Michela Panichi / Corpi salmastri
La Cecilia è il romanzo di una giovanissima scrittrice napoletana, Michela
Panichi, finalista nel 2024 al Premio Italo Calvino e vincitrice nel 2020 al
Campiello Giovani, pubblicato da nottetempo che accoglie così l’arrivo della
calda aria estiva. Panichi ci racconta della ribellione dei corpi mentre la vita
più complessa bussa alla porta di chi sta crescendo. Appare sull’uscio una
ragazzina che porta il nome di un anfibio, che decide di testare questa sua
caratteristica di potersi adattare e vivere in due ambienti differenti.
Il contatto dell’aria salmastra con la pelle dei corpi che cambiano è diverso,
l’anno in cui Cecilia compie tredici anni: è un contatto fremente, scattante,
senza tregua. Cecilia, con sua madre e suo fratello, varcano la soglia della
loro casa per le vacanze a Ischia per fuggire dall’opprimente caldo urbano di
Napoli. Cecilia freme per il consueto soggiorno prolungato in città del padre,
dovuto all’attesa della fine degli esami dei suoi alunni. È un’attesa sofferta
che per Cecilia è inevitabile, sentendo con il padre un legame riempitivo della
distanza comunicativa con la madre; un legame che colma i vuoti della sua
giovane età, in bilico tra l’infanzia e la vita degli adulti. La lontananza dal
lato femminile della famiglia sembra essere cristallino come l’acqua del mare –
una lontananza esterna, visibile e corporea; ma allo stesso modo interna, dovuta
a quello che Cecilia vede come un lontano, faticoso e ripugnante arrivo a quel
movimento viscerale che tinge di rosso ogni mese. La vicinanza al lato maschile
del mondo Cecilia la sente sulla pelle e dentro di sé, come conferma del legame
che sente con suo padre.
Sembra facile, quindi, sgusciare da un corpo all’altro, in un’estate che conosce
solo confini geografici: a Sant’Angelo, a casa sua, Cecilia deve essere femmina,
ma ai Maronti, poco più in là, può usare un corpo ibrido come scudo e diventare
maschio, Luca, come il fratello. Sì, perché il nome Cecilia deriva dal termine
caeciliidae, che si riferisce a un anfibio, a un verme diffuso nel Sudamerica,
dove non c’è differenza tra maschio e femmina. Cecilia decide di usare il
proprio corpo – quello stesso corpo in cui non si riconosce, che sente come
estraneo – come un mezzo per schermare la crescente confusione che sente venire
dal mare e arrivare fino dentro le ossa, per essere libera nella terraferma, di
fronte all’incontrollabilità dei sentimenti per Alba.
Il corpo, però, reclama sé stesso, come una forza inevitabile. Un giorno Cecilia
comincia a sentire la sua femminilità a livello fisico, con concretezza, e vede,
non ancora con chiarezza ma con un’intuizione fugace, un comun denominatore con
la madre. Mentre cerca di districare i fili della lontananza dei corpi dei
genitori, Cecilia sente che la cieca sofferenza della madre è una vicinanza alla
sua stessa sofferenza interna, al contrario della crescente distanza con il
padre, che è una lontananza sporca, frutto di corpi che non controllano i propri
istinti. Cecilia, sia da femmina che da maschio, comincia a provare un’ostinata
repulsione per gli istinti animaleschi che sentono i corpi salmastri. Vorrebbe
non dover usare il proprio corpo come un mezzo per amare, perché sente che così
si sporcherà come i suoi genitori, come il tradimento di suo padre, come Alba
che vuole diventare grande. Cecilia deduce che il corpo è un mezzo inaffidabile
proprio per la sua incontrollabilità sugli istinti, ma quello che il corpo
fisico percepisce è comunicante con un luogo dentro di noi che è incontrollabile
per natura, perché dominato dal lato emotivo più libero.
Panichi possiede una scrittura introspettiva, leggera, fluida. Pesa e nutre le
parole fino a condurre Cecilia a sentirsi libera di parlare, di confessare e di
porre domande. La Cecilia è una storia corporea, fatta del contatto di corpi,
del prendere possesso del proprio corpo e di ciò che veicola: confusione,
rabbia, tradimenti; ma anche tante emozioni e sentimenti. Il corpo si mette in
relazione ai cinque sensi per esprimersi, senza giudicare.
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