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Quali sono le fasce sociali che beneficiano delle trasformazioni urbane a Roma?
murale Sabrina H. Dan di Paolo Gelsomini Una riflessione a margine del dibattito avviato dall’appello “Per chi è Roma? Il futuro della città si decide oggi”(1), di cui l’autore è tra i primi firmatari, e delle modifiche definitive alle Norme Tecniche di Attuazione (NTA)  del Piano Regolatore che sono in discussione all’Assemblea Capitolina(2). La vicenda della delibera sulle NTA tuttora in corso in Campidoglio (2),   la lettera appello “Per chi è Roma?” promossa da Nonna Roma*, e varie voci che si sono aggiunte al dibattito sulla direzione che sta prendendo la città,  insieme alla nuova ricerca di Mapparoma 48(3) “La geografia dei redditi e delle fragilità economiche nella Città metropolitana di Roma” che mostra come le geografie del reddito, della crescita economica e delle fragilità sociali delineino un territorio profondamente diseguale, mi hanno spinto  a fare una riflessione sulle trasformazioni urbane a Roma. Vorrei porre all’Amministrazione Comunale che sta per variare le nuove NTA del Piano Regolatore questa domanda: Quali sono le fasce sociali di riferimento delle trasformazioni urbane?  Quando si parla di social housing o di studentati all’interno dei mix funzionali dei progetti di finanza o nei programmi integrati disciplinati dalle NTA in genere ci si riferisce a categorie (giovani, anziani, studenti, giovani coppie ecc.) ma non alle fasce sociali che all’interno delle categorie possono essere molto diverse.  Di conseguenza molti interventi di rigenerazione urbana producono beni fruibili solo da fasce sociali alte o medio-alte. Ad esempio gli studentati degli ex Mercati Generali (4) sono considerati dall’assessore Veloccia non  di pubblica utilità ma strumenti di remunerazione degli investitori privati per realizzare beni privati di pubblica utilità (anche questi non certo accessibili gratuitamente a tutti, ad eccezione di qualche piazza o giardino). In pratica una moneta di scambio, che però contribuisce a squilibrare il mercato degli alloggi per studenti, perchè nel frattempo si stanno costruendo 25 studentati privati e pochissimi studentati pubblici.  La stessa cosa succede per l’edilizia sociale,  ancora più ridotta nelle NTA all’interno degli atti di partenariato pubblico-privato. Sono cose che tutti noi conosciamo, progetto per progetto. Resta il fatto della crescita di una diseguaglianza sociale attraverso l’urbanistica, perché l’offerta pubblica dei beni edilizi d’uso a costi sostenibili dalle fasce più basse è sempre più distante dall’offerta privata destinata alle fasce alte e medio-alte della popolazione. Se a questa discrepanza pubblico-privato aggiungiamo il mercato delle case vacanza, B&B ecc. (non è vero che è stato arrestato dalle nuove NTA, perché stiamo in attesa di un Regolamento di contenimento previsto dalle NTA e tuttora in lavorazione, ma il cui iter sarà ancora lungo e tortuoso), possiamo concludere che il mercato degli affitti e delle compravendite è sempre più in rialzo e sempre meno accessibile alle fasce più fragili, che continuano ad andare ad  abitare nei comuni limitrofi aggravando ulteriormente il sistema del trasporto privato e pubblico della Capitale. I dati sugli affitti a Roma parlano chiaro, come parlano chiaro i dati delle migliaia di immobili gestiti da Fondi immobiliari, società di investimento, e Fondi di investimento internazionali. E’ esemplificativa la già citata ricerca di Mapparoma 48 (3)che rende evidente, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la distanza crescente tra offerta di beni e servizi di prima necessità e domanda sociale sempre più inevasa. Se partiamo da queste considerazioni potremo stabilire come il Pubblico possa ricominciare a pianificare, programmare e progettare per la Città Pubblica, dentro i problemi reali per cercare di risolverli o di ridurre i loro effetti negativi, pur nella complessità insita nel gestire la cosa pubblica all’interno delle dinamiche sociali ed economiche. Poi possiamo anche percorrere la strada del riformismo possibile,ma solo dopo aver fissato principi ed obiettivi di una politica urbanistica che persegua la riduzione delle diseguaglianze sociali, la sostenibilità ambientale, la salvaguardia del tessuto tipo-morfologico del centro. storico, la difesa della qualità edilizia dei complessi urbani storici. Mi pare che nell’impostazione della riforma delle NTA queste radici siano enunciate ma contraddette dai fatti e che i fatti (le norme) siano presentati non come mediazioni del possibile ma come “radici invarianti”  per la trasformazione della città, che può crescere solo attirando capitali internazionali, turismo e grandi eventi. Paolo Gelsomini 20 luglio 2026 Per oseervazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com NOTE (1) vedi Per chi è Roma? Il futuro della città si decide oggi 12 luglio 2026 https://www.carteinregola.it/per-chi-e-roma-il-futuro-della-citta-si-decide-oggi/ (2)Vedi Ultime modifiche alle NTA, restano molti punti critici 12 luglio 2026 https://www.carteinregola.it/ultime-modifiche-alle-nta-restano-molti-punti-critici/  (3)#mapparoma48 – La geografia dei redditi e delle fragilità economiche nella Città metropolitana di Roma > #mapparoma48 – La geografia dei redditi e delle fragilità economiche nella > Città metropolitana di Roma (4) vedi Ex Mercati Generali, parabola esemplare dell’urbanistica della Capitale di Anna Maria Bianchi 28 aprile 2026
July 20, 2026
carteinregola
Il medico palestinese Hussam Abu Safiya è in grave pericolo di vita
Amnesty International ha dichiarato che le autorità israeliane devono scarcerare immediatamente il pediatra palestinese e direttore dell’ospedale Kamal Adwan, il dottor Hussam Abu Safiya, detenuto arbitrariamente, alla luce delle informazioni riferite dal suo avvocato dopo una visita in carcere, secondo le quali la sua vita è in imminente pericolo a causa delle torture e dei maltrattamenti cui è stato sottoposto durante la detenzione. https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/ Il dottor Hussam Abu Safiya è illegalmente in carcere da oltre 18 mesi, senza incriminazione né processo, dal 27 dicembre 2024, quando è stato arrestato mentre era in servizio presso l’ospedale Kamal Adwan, nella Striscia di Gaza. “I dettagli che stanno emergendo sul peggioramento delle condizioni di detenzione del dottor Hussam Abu Safiya sono davvero agghiaccianti. Siamo profondamente allarmati dalle informazioni fornite dal suo avvocato, secondo cui la sua vita è in imminente pericolo mentre continua a essere detenuto illegalmente. È inaccettabile che un pediatra, che ha dedicato la propria vita a salvare quella degli altri nella Striscia di Gaza occupata, sia sottoposto a torture e maltrattamenti, compresi gravi abusi fisici e psicologici e un prolungato isolamento, mentre viene detenuto senza alcuna giustificazione”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice delle ricerche e delle campagne di Amnesty International. “Le autorità israeliane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni il dottor Hussam Abu Safiya. Fino a quel momento, il Servizio penitenziario israeliano deve garantire che sia pienamente protetto da ulteriori violenze, che riceva cure mediche adeguate e che possa essere visitato immediatamente da osservatori indipendenti, compreso il Comitato internazionale della Croce rossa, al quale deve essere consentito l’accesso anche a tutte le altre persone palestinesi detenute”, ha proseguito Guevara Rosas. In aperta violazione dei propri obblighi di diritto internazionale, Israele impedisce al Comitato internazionale della Croce rossa di visitare le persone palestinesi detenute e imprigionate dall’ottobre 2023. Le informazioni sul peggioramento delle condizioni del dottor Hussam Abu Safiya e sui gravi maltrattamenti inflitti dal Servizio penitenziario israeliano sono emerse dopo la visita effettuata il 2 luglio 2026 dall’avvocato Nasser Odeh, di Physicians for Human Rights Israel. Secondo quanto riferito dall’avvocato, dopo il trasferimento nel famigerato centro di detenzione sotterraneo di Rakevet, il medico è stato sottoposto quotidianamente a percosse, minacce e ad altre forme di violenza. Nasser Odeh ha riferito di aver visto lividi recenti e segni di tortura sulla testa e su tutto il corpo del dottor Hussam Abu Safiya, al punto da renderlo quasi irriconoscibile. Ha inoltre raccontato che il medico si è presentato all’incontro con mani e piedi incatenati. Nella sua drammatica testimonianza, l’avvocato lo ha descritto come estremamente debilitato e sul punto di perdere conoscenza. Ha inoltre riferito che il dottor Hussam Abu Safiya gli ha detto: “Questa è l’ultima volta che mi vedrai… Mi hanno portato qui per uccidermi”. “La testimonianza dell’avvocato deve rappresentare un urgente campanello d’allarme per gli Stati di tutto il mondo, in particolare per gli alleati di Israele. È profondamente riprovevole che un medico che si è rifiutato di abbandonare i propri pazienti e che è diventato una delle voci più autorevoli nel denunciare la distruzione del sistema sanitario di Gaza continui a essere detenuto arbitrariamente e illegalmente sulla base dell’infondata definizione israeliana di ‘combattente illegale’. Continua a essere privato dei suoi diritti fondamentali, compreso il diritto a essere protetto dalle torture e maltrattamenti, nonché del diritto a un processo equo e alle garanzie procedurali”, ha aggiunto Erika Guevara Rosas. “Il trattamento disumano riservato da Israele al personale sanitario palestinese della Striscia di Gaza, comprese la detenzione arbitraria e la tortura, è stato reso possibile dal deliberato fallimento degli Stati nell’adottare misure efficaci sia di fronte alla distruzione del sistema sanitario della Striscia di Gaza, sia agli attacchi contro il personale sanitario palestinese. Queste condotte rientrano tra gli elementi che caratterizzano il genocidio in corso commesso da Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Le semplici espressioni di preoccupazione rappresentano ormai poco più di un cinico alibi per giustificare l’inazione degli Stati di fronte alla sistematica distruzione dei diritti umani della popolazione palestinese. Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni per i diritti umani, non chiede soltanto l’immediata scarcerazione del dottor Hussam Abu Safiya. Chiede un intervento urgente ed efficace per salvargli la vita,” ha concluso Guevara Rosas. In una dichiarazione inviata ad Amnesty International dal figlio del dottor Hussam Abu Safiya, Elias, portavoce della famiglia, si legge: “Mio padre sta vivendo un momento estremamente critico, sospeso tra la vita e la morte. Le sue condizioni di salute e la sua situazione peggiorano di giorno in giorno. Chiediamo alla comunità internazionale, alle organizzazioni per i diritti umani, agli organi di stampa e a tutte le persone di coscienza di intervenire con urgenza affinché cessino immediatamente le torture e tutte le altre violazioni commesse nei suoi confronti, gli siano garantite cure mediche urgenti, sia possibile monitorare le sue condizioni attraverso canali legali e umanitari indipendenti e siano assicurati la sua protezione e il pieno rispetto dei suoi diritti fondamentali. Il silenzio del mondo oggi potrebbe costare la vita a una persona innocente. Il tempo sta per scadere e vi chiediamo di intervenire prima che sia troppo tardi”. Ulteriori informazioni Il dottor Hussam Abu Safiya è detenuto arbitrariamente dalle autorità israeliane dal dicembre 2024, dopo il raid condotto dall’esercito israeliano contro l’ospedale Kamal Adwan, nel nord della Striscia di Gaza. Da allora è detenuto senza incriminazione né processo in base alla cosiddetta Legge sui combattenti illegali, una normativa crudele che autorizza l’esercito a emettere ordini di detenzione rinnovabili indefinitamente nei confronti di chiunque, arrestato nella Striscia di Gaza, sia sospettato di costituire una minaccia per la sicurezza dello Stato o di essere coinvolto in attività ostili, sulla base di prove segrete e senza l’obbligo di presentare un atto d’accusa. Il 16 giugno 2026 la Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato dal dottor Hussam Abu Safiya contro la sua detenzione, confermandola almeno fino a ottobre 2026. Secondo Physicians for Human Rights Israel, l’intensificarsi delle violenze nei suoi confronti è collegato proprio al ricorso e ai suoi tentativi di contestare in tribunale la legittimità della detenzione.   Amnesty International
July 8, 2026
Pressenza
TORINO: NUOVA UDIENZA DEL PROCESSO “SOVRANO” CONTRO ATTIVISTE/I DI ASKATASUNA, NERUDA E MOVIMENTO NO TAV
È ripreso oggi, lunedì 6 luglio 2026, al Tribunale di Torino, il dibattimento del processo d’appello a carico di 16 attiviste e attivisti del Movimento No Tav, del centro sociale Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda accusati – nell’ambito dell’operazione “Sovrano” – di associazione a delinquere per aver partecipato alle lotte sociali e ambientali tra il capoluogo piemontese e la Val di Susa. Durante la lunga udienza di oggi, l’ultima prima della pausa estiva, sono stati ascoltati alcuni testimoni della difesa. Movimento No Tav, centro sociale Askatasuna e Spazio Popolare Neruda, hanno fatto appello alla solidarietà, rilanciando la campagna “Associazione a resistere” e invitando chi può a portare all’interno dell’aula il proprio sostegno a imputate e imputati. All’udienza, infatti, era presente una delegazione di No Tav della Val di Susa oltre a un gruppo di giovani attiviste e attivisti. “Fa specie constatare che c’è uno sguardo molto chiuso, riduzionista, tecnicista, strettamente formale su dinamiche di questo tipo, che oggi è molto diffuso in buona parte della magistratura”, commenta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna, tra i testimoni sentiti oggi in aula. “Per esempio, oggi in aula si è parlato di abitudine alla prevaricazione in riferimento alla possibilità di fischiare o contestare altre forze politiche in piazza – prosegue Pittavino – questo ci dà un po’ il quadro del clima in cui si svolge questo processo, con intorno il battage mediatico che viene condotto da anni e che è stato funzionale anche a portare allo sgombero del centro sociale nel dicembre scorso”. L’intervento su Radio Onda d’Urto di Gian Luca Pittavino, militante del centro sociale Askatasuna di Torino e tra i testimoni sentiti in aula durante l’udienza. Ascolta o scarica.
July 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione: «condividiamo iniziative didattiche di Pace»
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un gruppo di scopo i cui obiettivi sono: 1. Monitorare e denunciare, attraverso specifiche segnalazioni, le attività militari nelle scuole di ogni ordine e grado, spesso agite nel silenzio complice e/o intimorito degli insegnanti e delle famiglie; 2. Mettere in luce la virata subita dalla ricerca universitaria verso le esigenze economiche, finanziarie, di controllo sociale dei grandi complessi dell’industria militare; 3. Aprire alla riflessione su temi attinenti il concetto di difesa della Patria (art 52 della Costituzione Italiana) ricontestualizzandolo nell’attuale situazione storica; 4. Offrire strumenti di lotta negli Organi Collegiali ai docenti e di opposizione alla presenza militare  ai genitori (si vedano sul sito il manifesto, l’elenco dei valori di riferimento, il Vademecum). 5. Sensibilizzare sui contesti di guerra nel mondo e, in particolare, sul genocidio che si sta consumando in Palestina. L’Osservatorio, al fine di una maggiore efficacia anche di studio delle situazioni segnalate, si è dotato di sottogruppi di lavoro che elaborano proposte su campi specifici (università, leva, genitori, eventi, ecc.). Uno di questi è dedicato alla raccolta, alla diffusione e allo studio di attività scolastiche, di cui sul nostro sito esiste già un piccolo archivio denominato “didattica”. È però necessario che non si archivino iniziative episodiche, ma esperienze capaci di capillarizzarsi fra docenti, famiglie, studenti, in grado di intaccare i paradigmi stessi delle discipline insegnate. Pertanto, è fondamentale tenere salda la barra politica che informa gli scopi dell’osservatorio. Serve elaborare un chiaro orientamento che riesca a incidere sulle scelte pedagogiche (quadro teorico relativo ai processi di educazione rivolti all’età evolutiva), sulle forme assunte dall’ideologia propria dell’agenda politica del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), definibili come orto-pedagogia o psico-istruzione. Per il MIM, attraverso indicazioni nazionali sui traguardi formativi, protocolli con le forze armate, note e circolari, si tratta di piegare abilità cognitive e affettivo relazionali (soft skills) al pensiero convergente, accettante la logica della difesa totale, interna ed esterna, l’obbedienza come postura etica, la negazione del dissenso. La premessa ci indica la necessità di evitare la confusione fra mezzi e fini, fra elementi valoriali e strumenti attraverso i quali si fa scuola. È altresì necessario sdoganare il politico dalla politica come ideologia e tecnica di governo, per ricondurlo al significato classico aristotelico: ciascuno di noi è animale politico, per il quale la facoltà di parola si deve tradurre in attività nella polis, attività capace di instaurare cambiamenti nel modello sociale in cui viviamo e operiamo. Una scelta di Vita activa, nella consapevolezza che l’azione è parola politica, non solo opera e lavoro (Hannah Arendt). Occorre che la didattica venga ridefinita come insieme degli strumenti, delle strategie, dei materiali di lavoro direttamente derivante dagli scopi su richiamati. L’EDUCAZIONE ALLA PACE, COME CAPACITÀ DI ELABORARE CONFLITTI FUORI DALLA LOGICA AMICO-NEMICO, LO SVILUPPO DEL SENSO CRITICO E ANTAGONISTA VERSO IL MODELLO DI SOCIETÀ CHE ALIMENTA I VENTI DI GUERRA, DEVE ESSERE CAPOSALDO DELLE INIZIATIVE DIDATTICHE. PROPOSTA Il gruppo di lavoro dell’Osservatorio che si occupa di didattica si è proposto di cominciare a raccogliere, archiviare, rendere fruibili proposte e progetti la cui condivisione, studio, discussione tra insegnanti permetta di ricostruire una riflessione pedagogica alternativa e di opposizione rispetto alla didattica del sistema, finalizzata a rafforzare l’ordine neoliberista e il suo apparato militare-industriale. La didattica promossa dal sistema neoliberista è quella che abitua gli studenti ai crediti, ai questionari e test a risposta chiusa, all’uso acritico della tecnologia, alla finalizzazione dello studio al mondo del lavoro  (o meglio del lavoro sfruttato), alla burocrazia insensata, alla militarizzazione della società. Un modello di scuola classista, militarista, sessista che ha come scopo quello di produrre individui privi di senso critico, anestetizzati e incapaci di immaginare mondi diversi e di agire per renderli possibili. A partire da questa analisi, il gruppo didattica dell’Osservatorio ritiene fondamentale entrare in relazione con chi quotidianamente porta dentro le aule scolastiche, e non solo, pratiche e progetti che mettono al centro un’educazione alla pace, alle differenze, allo sviluppo del pensiero critico e all’agire collettivo e trasformativo di un esistente, sempre più cupo, violento e asfittico. Nella consapevolezza che sono molti i gruppi e le realtà che si occupano con una prospettiva simile di pedagogia e didattica, senza avere pretese di esaustività o sussunzione, ci piacerebbe porre al centro di questo lavoro il nesso tra didattica, resistenza e lotta contro la militarizzazione della scuola e della società, promuovendo su questa tema dibattito e condivisione tra insegnanti, anche attraverso lo scambio e la connessione con le realtà che già da molto tempo lavorano in questa direzione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita docenti di ogni ordine e grado a inviare al GRUPPO DIDATTICA (clicca qui per iscriverti e partecipare alle attività) esperienze che siano capaci di costituire un esempio, un modello transdisciplinare pervasivo, critico verso l’impianto epistemologico delle materie scolastiche, del taglio che manuali e libri di testo a esse conferiscono. Esperienze lontane da suggerimenti di diretta fonte ministeriale, da percorsi di formazione proni al modello calato dall’alto, da proposte  orientate da interessi  privati. Il materiale inviato, che sarà pubblicato sulla pagina dedicata alla didattica scolastica, dovrebbe caratterizzarsi come resoconto di un processo, non tanto di un risultato finale, un prodotto, una performance. Pertanto, si chiede di indicare ad ogni invio: 1. Gli scopi pedagogici 2. Il contesto in cui si opera (tipologia di istituto scolastico, discipline coinvolte, situazione socioculturale del territorio) 3. Obiettivi a lungo e medio termine 4. Mezzi e strategie 5. Valutazione rispetto agli scopi e agli obiettivi: formativa con gli alunni (valorizzazione del percorso complessivo e del lavoro per gruppi cooperativi); sintetica/finale restitutiva verso i docenti (in considerazione di errori, attesi imprevisti, provvisorietà strategica, complessità di tutto il processo, effetti di rilancio, ecc.). I MATERIALI ANDRANNO INVIATI A: OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Gruppo didattica -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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L’uso militare dell’intelligenza artificiale deve fermarsi
RETE ITALIANA PACE DISARMO FIRMA L’APPELLO INTERNAZIONALE Oltre 220 tra organizzazioni della società civile (tra cui Access Now, Amnesty International, Stop Killer Robots e la Rete Italiana Pace Disarmo) e singoli esperti hanno lanciato un appello congiunto contro la militarizzazione dell’intelligenza artificiale (IA) e per il suo immediato blocco nelle “catene di uccisione” (kill chain) militari. La guerra accelerata dall’Intelligenza Artificiale sta infatti diventando uno strumento per “validare” l’uccisione di esseri umani a una velocità e su una scala senza precedenti. Aziende e governi devono cessare la fornitura e l’uso di tecnologie che compromettono il rispetto del diritto internazionale nei conflitti armati. La Rete Italiana Pace Disarmo ha aderito convintamente a questa presa di posizione collettiva visto il suo ruolo di partner della campagna internazionale Stop Killer Robots, di cui segue le attività in Italia, impegnandosi da anni contro i sistemi d’arma autonomi e contro la delega a sistemi algoritmici delle decisioni di vita e di morte. L’appello denuncia una corsa incontrollata a militarizzare l’Intelligenza Artificiale, al di fuori di ogni regolamentazione e di ogni reale assunzione di responsabilità: una corsa al ribasso negli standard delle attività militari che minaccia la pace e la sicurezza globali. Da Gaza al Libano fino all’Iran, la realtà concreta della violenza scatenata attraverso “kill chain” guidate dall’IA smentisce ogni pretesa che questi sistemi possano essere impiegati in modo responsabile e coerente con il diritto internazionale. L’uso di strumenti di IA per generare e selezionare gli obiettivi (sia di luoghi/edifici che sopratutto umani) sta spingendo gli attori militari verso una forma di guerra che mina principi fondamentali del diritto umanitario, come distinzione, proporzionalità e precauzione. I firmatari del “Joint Statement on AI in warfare” chiedono alle aziende tecnologiche di non stipulare né dare esecuzione a contratti con agenzie militari o gruppi armati responsabili di possibili violazioni del diritto internazionale, e di astenersi dal fornire o esportare sistemi di Intelligenza Artificiale di supporto alle decisioni per le “kill chain militari” e l’individuazione di obiettivi per attacchi finché non saranno garantiti reale responsabilità, controllo umano significativo, supervisione e trasparenza. Agli Stati viene chiesto di interrompere l’uso di strumenti di IA, compresi i grandi modelli linguistici, nella conduzione del targeting militare e di assicurare trasparenza sull’uso che ne viene fatto nelle ostilità. Non è troppo tardi per cambiare rotta, ma la comunità internazionale deve agire con rapidità e determinazione perché la tecnologia sia al servizio delle persone, non della loro distruzione. La Rete Italiana Pace Disarmo sottolinea come la questione riguardi direttamente anche l’Italia e l’Europa, chiamate a una posizione chiara sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi e sull’impiego militare dell’Intelligenza Artificiale, in coerenza con i principi costituzionali e gli impegni internazionali. DICHIARAZIONE CONGIUNTA SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLA GUERRA (qui la versione internazionale con fonti di riferimento e lista aderenti)   Noi, organizzazioni e individui firmatari, siamo profondamente allarmati dalla rapida militarizzazione delle tecnologie di intelligenza artificiale (IA). I sistemi di IA integrati nelle “catene di uccisione” (kill chain) militari stanno accelerando la velocità e la portata degli attacchi militari in un modo che crea nuovi e rilevanti rischi per la responsabilità nei conflitti e che rischia di agevolare violazioni del diritto penale internazionale, dei diritti umani e del diritto umanitario. Chiediamo pertanto alle aziende tecnologiche e agli Stati di interrompere la fornitura di sistemi di IA destinati all’uso nella kill chain militare e di adottare ogni misura per garantire che gli altri sistemi di IA che forniscono non causino né contribuiscano a violazioni del diritto internazionale umanitario (DIU) e del diritto internazionale dei diritti umani (DIDU). Questo include l’uso di sistemi di IA di supporto alle decisioni, compresi i sistemi di generazione degli obiettivi, la sorveglianza biometrica da remoto e i modelli di IA multimodali, inclusi i grandi modelli linguistici (LLM). La guerra accelerata dall’IA sta rapidamente diventando un mezzo per “timbrare” l’uccisione di massa a grande velocità e su larga scala, e attualmente nessuna correzione tecnica o procedurale può prevenire efficacemente le conseguenze letali e devastanti che derivano dalle sfide fondamentali che essa pone al diritto internazionale. Tutte le aziende, comprese quelle che stipulano contratti con agenzie militari governative lungo l’intera catena di fornitura dell’IA — dalla concessione in licenza e dall’addestramento dei modelli “di frontiera” fino alla fornitura di funzioni di elaborazione e archiviazione dei dati — devono adottare ogni misura possibile per garantire che i loro prodotti e servizi non causino, contribuiscano o siano direttamente collegati ad abusi dei diritti umani e a crimini internazionali. Nei conflitti armati, questa responsabilità si estende al rispetto del diritto internazionale umanitario e penale, dato l’accresciuto rischio di agevolare gravi abusi dei diritti umani in tali contesti. Laddove le aziende non siano in grado di prevenire o mitigare in modo concreto tali rischi, non devono stipulare né dare esecuzione a contratti di questo tipo. I sistemi di archiviazione e analisi dei dati abilitati dall’IA usati nella kill chain — tra cui il grande modello linguistico Claude di Anthropic e il Maven Smart System — secondo un’inchiesta della NBC starebbero giocando un ruolo nel supportare gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. OpenAI ha recentemente accettato di fornire servizi di IA al Dipartimento della Difesa statunitense; Google ha stipulato contratti con il Dipartimento, come Anthropic, per “sviluppare prototipi di capacità di IA di frontiera per affrontare sfide critiche di sicurezza nazionale negli ambiti bellico e operativo”; Microsoft, Google e Amazon forniscono da anni servizi di archiviazione, elaborazione dati e altre infrastrutture ai programmi bellici del Dipartimento. Secondo notizie di stampa e dichiarazioni ufficiali del Dipartimento della Difesa, la rapida generazione di obiettivi tramite strumenti di IA ha consentito un aumento della velocità, della portata, dell’intensità e della forza distruttiva degli attacchi statunitensi contro l’Iran. Nelle prime 48 ore di attacchi, Israele e gli Stati Uniti avrebbero colpito quasi 2.000 obiettivi in Iran. Sebbene molto resti poco chiaro sul ruolo preciso svolto dai sistemi di IA in questi attacchi, le incursioni hanno avuto un impatto devastante sui civili e sulle infrastrutture civili. L’adozione di sistemi di targeting basati sull’IA in questa campagna segue l’esempio dell’uso, da parte del governo israeliano, di strumenti di analisi dei dati e machine learning alimentati dalla sorveglianza di massa nei suoi attacchi genocidi contro Gaza. Diluendo la responsabilità umana nelle decisioni di vita e di morte, l’uso da parte di Israele di sistemi come Lavender, Gospel e Where’s Daddy può contribuire a occultare crimini internazionali dietro un’apparenza di presunta oggettività algoritmica, offuscando al tempo stesso le responsabilità. Non è la prima volta che vediamo la Palestina usata come laboratorio per metodi di guerra sperimentali e disumanizzanti, anche attraverso partnership tecnologiche aziendali con le agenzie militari israeliane. Microsoft, Google, Palantir e altre aziende tecnologiche potrebbero aver contribuito o consentito l’accesso del governo israeliano a sistemi di archiviazione, elaborazione e analisi di dati di massa che stanno favorendo la distruzione e il genocidio in corso a Gaza, che finora ha causato l’uccisione di almeno 72.000 palestinesi. Studiosi e professionisti del diritto, esperti tecnici, lavoratori del settore tecnologico, relatori speciali dell’ONU e giornalisti investigativi mettono in guardia da tempo contro lo sviluppo e l’impiego dell’IA in guerra, dato l’accresciuto rischio di crimini internazionali. Nonostante le affermazioni dei suoi sostenitori secondo cui gli strumenti di IA renderebbero la guerra più efficace, precisa o “umana”, gli impieghi reali indicano che l’IA sta in realtà agevolando metodi di guerra più violenti, disumanizzanti e distruttivi. In particolare, siamo profondamente preoccupati dal fatto che l’uso degli LLM per la generazione e la definizione delle priorità degli obiettivi stia spingendo gli attori militari verso una forma di guerra in cui i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario — tra cui i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione — non sono, e probabilmente non possono essere, sufficientemente rispettati, data l’enorme velocità e portata di tali tecnologie, oltre alla natura inaffidabile, distorta e spesso illegalmente ottenuta dei dati di input. Affermiamo inoltre che queste dinamiche rischiano di agevolare abusi dei diritti umani, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Inoltre, l’opacità che accompagna l’uso di questi strumenti minaccia alla radice la possibilità di attribuire responsabilità morali o legali nei casi in cui vengano commessi errori. Come la stessa Anthropic ha dichiarato, “…oggi i sistemi di IA di frontiera semplicemente non sono abbastanza affidabili da alimentare armi pienamente autonome. Non forniremo consapevolmente un prodotto che metta a rischio i combattenti e i civili americani”. Gli attori che scelgono di impiegare sistemi di IA usati per commettere crimini internazionali devono essere ritenuti penalmente responsabili. Le nostre preoccupazioni non si limitano agli errori che possono derivare dal malfunzionamento di tali sistemi, ma riguardano il modo in cui questi sistemi trasformano alla radice le operazioni militari. Respingiamo pertanto la premessa secondo cui, allo stato attuale, correzioni tecniche o funzionali — che si tratti di un presunto “uomo nel circuito” (human in the loop) o di supposte barriere di sicurezza “cablate” nei modelli di IA — possano prevenire le conseguenze letali e devastanti delle kill chain accelerate dall’IA. Tali proposte permettono la normalizzazione e la proliferazione dell’integrazione dell’IA nel processo decisionale militare, a danno delle comunità e delle popolazioni vulnerabili. Allo stato attuale, un controllo umano significativo, una reale assunzione di responsabilità, la supervisione e la trasparenza di queste tecnologie non sono possibili nella loro forma odierna. Anche quando i sistemi di IA usati per l’acquisizione degli obiettivi non prendono la decisione finale di uccidere, rischiano di diventare meccanismi di mera ratifica per l’uccisione su larga scala, perché fanno leva su false nozioni di oggettività e possono spostare altrove la responsabilità e la dovuta diligenza, finendo per accelerare e snellire l’uccisione di massa. Sovrapporre a questi sistemi tecniche ancora più “prive di attrito” di sorveglianza, acquisizione degli obiettivi e operazioni di comando — ad esempio sotto forma di grandi modelli di IA come gli LLM — automatizza la disumanizzazione, riducendo le questioni di vita e di morte a un semplice prompt di chat. La decisione di uccidere un altro essere umano porta con sé un grave peso morale e giuridico e non deve mai essere ridotta al puro accettare o rifiutare le raccomandazioni di sistemi di IA. Quando gli eserciti si affidano all’IA per accelerare l’identificazione degli obiettivi con una velocità e una routinizzazione tali che qualsiasi revisione umana rischia di diventare una mera ratifica priva di controllo umano significativo, l’uccisione di massa può seguirne e spesso ne seguirà, in diretta violazione del principio di precauzione del DIU. Le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e di astenersi dal causare o contribuire ad abusi e ad altre violazioni del diritto internazionale, compreso il fornire sostegno materiale o finanziario a Stati coinvolti in crimini internazionali. Come stabilito dai Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, le aziende che adottano tali comportamenti devono cessare immediatamente il loro contributo al danno. Anche quando un’azienda non causa né contribuisce al danno, ma è semplicemente collegata a esso, ci si attende che usi la propria capacità di influenza per cercare di porre fine a tali violazioni. Una volta stipulati contratti militari, le aziende possono avere un controllo limitato su come i loro prodotti e servizi vengano utilizzati, come dimostrato dal braccio di ferro tra Anthropic e il governo statunitense, oltre che dalle notizie di Google e Amazon che avrebbero sospeso l’applicabilità dei propri termini di servizio nei contratti con il governo israeliano. Ancora di recente, il 27 aprile 2026, più di 560 dipendenti di Google hanno firmato una lettera aperta all’amministratore delegato della società, sollecitandola a rifiutare l’uso della propria tecnologia di IA da parte del governo statunitense in operazioni militari classificate. Le aziende tecnologiche e i loro dirigenti dovrebbero prendere sul serio la propria potenziale responsabilità nei casi in cui le loro tecnologie giochino un ruolo in violazioni del diritto internazionale, prima di stipulare questi lucrosi contratti di difesa, e astenersi dal farlo laddove non siano in grado di compiere tale valutazione. Oltre a ciò, devono anche comprendere il ruolo che hanno nel ridisegnare l’architettura normativa dell’uso dell’IA nei conflitti. Noi, organizzazioni e individui firmatari, chiediamo: Alle aziende tecnologiche di: * astenersi dallo stipulare o dare esecuzione a contratti con agenzie militari o gruppi armati che commettono possibili violazioni del diritto internazionale, comprese violazioni dei diritti umani e crimini atroci; * astenersi dal vendere, trasferire, fornire assistenza o esportare sistemi di IA di supporto alle decisioni destinati alle kill chain militari e al targeting di esseri umani, compresi i sistemi di generazione degli obiettivi e la sorveglianza biometrica da remoto; * astenersi dal vendere o esportare sistemi di IA di supporto alle decisioni per scopi non letali, compresi i modelli di IA multimodali come gli LLM, destinati all’uso nei processi decisionali militari, finché non saranno possibili una reale assunzione di responsabilità, un controllo umano significativo, supervisione e trasparenza in linea con i principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Agli Stati di: * interrompere l’uso di strumenti di IA, compresi i grandi modelli linguistici, nella conduzione del targeting militare, e garantire il rispetto dei principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; * garantire trasparenza su come l’IA viene attualmente utilizzata nella condotta delle ostilità. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 15, 2026
Pressenza
PISA: MOVIMENTO PER LA PALESTINA, OLTRE 60 DENUNCE E MULTE. “NON RINUNCEREMO ALLA LIBERTÀ DI LOTTARE CONTRO GUERRE E GENOCIDIO”
Una vera pioggia di denunce e sanzioni pecuniarie è arrivata ad attiviste e attivisti di movimenti e organizzazioni di Pisa che hanno in questi mesi sostenuto la lotta del popolo palestinese e denunciato il genocidio a Gaza. Si tratta di un insieme di oltre 140 ipotesi di reato per 54 persone, a cui vanno aggiunte diverse multe, per un totale di oltre 60 misure riguardanti una serie di iniziative e manifestazioni che vanno dal luglio 2025 a questa primavera. Sono Studentə per la Palestina, Movimento No Base, Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista, Potere al Popolo!, Rete dei Comunisti, Unione Sindacale di Base, Palestra Popolare La Fontina, eXploit!, Una città in comune e Rifondazione Comunista i primi firmatari di un appello per la libertà di lottare, diffuso giovedì in occasione della conferenza stampa che ha denunciato la maxi-indagine contro attivisti e attiviste. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Carla, del Movimento di studenti per la Palestina di Pisa. Ascolta o scarica.
June 5, 2026
Radio Onda d`Urto
Delegazione del Global Sumud Convoy ancora trattenuta in Libia
LA DELEGAZIONE DEL GLOBAL SUMUD CONVOY ANCORA TRATTENUTA IN LIBIA. DOPO UNA SETTIMANA NESSUNA RISPOSTA CONCRETA DALLE ISTITUZIONI. PRESIDI IN TUTTA ITALIA E APPUNTAMENTO MERCOLEDÌ 3 GIUGNO DALLE 11 ALLA FARNESINA PER CHIEDERE PRESSIONE URGENTE PER IL RILASCIO IMMEDIATO DEI DIECI ATTIVISTI TRATTENUTI. L’appello urgente: “Ogni tentativo di raggiungere Gaza viene bloccato con violenza strutturale. Esigiamo chiarezza ed efficacia istituzionale per il rilascio e per il passaggio sicuro”. 1 Giugno 2026, Roma La delegazione del Global Sumud Land Convoy, composto da dieci attivisti tra cui i due italiani Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia, è ancora trattenuta in Libia orientale dopo aver tentato di negoziare un passaggio sicuro. Erano parte della mobilitazione internazionale diretta a Gaza per rompere l’assedio, aprire un corridoio umanitario e sostenere la popolazione palestinese. Ad oggi hanno ricevuto una sola visita consolare, nonostante le numerose richieste avanzate da famiglie, avvocati e reti solidali, e non dispongono ancora di un’effettiva assistenza legale. Abbiamo aspettato perché ci era stato garantito che i nostri compagni stessero bene e che i ritardi fossero legati alle festività dell’Eid, concluse il 30 maggio. Continuiamo a ricevere soltanto rassicurazioni ufficiose e nessuna informazione concreta. Quello che ci è stato rappresentato come un fermo sembrerebbe configurarsi a tutti gli effetti come un sequestro. Non siamo più disposti ad aspettare. Chiediamo informazioni immediate e verificabili sulle condizioni dei dieci attivisti, sui presunti capi d’accusa e sulle iniziative che il Governo italiano sta mettendo in campo per ottenerne il rilascio. UNA DELEGAZIONE PACIFICA CATTURATA MENTRE NEGOZIAVA IL PASSAGGIO Domenico, Dina e le altre 8 persone facevano parte di una delegazione internazionale incaricata di negoziare il passaggio sicuro del convoglio attraverso le aree di crisi libiche. La loro cattura è avvenuta in circostanze ancora da chiarire e al momento non si conoscono le eventuali accuse mosse nei loro confronti. Ieri è stata reiterata la richiesta di rappresentanza diplomatica effettiva e assistenza legale consolare per le 10 persone trattenute in Libia. La missione umanitaria che il Convoglio ha portato avanti e ha provato ad attuare è tutelata dalla Convenzione di Ginevra. Ancora una volta viene negato il diritto internazionale che garantisce il passaggio sicuro per convogli di natura umanitaria. C’è un movimento civile che sta dimostrando di voler in tutti i modi raggiungere Gaza e la Palestina: le istituzioni e i governi non compiono nessuna azione di tutela per garantire la libertà di movimento. Quanto accaduto ed accade è lo specchio di uno sgretolamento generalizzato del diritto nel Mediterraneo, con l’attuazione di dinamiche che ormai siamo abituati a ritrovare nei vari scenari di conflitto, che violano costantemente il diritto internazionale e umanitario: blocco navale, detenzioni arbitrarie, criminalizzazione dell’aiuto umanitario. Chiediamo con urgenza che i governi – italiano e internazionali – si attivino per: * garantire la rappresentanza diplomatica effettiva e l’assistenza legale consolare per le 10 persone trattenute in Libia; * ottenere il chiarimento, entro 48 ore, in merito agli eventuali capi di accusa, le condizioni di detenzione; * destinare tutte le risorse governative, diplomatiche necessarie ad ottenere rilascio; * tutelare e proteggere le missioni umanitarie e la libertà di movimento conseguente, come indicato dal diritto internazionale e dalla convenzione di Ginevra, i cittadini che a tali missioni partecipano e quindi di ristabilire l’apertura dei valichi e la fine di ogni complicità con lo stato di israele; I governi non possono trarre profitto dal genocidio e dalle violazioni del diritto, ma devono ristabilirlo e proteggerlo. PRESIDI ATTIVI IN TUTTA ITALIA E MERCOLEDÌ 3 GIUGNO CONFERENZA STAMPA ALLA FARNESINA Global Sumud Italia ha indetto una mobilitazione nazionale in tutti i territori. Sono previsti presidi urgenti davanti alle Prefetture in diverse città italiane. Alla Farnesina è previsto un presidio con una conferenza stampa a partire dalle ore 11:00, per chiedere conto al governo dell’assenza di azioni efficaci. “Abbiamo aspettato una settimana. Vogliamo informazioni chiare, vogliamo la data e l’ora in cui i nostri compagni torneranno. Chiediamo l’attivazione immediata di tutte le risorse necessarie. Non un minuto di silenzio, ma un minuto di azione”. Al centro, vestita di nero, la sindaca di Foggia Maria Aida Episcopo durante la cerimonia di inaugurazione del monumento alle vittime foggiane dei bombardamenti del 1943. Global Sumud Flotilla
June 1, 2026
Pressenza
“Io obietto la guerra.”, l’appello di Emergency contro riarmo e leva militare
L’annuncio di un possibile aumento degli effettivi dell’esercito e il ritorno della leva militare ha acceso il confronto pubblico, suscitando preoccupazioni e reazioni in diverse realtà della società civile. Quando si prepara la guerra, alla fine la si fa. Lo abbiamo visto accadere troppe volte in passato e oggi lo stiamo vedendo di nuovo, anche nel nostro Paese. In un contesto internazionale sempre più segnato da conflitti e tensioni, cresce anche in Italia il dibattito sul ruolo delle forze armate e sulle politiche di difesa. L’Italia, invece di adoperarsi per promuovere la risoluzione non armata dei conflitti come vuole l’articolo 11 della Costituzione, si riarma come mai nella storia Repubblicana: più di 30 miliardi di spese militari solo quest’anno. E annuncia il possibile ritorno del servizio militare di leva: è il ritorno della richiesta dello Stato di mettere a disposizione della guerra i propri corpi. Oggi come ieri, il ripristino della leva serve a giustificare il nostro ruolo internazionale come “potenza”. E’ per questo motivo che, contro questa retorica bellicista e guerrafondaia, ho deciso di firmare FERMAMENTE e CONVINTAMENTE l’appello “Io obietto la guerra” di Emergency nell’ambito della campagna R1PUD1A: un appello che invita cittadini e cittadine a prendere posizione contro la guerra, la militarizzazione e ogni ipotesi di ritorno alla leva obbligatoria, oltre che al riarmo. Nel contesto attuale segnato da un’accelerazione senza precedenti degli scenari di guerra e instabilità, Emergency ha lanciato un appello per l’obiezione di coscienza, preventiva e di massa al ripristino del servizio militare per contrastare il possibile ritorno all’intervento militare come strumento della politica. La chiamata dell’Ong fondata da Gino Strada in pochi giorni ha già superato le 70.000 firme. L’azione di EMERGENCY è lanciata nell’ambito della campagna R1PUD1A che ha coinvolto fino ad ora oltre 650 Comuni, 1200 scuole, 300 cinema, teatri, festival nel ribadire il rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, contro la progressiva normalizzazione della guerra nel dibattito pubblico e politico nel nostro Paese. L’iniziativa si fonda su un principio sancito anche dalla Costituzione italiana: il ripudio della guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie internazionali. Un valore che oggi, secondo i promotori, rischia di essere messo in discussione da scelte politiche orientate al rafforzamento degli apparati militari. Attraverso il sito dedicato (www.ripudia.it), chiunque può aderire all’appello, firmando e contribuendo a diffondere il messaggio. L’obiettivo è costruire una mobilitazione ampia e trasversale, capace di far sentire la voce di chi crede nella pace, nella diplomazia e nella cooperazione internazionale come strumenti alternativi ai conflitti armati. “Più saremo, meno potranno ignorarci”: è questo il cuore della campagna, che punta sulla partecipazione collettiva per incidere nel dibattito pubblico. Non solo una raccolta firme, ma un invito all’impegno civile, alla consapevolezza e alla responsabilità. “Il governo ha rilanciato l’ipotesi del ritorno alla leva militare, presentandola come una necessità. Nel nostro Paese, la leva è stata sospesa dal 2005, ma la legge prevede che possa essere riattivata in caso di guerra o grave crisi. Ripristinare il servizio militare significa confermare una concezione di sicurezza internazionale costruita sulle armi, una visione che si scontra con l’articolo 11 della Costituzione Italiana, che R1PUD1A la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Gino Strada, nostro fondatore, ci ha insegnato che la guerra è innanzitutto una scelta. Una scelta che ha conseguenze atroci soprattutto per i civili, che sono il 90% delle vittime. Abbiamo più di trent’anni di esperienza in Paesi martoriati da conflitti, in questo momento siamo a Gaza, in Ucraina, in Sudan, e la situazione è sempre la stessa. Quello che fino a poco tempo fa ci sarebbe sembrato inaccettabile – un riarmo mai visto prima e il ripristino della leva -, oggi viene normalizzato sotto la pressione di un mondo in conflitto. Questa azione ha l’obiettivo di coinvolgere tutti e tutte, con particolare attenzione ai giovani, nella costruzione di una comunità contro la guerra e la militarizzazione della società. Crediamo sia venuto il momento in cui la popolazione possa esprimersi su questo tema fondamentale e costitutivo della stessa esistenza di una comunità, perché nessuno possa decidere per noi e per i nostri figli e figlie” – dichiara EMERGENCY. Per questo vogliamo dire da subito: “IO OBIETTO LA GUERRA”. Tutti possiamo far sentire la nostra voce, sottoscrivendo la dichiarazione di obiezione di coscienza che afferma: – rifiuto l’uso delle armi – sono contrario/a a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare di leva – mi impegno a difendere l’Articolo 11 e tutti i principi costituzionali – mi impegno a costruire una comunità di pace Questo è il contributo di EMERGENCY all’iniziativa delle reti e dei movimenti che, oggi come ieri, si battono contro la militarizzazione e contro la guerra. È una dichiarazione che riguarda tutte e tutti: donne e uomini, giovani e non, che non vogliono essere trascinati in nessuna guerra. La dichiarazione di obiezione proposta da EMERGENCY è un atto pubblico attraverso cui ognuno può rivendicare il diritto a dichiarare la propria indisponibilità alla logica bellica. Attraverso la propria firma, che è possibile apporre digitalmente sul sito www.ripudia.it, si può dichiarare: il rifiuto all’uso delle armi; la propria contrarietà e la propria indisponibilità all’adesione a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare; il proprio impegno alla difesa dell’articolo 11 e di tutti i principi costituzionali e alla costruzione di una comunità di pace. Aderire a questa campagna, vuol dire dichiararsi indisponibili alla guerra, perché la pace è una scelta che passa dal corpo, dal tempo e dalla responsabilità personale. Nel 2026 la campagna sta traducendo il ripudio della guerra in pratiche riconoscibili, mettendo a disposizione strumenti operativi e un coordinamento a supporto dei propri gruppi di volontari, delle associazioni e delle singole persone che si vorranno attivare per: * conquistare “Spazi di Pace” nei territori per liberare luoghi fisici dalla logica della guerra e della militarizzazione; * promuovere pratiche di monitoraggio civico, per identificare le infrastrutture materiali e simboliche che promuovono e rendono possibile la guerra (in particolare: nodi logistici e infrastrutturali, industrie belliche e il sistema educativo); * creare la community R1PUD1A, un’infrastruttura online concepita come spazio orientato all’azione per abilitare le iniziative dal basso e trasformare le scelte individuali e l’opposizione diffusa in azioni collettive coordinate capaci di incidere nel dibattito pubblico. A differenza di quanto sostenuto da falsi intellettualoidi del calibro di Ernesto Galli della Loggia – che dal Corriere della Sera il 4 maggio 2026 ha attaccato il pacifismo italiano come causa della «sindrome dell’inerme» che vigerebbe in Italia, definendo la guerra come un «cimento supremo» – il pacifismo è ora più che mai necessario anche per combattere le vergognose retoriche belliciste sulla “difesa della Patria” per difendere la nostra Costituzione. In un tempo in cui la guerra sembra tornare al centro dello scenario globale, iniziative come quelle di Emergency rappresentano un tentativo di rimettere al centro il valore della pace, ricordando che ogni scelta politica ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. L’appello è lanciato: firmare, condividere, partecipare. Perché, come sottolinea EMERGENCY, la pace è una responsabilità di tutti. La campagna è aperta a tutti i soggetti della società civile, uomini e donne a partire dai 14 anni, che vogliano attivarsi.   FIRMA E DIFFONDI “IO OBIETTO LA GUERRA” https://ripudia.it/ https://www.emergency.it/direfareripudiare/   Ulteriori informazioni: > In caso di guerra: L’azione delle studentesse IED per EMERGENCY https://www.cronacacomune.it/media/uploads/allegati/44/emergency_seminario_ferrara_28mar2026.pdf > L’imperativo morale dei generali europei | QB Quotidiano Bellico del 18 > febbraio 2026 https://ilmanifesto.it/lettere/io-obietto-la-guerra https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/-io-obietto-guerra-striscione-emergency-manifestazione-25-aprile-roma/AIO1PHiC   Lorenzo Poli
May 25, 2026
Pressenza
Associazioni ambientaliste e pacifiste al governo: “Tassare i profitti di industrie fossili e militari per finanziare sanità pubblica, welfare e transizione energetica”
“Tassare i profitti delle aziende dei combustibili fossili e dell’industria militare per finanziare la transizione energetica, il Servizio Sanitario Nazionale e contrastare la povertà.” È l’appello urgente che cinque tra le principali organizzazioni ambientaliste e pacifiste hanno rivolto oggi al governo e alle forze politiche italiane.  Greenpeace Italia, Legambiente, Rete Italiana Pace Disarmo, Sbilanciamoci e WWF Italia hanno inviato una lettera congiunta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, per conoscenza, ai vice-premier, a sei ministri (Economia, Ambiente, Difesa, Imprese, Lavoro e Affari europei) e ai segretari di Pd, M5S, Azione, Europa Verde, Sinistra Italiana, Italia Viva e +Europa, per denunciare una situazione insostenibile: nonostante il Mediterraneo sia sempre più esposto alla crisi climatica e le guerre siano scatenate anche per il controllo delle fonti fossili, le grandi compagnie del petrolio e del gas – principali responsabili del riscaldamento globale – e i colossi delle armi continuano a macinare profitti da capogiro sfruttando l’instabilità globale. Secondo i dati citati dalle organizzazioni, nel primo trimestre del 2026 le maggiori aziende fossili europee hanno incamerato oltre 18 miliardi di dollari di utili rettificati (+80% sul trimestre precedente). Nel settore militare, nel primo trimestre 2026 la sola Leonardo ha registrato 184 milioni di euro di profitti (+60% rispetto allo stesso periodo del 2025).  Nella lettera si critica anche l’approccio emergenziale del governo: i recenti decreti energetici hanno effetti modestissimi e di natura regressiva, perché tagliano le accise senza affrontare strutturalmente la dipendenza dalle fonti fossili, né tassare i veri responsabili dei rincari. Di seguito le richieste delle 5 organizzazioni e qui la lettera completa. * Varare un pacchetto solido a breve termine per proteggere i consumatori dagli aumenti dei prezzi influenzati dalle aziende e dalla speculazione nei mercati dell’energia, del cibo e degli alloggi, che abbia al suo centro l’attenzione al costo della vita delle famiglie a basso reddito; ciò dovrebbe essere completato da interventi di politica climatica a lungo termine per proteggere le persone da futuri shock dei prezzi; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti delle compagnie di combustibili fossili e usare i ricavi per alleviare la povertà energetica, favorendo così lo spostamento dei finanziamenti privati verso le rinnovabili poiché i combustibili fossili rendono meno; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti dell’industria militare e impiegare i ricavi per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale, garantendo così che parte delle ingenti risorse pubbliche impiegate nelle armi possano essere investite per migliorare la vita delle persone. Greenpeace stima che nel 2025 il settore abbia registrato extra profitti pari a circa un miliardo e mezzo di euro. * Evitare che questa tassazione alimenti ulteriormente gli ingenti sussidi ambientalmente dannosi, ma sia realmente adoperata per finanziare la transizione energetica, il welfare, la sanità pubblica e per contrastare la povertà energetica.     Rete Italiana Pace e Disarmo
May 21, 2026
Pressenza
Sovrano, seconda udienza d’appello tra forzature e vecchi teoremi
Si è svolta oggi la seconda udienza del processo d’appello dell’inchiesta Sovrano. A seguito del ricorso presentato dalla procura contro le assoluzioni di primo grado, in particolare per il reato […] The post Sovrano, seconda udienza d’appello tra forzature e vecchi teoremi first appeared on notav.info.
May 18, 2026
notav.info