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«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi. L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile; siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto. Ogni guerra si porta dietro il suo bel numero di morti, di renitenti che pagano la loro coraggiosa scelta con anni di carcere. In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documentata da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta. I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare. Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1). Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): > «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle > ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione > su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non > autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 > procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai > tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una > condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. > > In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del > 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro > volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era > arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono > diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del > Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche > relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, > sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto > fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate». Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: > «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della > Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione > alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni > precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non > possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però > dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, > inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per > continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni > diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non > vogliono proprio combattere». La guerra produce drammatiche fratture, ricorda Crocco. Le guerre sono sempre anche guerre famigliari, quando non apertamente civili. Un aspetto che sta caratterizzando anche la più compaginata società russa: la guerra-lampo, secondo l’intento putiniano, sta corrompendosi in ormai quattro anni di conflitto, e anche la popolazione russa è stanca. Sono stanchi gli israeliani? È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva. Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998). Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone. In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto. E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia. Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo. Allora, visto che le guerre dispensano onori e infamie, noi stiamo a fianco del renitente, del disertore, di chi fugge, di chi obietta che la guerra non è mai la sua. Federico Giusti e Renata Puleo Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
September 5, 2026
Pressenza
Utopia disarmata: dal Castello di Albiano alle città, la voce di una nuova radicalità per la pace
Un gruppo di quindici partecipanti provenienti dal centro-nord Italia ha vissuto dal 26 al 30 agosto 2026 un intenso campo di formazione e lavoro organizzato dal Mir (Movimento internazionale della riconciliazione). Ospitati al Castello di Albiano d’Ivrea, in provincia di Torino — un luogo denso di memoria dove ha a lungo dimorato Monsignor Bettazzi — e accompagnati dai contributi dei ricercatori e scrittori  Valentina Pazè e Pasquale Pugliese, i partecipanti hanno affrontato senza filtri le grandi questioni del nostro tempo: la guerra, la finanza globale, le dinamiche di potere e la necessità urgente di un disarmo culturale. In un’epoca segnata da una logica binaria che cancella le sfumature e riduce il pensiero a una polarizzazione bellica, la scommessa al centro del confronto è stata quella di ripartire dai saperi fondamentali della nonviolenza. Durante le giornate di dibattito e studio si è approfondito il pensiero della complessità di Edgar Morin, evidenziando come l’incapacità di cogliere la multidimensionalità renda le persone cieche di fronte alle crisi planetarie. Si è rilanciato il pensiero critico per decostruire il mito della violenza come tratto connaturato alla natura umana, richiamando la Dichiarazione di Siviglia dell’UNESCO e la distinzione tra assertività e aggressività distruttiva. Grande attenzione è stata dedicata alla responsabilità individuale e al superamento della delega, attraverso la lezione di Don Lorenzo Milani e il concetto di “potere di tutti” elaborato da Aldo Capitini. La nonviolenza è stata così definita non come una resa o un’utopia sterile, ma come un metodo rigoroso e trasformativo, fondato sulla verità dei fatti, sull’ascolto empatico e sulla disobbedienza civile. Ripercorrendo l’esempio storico dei “cinquecento matti” che con Monsignor Bettazzi e Don Tonino Bello raggiunsero Sarajevo per un’interposizione pacifica, il gruppo ha ribadito l’importanza di opporre una radicalità nonviolenta alla logica dei conflitti armati. Tra le proposte concrete emerse vi sono il sostegno alla campagna di obiezione di coscienza, la promozione di una proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di una difesa civile non armata, la nascita di corpi civili di pace e l’attivazione di percorsi di educazione alla pace nei territori. Tornando nelle proprie città, i partecipanti del campo di lavoro ospiti ad Albiano, terra di Adriano Olivetti, Bettazzi e della scrittrice-eremita Adriana Zarri, hanno promesso di portare nei loro territori  strumenti di analisi e di azione concreta per smascherare i meccanismi di deresponsabilizzazione e costruire, giorno dopo giorno, un futuro basato sulla giustizia sociale e sulla convivenza pacifica.   Redazione Italia
August 31, 2026
Pressenza
Dopo tre mesi di silenzio la montagna-Campagna della difesa solamente “altra” ha partorito un topolino di risposta
Risposta al Comunicato del Movimento Nonviolento del 28 luglio 2026 in risposta alle critiche alla Campagna sulla difesa “altra” C’era una volta la Campagna OSM-DPN formata da obiettori fiscali che si facevano pignorare e che ogni anno facevano una assemblea nazionale che prendeva tutte le decisioni più importanti, più una assemblea straordinaria del 1989 per stabilire con tutta chiarezza il fine della campagna: una modifica in senso non violenta della struttura della difesa italiana. Il risultato principale è stato la legge più avanzata del mondo, la 230/98. Ora ci troviamo davanti ad una Campagna che propone una legge di iniziativa popolare che è stata formulata senza una assemblea nazionale e senza riferimento alla base e agli esperti, ma soprattutto dai vertici di alcune associazioni per il disarmo, la pace e la non violenza, chiedendo (per la seconda volta in dieci anni) una semplice firma. L’attuale livello di politica che essa manifesta è certamente molto poco dal basso. Il testo della proposta di legge ha sollevato una generale “perplessità” e opposizioni motivate puntualmente. Il dibattito, iniziato da un articolo di Serena Tusini su Contropiano (poi ripreso da Pressenza) è stato riassunto pochi giorni fa dalla stessa, sempre su Pressenza. In particolare il presidente del MIR, chiamato ad aderire alla Campagna all’ultimo momento, a maggio ha formulato una serie di domande sul contenuto effettivo della proposta di legge e le ha sottoposte alle associazioni promotrici. Le quali non hanno dato risposte in merito. Il dibattito ha posto come punti di dissenso soprattutto questi due: 1) il testo del progetto di legge definisce il tipo della difesa proposta come “complementare” alle Forze armate; e poi nella presentazione del testo le altre parole caratterizzanti operativamente questa difesa “altra” (al di là delle formule e delle etichette): “integrata” nelle FF.AA. e “affiancante” le stesse. 2) L’esempio di difesa nazionale proposto è quello della Svezia e quello della Svezia, finora mai citati come esempi di difesa non violenta dalla letteratura italiana sull’argomento e invece notoriamente Paesi militaristi. Il dibattito è stato poco concreto perché alle osservazioni puntuali di chi dissentiva non si è mai risposto in merito, ma solo in maniere deviate: o richiamando l’altro ad avere fede nella formula ideale della difesa popolare non violenta, o sottolineando tutti i vantaggi istituzionali che darebbe una tale legge se fosse approvata, o dichiarandosi “perplessi” su come è formulato questo testo di legge ma che però sarebbe da accettare pur di salvare questa Campagna, che è un prodotto molto importante dell’area pacifista e non violenta. Per i dissensi su come interpretare il testo questa Campagna il Presidente del MIR, Ermete Ferraro, il 15 luglio si è dimesso (dimissioni accettate da 5 contro 4) davanti ad un Comitato Nazionale che, pur dichiarandosi “perplesso” davanti a questa proposta di legge ha voluto mantenere il sostegno alla Campagna. Dopo tre mesi di dibattito inascoltato dai promotori, il Movimento Nonviolento, che si pone come principale promotore della Campagna, finalmente ha risposto al dibattito con il comunicato di ieri 28 luglio 2026, pubblicato da vari organi di stampa dell’area pacifista e non violenta. Ma questo comunicato: 1) prima di tutto dà un ordine (“Basta!”) invece di dialogare e rispondere a tono. 2) E’ pieno di insulti e accuse (di falsità e di malafede) verso chi ha idee diverse da quelle del Movimento Nonviolento. C’è da notare che attribuisce una inesistente “calunnia” ai critici della proposta perché questi avrebbero espresso il dissenso dai movimenti proponenti la Campagna. 3) In merito ai punti in discussione propone finalmente una risposta che si compone di un unico argomento: siccome la giurisprudenza non permette di scrivere “alternativa” (e chi lo chiede? Si chiede di essere indipendenti dalle FF.AA. e dalla NATO, non alternativi speculari) allora non c’è altra scelta che scrivere “complementare”. Ma veramente la lingua italiana sarebbe così povera? “Autonomia (operativa)” non andrebbe bene? 4) Non risponde sulle altre parole: “integrata” e “affiancante” qualificanti la difesa “altra” in termini operativi. 5) Non risponde sugli esempi di difesa nazionali che la pdl della difesa “altra” vuole imitare, la difesa della Svezia e la difesa della Svizzera; le quali, a conoscenza generale (vedi Wikipedia) sono proprio  subordinate alle loro FF.AA, cioè giustappunto “complementari”. 5) Non risponde sulla mancanza, nella pdl sulla difesa “altra”, di qualsiasi collegamento con l’ONU, per cui il secondo comma dell’art. 11 della Costituzione viene lasciato interpretare (così come fece per primo Andreotti) come limitazione della sovranità dell’Italia prima di tutto alla NATO (con cui l’Italia ha fatto due guerre senza permesso ONU). Che dire in conclusione? Che in questo comunicato sono lontani: un atteggiamento civile di dialogo, il rispetto delle opinioni altrui, il proporre una politica dal basso, un atteggiamento popolare come invece si vorrebbe che fosse la legge proposta. Per giustificare addirittura un progetto di legge che si vorrebbe presentare in Parlamento il Movimento Nonviolento non saprebbe dare spiegazioni oltre gli insulti e quella inconsistente argomentazione? Se fosse così bisognerebbe ricordare il proverbio persiano: quando due discutono e uno di loro passa agli insulti, lui è quello che ha torto. Antonino Drago
August 4, 2026
Pressenza
La dialettica e il dissenso. L’Osservatorio contro la militarizzazione difende le sue analisi
Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ci sentiamo di rispondere all’articolo di Mao Valpiana su «Pressenza» del 28 luglio scorso, nel quale usa toni davvero poco “pacifici” e poco rispettosi del pensiero “altro” rispetto al suo. Le analisi e le valutazioni fatte da alcuni membri dell’Osservatorio sul testo di iniziativa di legge popolare “Un’altra difesa è possibile” [PdL] rispecchiano il pensiero e l’elaborazione dell’intero Osservatorio, e nel loro articolarsi sono molto circostanziate e analizzano i contenuti della proposta di legge; non sono «calunnie», bensì il risultato dello studio attento dei documenti di programmazione sia italiani sia internazionali (vedi documentazioni e dichiarazioni ufficiali di vari singoli Paesi europei, dell’Unione Europea e della NATO) in materia di difesa. Il tutto con particolare attenzione alla loro “applicazione” nel mondo della formazione. Il concetto di “difesa totale” è il perno delle nostre analisi, è ciò che ci fa affermare che questa iniziativa di legge popolare non ci convince, perché definisce la difesa civile non armata “complementare” e “integrata” rispetto alla difesa militare. Ciò significa, per esempio, che, nel caso di un conflitto scatenato da un’aggressione coloniale e imperialista di un Paese della NATO ad un Paese terzo, i generali delle forze armate italiane apparirebbero con una moltitudine di mansioni nonviolente e non armate (ma non per questo non funzionali allo sforzo bellico, anzi) già pianificate insieme al CIMIC* e pronte da far svolgere alla popolazione civile. D’altronde, sarebbe alquanto illusorio immaginare che basti collocare il Servizio Civile Universale in un Dipartimento in capo alla Presidenza del Consiglio per metterlo al riparo da un utilizzo degli obiettori scevro da qualsiasi funzionalità rispetto alle esigenze belliche, le quali nel contesto attuale possono estendersi anche alla sfera della Protezione civile e coinvolgere anche un’eventuale Difesa non armata e nonviolenta. La logica della guerra totale, le pressioni della NATO sugli Alleati, i rapporti economici e militari con USA e Israele e la narrativa ufficiale dell’UE, in particolare in merito a preparedness e readiness*, ci suggeriscono un quadro meno idilliaco di quello delineato dalla PdL. Inoltre, è nelle scuole dei vari Paesi europei che rileviamo una progettata ingerenza volta alla costruzione di una identità collettiva nuova e funzionale alla guerra, basata sulla sua normalizzazione e sull’elogio delle forze armate in contesti scolastici di totale assenza di contraddittorio. L’Osservatorio nasce proprio con lo scopo di impedire la militarizzazione delle scuole e delle università. Questo include il lavoro per contrastare la costruzione da parte delle istituzioni (in modo bipartisan) della “cultura della difesa“, del Nemico, della logica identitaria, di un mondo chiuso alla diversità, dell’insicurezza e della paura, dell’obbedienza senza coscienza, della banalità del male. E questo è il motivo per cui oggi l’Osservatorio si trova coinvolto in questa riflessione collettiva, portando il suo contributo dalla sua prospettiva, sì limitata (come tutte) ma che ha la “forza che viene dal fare ciò che si sa”. Il nostro non è un attacco ai promotori e alle promotrici della PdL, ma una manifestazione di quelle criticità che è nostra responsabilità politica condividere. Questa proposta non ci convince perché è facilmente strumentalizzabile dai centri di comando militare italiani e della NATO. Ciò che prevede la teoria della Difesa Totale troverebbe nella formulazione del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta presente nella PdL uno strumento per attuarsi nel “nome” del pacifismo e della nonviolenza. Prima che venisse pubblicata, nessuna richiesta di confronto ci è mai arrivata e quando fu pubblicata, provammo a contattare le realtà promotrici, ma senza risultato. Questo non significa che la riflessione collettiva non possa e non debba continuare comunque, come sta accadendo non solo tra sei persone, ma sia su diverse testate giornalistiche online (obiezionedicoscienza.org) sia all’interno di varie associazioni e organizzazioni come Disarmisti Esigenti, il Movimento Internazionale di Riconciliazione, il Centro Studi Economico-Sociali di Pax Christi e Osservatorio. Dissentire è un diritto e spesso un aiuto nella discussione dialettica; purtroppo non nel caso e nei modi usati contro di noi pochi giorni fa. Nessuno ha la verità in tasca; le considerazioni critiche, suffragate da contenuti chiari e da analisi serie, sono sempre per noi le benvenute. Il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva da noi richiamata è non soltanto il necessario rifiuto individuale della guerra, ma anche la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una enorme macchina di morte fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Infine, obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere, invece che a prendersi cura; che sorveglia, invece di ascoltare; che censura, invece di educare alla libertà e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà nella direzione che ha intrapreso sin dalla sua fondazione. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. * Il CIMIC (Gruppo Multinazionale per la Cooperazione Civile Militare) è un reparto militare multinazionale e interforze della NATO. *Per quanto riguarda readiness [“essere pronti“] e preparedness [“essere preparati”] dell’Unione Europea, citiamo ad esempio il report “Più sicuri insieme: rafforzare la preparedness e la readiness civile e militare europee” commissionato dalla Presidente Ursula von der Leyen, la dichiarazione ufficiale “Strategia dell’UE sull’Unione della preparazione: prevenire e reagire alle minacce e alle crisi emergenti” e peggio ancora l’articoli 164 della risoluzione del 2 aprile 2025 del Parlamento Europeo, che riguarda la diffusione della cultura della difesa fra i e le giovani, anche attraverso interventi nelle scuole. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato anche su www.pressenza.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Stiamo vivendo eventi che decidono la politica collettiva della obiezione di coscienza in Italia, lunga 80 anni
Finalmente il consiglio Nazionale MIR, riunito una seconda volta sul tema il 15 luglio, è riuscito a dare una risposta ad un problema di lingua italiana: che cosa significhino le parole  (non degli articoli di propaganda o della presentazione della proposta, ma) della proposta di legge sulla difesa “altra”: “complementare” alle FF.AA.: significa militarismo. Già il verbale di Pax Christi Centro del 2 luglio aveva dichiarato che quella proposta “non [è] soddisfacente, in quanto considera la DPN come complementare alla difesa armata, mentre per noi (sul piano etico) essa è alternativa a quella armata”.  Tutte le presentazioni e articoli di propaganda di quella difesa “altra” non riescono a coprire il fatto che quella difesa è militarista. Nella favola, il ragazzino  esclama: “Il re è nudo!”. Ma il comunicato ancora mantiene un’ambiguità: si dichiara “perplesso”. Questa è una parola che non vuole dire nulla di preciso; soprattutto essa permette a chi la dice di nascondere il proprio pensiero sul tema. Ma come si fa ad essere perplessi per tre mesi interi senza sciogliere i dubbi? Di fatto però dichiara che “sostiene anche questa raccolta firme, intendendo la DCNANV come alternativa alla difesa militare, come sta scritto anche nella presentazione sul sito della attuale Campagna”. Il minimo che si può dire è che, oltre alla perplessità, qui c’è anche una confusione: come si fa a vedere “complementare” e intendere “alternativa”? Forse qui c’è il Re di Inghilterra che dice: “La misura lineare da adottare è la distanza dal mio naso al mio pollice”; e la yarda fu? O forse c’è Georg Hegel per il quale ciò che è ideale è reale (anche se la parola lo contraddice)? Qualsiasi psicologo vi dice che perdere il senso della realtà è il primo sintomo di malattia psichica. Simbolo ne è Pinocchio che sotterra lo zecchino d’oro credendo di piantare l'”albero dei denari”. Insomma, il comunicato dice che la difesa “altra” non è la DPN, ma non dice in che senso non lo è, come se le altre parole della presentazione della proposta (“integrata e collaterale”) e soprattutto gli esempi suggeriti (quelli delle difese della Svezia e della Svizzera) non indicassero con chiarezza che la difesa “altra” è militarista (cioè, quella secondo la NATO). Non sarebbe nulla di strano che ci sia chi sostiene questo tipo di difesa. Già dal 1988 in Italia è attivo il Centro Studi Difesa Civile di Roma che ha cercato (senza gran successo) di accordarsi con i militari per introdurre una difesa solo civile. In Francia il “non violento” Jean-Marie Muller era per questo tipo di difesa. Perciò basterebbe semplicemente dichiararsi per quale tipo di difesa si è, invece di usare tutte le parole possibili sul tipo di difesa, senza scegliere tra esse. Ma allora sarebbe chiaro che con essa l’art. 11 della Costituzione verrebbe subordinato all’aartenenza alla NATO, i 500 a Sarajevo e MIR Sada sarebbero state avventure, la marcia PG-Assisi diventerebbe una manifestazione di regime, la Flottiglia sarebbe una provocazione internazionale,  i portuali di Genova non potrebbero boicottare il commercio delle armi di Israele, Pax Christi diventerebbe una dipendenza dell’Ordinariato Militare  e finalmente il Servizio civile verrebbe ridotto al solo art. 3 (solidarietà sociale), per invece preoccuparsi della gestione della difesa nazionale interna durante una guerra. Insomma per dirla alla Papa Leone, questa difesa sarebbe disarmata ma non disarmante; cioè una difesa solo civile, ma non attivamente non violenta. Quindi la sua politica collettiva di obiezione di coscienza e di non violenza è differente da quella della DPN della Campagna OSM-DPN; ed è bene tenere distinte le due strade, senza mischiare le loro parole; che altrimenti si confondono le idee proposte e la gente resta “perplessa”. Eppure da due mesi il Presidente  MIR aveva dato una soluzione precisa al problema di lingua italiana che dà quella proposta di difesa “altra”;  e aveva invitato il C.N. a fare chiarezza. Ma il comunicato del CN invece ribadisce  accordi e decisioni precedenti per cui alcuni (quanti? Maggioranza del CN o minoranza? Un’altra ambiguità) membri del CN vogliono mantenere il sostegno ad una campagna il cui significato essi non sanno dichiarare con precisione alla gente. Quindi dei fatti organizzativi hanno negato la ricerca della verità verso la gente e verso se stessi. Il Presidente a questo punto giustamente si dimette, mentre il CN resta indifferente alle dimissioni (neanche una parola di commento). Questi membri del CN che sono perplessi sulle parole però hanno posto la organizzazione (anche se sbagliata) prima della verità verso la gente invitata a firmare.  Invece Gandhi, la cui immagine è in tutte le presentazioni della difesa “altra”, nel 1922 arrestò la prima campagna nazionale non violenta in India, nonstante avesse quasi vinto, perché non c’era più corrispondenza veritiera tra le azioni popolari e i suoi proclami di non violenza: per lui prima andava la verità e poi la organizzazione. Invito i promotori della Campagna di dar fede alla figura di Gandhi stampata dappertutto: seguite il suo insegnamento! Tanto più che è ben noto che, quando c’è un vizio sostanziale, un patto (anche un matrimonio!) non vale. Qui il vizio è che le presentazioni della proposta della difesa “altra” dicono una cosa (“difesa popolare non violenta”, che è quella sostenuta dalla Campagna OSM-DPN per vent’anni; o “difesa civile non armata e non violenta”, che è la sua traduzione nelle leggi italiane) mentre il suo testo  (quello che conta in Parlamento) dice un’altra cosa, “difesa complementare”, che significa “integrata” nella difesa NATO. Quando c’è un vizio sostanziale non c’è  c’è da mangiare la mela che si è ammesso che è avvelenata (“complementare”) per una malposta obbedienza a dei patti. Dov’è finita in Italia la non violenza come ricerca della Verità (Satyagraha) dei Capitini, Lanza del Vasto, don Milani, La Pira, D. Tonino Bello, ? A mia memoria  questo comunicato segna il punto più basso di 70 anni di vita del MIR in Italia. Finale sul comico: questi “perplessi” vogliono un convegno sulla DPN “anche per fornire al Parlamento elementi utili per la formulazione finale della Legge”; cioè vogliono 1) vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato (la raccolta delle firme sta andando male); e 2) credono che i deputati  prenderanno l’imbeccata da loro che non sanno distinguere la DPN da una sua contraffazione in termini della NATO. Il convegno sulla DPN s’ha da fare, certo. Ma non con quelli che vogliono essere “complementari” alle FF.AA. per avere in cambio dei regali dal Parlamento (di destra!); ma con quelli che non sono mai stati militaristi ma per una pace e una difesa disarmante : Peace Brigades International, Operazione Colomba, Corpi Civili di Pace, Emergency; allo scopo di promuovere un programma , al di là di sogni di una facile vittoria guadagnata con delle semplici firme, per concertare le iniziative dal basso le azioni e le pressioni sul Parlamento per fare avanzare la DPN. Antonino Drago P.S. Segnalo l’ottimo studio di Ermete Ferraro sulle difese non armate in varie nazioni europee. E’ sul suo blog: https://ermetespeacebook.blog/2026/07/08/difesa-civile-si-ma-quale/ Segnalo anche il suo commento alle sue dimissioni da Presidente del MIR. Antonino Drago
July 23, 2026
Pressenza
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC), nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente concepito come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL perché essa non scalfisce affatto la vigente e incostituzionale subordinazione di una difesa civile rispetto a quella militare e rispetto a logiche sovranazionali offensive come quelle della NATO. Per creare un’alternativa non basta un 6×1000 del tutto legittimo ma individuale e minimo, occorre prendere miliardi di fondi pubblici, secondo Navarra, in primis da quella parte dello strumento militare che ha funzioni offensive, e ridestinarli per la pace. Questo accompagnato alla denuclearizzazione unilaterale, all’uscita dalla NATO e alla possibilità di esercitare pienamente e coerentemente con la Costituzione il diritto all’obiezione di coscienza. Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
MACCHINE CHE EDUCANO-TENTATIVI DI APPROCCIO DEI SERVIZI SEGRETI- OBIEZIONE DI COSCIENZA ANTIMILITARISTA IN UNIVERSITA’@2
Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, ricercatore al CNR di Bologna ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
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Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, ricercatore al CNR di Bologna ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.
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Estratti dalla puntata del 6 Luglio 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia INTELLIGENZA ARTIFICIALE A SCUOLA Commentiamo i decreti attuativi del mese scorso che disciplinano l’applicazione dell’intelligenza artificiale a scuola, nei luoghi di lavoro e nelle operazioni di polizia. Torniamo ad intervistare Stefano Barale, uno tra i promotori dell’appello neo-luddista I.A.Basta! che promuove una sottrazione dall’adozione imposta dell’intelligenza artificiale nella didattica nella scuola pubblica. Oltre alle argomentazioni razionali chi domandiamo “che genere di mutamento antropologico rende possibile, perfino indifferente, la sostituzione della relazione umana con l’interazione con una macchina? Che genere di umanità produce l’utilizzo massivo dei Large Language Models in ambiti sociali particolarmente densi di relazione come quello dell’educazione? Con quale idea di vita degna di essere vissuta accettiamo l’adozione dell’I.A. a scuola? E ancora, nella pratica quotidiana, come può resistere un* insegnante all’imperio dell’innovazione tecnologica? TENTATIVI DI INFILTRAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI A partire dalla recente vicenda di un compagno e lavoratore accademico che ha subito ripetuti tentativi di approccio da parte dei servizi segreti, ragioniamo sull’utilizzo sempre più diffuso degli infiltrati e dei tentativi di arruolamento di persone interne ai movimenti come dispositivo repressivo. Come socializzare e gestire queste ingerenze limitandone i danni? Allargando lo sguardo, come si sta evolvendo l’istituzione accademica, sempre più aruolata sul fronte interno ed esterno? OBIEZIONE DI COSCIENZA IN UNIVERSITA’, CONTRO LA GUERRA Marco Cervino, ricercatore al CNR di Bologna ci racconta la mobilitazione dei tecnici e ricercatori del CNR per interrompere le collaborazioni con Israele e con le industrie belliche. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro l’accordo militare con lo Stato d’Israele si esteso a livello nazionale, con una certa rilevanza mediatica negli scorsi giorni. Discutiamo di possibili strumenti pratici e canali formali per la sottrazzione dalla partecipazione alla macchina bellica e all’occupazione sionista come l’obiezione di coscienza.