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“Io obietto la guerra.”, l’appello di Emergency contro riarmo e leva militare
L’annuncio di un possibile aumento degli effettivi dell’esercito e il ritorno della leva militare ha acceso il confronto pubblico, suscitando preoccupazioni e reazioni in diverse realtà della società civile. Quando si prepara la guerra, alla fine la si fa. Lo abbiamo visto accadere troppe volte in passato e oggi lo stiamo vedendo di nuovo, anche nel nostro Paese. In un contesto internazionale sempre più segnato da conflitti e tensioni, cresce anche in Italia il dibattito sul ruolo delle forze armate e sulle politiche di difesa. L’Italia, invece di adoperarsi per promuovere la risoluzione non armata dei conflitti come vuole l’articolo 11 della Costituzione, si riarma come mai nella storia Repubblicana: più di 30 miliardi di spese militari solo quest’anno. E annuncia il possibile ritorno del servizio militare di leva: è il ritorno della richiesta dello Stato di mettere a disposizione della guerra i propri corpi. Oggi come ieri, il ripristino della leva serve a giustificare il nostro ruolo internazionale come “potenza”. E’ per questo motivo che, contro questa retorica bellicista e guerrafondaia, ho deciso di firmare FERMAMENTE e CONVINTAMENTE l’appello “Io obietto la guerra” di Emergency nell’ambito della campagna R1PUD1A: un appello che invita cittadini e cittadine a prendere posizione contro la guerra, la militarizzazione e ogni ipotesi di ritorno alla leva obbligatoria, oltre che al riarmo. Nel contesto attuale segnato da un’accelerazione senza precedenti degli scenari di guerra e instabilità, Emergency ha lanciato un appello per l’obiezione di coscienza, preventiva e di massa al ripristino del servizio militare per contrastare il possibile ritorno all’intervento militare come strumento della politica. La chiamata dell’Ong fondata da Gino Strada in pochi giorni ha già superato le 70.000 firme. L’azione di EMERGENCY è lanciata nell’ambito della campagna R1PUD1A che ha coinvolto fino ad ora oltre 650 Comuni, 1200 scuole, 300 cinema, teatri, festival nel ribadire il rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione italiana, contro la progressiva normalizzazione della guerra nel dibattito pubblico e politico nel nostro Paese. L’iniziativa si fonda su un principio sancito anche dalla Costituzione italiana: il ripudio della guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie internazionali. Un valore che oggi, secondo i promotori, rischia di essere messo in discussione da scelte politiche orientate al rafforzamento degli apparati militari. Attraverso il sito dedicato (www.ripudia.it), chiunque può aderire all’appello, firmando e contribuendo a diffondere il messaggio. L’obiettivo è costruire una mobilitazione ampia e trasversale, capace di far sentire la voce di chi crede nella pace, nella diplomazia e nella cooperazione internazionale come strumenti alternativi ai conflitti armati. “Più saremo, meno potranno ignorarci”: è questo il cuore della campagna, che punta sulla partecipazione collettiva per incidere nel dibattito pubblico. Non solo una raccolta firme, ma un invito all’impegno civile, alla consapevolezza e alla responsabilità. “Il governo ha rilanciato l’ipotesi del ritorno alla leva militare, presentandola come una necessità. Nel nostro Paese, la leva è stata sospesa dal 2005, ma la legge prevede che possa essere riattivata in caso di guerra o grave crisi. Ripristinare il servizio militare significa confermare una concezione di sicurezza internazionale costruita sulle armi, una visione che si scontra con l’articolo 11 della Costituzione Italiana, che R1PUD1A la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Gino Strada, nostro fondatore, ci ha insegnato che la guerra è innanzitutto una scelta. Una scelta che ha conseguenze atroci soprattutto per i civili, che sono il 90% delle vittime. Abbiamo più di trent’anni di esperienza in Paesi martoriati da conflitti, in questo momento siamo a Gaza, in Ucraina, in Sudan, e la situazione è sempre la stessa. Quello che fino a poco tempo fa ci sarebbe sembrato inaccettabile – un riarmo mai visto prima e il ripristino della leva -, oggi viene normalizzato sotto la pressione di un mondo in conflitto. Questa azione ha l’obiettivo di coinvolgere tutti e tutte, con particolare attenzione ai giovani, nella costruzione di una comunità contro la guerra e la militarizzazione della società. Crediamo sia venuto il momento in cui la popolazione possa esprimersi su questo tema fondamentale e costitutivo della stessa esistenza di una comunità, perché nessuno possa decidere per noi e per i nostri figli e figlie” – dichiara EMERGENCY. Per questo vogliamo dire da subito: “IO OBIETTO LA GUERRA”. Tutti possiamo far sentire la nostra voce, sottoscrivendo la dichiarazione di obiezione di coscienza che afferma: – rifiuto l’uso delle armi – sono contrario/a a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare di leva – mi impegno a difendere l’Articolo 11 e tutti i principi costituzionali – mi impegno a costruire una comunità di pace Questo è il contributo di EMERGENCY all’iniziativa delle reti e dei movimenti che, oggi come ieri, si battono contro la militarizzazione e contro la guerra. È una dichiarazione che riguarda tutte e tutti: donne e uomini, giovani e non, che non vogliono essere trascinati in nessuna guerra. La dichiarazione di obiezione proposta da EMERGENCY è un atto pubblico attraverso cui ognuno può rivendicare il diritto a dichiarare la propria indisponibilità alla logica bellica. Attraverso la propria firma, che è possibile apporre digitalmente sul sito www.ripudia.it, si può dichiarare: il rifiuto all’uso delle armi; la propria contrarietà e la propria indisponibilità all’adesione a qualsiasi ipotesi di ripristino del servizio militare; il proprio impegno alla difesa dell’articolo 11 e di tutti i principi costituzionali e alla costruzione di una comunità di pace. Aderire a questa campagna, vuol dire dichiararsi indisponibili alla guerra, perché la pace è una scelta che passa dal corpo, dal tempo e dalla responsabilità personale. Nel 2026 la campagna sta traducendo il ripudio della guerra in pratiche riconoscibili, mettendo a disposizione strumenti operativi e un coordinamento a supporto dei propri gruppi di volontari, delle associazioni e delle singole persone che si vorranno attivare per: * conquistare “Spazi di Pace” nei territori per liberare luoghi fisici dalla logica della guerra e della militarizzazione; * promuovere pratiche di monitoraggio civico, per identificare le infrastrutture materiali e simboliche che promuovono e rendono possibile la guerra (in particolare: nodi logistici e infrastrutturali, industrie belliche e il sistema educativo); * creare la community R1PUD1A, un’infrastruttura online concepita come spazio orientato all’azione per abilitare le iniziative dal basso e trasformare le scelte individuali e l’opposizione diffusa in azioni collettive coordinate capaci di incidere nel dibattito pubblico. A differenza di quanto sostenuto da falsi intellettualoidi del calibro di Ernesto Galli della Loggia – che dal Corriere della Sera il 4 maggio 2026 ha attaccato il pacifismo italiano come causa della «sindrome dell’inerme» che vigerebbe in Italia, definendo la guerra come un «cimento supremo» – il pacifismo è ora più che mai necessario anche per combattere le vergognose retoriche belliciste sulla “difesa della Patria” per difendere la nostra Costituzione. In un tempo in cui la guerra sembra tornare al centro dello scenario globale, iniziative come quelle di Emergency rappresentano un tentativo di rimettere al centro il valore della pace, ricordando che ogni scelta politica ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. L’appello è lanciato: firmare, condividere, partecipare. Perché, come sottolinea EMERGENCY, la pace è una responsabilità di tutti. La campagna è aperta a tutti i soggetti della società civile, uomini e donne a partire dai 14 anni, che vogliano attivarsi.   FIRMA E DIFFONDI “IO OBIETTO LA GUERRA” https://ripudia.it/ https://www.emergency.it/direfareripudiare/   Ulteriori informazioni: > In caso di guerra: L’azione delle studentesse IED per EMERGENCY https://www.cronacacomune.it/media/uploads/allegati/44/emergency_seminario_ferrara_28mar2026.pdf > L’imperativo morale dei generali europei | QB Quotidiano Bellico del 18 > febbraio 2026 https://ilmanifesto.it/lettere/io-obietto-la-guerra https://stream24.ilsole24ore.com/video/italia/-io-obietto-guerra-striscione-emergency-manifestazione-25-aprile-roma/AIO1PHiC   Lorenzo Poli
May 25, 2026
Pressenza
Associazioni ambientaliste e pacifiste al governo: “Tassare i profitti di industrie fossili e militari per finanziare sanità pubblica, welfare e transizione energetica”
“Tassare i profitti delle aziende dei combustibili fossili e dell’industria militare per finanziare la transizione energetica, il Servizio Sanitario Nazionale e contrastare la povertà.” È l’appello urgente che cinque tra le principali organizzazioni ambientaliste e pacifiste hanno rivolto oggi al governo e alle forze politiche italiane.  Greenpeace Italia, Legambiente, Rete Italiana Pace Disarmo, Sbilanciamoci e WWF Italia hanno inviato una lettera congiunta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, per conoscenza, ai vice-premier, a sei ministri (Economia, Ambiente, Difesa, Imprese, Lavoro e Affari europei) e ai segretari di Pd, M5S, Azione, Europa Verde, Sinistra Italiana, Italia Viva e +Europa, per denunciare una situazione insostenibile: nonostante il Mediterraneo sia sempre più esposto alla crisi climatica e le guerre siano scatenate anche per il controllo delle fonti fossili, le grandi compagnie del petrolio e del gas – principali responsabili del riscaldamento globale – e i colossi delle armi continuano a macinare profitti da capogiro sfruttando l’instabilità globale. Secondo i dati citati dalle organizzazioni, nel primo trimestre del 2026 le maggiori aziende fossili europee hanno incamerato oltre 18 miliardi di dollari di utili rettificati (+80% sul trimestre precedente). Nel settore militare, nel primo trimestre 2026 la sola Leonardo ha registrato 184 milioni di euro di profitti (+60% rispetto allo stesso periodo del 2025).  Nella lettera si critica anche l’approccio emergenziale del governo: i recenti decreti energetici hanno effetti modestissimi e di natura regressiva, perché tagliano le accise senza affrontare strutturalmente la dipendenza dalle fonti fossili, né tassare i veri responsabili dei rincari. Di seguito le richieste delle 5 organizzazioni e qui la lettera completa. * Varare un pacchetto solido a breve termine per proteggere i consumatori dagli aumenti dei prezzi influenzati dalle aziende e dalla speculazione nei mercati dell’energia, del cibo e degli alloggi, che abbia al suo centro l’attenzione al costo della vita delle famiglie a basso reddito; ciò dovrebbe essere completato da interventi di politica climatica a lungo termine per proteggere le persone da futuri shock dei prezzi; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti delle compagnie di combustibili fossili e usare i ricavi per alleviare la povertà energetica, favorendo così lo spostamento dei finanziamenti privati verso le rinnovabili poiché i combustibili fossili rendono meno; * Introdurre una tassazione strutturale e permanente dei profitti dell’industria militare e impiegare i ricavi per finanziare il Sistema Sanitario Nazionale, garantendo così che parte delle ingenti risorse pubbliche impiegate nelle armi possano essere investite per migliorare la vita delle persone. Greenpeace stima che nel 2025 il settore abbia registrato extra profitti pari a circa un miliardo e mezzo di euro. * Evitare che questa tassazione alimenti ulteriormente gli ingenti sussidi ambientalmente dannosi, ma sia realmente adoperata per finanziare la transizione energetica, il welfare, la sanità pubblica e per contrastare la povertà energetica.     Rete Italiana Pace e Disarmo
May 21, 2026
Pressenza
Sovrano, seconda udienza d’appello tra forzature e vecchi teoremi
Si è svolta oggi la seconda udienza del processo d’appello dell’inchiesta Sovrano. A seguito del ricorso presentato dalla procura contro le assoluzioni di primo grado, in particolare per il reato […] The post Sovrano, seconda udienza d’appello tra forzature e vecchi teoremi first appeared on notav.info.
May 18, 2026
notav.info
Attacco alla Global Sumud Flotilla, l’Europa non può restare in silenzio
La Global Sumud Flotilla è stata presa d’assalto stamattina dai militari israeliani con un rischio estremamente elevato per gli equipaggi. Ci sono 52 imbarcazioni sotto attacco dei militari sionisti con centinaia di civili provenienti da oltre 45 Paesi che stanno portando avanti una missione umanitaria pacifica diretta a Gaza. In questo contesto, l’allarme è chiaro: è in corso una intercettazione violenta e illegale in acque internazionali, accompagnata da possibili abusi, detenzioni arbitrarie e violazioni dei diritti fondamentali delle persone a bordo. L’elemento più grave non è soltanto la minaccia concreta contro la flottiglia, ma anche il clima politico e mediatico che la precede. L’appello della Flotilla denuncia infatti un’accelerazione della retorica israeliana volta a costruire consenso attorno a un’azione che rappresenta una grave violazione del diritto internazionale. Viene inoltre richiamato il precedente del 29 aprile, con l’intercettazione in acque internazionali in un’area di ricerca e soccorso greca (SAR), con il fermo di 180 civili e segnalazioni di abusi sessuali e torture. Siamo di fronte a un quadro di estrema gravità, che impone una risposta immediata da parte delle istituzioni europee e dei governi nazionali. Un dovere giuridico, non solo morale La richiesta rivolta ai governi non si limita a un generico appello alla solidarietà. Essa richiama infatti una serie di norme e principi giuridici che impongono la protezione del passaggio sicuro delle imbarcazioni civili impegnate in una missione umanitaria. Tra questi vengono citati: * La Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare gli articoli 2, 3, 5 e 6; * Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, articoli 6, 7 e 9; * La UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea), l’articolo 98 e il diritto internazionale consuetudinario, che impongono agli Stati il dovere di prestare assistenza alle persone in pericolo in mare; * Le convenzioni SOLAS e SAR, che rafforzano gli obblighi di soccorso e sicurezza marittima; * L’articolo 21 del Trattato sull’Unione Europea, che vincola l’azione esterna dell’UE ai principi di democrazia, Stato di diritto, diritti umani, dignità umana, uguaglianza, solidarietà e rispetto del diritto internazionale; * L’articolo 8(2)(b)(xxv) dello Statuto di Roma, che vieta di ostacolare gli aiuti umanitari nelle zone di conflitto (Convenzioni di Ginevra). Il punto centrale è semplice e politicamente scomodo: se la flottiglia viene attaccata, fermata o sequestrata senza base legale, non si tratta di un incidente isolato, ma di una possibile violazione multipla del diritto internazionale. Per questo l’appello chiede ai governi europei di assumere una posizione pubblica chiara, prima che sia troppo tardi. Gaza, la crisi umanitaria e la responsabilità europea L’iniziativa della flottiglia si colloca dentro una tragedia umanitaria che continua ad aggravarsi. L’appello della Global Sumud Flotilla parla apertamente di catastrofe in corso e genocidio, sottolineando che la situazione a Gaza non può essere trattata come una questione diplomatica ordinaria. Quando persone civili di tanti Paesi si espongono per portare aiuti, la loro protezione sarebbe una prova concreta della credibilità delle istituzioni internazionali. L’Europa, in particolare, non può limitarsi a dichiarazioni di principio. Se rivendica il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, deve dimostrarlo nei fatti. Questo significa intervenire politicamente, esercitare pressione diplomatica e chiedere pubblicamente che la flottiglia possa raggiungere Gaza in sicurezza e senza interferenze illegali. Il silenzio, in questo caso, non sarebbe neutralità, ma complicità passiva davanti a un  abuso. La richiesta: protezione immediata e passaggio sicuro L’appello rivolto ai governi e alle istituzioni europee è netto: emettere una dichiarazione pubblica di sostegno alla flottiglia e chiedere la sua protezione. Non si tratta di una presa di posizione simbolica, ma di un atto necessario per prevenire un’azione di intercettazione illegale, sequestro, detenzione, maltrattamenti e persino morte. La posta in gioco è altissima. Da un lato ci sono civili impegnati in una missione umanitaria; dall’altro il rischio che il diritto internazionale venga ignorato ancora una volta. Per questo la richiesta è urgente e non rinviabile: garantire il passaggio sicuro della Global Sumud Flotilla è un obbligo politico, morale e giuridico. La vicenda della Global Sumud Flotilla non riguarda soltanto una nave o un gruppo di attivisti. Riguarda il modo in cui l’Europa e la comunità internazionale intendono difendere i principi fondamentali quando questi vengono messi alla prova. Si tratta di un’intercettazione violenta in acque internazionali, quindi il tempo delle ambiguità è finito. Serve una presa di posizione immediata, pubblica e inequivocabile. Proteggere la flottiglia significa proteggere il diritto internazionale, la dignità umana e il principio che gli aiuti umanitari non possono essere criminalizzati. Ray Man
May 18, 2026
Pressenza
Valditara espelle Spinoza, Gramsci e Marx dai licei
un appello contro le indicazioni di Valditara, un intervento di Matteo Saudino, lo sciopero di Unicobas, un commento di Francesco Masala, un disegno di Mauro Bianifinalmente il ministro del demerito con una tara (o forse più) cancella Spinoza, Gramsci e Marx, poco moderni (non hanno mai usato facebook, instagram e tiktok), e poi sono troppo conflittuali, di origine ebraica, e
“Torniamo alla Costituzione”, l’ Appello di 140 costituzionalisti sulla legge elettorale
Pubblichiamo l’appello di 140 costituzionalisti che esprimono “una forte preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera dei Deputati”, pubblicato sul sito di Articolo 21,in calce alla pagina il form per sottoscriverlo. (AMBM) > vai a Dossier Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali Noi professori di Diritto costituzionale riteniamo necessario esprimere una forte preoccupazione per la proposta di riforma della legge elettorale attualmente all’esame della Camera dei Deputati. Essa presenta rilevanti criticità dal punto di vista costituzionale, a partire da un’impostazione di fondo non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa. La legge elettorale non è una legge ordinaria come le altre: incide direttamente sul rapporto tra corpo elettorale e Parlamento, sull’eguaglianza del voto e sull’equilibrio complessivo della forma di governo. È grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto e soprattutto, dopo il risultato della straordinaria partecipazione al referendum, si voglia costruire un sistema elettorale che, anziché combattere l’astensionismo, rischia di incrementarlo, con meccanismi quali le liste bloccate e un premio abnorme, che allontanano i cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica, trasformando le elezioni in un plebiscito per la scelta di un capo e dei suoi sostenitori. Tre sono i punti più critici. Il primo riguarda il premio di governabilità o di maggioranza. La giurisprudenza della Corte costituzionale non ha escluso in assoluto la possibilità di meccanismi premiali, ma li ha sottoposti a condizioni rigorose: il premio deve essere proporzionato, deve operare in presenza di una soglia ragionevole di consenso e deve essere effettivamente idoneo a perseguire l’obiettivo della governabilità. Il pericolo maggiore sta nel fatto che il premio possa risultare eccessivo, fino a portare la lista o coalizione vincente verso il 60% dei seggi, incidendo così anche sulle “maggioranze di garanzia” previste dall’ordinamento costituzionale. Altro aspetto fortemente critico è quello dell’incompatibilità del premio con il bicameralismo disciplinato dalla Costituzione. Il secondo profilo riguarda l’aver pensato un sistema basato unicamente su liste bloccate, e che consente pluricandidature (fino a cinque collegi!). La proposta accentua i difetti principali dell’attuale sistema, affidando l’intera selezione dei parlamentari a liste bloccate e introducendo un premio potenzialmente abnorme e rigido con l’attribuzione di 70 e 35 seggi assegnati rispettivamente nelle due Camere prescindendo dall’esito del voto per le diverse liste. Un sistema fondato integralmente su liste bloccate, aggravato da pluricandidature e da liste premiali di dimensione sostanzialmente nazionale, consegna ancora una volta la selezione dei parlamentari alle leadership di partito e svuota il rapporto tra elettori ed eletti. Il terzo profilo riguarda l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio, che contrasta con i principi che reggono nel nostro ordinamento la nomina del Governo, che dipende dagli equilibri parlamentari risultanti dalla composizione delle Camere, oltre che dall’esercizio delle prerogative del Presidente della Repubblica, ai sensi dell’art. 92 Cost. e dal successivo rapporto fiduciario con il Parlamento. È proprio dalla combinazione di questi fattori che scaturisce un Premierato di fatto, prospettiva che dopo il risultato referendario sembrava ormai abbandonata. Per queste ragioni, riteniamo che la proposta di legge elettorale all’esame della Camera dei deputati sia gravemente lesiva dei valori costituzionali, aggravi il distacco tra cittadino ed istituzioni e rafforzi le preoccupazioni per la crisi del Parlamento. È nostro dovere di costituzionalisti segnalare all’opinione pubblica che questo progetto di riforma elettorale costituisce una forzatura inaccettabile delle regole democratiche e costituzionali 1. Cheli Enzo 2. De Siervo Ugo 3. De Fiores Claudio 4. Volpi Mauro 5. Cabiddu Maria Agostina 6. Grosso Enrico 7. Tarli Barbieri Giovanni 8. Zaccaria Roberto 9. Romboli Roberto 10. Angiolini Vittorio 11. Calvano Roberta 12. Spadacini Lorenzo 13. Mastromarino Anna 14. Pallante Francesco 15. Pinelli Cesare 16. Caretti Paolo 17. Biondi Francesca 18. Ruggeri Antonio 19. Rossi Emanuele 20. De Minico Giovanna 21. Pertici Andrea 22. Adamo Ugo 23. Allegretti Umberto 24. Algostino Alessandra 25. Amirante Carlo 26. Armanno Marco 27. Azzariti Gaetano 28. Balboni Enzo 29. Baroncelli Stefania 30. Bartole Sergio 31. Benedetti Auretta 32. Bergonzini Chiara 33. Bianchi Paolo 34. Bianco Giovanni 35. Bin Roberto 36. Bonini Monica 37. Brunelli Giuditta 38. Buffoni Laura 39. Buzzacchi Camilla 40. Caldirola Debora 41. Califano Licia 42. Cantaro Antonio 43. Campanelli Giuseppe 44. Cardone Andrea 45. Cariola Agatino 46. Carli Massimo 47. Carloni Enrico 48. Casamassima Vincenzo 49. Casanova Daniele 50. Cavasino Elisa 51. Cervati Angelo Antonio 52. Cherchi Roberto 53. Chieffi Lorenzo 54. Ciolli Ines 55. Cosulich Matteo 56. Cuccodoro Enrico 57. D’Alessandro Giovanni 58. D’Amico Giacomo 59. D’Amico Marilisa 60. D’Andrea Antonio 61. De Martin Gian Candido 62. Decaro Carmela 63. Dal Canto Francesco 64. Della Morte Michele 65. Di Cosimo Giovanni 66. Di Gaspare Giuseppe 67. Di Salvatore Enzo 68. Famiglietti Gianluca 69. Ferraiuolo Gennaro 70. Gambino Silvio 71. Ganino Mario 72. Giangaspero Paolo 73. Mario Gorlani 74. Grasso Nicola 75. Grisolia Cristina 76. Groppi Tania 77. Guarini Cosimo Pietro 78. Gulotta Carla 79. Gusmai Antonio 80. Iacovelli Danila 81. Imarisio Luca 82. Ladu Marco 83. Lamberti Armando 84. Lollo Andrea 85. Longo Fabio 86. Loprieno Donatella 87. Lorello Laura 88. Losana Matteo 89. Losurdo Federico 90. Lucarelli Alberto 91. Maci Paolo 92. Malfatti Elena 93. Malo Maurizio 94. Manetti Michela 95. Marcenò Valeria 96. Marone Francesco 97. Massa Pinto Ilenia 98. Mastropaolo Antonio 99. Matucci Giuditta 100. Moschella Giovanni 101. Napoli Cristina 102. Parisi Stefania 103. Pezzini Barbara 104. Pinna Pietro 105. Pioggia Alessandra 106. Pizzolato Filippo 107. Podetta Marco 108. Politi Fabrizio 109. Pugiotto Andrea 110. Quirino Camerlengo 111. Raveraira Margherita 112. Regasto Saverio 113. Rinaldi Eleonora 114. Rochetti Laura 115. Sabbioni Paolo 116. Saitta Antonio 117. Schillaci Angelo 118. Serges Giovanni 119. Serges Giuliano 120. Siclari Massimo 121. Sobrino Giorgio 122. Tarchi Rolando 123. Torre Alessandro 124. Tripodina Chiara 125. Verde Giuseppe 126. Veronesi Paolo 127. Vigevani Giulio Enea 128. Villone Massimo 129. Woelk Jens 130. Ziller Jacques 131. Di Gregorio Angela 132.  Filippini Caterina 133. Paolo Scarlatti 134.  Tira Elisa 135.  Ferro Giancarlo 136. Arconzo Giuseppe 137. Palici di Suni Elisabetta 138. Apostoli Adriana     Aderiscono all’appello altri appartenenti al gruppo                      “Costituzione e Democrazia” 1. Giovagnoli Agostino Professore di storia contemporanea 2. Passarelli Gianluca Professore di Scienza Politica 3. Belli Paci Luciano Avvocato 4. Condorelli Luigi Professore di diritto internazionale 5. Corasaniti Giuseppe Professore di filosofia del diritto 6. Colombo Gherardo Magistrato 7. Falcone Anna Avvocato 8. Filippi Paola Magistrata 9. Gallo Domenico Magistrato 10. Giannini Massimo Giornalista 11. Grisolia Filippo Magistrato 12. Lerner Gad Giornalista 13. Parrini Dario Senatore della Repubblica 14. Tria Lucia Magistrata 15. Scalabrino Michelangela Professoressa di Diritto internazionale 16. Scaramucci Barbara Giornalista 17. Spataro Armando Magistrato 18. Stasio Donatella Giornalista 19. Varano Enzo Professore di Diritto comparato 20. Marco Filippeschi, ex sindaco di Pisa, parlamentare in due legislature 14 maggio 2026 Per osservazionie precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com
May 14, 2026
carteinregola
Appello “Contro la riforma dei tecnici” – Invito ad una mobilitazione nazionale
Raccolta firme per l’appello ad una mobilitazione nazionale contro la riforma dei tecnici e la diffusione della filiera del 4+2 L’istruzione tecnica è sotto attacco. Prima c’è stata la trasformazione in “indirizzo ordinamentale” della cosiddetta “filiera del 4+2” (dopo appena due anni di sperimentazione e un numero esiguo di corsi attivati), ora abbiamo il riordino dei percorsi quinquennali con radicali modifiche ai quadri orari e all’impostazione didattica: queste due misure segnano una svolta profonda che – se portata definitivamente a compimento – rovescerebbe le funzioni del sistema scolastico secondario. Le due “riforme” riducono i saperi e tagliano il tempo scuola, piegando i fini dell’istruzione tecnica alla logica aziendale. Ci vogliono far credere che in meno tempo si imparerebbe di più e meglio. Non è “modernizzazione” ma il ritorno a quel passato in cui certi percorsi scolastici erano del tutto strumentali alle esigenze del mercato del lavoro. Una scuola impoverita Ridurre il tempo scuola significa la mortificazione delle conoscenze di base, contribuendo così al processo di abbassamento culturale. Il riordino prevede il taglio delle discipline umanistiche e scientifiche, producendo la disarticolazione dei saperi disciplinari. Una scuola dello sfruttamento precoce Abbassare a 15 anni l’età per l’attivazione dei progetti di Formazione Scuola Lavoro trasforma gli studenti in manodopera da addestrare a costo zero, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di raggiungere la necessaria maturazione critica. Una scuola “aziendalizzata” La proposta è quella di un modello didattico asservito alle esigenze contingenti delle imprese locali, dimenticando che la scuola deve formare cittadine e cittadini e non semplice forza lavoro. Ne sono prova l’imposizione, di fatto, della didattica per competenze e delle UDA come unica metodologia accettabile e la richiesta di stipulare accordi con le imprese affinché in aula entrino “esperti del mondo imprenditoriale”. Una scuola degli esuberi Oltre alla riduzione della qualità didattica vi è un taglio delle cattedre. La riduzione del monte orario annuale nel riordino dei percorsi quinquennali e l’incessante propaganda ministeriale per l’attivazione di indirizzi 4+2 comporteranno esuberi e soprannumerari. In modo vile – in nome della osannata flessibilità e autonomia – è stato chiesto ai singoli docenti di deliberare nei collegi quale classe di concorso sarebbe stata tagliata: ci hanno messo gli uni contro gli altri chiedendoci di decidere il collega che avrebbe perso il posto! Una scuola dell’improvvisazione L’avvio del riordino dei quadri orari, in assenza delle Linee Guida per le discipline e con il parere contrario del Cspi che invita l’amministrazione a considerare transitorio il decreto, limitandone la validità al prossimo anno scolastico, creerà gravi danni nei nuovi percorsi tecnici, sgretolando la serietà che da sempre caratterizza questo storico segmento del sistema d’istruzione. I Collegi Docenti, convocati d’urgenza per deliberare come impegnare le ore di “flessibilità”, sono stati costretti dai tempi a farlo per il solo primo anno, rinunciando ad una visione d’insieme dell’intero curricolo quinquennale. La riforma, inoltre, viene avviata a iscrizioni  concluse, quando le famiglie hanno già operato la scelta della scuola superiore sulla base di un’offerta formativa che verrà stravolta nel corso del quinquennio. Una scuola à la carte L’attribuzione alle singole scuole di un’ampia flessibilità di organizzazione dei curricoli (per andare incontro alle esigenze produttive del territorio!) renderà la proposta formativa di ogni istituto diversa da quella degli altri. È così smantellato il principio di un primo biennio con tratti fortemente comuni negli indirizzi tecnici, obbligando studenti e studentesse ad una scelta precoce e poco consapevole dell’indirizzo di specializzazione già al termine della scuola media. In aggiunta, la celebrata flessibilità mette in pericolo la comparabilità della preparazione degli studenti di analoghi indirizzi, minando così il valore legale del titolo di studio. Una scuola di classe Infine, questa riforma cristallizza le disuguaglianze: chi sceglierà l’istruzione tecnica, da questo momento in poi, verrà precocemente indirizzato verso binari professionali rigidi, limitando fortemente le proprie possibilità di proseguire gli studi universitari o di cambiare rotta nel proprio futuro. La scuola smette di essere un diritto e uno strumento di emancipazione per diventare un servizio formativo asservito alle logiche e richieste del mercato. Come Rete Provinciale degli Istituti Tecnici in mobilitazione CHIEDIAMO con forza: il ritiro dei provvedimenti che predispongono il riordino degli istituti tecnici o quantomeno la sospensione immediata dell’entrata a regime della riforma dal prossimo anno scolastico, che rappresenterebbe un vero e proprio salto nel vuoto un ripensamento radicale dei quadri orari proposti, affinché il curricolo scolastico rimanga solido, tutelando la specificità delle singole discipline d’insegnamento e salvaguardando il monte orario complessivo attualmente in vigore una revisione del PECUP (Profilo Educativo, Culturale e Professionale) svincolandolo dalle logiche di corto respiro delle aziende che non hanno a cuore la formazione dei cittadini ma il proprio profitto maggiori investimenti nell’istruzione tecnica e in tutto il comparto scuola, anziché tagli mascherati da innovazione, per restituire alla scuola la sua funzione di “ascensore sociale” e di “organo costituzionale”. Non ci accontentiamo di vaghe promesse fatte dal Ministro ai vertici di alcune organizzazioni sindacali sulla salvaguardia degli organici per il prossimo anno solo per provare tardivamente a placare la montante onda di protesta! FERMARE LA RIFORMA DEI TECNICI È POSSIBILE ED È POSSIBILE ADESSO SE CI MOBILITIAMO INSIEME! Per questo invitiamo tutte le componenti della scuola, le organizzazioni sindacali, il mondo dell’associazionismo e la cittadinanza a partecipare all’organizzazione congiunta di una mobilitazione locale/nazionale. (per contatti e informazioni: cesare.laconi@gmail.com) Per firmare: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfWapaXDXzXIOGBXORTp1zOLocJt9yFqxi4-7HctpaZaRTvPw/viewform Altre petizioni sul tema: https://www.change.org/p/no-alla-riforma-degli-istituti-tecnici Redazione Sebino Franciacorta
May 5, 2026
Pressenza
Non l’hanno liberata, ma Aung San Suu Kyi è viva?
No, non l’hanno liberata. La giunta militare del Myanmar che ha posto fine a un decennio di quasi democrazia con il colpo di stato del 1° febbraio 2021 in quello stesso giorno imprigionò la Consigliera di Stato Aung San Suu Kyi e il presidente democraticamente eletto U Win Myint. Nei giorni scorsi, Min Aung Hlain, il Presidente autoproclamato del nuovo governo militare del Myanmar, ha annunciato che in occasione della tradizionale amnistia per il primo dell’anno birmano che ricorre il 17 aprile, verranno liberati più di 4.000 detenuti- di questi solo 290 sono detenuti politici. Ma lei non c’è. Hanno rilasciato di prima mattina il presidente eletto U Win Myint e con il passare delle ore è diventato sempre più chiaro che la consigliera non era tra i detenuti liberati; non si sa se verrà nuovamente posta agli arresti domiciliari, come molti sperano. Il figlio più giovane di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, il 19 aprile ha lanciato l’ennesima appello perché la giunta dia notizie sulle condizioni di salute della madre. In questi giorni sui social media giovani birmani  attivisti per i diritti civili hanno lanciato la campagna  “Proof of Life”: chiedono di fornire prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. Il 19 giugno compirà 81 anni. Da quando è stata arrestata la Cina ha fatto rinnovate richieste di poterla incontrare, ma senza successo. L’ultima notizia risale al 2023, quando il Ministro degli Esteri thailandesi disse che gli era stato concesso un incontro di un’ora con lei e ne diede conto in un incontro dell’ASEAN nel luglio di quell’anno. Agli appelli sul suo rilascio si sono aggiunti quelli ufficiali dell’ambasciata inglese a Yangon e quello della rappresentante per gli affari esteri dell’Unione Europea, ma è evidente che l’Europa non è più interessata alle vicende di quella che considera una ex “paladina dei diritti umani”. Ignora che è proprio grazie ad Aung San Suu Kyi se generazioni di birmani hanno conosciuto prima e abbracciato poi le politiche dei diritti umani e sempre grazie a lei, dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021 hanno dato vita a quel movimento nonviolento, unico nel suo genere oggi nel mondo, di difesa dei diritti umani, diventato la spina dorsale della Resistenza e che il 1° febbraio 2026 ha compiuto cinque anni: il Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). Le reazioni si sono fatte sentire soprattutto in Asia, in particolare l’appello per il suo immediato rilascio dal Paese in carica per la presidenza dell’ASEAN (Association of South East Asia Nations), le Filippine. Il Myanmar è stato bandito dall’ASEAN a causa del continuo stato di violenza in cui versa il Paese e del suo rifiuto di rilasciare i numerosi prigionieri politici. Ciò nonostante, proprio in questi giorni Ming Aung Hlaing, in vesti civili, dismesse quelle di generale dell’esercito da quando si è proclamato Presidente, ha chiesto di poter tornare a far parte dell’ASEAN, nel tentativo di legittimare se stesso e il suo governo di militari. Questa richiesta fa parte del percorso in cui da qualche tempo si trova il Myanmar, una road map disegnata del suo potente partner commerciale, la Cina. Ma su di lui e altri undici membri del suo governo, pendono rinnovate sanzioni per crimini di guerra della Corte Penale Internazionale (ICP) e le accuse di genocidio in corso presso la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ).     Fiorella Carollo
April 23, 2026
Pressenza
Pisa, 10 aprile: Appello alla mobilitazione per il 77° anniversario della NATO
VENERDÌ, 10 APRILE, ORE 16:00 PISA, PIAZZA XX SETTEMBRE Nei giorni scorsi si sono riunite realtà organizzate e singoli attivisti per discutere insieme sul 77° anniversario della fondazione della NATO, che precede di poco l’Ottantesimo della Repubblica Italiana. Due storie, quella della Repubblica e quella della NATO, che in Italia, non solo si intersecano, ma si intrecciano e si fondono. È necessaria al riguardo una riflessione critica collettiva diffusa, che purtroppo, bisogna ammetterlo, non c’è, o è nascosta, frazionata, interna alle coscienze, senza essere capace di arrivare alla ribalta della discussione politica, indirizzata anzi in una sola direzione: far accettare a tutti gli italiani la guerra come qualcosa di naturale ed inevitabile. Purtroppo, si può solo constatare il fatto che, davanti all’ennesima guerra di USA e Israele, la mobilitazione non è stata capace si fermare l’ennesima carneficina, di cui in Italia e in altre parti del mondo si percepiscono solo le ripercussioni economiche che vanno ad abbattersi negativamente, ancora una volta, sui redditi della gente comune, della classe lavoratrice, dei pensionati e delle famiglie, con le loro conseguenze sul potere di acquisto di salari e pensioni e sulla qualità delle esistenze. È evidente come la frenetica corsa al riarmo e il rafforzamento dell’economia di guerra che si sta cercando di compiere sotto gli occhi e il naso di tutti, sostenuta dalla malsana idea che l’economia del Paese possa beneficiare dalla sostituzione della manifattura tradizionale con quella della produzione di armenti mentre le forze politiche che la sostengono cercano, nemmeno più di tanto, di dissimulare il processo in atto. I benefici della sostituzione di un’economia di pace con una di guerra sono una bugia colossale ed un errore, oltre che un fatto incostituzionale. Dati alla mano, si può sostenere che un tale processo conduce di fatto alla perdita di milioni di posti di lavoro in Europa, non ad un loro aumento, con un ritorno economico esclusivo per una ristretta élite: i produttori degli armamenti stessi. Ma purtroppo, come sempre più spesso avviene nella società dello spettacolo, una bugia ripetuta 100 volte può diventare la verità assoluta, per chi non dispone di strumenti di analisi critica. Tali politiche di riarmo vengono ormai costantemente accompagnate da discorsi mainstream che dipingono il nostro paese e la UE come zone sotto costante minacce di un nemico esterno, per giustificarne l’implementazione, quando in realtà sono queste stesse politiche a metterci in pericolo. Nell’immaginario collettivo si sta cercando di costruire l’idea secondo la quale la guerra sia qualcosa di inevitabile, con militari che fanno propaganda nelle scuole di ogni ordine e grado. In questo quadro distopico, la stessa NATO può apparire come uno strumento di pace, agli occhi di Trump una specie di ferrovecchio. Tutto questo avviene mentre i nostri territori sono già, ogni giorno, attraversati da carichi di armi. Le Università rappresentano già il banco di prova per le tecnologie duali, ricerche che camuffate da studi a fini civili hanno, in realtà, l’obiettivo di produrre morte. Ormai già da anni questi temi attraversano innumerevoli atenei e facoltà. Ma è davvero inevitabile tale deriva? Sì, se non si va creando una coscienza pubblica critica capace di mettere in discussione la cultura della guerra e l’ennesimo pacchetto sicurezza che colpisce chi manifesta liberamente un pensiero critico. I promotori di questo documento e della mobilitazione ad essa connessa sono convinti che opporsi a certe tendenze non sia solo importante e necessario, ma che non ci sia altro da fare! Per questo si proposto di mettere in campo, in occasione dell’anniversario della NATO, un’iniziativa che porti avanti una narrazione controcorrente e critica al riguardo. La proposta concreta è quella di organizzare una piazza a Pisa, dove ciascuno possa portare un pezzo di esperienza contro la guerra, delle testimonianze di vario genere, anche di esperti studiosi della materia, un momento di informazione pubblica e di formazione dal basso, anche con un semplice microfono aperto alle realtà contro il riarmo, il militarismo e il pacchetto sicurezza; aperta a tutti coloro che provano a dimostrare a cosa serve e a chi conviene veramente la guerra, quando poi a combatterla e a subirne le conseguenze negative sono sempre i soliti noti: i Popoli, tutti noi. Questa iniziativa potrebbe segnare l’inizio di un percorso più ampio che potrà condurre più forti e preparati alla “commemorazione” dell’Ottantesimo anniversario, prevista il 2 Giugno 2026, della Festa della Repubblica Italiana che auspichiamo si trasformi in un’ulteriore occasione di riflessione sul coinvolgimento del nostro paese nella Guerra e non di una festa auto commemorativa di una repubblica, solo a parole, fondata sulla pace e contro la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Lavoro e Pace: l’appello della CEI contro la militarizzazione
«Il lavoro e l’edificazione della pace»: Non siamo noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università a scriverlo, ma la CEI, la Commissione Episcopale Italiana, che si occupa anche dei problemi sociali e del lavoro. La CEI, con l’avvicinarsi del 1° maggio, Festa dei lavoratori, lancia un messaggio di pace, contro la guerra e di aperta contrapposizione a quanti vogliono riconvertire la manifattura civile in produzione militare: Primo maggio 2026, i vescovi italiani: il lavoro come strumento di pace – Vatican News. Un messaggio del tutto condivisibile, quello dei vescovi, a ricordare l’inganno della guerra. Partiamo da questa importante assunzione di responsabilità perché nel mondo sindacale prese di posizioni esplicite contro la riconversione industriale a fini militari non le abbiamo ancora lette, eccezion fatta per i sindacati di base, che solitamente non sono presenti nel settore industriale, espulsi dalle Rappresentanze sindacali con l’applicazione del Testo unico sulla rappresentanza o marginalizzati dalle politiche confindustriali che privilegiano rapporti con organizzazioni non conflittuali. «Non trasformiamo gli aratri in lance perché la guerra resta il grande inganno»: questo messaggio facciamo nostro in un momento storico particolare. La guerra in Iran, infatti, provoca l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, tenendo fermi i salari, che intanto perdono sempre più potere di acquisto. La guerra si alimenta con tecnologie duali e armi sofisticate da vendere a Paesi che taglieranno le spese sociali. Il ricorso all’intelligenza artificiale ha accresciuto il numero delle vittime “civili”, dei cosiddetti effetti collaterali, così sinistramente ribattezzati per confondere le idee all’opinione pubblica. E tornano in mente le parole del compianto vescovo Tonino Bello: «Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita». Possono esserci dei terreni comuni con il mondo cattolico? Senza dubbio la campagna contro il ritorno della leva, la mobilitazione per impedire l’approvazione di norme legislative che rimuovano anche i pochi vincoli ancora esistenti al commercio di armi e manufatti bellici, la costante denuncia dei processi di militarizzazione ci sembrano terreni unificanti per una comune iniziativa contro la guerra e la militarizzazione. Ma possiamo anche concordare nella denuncia e nel boicottaggio dei processi di speculazione finanziaria con l’acquisto di titoli azionari dell’industria militare per non contribuire all’economia di guerra. I titoli azionari delle imprese di armi rappresentano una occasione per gli investitori nazionali ed internazionali visti gli andamenti dei listini di borsa. Uno studio realizzato qualche anno fa Economia a mano armata: l’ebook di Greenpeace e Sbilanciamoci! – Greenpeace Italia   confutava il luogo comune secondo il quale riconvertendo imprese civili in militari l’economia avrebbe avuto vantaggi in termini di posti di lavoro e crescita del PIL. In Italia, una spesa di un miliardo di euro per l’acquisto di armi porta a un aumento della produzione interna di soli 741 milioni di euro, con un impatto netto sull’occupazione di circa 3 mila posti di lavoro. Poca cosa, diremmo, risultati assai magri, se pensiamo che analoghi investimenti per istruzione e sanità avrebbero effetti assai maggiori creando oltre 16 mila posti di lavoro; stesso discorso vale per la sanità con un ritorno in termini sociali assai rilevante. Intanto nei Paesi NATO le spese in armamenti nell’ultimo decennio sono aumentate del 168%, l’aumento del numero di occupati è stato invece inferiore del 30%, stando ai dati forniti dalla Rete Pace e Disarmo. A guadagnarci sono soprattutto gli azionisti delle imprese di guerra con profitti cresciuti nell’arco di 3 o 4 anni fino al 400%. L’Osservatorio lancia quindi un invito a convergere su importanti questioni, iniziando a confutare l’orribile luogo comune secondo il quale la salvezza per la manifattura sia quella di riconvertirsi a produzione di guerra, una mera illusione smentita da economisti e studi da riprendere e diffondere nei luoghi di lavoro e nelle scuole. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente