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L’obiettore di coscienza ucraino Yurii Sheliazhenko convocato per arruolarsi
Condividiamo il preoccupante messaggio inviato dall’obiettore di coscienza ucraino Yurii Scheliazhenko. Nei giorni in cui celebriamo la nascita del salvatore dell’umanità, Gesù Cristo, tutta la Terra dovrebbe essere immersa in un’atmosfera di gioia tranquilla e amore tra gli esseri umani. Il suo messaggio “beati i costruttori di pace” è più attuale che mai oggi, quando le persone si uccidono senza senso in decine di guerre in tutto il mondo. I mercanti di morte, i comandanti macellai e i propagandisti dell’odio godono di un potere quasi dittatoriale e chiamano questa barbarie “civiltà”. Ma non c’è nulla di civile in questa militarizzazione. Nei Paesi democratici civilizzati, tutti questi eserciti di barbari militaristi sarebbero stati mandati da tempo da uno psicologo per essere curati in un gruppo di sostegno per dipendenti dalla guerra. Scrivo questo dopo un altro massiccio attacco dell’esercito russo alla città di Kiev, dove vivo, e ad altre città ucraine, che continua a uccidere senza pietà i miei concittadini, a distruggere le nostre case, a privarci di elettricità, acqua e riscaldamento. L’International Peace Bureau ha sostenuto l’appello del presidente Zelensky e del cancelliere tedesco Friedrich Merz per un cessate il fuoco natalizio. Putin sembra non aver ancora capito che non conquisterà mai l’Ucraina, non abbiamo ancora ricevuto il suo consenso al cessate il fuoco. Signore, ti prego, dagli un po’ di buon senso! https://ipb.org/appeal-for-a-christmastime-peace-in-ukraine/ Sia Putin che Zelensky hanno affermato nelle loro recenti interviste che desiderano soprattutto “rispetto”. Se solo rispettassero il proprio popolo, non lo costringerebbero a morire in guerra e, soprattutto, non costringerebbero ad andare contro la propria coscienza le persone impegnate in uno stile di vita nonviolento, pieno di fede, amore e determinazione a fare del bene a tutti, piuttosto che causare danni e violenza. Questo vale per ogni Paese che si prepara alla guerra e quindi ne soffre le conseguenze. Se la società fosse determinata a dire “no” alla guerra e a rispettare il diritto dei popoli alla pace, non ci sarebbero guerre nel mondo. Naturalmente, c’è una grande differenza tra l’aggressore e la vittima, tra le ambizioni imperiali e il nazionalismo iperattivo, ma nessuna brama di gloria e bottino di guerra, nessuna competizione per un potere assoluto illusorio attraverso la violenza giustifica l’uccisione di persone, specialmente su larga scala. E nessuno vince mai con i massacri e le rappresaglie; tutte le “vittorie” sanguinose sono favole per sciocchi. Ci sono Paesi grandi e piccoli, Paesi ricchi e poveri, governi crudeli e umani. Se le persone ascoltassero Cristo, ci sarebbero più umanità e democrazia nel mondo. Nel mio sermone quacchero contro la guerra “Il leone e il vitello” ho invitato ad abbandonare la fede cieca nell’esercito e ho ricordato che, secondo il libro dell’Apocalisse, verrà il tempo in cui il leone e il vitello vivranno in pace nel regno dei cieli senza alcun esercito. Purtroppo, questo sermone ha scontentato un comandante del Centro di coscrizione territoriale locale. Nonostante fosse un fine settimana, lo stesso giorno, domenica 14 dicembre, il colonnello Serhiy Kalugin mi ha inviato l’ordine di presentarmi alla registrazione militare la vigilia di Natale, il 24 dicembre, il che sembra un tentativo brutale e illegale di costringermi a cambiare le mie convinzioni di quacchero e pacifista, in violazione dell’articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Ho già presentato un reclamo per questo abuso al difensore civico Lubinets e gli ho chiesto di garantire che in Ucraina venga introdotta una registrazione alternativa a quella militare, al fine di garantire il servizio non militare ai credenti e agli altri pacifisti la cui coscienza non permette loro di diventare parte della macchina da guerra. La nostra comunità ha deciso di pregare, non di sostenere lo spargimento di sangue alla vigilia di Natale. Diamo il benvenuto a tutti a un incontro comune di preghiera e scambio di opinioni sulla persecuzione per la fede e le convinzioni che richiedono il servizio non militare per proteggere l’Ucraina dall’aggressione russa. Condivideremo storie di sfide alla fede e alle convinzioni degli obiettori di coscienza e idee sulla fermezza nella fede e sulla protezione dei diritti umani. https://friends.org.ua/2136   Redazione Italia
No al debito per la guerra, sì agli eurobond per la “pace-verde”
Le decisioni emerse dall’ultimo Consiglio Europeo confermano una direzione preoccupante: l’Unione Europea continua a istituzionalizzare il conflitto, impegnando il futuro delle prossime generazioni attraverso 90 miliardi di euro di debito comune destinati a prolungare lo scontro in Ucraina. I Disarmisti esigenti, impegnati a costruirsi quale polo attrattivo antimilitarista e nonviolento del movimento per la pace, esprimono ferma contrarietà a questa strategia per le seguenti ragioni: – È paradossale che lo strumento del debito comune, nato con il NextGenerationEU per la transizione ecologica e la coesione sociale, venga ora piegato a logiche di assistenza militare e finanziamento a fondo perduto per un conflitto senza fine. Stiamo ipotecando il futuro dei giovani europei per alimentare una contraffazione della difesa comune che ignora la via diplomatica. – Sebbene l’accantonamento dell’uso degli asset russi eviti per ora un collasso del diritto internazionale, il continuo lavoro verso nuove restrizioni e il mantenimento del regime sanzionatorio rappresentano un ostacolo insormontabile per la costruzione di un tavolo negoziale. Le sanzioni non hanno fermato le ostilità, ma hanno cementato la divisione del continente ed impoverito i popoli europei. – Il “successo” rivendicato dai governi italiano, francese e belga è puramente tecnico. Evitare il ricorso agli asset russi solo per sostituirlo con debito pubblico non è un passo verso la pace, ma solo un cambio di bilancio per evitare problemi giuridici ed economici. Chiediamo che il governo italiano si faccia promotore di una “Conferenza di Pace di Helsinki II” anziché limitarsi a negoziare le clausole di un prestito bellico. Ogni miliardo stanziato per l’assistenza multidimensionale (che spesso nasconde nuovi invii di armi) è un miliardo sottratto alla diplomazia e alla ricostruzione civile sotto l’egida dell’ONU. I Disarmisti esigenti chiedono formalmente: 1. La sospensione immediata dell’escalation sanzionatoria come gesto di buona volontà per riaprire i canali di comunicazione con Mosca. Le sanzioni dovrebbero essere proprio tolte! 2. Che una quota parte dei fondi stanziati dal debito comune sia vincolata esclusivamente a iniziative di mediazione internazionale e al sostegno dei movimenti pacifisti e nonviolenti in entrambi i paesi coinvolti formalmente dal conflitto bellico. (Vedi le richieste collegate alla Campagna Object war). 3. La cessazione dell’invio di armamenti, in linea con i sentimenti della maggioranza dei cittadini europei che chiedono sicurezza attraverso il dialogo e non attraverso la deterrenza nucleare e le guerre portate avanti per procura. In coerenza con quanto espresso, aderiamo e sosteniamo gli obiettivi della campagna internazionale “Object War”, promossa dalla War Resisters’ International (WRI) e da una rete di organizzazioni pacifiste europee. Chiediamo che l’Unione Europea, parallelamente alle discussioni sui prestiti finanziari, agisca concretamente per: * Garantire asilo politico e protezione immediata a tutti i disertori, obiettori di coscienza e attivisti che rifiutano di partecipare alla guerra, sia in Russia che in Ucraina e Bielorussia. * Esigere che tutti i paesi coinvolti nel conflitto rispettino il diritto fondamentale all’obiezione di coscienza al servizio militare, come sancito dalle convenzioni internazionali sui diritti umani. * Destinare risorse non alla fornitura di armi, ma alla tutela di chi, con la propria scelta di non uccidere, riconosciuta dal diritto internazionale, rappresenta il primo vero ostacolo alla logica del conflitto permanente. La pace non si compra a debito, si costruisce con il coraggio politico di sedersi al tavolo delle trattative. E noi la perseguiamo e spingiamo dal basso facendo ricorso, con l’intelligenza e con il cuore, ai metodi della lotta nonviolenta! __________ Nell’occasione ricordiamo il tema del “giornalismo di pace” che verrà affrontato domenica 21 dicembre in un webinar, dalle ore 18:00 alle ore 20:30: come tale pratica può trovare una collaborazione e una integrazione con la “comunicazione nonviolenta”?Link per partecipare: https://us06web.zoom.us/j/89184728319?pwd=3nmj7ek4bfoliaZ3fIxeGr54ICzUjb.1 – Disarmisti Esigenti
Replica del MIR al Ministero della Difesa sull’Obiezione di Coscienza
In una nota a sua firma, Ermete Ferraro, Presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR Italia), ha replicato alle contestazioni del competente Servizio del Ministero della difesa nei riguardi della dichiarazione preventiva di obiezione di coscienza inviata da un giovane di Napoli, secondo un modello proposto dallo stesso MIR e diffuso anche dal Comitato Pace e Disarmo Campania nei suoi volantinaggi, rivolti prevalentemente ad informare in merito gli studenti. Il dirigente dell’Ufficio ministeriale cui era pervenuta la dichiarazione ha infatti replicato che, avendo la Legge n. 226/2004 sospeso la chiamata al servizio militare, non sarebbe possibile dare formalmente seguito ad alcuna comunicazione relativa all’obiezione di coscienza, in quanto con la legge citata sarebbe stata sospesa anche l’opzione per il servizio civile degli obiettori, alternativo a quello militare. “Nella risposta del MIR inviata al Ministero della Difesa – dichiara Ferraro – ho a mia volta contestato che, secondo l’art. 1928 del vigente Codice dell’Ordinamento Militare (D. Lgs. 66/2010) il servizio militare obbligatorio può essere ripristinato con semplice Decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Governo “(a) se è deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione; (b) se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze armate”. Il diritto dei cittadini maschi da 18 a 45 anni di dichiararsi obiettori, benché previsto dall’art 2096 dello stesso Codice, rischierebbe però di essere inficiato dalle procedure abbreviate e poco trasparenti previste dalla stessa normativa, poiché il Ministero “in considerazione della situazione urgente e straordinaria, può, in deroga al procedimento ivi previsto, stabilire misure di semplificazione e accelerazione adeguate alle circostanze” (art. 1948.2)“. Lo stesso articolo, infatti, prevede esplicitamente che “la chiamata alla leva e la chiamata alle armi sono ordini sottratti all’obbligo di motivazione; per i provvedimenti emessi su istanza di parte, in deroga all’articolo 3 della citata legge, la motivazione può avere forma semplificata, mediante moduli a stampa e sintetici riferimenti alle norme applicate o a direttive e circolari ministeriali, e può essere omessa in caso di assoluta indifferibilità e urgenza; c) le istanze di partecipazione e di accesso sono accoglibili se compatibili con le esigenze di urgenza o segreto”(art. 1948.4). “È evidente – conclude Ferraro – che, con queste pesanti limitazioni, il diritto di obiettare al servizio militare sarebbe di fatto vanificato, per cui il MIR continuerà a contestare la militarizzazione delle istituzioni educative e ad informare sull’obiezione di coscienza i possibili destinatari di un non improbabile ripristino urgente del servizio militare”. MIR Italia - Movimento Internazionale della Riconciliazione
Pace e disarmo e smilitarizzazione del territorio Campania
NASCE A NAPOLI LA RETE ANTIMILITARISTA PER LA PACE L’Assemblea Cittadina contro la guerra e il militarismo, promossa dal Comitato Pace, Disarmo e Smilitarizzazione della Campania si è svolta a Napoli sabato 6 dicembre 2025 – presso il Centro Missionario Giovanile. L’incontro – introdotto da padre Alex Zanotelli (missionario comboniano) e moderato da Vittorio Moccia – ha registrato oltre 50 partecipanti, con interventi personali e di appartenenti a più di una quindicina di organizzazioni: Comitato Pace e Disarmo Campania, Sezione ANPI Napoli Lenuccia, Movimento Nonviolento, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Gruppo D.S., Centro Culturale “Handala Ali”, Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e della università, Rete per la Palestina, Rete Costituzione e Antifascismo, Rete contro la guerra e il militarismo Campania, Presidio Pace ‘IoCiSto’, Comunità Palestinese Campania, Pax Christi, Tavolo Uniti contro la guerra, Coordinamento No Nato, COBAS. Erano inoltre presenti rappresentanti di ex Asilo Filangieri, BDS, Rete Rione Sanità, Scuola di Pace, TerradiLei, Ancora Italia, Mani sulla roccia, Microcredito Sanità, Uniti contro la guerra, La Comune. Le analisi degli intervenuti hanno rilevato che viviamo una fase di allarmante riarmo, col ritorno della minaccia nucleare unito e collegato all’aggravamento della crisi climatica. Il rischio del ripristino della leva è un ulteriore e grave elemento della più generale militarizzazione della società e delle istituzioni formative, ma anche della diffusa violenza interpersonale e sociale, come nel caso di quella rivolta alle donne. Alla repressione del dissenso contro il genocidio in Palestina e alle minacce di guerra – è stato osservato – si accompagna da anni una preoccupante tendenza al disciplinamento dei cittadini in chiave militarista ed un evidente intreccio tra politica ed affari, col crescente peso del complesso militare-industriale. Si è rilevata anche la debolezza ed ambiguità delle tradizionali forze politiche di sinistra e la frammentazione della sinistra antagonista. Viceversa, mentre sembra scemare la mobilitazione in favore della Palestina, cresce l’impulso bellicista e riarmista, stimolando la creazione di nemici da battere, formando nuove aree critiche di tensione e rinforzando personale e dotazioni delle forze armate, laddove la NATO continua a minacciare equilibri strategici sempre più precari e delicati. Ultimo dato emerso è il riaffiorare d’una mentalità neocolonialista, con la pretesa di ridefinire con la forza le sfere d’influenza economico-politico-militare delle attuali superpotenze ed una evidente disinformazione, mistificazione e semplificazione della realtà, a scopi propagandistici. I presupposti per coordinare in rete le realtà aderenti, dunque, sono il superamento delle distinzioni e differenze e l’unità operativa attraverso azioni condivise, per organizzare campagne comuni su: obiezione di coscienza, difesa non armata e civile, azioni di boicottaggio e disinvestimento, lotta alla militarizzazione delle scuole ed università e della ricerca. In particolare, sono state proposte le seguenti azioni: costruire un’aggregazione attiva e organizzata di movimenti integrando pace e antimilitarismo, superando divisioni, frammentazioni e personalismi dei gruppi già attivi sul tema; ricostruire un pensiero comune e non ideologico contro la guerra e istituire una ‘accademia della pace’; fare controinformazione tra i giovani, con volantinaggi nelle scuole e nelle università e mediante interventi nelle realtà formative; promuovere una dichiarazione preventiva di obiezione di coscienza contro l’ipotesi di ripristino della leva; coinvolgere docenti e studenti nel movimento contro la guerra, liberando scuole e università dal militarismo e combattendo i collegamenti tra mondo accademico e ricerca militare; elaborare documenti condivisi per lo sviluppo di una consapevolezza dell’incalzante processo di militarizzazione della società, della cultura e perfino della comunicazione, denunciando gli intrecci tra gli interessi economico-finanziari e quelli bellici e demistificando l’idea del ruolo positivo dell’industria militare rispetto all’occupazione; aumentare tra i cittadini la percezione della delicatezza del momento; appoggiare le campagne B.D.S. (boicottaggio industrie collaterali al sistema di guerra) e rafforzare quelle di disinvestimento dalle ‘banche armate’; fare iniziative di opposizione all’invadenza della NATO e delle nostre forze armate; fare un lavoro comune sulla questione porti per “scardinare” logistica e trasporti legati alla filiera militare, produzione e commercio delle armi con sostegno alle lotte dei lavoratori portuali che tengano conto della tutela occupazionale; promuovere mobilitazioni che colleghino le lotte locali alle lotte internazionali contro i sistemi di oppressione denunciando ogni forma di neocolonialismo e suprematismo culturale; trovare collegamenti unitari su scala nazionale. Altri possibili terreni per iniziative condivise sono: proporre azioni che contrastino le conseguenze ambientali delle guerre e della militarizzazione di territorio e mari; diffondere una cultura alternativa, sia con maggiori iniziative di base, sia stimolando in tal senso anche le istituzioni locali; diffondere la “Carta delle donne contro la violenza”; ripristinare il Ministero per la Pace e l’Archivio regionale Pace, Disarmo e Diritti Umani; fare appello alle istituzioni ecclesiastiche su percorsi di pace condivisi; fare controinformazione e opposizione alla mistificazione linguistica; ridiscutere la logica delle sanzioni tutelando gli interessi della piccola industria locale. Al termine dell’Assemblea, è stata proposta ed approvata a maggioranza dei presenti la denominazione di tale coordinamento come Rete Antimilitarista per la Pace. Comitato Pace e disarmo e smilitarizzazione del territorio Campania. Redazione Napoli
La riunione internazionale di Pressenza inizia a Bruxelles con una tavola rotonda sull’obiezione di coscienza
Giovedì mattina, 6 novembre, presso l’Auberge de Jeunesse Jacques Brel (Bruxelles), in collaborazione con Agir pour la Paix, sono iniziate le attività internazionali legate alla riunione annuale internazionale di Pressenza con una tavola rotonda sulla situazione dell’obiezione di coscienza al servizio militare e alla guerra. L’evento è stato coordinato da Tatiana De Barelli della redazione francofona di Pressenza. Sam Biesemans (Ufficio europeo degli obiettori di coscienza), Jean-Louis Vander Heiden (Agir pour la Paix), Eytan Bornstein, attivista antimilitarista israeliano, e Pia Figueroa, condirettrice di Pressenza, hanno condiviso le loro esperienze di impegno personale e sociale. Il pubblico è rimasto colpito dalle loro testimonianze intense e piene di speranza. Foto di Julia Montier Rédaction Bruxelles
4 novembre, obiettiamo alla reintroduzione della leva obbligatoria
Anche quest’anno in occasione del 4 novembre, festa delle Forze Armate, istituzioni e apparati militari si preparano a esaltare la guerra e il militarismo secondo la narrazione della “vittoria” della Prima Guerra Mondiale, una “inutile strage” il cui bilancio finale per l’Italia fu di oltre 650.000 soldati uccisi e più di un milione feriti, dei quali molti con gravi mutilazioni. A questi si aggiunsero più di 600.000 vittime civili a causa di bombardamenti e occupazioni militari, carestie ed epidemie. La maggior parte delle vittime erano contadini e analfabeti esclusi dal diritto di voto e obbligati a farsi ammazzare o a uccidere nemici che non conoscevano, da un governo che li considerava solo carne da cannone. La guerra non risolse i problemi dell’Italia, anzi ne creò di nuovi e favorì l’avvento del fascismo. Anche l’Europa di allora si trovò davanti a conseguenze terribili, crisi economiche e sociali, con l’affermarsi del nazismo, militarista e razzista. Tutto poi precipitò nel disastro della Seconda Guerra Mondiale. Attorno alla data del 4 novembre, ripristinata anche come Giornata dell’unità nazionale per intensificarne la portata, non c’è solo una distorta celebrazione storica, ma anche il tentativo di una vera e propria propaganda bellica che si riversa nelle scuole e in molte (per fortuna con le debite eccezioni) celebrazioni istituzionali. Una propaganda tanto più insopportabile nel periodo che stiamo attraversando, che vede guerre sanguinose in varie parti del mondo, e due alle porte d’Europa, in Ucraina e Palestina, molte delle quali con un coinvolgimento diretto della produzione bellica italiana. Una propaganda che si intensifica anche per nascondere i conflitti interni fatti di impoverimento generale, aumento delle spese militari, repressione militarizzata nelle città imposta con zone rosse e decreti sicurezza, repressione del dissenso. Purtroppo oggi soffia un nuovo vento di guerra. Giornali e mezzi di comunicazione sempre più spesso danno voce a iniziative di riarmo e di sostegno a una mentalità bellicista e di allarme internazionale. I governi europei vogliono che i popoli si preparino alla guerra, anche reintroducendo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello della Croazia, che segue la decisione già presa in Norvegia e Svezia. La Francia sta spingendo per allargare il reclutamento per il servizio militare volontario, come sta avvenendo nei Paesi Bassi. La Germania ha già approvato una legge che favorisce e facilita il reclutamento, per ora volontario, nelle file dell’esercito. E in Italia? Il dibattito è aperto e già si parla di attivare una forza di riserva, per arrivare a un modello autonomo di difesa militare europea che considera la possibilità generalizzata di un servizio militare per donne e uomini come obiettivo di adeguamento numerico delle forze armate. L’Europa pensa alla leva per tutti come un passo necessario nel processo politico di unificazione militare europea e strategia di rafforzamento della cittadinanza nella difesa comunitaria. Questo atteggiamento è gravissimo: la prospettiva è quella di una “guerra perpetua” con armi convenzionali e milioni di vittime civili o una irrimediabile catastrofe nucleare con lo sconvolgimento della civiltà e del pianeta. Da tempo il Movimento Nonviolento ha trasformato la giornata del 4 novembre in un’importante occasione di riflessione e opposizione a tutti gli eserciti, contro tutte le politiche di riarmo, a sostegno degli obiettori di coscienza e dei disertori di tutte le guerre. “4 novembre, non festa ma lutto” è stato ed è il nostro slogan da opporre alla retorica patriottarda. La nostra proposta è la Campagna di Obiezione alla guerra, per dire no alla chiamata alle armi, alla mobilitazione militare, all’ipotesi di ritorno della leva obbligatoria. Ci dichiariamo da subito obiettori di coscienza, invitando tutti a sottoscrivere la Dichiarazione di obiezione di coscienza per respingere il disegno di chi vuole obbligare i nostri giovani a prendere il fucile e vestire la divisa.   Movimento Nonviolento
Obiezione di coscienza da parte di 170 persone che lavorano presso l’Istituto Superiore di Sanità
170 lavoratrici e lavoratori dell’istituto superiore di sanità presentano obiezione di coscienza: mai al servizio della guerra, mai complici di genocidio Ieri, giovedì 18 settembre, USB PI ISS ha consegnato al Direttore generale dell’Istituto Superiore di Sanità l’obiezione di coscienza di 170 lavoratrici e lavoratori, ricercatori, tecnici e personale amministrativo, che si rifiutano di partecipare o collaborare a progetti e attività che abbiano scopi bellici o dual-use e di collaborare a qualsiasi titolo con enti, istituzioni e aziende israeliani. Lavoriamo in un istituto che persegue la tutela della salute pubblica e ogni giorno contribuiamo con la nostra professionalità e con le nostre competenze a questo obiettivo, riteniamo che questa nostra funzione non sia compatibile con progetti che abbiano finalità belliche e con la collaborazione con uno Stato come Israele responsabile di genocidio. Per questo abbiamo presentato l’obiezione di coscienza, inoltre chiediamo a Presidente e Direttore Generale di interrompere qualsiasi rapporto con istituzioni scientifiche e con aziende israeliane e lunedì parteciperemo allo sciopero generale e alla manifestazione che si terrà a Roma. Unione Sindacale di Base
Un appello, una dichiarazione di obiezione, una lettera aperta indirizzata ai potenti: per contrastare rassegnazione e fatalismo di fronte a guerre e genocidi
L’appello di suor Giovanna L’Appello di Suor Giovanna della comunità della Piccola Famiglia dell’Annunziata di Ma’in (Giordania), vicino al confine con la Cisgiordania[1]. Appello accorato, ripetuto più volte: «Le notizie che arrivano sono ogni giorno più dolorose, più atroci.  Ieri sera Netanyahu ha approvato un nuovo attacco su Gaza, per “distruggere tutto”. Io non ce la faccio più a restare ferma. La mia coscienza mi tormenta, perché questo restare inerti – questo non fare nulla – ci rende complici. Complici di un genocidio». Contro la rassegnazione che sfocia nel fatalismo del “tanto non serve a nulla”, suor Giovanna invita a «… credere che ogni gesto di verità, ogni preghiera pubblica, ogni appello sincero possano rompere l’assuefazione, risvegliare le coscienze e forse anche spingere chi ha potere a muoversi. Non possiamo cedere alla logica dell’impotenza. Non possiamo tacere». L’appello di suor Giovanna è anche un rimprovero aperto all’inedia delle comunità religiose di fronte al genocidio in atto a Gaza: «Mi addolora profondamente vedere una Chiesa quasi silente.  Non mi do pace al pensiero che da parte delle comunità religiose non sia nata alcuna iniziativa concreta». Per Suor Giovanna, non ci sono ragioni che possano determinare questo silenzio: «Ma oggi, davanti a una tragedia di queste proporzioni, non c’è nulla di più scandaloso del silenzio religioso […] Ma non può esserci neutralità davanti a un genocidio. O si è complici, o si sceglie la verità.  E oggi, la verità urla dalle macerie di Gaza». L’appello insiste sul fatto che bisogna essere presenti, come comunità religiose, là dove le persone soffrono; non basta “dirsi in preghiera”, ci vogliono gesti concreti: «E allora, forse è arrivato il momento di mettere il nostro corpo accanto a quello crocifisso dell’umanità. Non possiamo restare lontani dal pianto degli innocenti». Alcune sue proposte: radunare religiosi e religiose e andare a Roma, davanti al Quirinale, restare in preghiera giorno e notte; chiedere che il governo italiano interrompa ogni vendita d’armi a Israele e gli accordi economici. Radunarsi in Piazza San Pietro e chiedere al Papa di «– di andare a Gaza; – di condannare pubblicamente Israele; – di lanciare appelli incessanti perché i Paesi occidentali si mobilitino per fermare il genocidio». La Dichiarazione di Ayana Gerstmann Il 31 luglio scorso Ayana Gerstmann e Yuval Peleg, due giovani diciottenni israeliani hanno pubblicamente rifiutato il servizio militare obbligatorio nelle forze di occupazione[2]. Ayana ha letto una dichiarazione che spiega le motivazioni del rifiuto, la cui conseguenza è un periodo di pena da scontare in carcere. Nella dichiarazione ripercorre gli anni della sua formazione: è cresciuta in una famiglia che ritiene immorale il comportamento dell’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi; a scuola, ha avuto una formazione nazionalistica che culmina con l’annuale “cerimonia della Giornata di Gerusalemme”. In quinta elementare, una ricerca sui luoghi importanti di Gerusalemme, in preparazione del Yerusalem Day, cambia la sua prospettiva. Afferma Ayana: «Oggi mi è chiaro che l’obiettivo di quel compito era rafforzare le mie tendenze nazionalistiche, ma il risultato fu l’opposto. Lessi di Gerusalemme Est e per la prima volta ne venni a conoscenza, così come era descritta nel sito web di B’Tselem. […] Improvvisamente mi si aprirono gli occhi su ciò che si nascondeva dietro le celebrazioni dell’orgoglio nazionale a cui avevo partecipato un anno prima: l’occupazione e l’oppressione. Improvvisamente, e in un attimo, mi resi conto della profonda sofferenza di milioni di persone, di cui prima non sapevo nemmeno l’esistenza, la cui libertà viene schiacciata giorno dopo giorno, ora dopo ora, dal regime di occupazione. Da quel momento, è cresciuta in me la consapevolezza che non potevo assolutamente essere un ingranaggio del sistema militare […]. Non voglio far parte di un sistema che espelle sistematicamente intere comunità, uccide innocenti e permette ai coloni di appropriarsi delle loro terre». Un cammino di consapevolezza che ha determinato la decisione a 18 anni di rifiutare il servizio militare: «Da due anni vedo spargimenti di sangue come risultato di una guerra di vendetta senza speranza. Vedo decine di migliaia di bambini di Gaza che nascono e crescono in una disperazione senza fine, nella morte e nella distruzione che costituiscono un circolo vizioso di odio, vendetta e omicidio». La consapevolezza è a tutto campo, non legata agli eventi del 7 ottobre 2023. Dice Ayana: «La società israeliana assiste all’occupazione da sessant’anni e chiude gli occhi. La società israeliana assiste all’uccisione dei bambini di Gaza nei bombardamenti e chiude gli occhi. La società israeliana assiste alle peggiori atrocità morali commesse dall’esercito e decide di tacere». Ayana accusa la società israeliana di non voler guardare in faccia alla propria immoralità e di giustificare l’ingiustificabile: «Durante tutta la guerra ho sentito innumerevoli volte la frase “non ci sono innocenti a Gaza” e ne sono indignata. Sento che questa frase viene normalizzata sempre di più. Vedo persone che credono con tutto il cuore che anche i bambini più piccoli di Gaza non siano innocenti e che quindi non riceveranno alcuna pietà». La scelta dell’obiezione al servizio militare è la conseguenza del suo aprire gli occhi: «Ecco perché so che se decidessi di rimanere in silenzio ora che sono consapevole delle sofferenze inflitte a milioni di persone dall’esercito, sarei complice del crimine. […]. E oggi so che arruolarsi nell’esercito è peggio del silenzio: è cooperare con un sistema che sta facendo del male a milioni di persone. Ecco perché mi rifiuto, e lo faccio a voce alta. Non collaborerò e non farò parte del silenzio che permette che le peggiori atrocità siano commesse a nome mio. Come cittadina di questo Paese dico chiaramente: la distruzione di Gaza – non a nome mio! L’occupazione – non a nome mio!». La Lettera del Cardinale e Arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia[3] «Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano». È lapidario, l’Arcivescovo; nella lettera aperta ai potenti della Terra riecheggia il linguaggio degli antichi profeti, di Isaia e Geremia. «Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano. Se una legge non protegge il debole, è disumana. Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano». Si rivolge a  coloro che si dimostrano incapaci di porre fine alla guerra: «E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione “obiettivi strategici”». Gli invita a non chiudere gli occhi: «Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”. Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate». Smaschera l’ipocrisia di un linguaggio che nasconde gli orrori della guerra: «Non chiamate “danni collaterali” le madri che scavano tra le macerie. Non chiamate “interferenze strategiche” i ragazzi cui avete rubato il futuro. Non chiamate “operazioni speciali” i crateri lasciati dai droni». Non è necessario implicare il nome di Dio, basta un poco di onestà e vergogna e ascoltare la coscienza: «[…] la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile». Il ripudio della guerra è totale: «Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. […] Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: “Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?”». Infine, l’appello alla conversione dei potenti: «Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore». L’appello, inoltre, a tutti noi, a non arrenderci perché le cose si cambiano coi gesti quotidiani: «La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono».  [1] “La Piccola Famiglia dell’Annunziata” è stata fondata da don Giuseppe Dossetti, “padre costituente” che ha dato un contributo fondamentale alla stesura della nostra Costituzione italiana, che all’art. 11 dichiara il “ripudio della guerra” come strumento per la risoluzione dei conflitti internazionali. L’appello completo si può leggere su https://www.adista.it/articolo/74327 [2] La dichiarazione di Ayana Gerstmann si può leggere completa nella newsletter di Refuser Solidarity Network, organizzazione internazionale di supporto alla resistenza israeliana alla guerra. [3] Domenico Battaglia, Lettera aperta ai potenti della Terra “Se non per Dio, fatelo per ciò che d’umano resta nell’umanità…”, 8 luglio 2025. Il testo completo, in https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/mons-battaglia-umanita-guerra   Pierpaolo Loi
Quando l’arte genera la pace. Un concorso artistico culturale
Riceviamo e pubblichiamo dall’associazione Papa Giovanni XXIII INNESCHI – QUANDO L’ARTE GENERA LA PACE. Concorso artistico culturale L’innesco avvia un processo, una reazione che a catena può generare cambiamento. E’ con questo spirito che promuoviamo il Concorso Artistico Culturale “INNESCHI – Quando l’arte genera la pace” in occasione del 50esimo anniversario dell’Obiezione di Coscienza nella Comunità Papa Giovanni XXIII. Per molti e molte, la scelta di obiettare al servizio militare e quella di partecipare al servizio civile, è stata una svolta nella propria vita, un’esperienza che ha innescato processi di scelta e di cambiamento, volti a dedicare la propria vita alla costruzione della pace e alla difesa dei diritti dei più fragili. Ci rivolgiamo ad artisti ed artiste, fotografi e fotografe, illustratori ed illustratrici, videomaker, per professione o per passione, con l’obiettivo di stimolare, valorizzare e diffondere espressioni artistiche che raccontino il rifiuto della violenza e della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, la promozione di forme di difesa civile non armata e nonviolenta e la partecipazione attiva dei civili in azioni di costruzione della pace. Il concorso vuole dare voce, attraverso diversi linguaggi, a vissuti, riflessioni e proposte di cittadine e cittadini, attivisti/e, giovani, obiettori di coscienza, operatori ed operatrici in Servizio Civile, volontari/e, favorendo la contaminazione di idee e l’attivazione dal basso. La partecipazione è gratuita e la scadenza per inviare le proprie opere è GIOVEDì 30 OTTOBRE 2025 3 CATEGORIE: FOTOGRAFIA, VISUAL COMMUNICATION E VIDEOMAKING Il concorso “INNESCHI – Quando l’arte genera la pace” prevede tre categorie espressive. Si può partecipare come singoli o in gruppo Le fotografie dovranno rappresentare, con linguaggio visivo, forme, colori, episodi, luoghi, soggetti, situazioni, esperienze, testimonianze o simboli legati a: • gesti di impegno per la costruzione di una pace attiva • obiezione di coscienza al servizio militare • forme di disarmo e nonviolenza attiva • esperienze di incontro con la diversità • solidarietà e prossimità con le vittime dei conflitti Le illustrazioni dovranno comunicare visivamente valori, concetti e azioni legati alla scelta della nonviolenza attiva come strumento di intervento e trasformazione dei conflitti, al servizio civile, all’obiezione di coscienza, al disarmo e all’impegno civico, al rifiuto della guerra e della violenza, attraverso un linguaggio creativo, accessibile e immediato, anche simbolico. Il video dovrà promuovere il Servizio Civile Universale come scelta concreta di impegno per la pace, la nonviolenza e la solidarietà, ispirando e informando giovani e cittadine/i sul valore del Servizio Civile come forma di difesa civile non armata e nonviolenta e sulle sue caratteristiche, mettendo in luce esperienze significative, storie personali, scenari di impegno sociale e i valori che lo animano. Finalità principali dello spot: • Fare conoscere l’esperienza di Servizio Civile Universale e sensibilizzare giovani e cittadinanza sui relativi valori; • Promuovere l’adesione al prossimo bando di Servizio Civile Universale GIURIA, CRITERI DI VALUTAZIONE E RICONOSCIMENTI Il soggetto promotore istituirà una Giuria composta da esperti sul tema della Difesa Civile Non Armata e Nonviolenta, rappresentanti Istituzionali, un/a fotografo/a professionista, un/a videomaker professionista ed un/a grafico/a professionista. Verranno valutati l’originalità dell’opera, la coerenza con i temi proposti, la qualità tecnica del prodotto realizzato, l’impatto ed efficacia di titolo e descrizione, la capacità comunicativa e la completezza ed adeguatezza del materiale richiesto. I primi e le prime classificati/e in ciascuna categoria riceveranno un riconoscimento del valore di 350 € , mentre i secondi e le seconde classificati/e riceveranno un abbonamento di un anno alla rivista Internazionale. Ma non è finita qui! Per info: ufficiostampa@apg23.org Redazione Italia
Il lavoro ripudia la guerra: manifesto sottoscritto da associazioni, costituzionalisti, giuristi, avvocati del lavoro, sindacalisti ed esponenti di movimenti
USB e CEING (CENTRO STUDI INIZIATIVA GIURIDICA) lanciano il “Manifesto per un diritto del lavoro della pace” sottoscritto da associazioni, costituzionalisti, giuristi, avvocati del lavoro, sindacalisti ed esponenti di movimenti. Oggi l’uso della forza armata sembra costituire l’unico mezzo per la risoluzione dei conflitti; il piano di riarmo deciso dall’UE e l’aumento delle spese militari della NATO sono destinati a sottrarre risorse ai beni pubblici essenziali e costituiscono una condanna al precariato e allo sfruttamento per lavoratrici e lavoratori. Sta crescendo nel nostro Paese la volontà di tanti lavoratori e lavoratrici di non collaborare con il piano di riarmo e con l’economia di guerra. Questa non collaborazione si manifesta con l’esercizio del diritto di sciopero o con la volontà di dichiararsi obiettori di coscienza rifiutando di effettuare la propria prestazione lavorativa in ambiti coinvolti con la guerra e gli armamenti. Il Manifesto pertanto non è uno dei tanti appelli contro la guerra, ma costituisce un supporto giuridico fondato su principi costituzionali e sul diritto internazionale a chi concretamente rifiuta di collaborare con l’economia e la cultura della guerra. Il movimento sindacale, con il sostegno delle forze della società civile che hanno a cuore la pace e il disarmo, ha il dovere di dare una risposta all’altezza dei tempi: con il libero esercizio del diritto di sciopero e di ogni azione collettiva di lotta svincolate dai limiti imposti dalla legge 46/90, perché il trasporto e la movimentazione di armi non possono certo essere definiti “servizi pubblici essenziali”. Deve essere garantito il diritto di lavoratori e lavoratrici a dichiararsi obiettori di coscienza per convincimenti morali, filosofici o religiosi, rifiutando di effettuare la propria prestazione lavorativa se questa è connessa direttamente o indirettamente con le armi e la guerra. Lo sciopero, la disobbedienza, l’azione collettiva e il rifiuto individuale da parte dei lavoratori e delle lavoratrici sono la più efficace forma di lotta nonviolenta e possono fermare guerra e riarmo, consentendo alla Repubblica fondata sul lavoro di ripudiare la guerra e bandirla dalla storia. Il Manifesto è pubblico su www.usb.it con la lista dei sottoscrittori completa. Per aderire: illavororipudialaguerra@gmail.com Firmatari: Alessandra Algostino (costituzionalista – Università Torino)- Michela Arricale (avv. Co-Presidente CRED) – Olivia Bonardi ( giuslavorista, Università di Milano) – Silvia Borelli (giuslavorista Università di Ferrara) -Marina Boscaino (Portavoce dei Comitati contro ogni Autonomia differenziata) – Piera Campanella (giuslavorista, Università di Urbino) – Giulio Centamore (giuslavorista Università di Bologna) – Chiara Colasurdo (avv. CEING) – Andrea Danilo Conte (avv. CEING) – Antonello Ciervo (costituzionalista) – Giorgio Cremaschi (sindacalista) – Claudio De Fiores (Presidente Centro Riforma dello Stato, costituzionalista) – Aurora D’Agostino (copresidente Associazione Giuristi Democratici) – Beniamino Deidda (magistrato, ex Procuratore generale Firenze) – Antonio Di Stasi (giuslavorista Università Politecnica delle Marche) – Riccardo Faranda (avv. CEING) – Cristiano Fiorentini (Es. Naz. USB) – Domenico Gallo (magistrato, già Consigliere Corte di Cassazione) – Andrea Guazzarotti (costituzionalista Università Ferrara) -Carlo Guglielmi (avv. CEING) – Roberto Lamacchia (copresidente Associazione Giuristi Democratici) – Antonio Loffredo (giuslavorista Università di Siena) – Guido Lutrario (Es. Naz. USB) – ⁹Fabio Marcelli (giurista internazionalista Co-Presidente CRED) – Federico Martelloni (giuslavorista Università Bologna) – Roberto Musacchio (già parlamentare europeo) – Valeria Nuzzo (giuslavorista Università Campania) – Giovanni Orlandini (giuslavorista Università Siena) – Francesco Pallante (costituzionalista Università Torino) – Paola Palmieri (Cons. Cnel per USB) – Alberto Piccinini (Presidente Comma 2) – Giancarlo Piccinni (Presidente Fondazione Don Tonino Bello) – Franco Russo (già parlamentare, CEING) – Giovanni Russo Spena (già parlamentare) – Arturo Salerni (avv. CEING) – Jacobo Sanchez (avv. CEING), Simone Siliani (Direttore Fondazione Finanza Etica) – Carlo Sorgi (magistrato, già Presidente Tribunale Lavoro Bologna) – Francesco Staccioli (Es. Naz. USB) – Anna Luisa Terzi (magistrato, già Consigliere Corte appello Trento) – Anna Fasano (presidente Banca Etica) – Tano D’amico (Fotografo) – Associazione Comma 2 – Associazione Giuristi Democratici – Pax Christi Italia Link al comunicato per condivisione: Il lavoro ripudia la guerra: il manifesto per un diritto del lavoro della pace lanciato da USB e Ceing Unione Sindacale di Base