«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi
che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e
decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti
alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle
considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il
Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel
che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore
miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati
per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare
in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini
suicidi.
L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione
anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il
cambiamento sociale e politico è ineluttabile; siamo dalla parte vincente e la
storia ce ne darà atto.
Ogni guerra si porta dietro il suo bel numero di morti, di renitenti che pagano
la loro coraggiosa scelta con anni di carcere.
In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori
che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per
spedirli al fronte, cronaca documentata da decine di episodi culminati anche in
feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da
parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a
lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale,
dagli anni Novanta.
I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali.
C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi
abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di
coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente
presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla
macchina militare.
Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità
ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a
quantificare la diserzione
(https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1).
Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica
esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha
raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i
dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila
disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti
sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di
abbandono):
> «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle
> ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione
> su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non
> autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448
> procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai
> tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una
> condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa.
>
> In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del
> 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro
> volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era
> arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono
> diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del
> Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche
> relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione,
> sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto
> fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate».
Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori
per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando
l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva.
Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura,
viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU.
Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello
militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste
alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci
confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il
dossier:
> «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della
> Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione
> alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni
> precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non
> possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però
> dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato,
> inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per
> continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni
> diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non
> vogliono proprio combattere».
La guerra produce drammatiche fratture, ricorda Crocco. Le guerre sono sempre
anche guerre famigliari, quando non apertamente civili. Un aspetto che sta
caratterizzando anche la più compaginata società russa: la guerra-lampo, secondo
l’intento putiniano, sta corrompendosi in ormai quattro anni di conflitto, e
anche la popolazione russa è stanca. Sono stanchi gli israeliani?
È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni
di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non
basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la
prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è
l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva.
Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro
sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il
testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è
colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva
che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il
rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola
spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto né visto direttamente le
vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998).
Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di
veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e
di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari
ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del
testimone.
In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di
emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al
crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che,
ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del
sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia,
è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da
manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle
manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le
manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed
economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è
morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima
Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che
pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio
non ha fatto altrettanto.
E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times,
Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo
Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che
l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di
Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di
merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente,
Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del
Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini
della storia.
Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore
e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e
anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso
russo.
Allora, visto che le guerre dispensano onori e infamie, noi stiamo a fianco del
renitente, del disertore, di chi fugge, di chi obietta che la guerra non è mai
la sua.
Federico Giusti e Renata Puleo
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università