitù americana – quando gli africani ridotti in schiavitù venivano regolarmente privati del sonno attraverso le leggi Jim Crow (2) – e crede che il riposo possa interrompa, quasi karmicamente, quella storia e la “cultura della fatica” contemporanea. Hersey ha collegato l’esaurimento dei neri alle continue esperienze di oppressione, sostenendo che il riposo è fondamentale per la liberazione di tutti perché lascia spazio alla guarigione e all’invenzione. Scrive Hersey: “A ispirarmi sono il riposo, il sonno e la capacità di sognare a occhi aperti.” Nel 2016 ha fondato “The Nap Ministry” (il “dicastero del sonnellino”), un’organizzazione che sostiene il riposo come forma di riparazione e un percorso verso la connessione ancestrale. L’organizzazione cerca di destigmatizzare la cura di sé e il sonno. Ispirandosi ad una performance artistica che esplorava come il riposo possa connettersi alle riparazioni, alla resistenza e connetterci ai nostri antenati, Hersey ha teorizzato che il riposo possa essere una forma di guarigione dalle esperienze traumatiche.  Scrive: “Il Nap Ministry è una coperta calda che ci avvolge e ci riporta al nostro io più profondo. Un luogo più umano. Un luogo dove riposare.”  La presa di consapevolezza dell’intensa storia del trauma culturale dei suoi antenati le ha fatto rivalutare il sonno come un’arma potenzialmente rivoluzionaria. “Tricia Hersey ci dice che il riposo è una forma di resistenza. Lo dice a me, a voi, a coloro che pensano che la resistenza sia sempre. Il suo messaggio è essenziale: Sedetevi. Sdraiatevi. Rallentate. Il riposo è un passo necessario per rivendicare il nostro potere di resistere all’oppressione sistemica”. Ibram X. Kendi Scrive Hersey: “Questo libro è una testimonianza e un’attestazione del mio personale rifiuto a donare il corpo a un sistema che è ancora in debito verso i miei Antenati per averli defraudati del loro duro lavoro e del loro Spazio Onirico. Mi rifiuto di spingere il mio corpo sull’orlo dell’esaurimento e della distruzione. Lasciamo che il destino faccia il suo corso. Mi fido più di me stessa che del capitalismo. Il nostro rifiuto finirà per lasciar spazio alla prosperità. Dovremo fare un azzardo e credere ciecamente nel riposo. Possa sostenerci il terreno sottostante e, se mai cadremo, che ci sia un soffice cuscino ad accoglierci. Questo libro è un invito, gridato da un megafono alla collettività, a unirsi a me nell’ostacolare e nel respingere il sistema.” Questo libro è un grido di protesta, un manifesto rivoluzionario e sovversivo, ma anche una nenia sussurrata all’orecchio di chi è stanco, un mantra che ripete incessantemente parole che spesso dimentichiamo: noi meritiamo di riposare, perché il riposo è sacro. Ingabbiati come siamo dentro il meccanismo della grind culture, che ci vuole sempre attivi e disponibili in qualsiasi momento, abbiamo dimenticato che il riposo è un nostro diritto e un nutrimento per l’anima, e non solo il tempo che togliamo alla produzione. Questo di Tricia Hersey è un invito che suona potente e liberatorio. Le sue parole piene di umanità e di spiritualità ci insegnano come non farci distruggere dal sistema, come recuperare ciò che è nostro, in una rivoluzione che non esclude nessuno ma che include ogni aspetto della società in cui viviamo, dalle comunità all’attivismo, dalla lotta al capitalismo alla società razzializzata, per fare in modo di connetterci di nuovo alla nostra natura più vera e ai ritmi ecologici, riposando insieme, sottraendo tempo al lavoro, imparando dal passato. All’opposto di ciò che avviene, torniamo a mettere al centro la lentezza come paradigma di vita: torniamo a vivere lentamente e lentamente a vivere.   I Principi del Nap Ministry sono: 1. Il riposo è una forma di resistenza perché ostacola e respinge il capitalismo e la supremazia bianca. 2. I nostri corpi sono un luogo di liberazione. 3. Schiacciare un pisolino offre una porta d’accesso all’immaginazione, alla creatività e alla guarigione. 4. Ci è stato sottratto il nostro Spazio Onirico e lo rivogliamo. Ce lo riprenderemo grazie al riposo.   (1) Harriet Tubman, nata Araminta “Minty” Ross e anche conosciuta come “Mosè degli afroamericani”, è stata un’attivista statunitense che combatté per l’abolizione della schiavitù e, in seguito, per il suffragio femminile, prestando anche attività come spia al servizio dell’Unione durante la Guerra di Secessione. (2) Leggi locali e statali in vigore nel Sud degli USA tra il 1876 e il 1965, che sancirono e mantennero di fatto la segregazione razziale nella società americana.   Scarica il primo capitolo di questo libro, e immergiti nelle atmosfere descritte dalla Hersey Scarica il PDF > Riposare è resistere. Un manifesto   Lorenzo Poli