Han Kang / Ghiacci e sabbie, tutto il bianco che c’è
Han Kang scriveva poesie fin da bambina, oggi ha una libreria a Seoul e ha vinto
il Nobel nel 2024. I suoi libri – definirli “romanzi” potrebbe risultare
riduttivo – si concentrano in quegli spazi dove le questioni più ardue –
storiche, private – s’intrecciano al pragmatismo di una scrittura tutta tesa
alla verità. Alla sostanza tracciata sulla pagina bianca e capace di ferire al
cuore o di dare vita e consistenza alla bellezza. D’altronde il “libro”, inteso
come categoria artistica, è di per sé bellissimo. Lo esplicita con sana
sicurezza la scrittrice coreana in quasi tutte le sue interviste. L’incertezza e
il rischio sono al servizio della conoscenza, e quanto sia vero nel caso di Han
Kang lo dimostrano le sue opere che sempre valicano i confini tra poesia e
struttura narrativa, ammesso che si possano distinguere come “confini” gli atti
di dolore consegnati al mondo in quest’ultimo libro appena uscito: Il libro
bianco.
Qui i piani sono diversi, ogni brano si mette a disposizione del lettore con
immediata libertà, dando ampi mezzi di passaggio, in senso e nell’altro, a
poesia e prosa: e cosa meglio del “bianco” può gravitare intorno all’animo
umano? Han Kang l’ha sempre saputo, prima di tutto stende una lista di tutte le
cose bianche che le sembra di conoscere e che hanno orbitato vicino alla sua
orbita esistenziale. Lei aveva deciso che attraverso di esse avrebbe potuto
cambiare, e nello stesso tempo proteggersi da ferite e ansie. Ogni cosa bianca
ha la sua storia, e questa interagisce con i giorni della scrittrice che non
vuole più sottrarsi agli accadimenti. Dalla Via Lattea alla terra lo spazio si
contrae, là dove tutto quel bianco fa contrarre il suo cuore, quello di una
sorella minore che ricorda la sorella morta poche ore dopo la nascita. E che
ancora sfiora quel corpo cercando il tiepido in esso contenuto. E che il bianco
della neve prendeva in sé.
Siamo nel nocciolo compatto di una vita che ha lungamente viaggiato fra i
diversi significati assunti dalle parole fra una lingua e l’altra, fra quel che
passa fra madre e figlia, fra separazioni e presenze – e preghiere. E sono
miriadi le parole che il bianco assume per stare al mondo, più o meno vicino o
lontano da noi umani che – disgraziati – frantumiamo come peggiore controparte.
Ecco perché una donna come Han Kang è necessaria al mondo e alle nostre povere
sorti. Perché raccoglie attorno a sé il senso delle tragedie, dei dolori, e
delle memorie che non vedono l’ora di sentire quella mano amica che le porta in
un posto sicuro. Dove resistere al freddo dei ghiacci e al caldo delle sabbie.
Con l’io di Han Kang e il lei della sorella tutto il bianco avvolge il
riconoscimento di come quest’ultimo sia preponderante nella praticabilità del
mondo e della scrittura a cui ci si abbevera perché vocazione civile, oltre che
umana, aumenti l’intensità luminosa dei giorni di vita. I posti non facili sono
il discorso poetico di Han Kang che riflette mentre il racconto va avanti senza
sottrarsi a nulla – gli atti umani sono bianchi per loro essenza e la
poetessa/scrittrice li attraversa e ne è consistenza. Il libro bianco dice che
nei territori della sua scrittura anche le magnolie in fiore sono amiche della
neve che simile al foglio bianco accoglie le impronte dei passi e della
calligrafia umani. In un certo senso, Han Kang non si è mai separata dalla
sorella, né dalla voce della madre: «Ti prego, non morire».
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