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La rendita che vince, il lavoro che perde da trent’anni: cosa dicono davvero i numeri del 2025
Mentre i salari reali italiani restano sotto i livelli di trent’anni fa, il settore bancario chiude il 2025 con utili record. I dati raccontano uno squilibrio di lungo periodo nella distribuzione del reddito tra lavoro e capitale. Continuiamo a dire che il capitalismo italiano ha smesso di essere industriale per diventare finanziario, come se fosse una metafora. Non lo è. È una sequenza di bilanci, ed è una perdita che dura da tre decenni, non un incidente di percorso. Il punto di partenza è la quota di reddito che il valore prodotto dal Paese destina a chi lavora. Le stime più solide, basate sui dati AMECO e riprese dalla letteratura accademica, indicano che in Italia questa quota è scesa dal 66,9% del 1970 al 50% del 2018: un crollo di quasi diciassette punti che coincide, non a caso, con la fine dell’indicizzazione automatica dei salari nel 1992, con l’apertura ai mercati globali e con la lunga stagione delle riforme di flessibilizzazione del mercato del lavoro. Su questo arco storico la letteratura economica, da Torrini agli studi più recenti di Paternesi Meloni e Stirati, è concorde: i salari reali hanno smesso di seguire la produttività, e quel disallineamento è diventato struttura permanente dell’economia italiana. C’è però un dato che rende questa erosione ancora più netta, perché non riguarda la quota su un aggregato contabile ma il potere d’acquisto concreto delle buste paga. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia è l’unico grande Paese dell’area a registrare una variazione negativa dei salari reali: mentre in Germania, Francia e nei Paesi baltici gli stipendi a prezzi costanti crescevano, anche in misura sostanziale, in Italia diminuivano. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha di recente quantificato la caduta in un 6,6% in termini reali dal 1990. Lo shock inflazionistico del 2021-2022 ha aggravato una tendenza già strutturale: nel solo 2022 i salari reali italiani sono crollati del 7,3% rispetto all’anno precedente, e a inizio 2025 l’Ocse li registrava ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il risultato peggiore tra le grandi economie dell’organizzazione. Un lavoratore italiano oggi, in termini di potere d’acquisto, guadagna meno di un collega di trent’anni fa: non è un’impressione, è la fotografia ufficiale. È in questo quadro che va letto l’aumento nominale del 4,2% dei redditi da lavoro dipendente registrato dall’Istat nei conti 2025 delle società non finanziarie. Non è un segnale di inversione di tendenza, ma in larga parte l’effetto dei rinnovi dei contratti collettivi arrivati dopo anni di CCNL scaduti e bloccati, che nella contabilità di un singolo esercizio producono un salto nominale senza colmare il divario reale accumulato nel decennio precedente. Allo stesso modo, il fatto che il tasso di profitto delle imprese non finanziarie sia sceso al 43,3% nel 2025, dal 44,1% del 2024, non racconta un’inversione strutturale: è l’oscillazione di un solo anno, misurata su una base che resta comunque quella di un’economia in cui, dal 1970 a oggi, la parte spettante al capitale è cresciuta di quasi venti punti percentuali. Un anno di sottoscrizioni contrattuali non cancella mezzo secolo di moderazione salariale, così come una rondine non fa primavera. Il contrasto più stridente, in questo senso, resta quello con il settore bancario. Nel 2025 le banche italiane hanno chiuso l’anno con utili netti record: 47,5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 46,5 miliardi del 2024 e ai 40,6 miliardi del 2023, secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa su dati di Banca d’Italia. Il quinquennio 2021-2025 ha prodotto complessivamente 176,5 miliardi di utili netti aggregati, il periodo più profittevole nella storia recente del settore. Il motore resta il margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche incassano sui prestiti e quanto pagano sui depositi: per anni le famiglie e le imprese indebitate hanno pagato di più per lo stesso prestito, mentre chi teneva i risparmi in conto corrente ha visto remunerazioni pressoché ferme. E questi utili record procedono insieme a una riduzione dell’occupazione: circa 8mila posti di lavoro in meno nel settore secondo i dati diffusi da First Cisl, mentre i primi cinque gruppi bancari sfioravano i 28 miliardi di utili con una crescita del 10,6%. La lezione che se ne ricava non è la fine del lavoro come fattore produttivo, ma la conferma che il tempo lungo dell’economia italiana ha una direzione precisa, e quella direzione non si inverte per un rinnovo contrattuale o per un’oscillazione annuale del margine industriale. Trent’anni di salari reali fermi o in calo restano il dato costitutivo, mentre la rendita finanziaria continua a crescere staccandosi sia dalla produzione sia dall’occupazione che dovrebbe generare. Chi continua a chiedere moderazione salariale in nome della competitività dovrebbe spiegare perché quella stessa moderazione non è mai stata chiesta a chi, nello stesso anno, ha distribuito miliardi di dividendi tagliando migliaia di posti di lavoro. Francesco Russo
September 4, 2026
Pressenza
Mobilità interna in ripresa, fuga verso l’estero attenuata, ma entro il 2050 popolazione in calo di 4 milioni
Dopo il picco del 2024, pari a 141mila, nel 2025 gli espatri si sono attestati a 109mila unità (-22,7%), con un saldo migratorio negativo di italiani che da -83mila si riduce a -53mila. Nonostante una lieve flessione, le immigrazioni dei cittadini stranieri (383mila; -2,5%) continuano a sostenere il saldo migratorio con l’estero, che passa da +263mila nel 2024 a +296mila nel 2025. I trasferimenti di residenza tra Comuni italiani tornano, invece, a crescere: nel 2025 sono stati un milione 455mila, oltre 70mila in più rispetto al 2024. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150mila giovani laureati italiani di 25-34 anni. La perdita deriva soprattutto dai trasferimenti verso il Centro-Nord (-122mila unità), a cui si accompagna un saldo negativo anche con l’estero (-28mila). “Il biennio appena trascorso, si sottolinea nel Report dell’ISTAT,  è caratterizzato da una ripresa della mobilità interna e da un contenimento delle emigrazioni per l’estero, mentre le immigrazioni dall’estero rimangono sostenute, particolarmente quelle di cittadini stranieri. Il saldo con l’estero resta positivo e si rafforza, ma continua a essere sostenuto quasi esclusivamente dalla componente straniera, mentre per gli italiani permane una perdita netta, seppur ridotta”. Sul versante delle immigrazioni dall’estero, il 2025 ha segnato, invece, una lieve flessione: gli ingressi complessivi sono scesi da 452mila a 440mila unità, con una riduzione di 12mila immigrazioni (-2,6%), con un calo che interessa sia gli italiani di rientro (rimpatri), che scendono da 58mila a 56mila (-3,4%), sia gli stranieri, che passano da 393mila a 383mila (-2,5%). Di conseguenza, nel 2025 il saldo migratorio con l’estero aumenta a +296mila (dati provvisori), dopo che nel 2024 era risultato pari a +263mila unità. L’incremento è dovuto quasi interamente alla riduzione delle emigrazioni dei cittadini italiani, il cui saldo resta negativo, ma passa da -83mila nel 2024 a -53mila nel 2025. Per gli stranieri, invece, il saldo rimane ampiamente positivo e in lieve crescita, passando da +345mila a +348mila. Nel dettaglio dei singoli Paesi di provenienza dell’immigrazione straniera è da evidenziare la forte crescita degli ingressi dal Marocco, passati da 24mila nel 2024 a 36mila nel 2025 (+48,4%), diventando così il secondo Paese di provenienza, dietro al Bangladesh con 37mila ingressi (+22,0%). Cresciuti anche gli arrivi di cittadini stranieri dal Pakistan (+20,0%), dall’India (+22,7%) e dal Perù. +15,7%). All’opposto, ci sono state riduzioni rilevanti degli arrivi da Paesi che nel 2024 avevano avuto un peso significativo. Il calo più marcato si è registrato con gli ingressi dall’Ucraina, che sono passati da 26mila a 17mila (-33,9). In forte calo anche gli arrivi dalla Romania (-18,8%), mentre più contenuta è stata la diminuzione di quelli provenienti dall’Albania (-2,9%) e dalla Tunisia (-6,8%). Per quanto riguarda i rimpatri, la Germania si è confermate come  il primo Paese di provenienza degli italiani, con 9mila rientri nel 2025 (+3,6%). A seguire, il Regno Unito, con poco meno di 7mila rientri (-2,6%), e la Svizzera, con circa 5mila rimpatri (-1,3%).  Per quanto riguarda la mobilità interna, è Il Nord a confermarsi come l’area del Paese più attrattiva e dinamica, registrando un volume di ingressi dalle altre ripartizioni geografiche superiore a quello delle uscite. All’opposto, il Mezzogiorno continua a mostrare una dinamica migratoria interna sfavorevole, con le partenze verso il resto del Paese che non sono compensate da un equivalente volume di arrivi. Le perdite più accentuate si sono registrate in Basilicata (-5,5 per mille) e in Calabria (-3,8 per mille); a livello provinciale, il valore più sfavorevole è stato rilevato a Matera (-6,3 per mille). Nel 2025, in continuità con gli anni precedenti, la mobilità interna si è concentrata prevalentemente su distanze brevi: quasi il 60% dei trasferimenti è avvenuto tra Comuni della stessa provincia, oltre il 16% tra province diverse della stessa regione, mentre circa un quarto dei movimenti sono stati trasferimenti interregionali. All’interno di questi ultimi, è rimasto stabile il peso dei flussi dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, che rappresentano oltre un terzo dei movimenti interregionali. Tra i movimenti in uscita dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, quasi tre su 10 hanno avuto come destinazione la Lombardia, che si conferma la principale meta dei flussi provenienti da gran parte delle regioni meridionali. Fanno eccezione Abruzzo e Molise, per le quali circa un quarto delle emigrazioni interne è diretto verso il Lazio. Quanto alle aree di origine dei movimenti verso il Centro-Nord, il 29% dei trasferimenti proviene dalla Campania, il 23,6% dalla Sicilia e il 17,7% dalla Puglia.  L’ISTAT nei giorni scorsi ha presentato anche un altro dossier, sottolineando la diminuzione della popolazione residente fino al 2080, anche negli scenari più favorevoli. “L’invecchiamento della popolazione rappresenta la prospettiva più certa, ha certificato l’ISTAT, trainato dall’ingresso nelle età anziane delle generazioni del baby boom. Il saldo migratorio con l’estero resterà positivo ma non sarà sufficiente a compensare il persistente deficit tra nascite e decessi. Le aree interne, soprattutto nel Mezzogiorno, continueranno a perdere popolazione più rapidamente dei centri urbani, ampliando i divari territoriali. Le famiglie saranno più numerose ma di dimensioni sempre più ridotte, riflettendo l’invecchiamento della popolazione e la diffusione delle persone sole. La diminuzione della popolazione in età lavorativa ridurrà la disponibilità di forza lavoro, ponendo nuove sfide al sistema economico e al welfare”. Stando alle nuove previsioni demografiche dell’ISTAT  la popolazione dovrebbe passare da 58,9 milioni di residenti al 1° gennaio 2025 a 58,7 milioni nel 2030, 55,0 milioni nel 2050 e 45,8 milioni nel 2080. Quindi, la diminuzione della popolazione rappresenta un risultato praticamente certo: già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati dall’ISTAT prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche. Le dinamiche territoriali risultano differenziate, con il solo Nord che avrà una crescita della popolazione nel breve periodo, passando da 27,5 milioni nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030, con un incremento medio annuo dello 0,1%. Dal 2030 la tendenza si inverte: la popolazione scende a 27,2 milioni nel 2050 (-0,1% medio annuo) e a 24,2 milioni nel 2080 (-0,4% medio annuo). Pur in un contesto di diminuzione, il Nord mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese. Nel Centro, invece, il calo è già presente nel breve periodo, anche se molto contenuto. La popolazione perde appena 40mila residenti tra il 2025 e il 2030, con un tasso medio annuo di -0,1%. Tra il 2030 e il 2050 il decremento si intensifica (-0,3% medio annuo), portando la popolazione a 11,0 milioni, mentre nel lungo periodo si scende a 9,3 milioni (-0,6% medio annuo). Il Mezzogiorno, infine, presenta una dinamica meno favorevole. La popolazione diminuisce da 19,7 milioni nel 2025 a 19,4 milioni nel 2030, con un tasso medio annuo di -0,4%. Nel periodo 2030-2050 il ritmo del calo aumenta (-0,7% medio annuo), facendo scendere la popolazione a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiunge l’1,0% medio annuo, andando a definire una popolazione di 12,3 milioni, ovvero oltre un terzo inferiore rispetto ai livelli iniziali.  Qui i due Report presentati dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/08/Statistica-report_Migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente_ANNI-2024-2025.pdf; https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/08/Previsioni-popolazione-residente-famiglie-forze-lavoro.pdf;  Giovanni Caprio
September 2, 2026
Pressenza
La voglia di fare figli c’è, ma il 62% rinuncia ai figli per difficoltà economiche e sociali
Da tempo ci si interroga se la denatalità sia una questione culturale o economica. Tuttavia, è senz’altro una questione fondamentale per il futuro del Paese, rispetta alla quale però si fa fatica a passare dalle parole all’azione, con la conseguenza che la situazione peggiora anno dopo anno. Gli Stati Generali della Natalità con l’ultimo recente dal titolo “Volere o Potere”, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, cerca di dirlo con chiarezza, senza allarmismi ma senza sconti. > “Il problema, si legge nel dossier, ha radici profonde, anche a livello > europeo. Eppure, ciò che emerge da questi dati è che l’Italia, > paradossalmente, ha dentro di sé il potenziale per invertire questa tendenza. > Per un motivo semplice: nonostante ottant’anni di assenza di politiche > familiari serie, nel nostro Paese resiste un desiderio diffuso di famiglia e > di figli, che però non trova la possibilità di realizzarsi. Pensiamo ai > giovani: trovano un lavoro strutturato e a tempo indeterminato troppo tardi, e > con stipendi troppo bassi anche solo per immaginare di costruire una famiglia > con figli. E pensiamo a una difficoltà tutta italiana: una fiscalità iniqua. > Oggi chi mette al mondo un figlio viene penalizzato sul piano fiscale, ed è > una battaglia che dovrebbe unirci tutti, oltre le appartenenze, perché non è > un ‘ideologia: è giustizia. Non è una questione di volontà, ma un deficit di > libertà: la distanza tra i figli desiderati e quelli che si riescono davvero > ad avere è la vera notizia che questo dossier vuole raccontare”. I dati dell’ISTAT risultano, a tal proposito, particolarmente significativi: 1. L’aspettativa di vita in Italia è di cinque anni superiore a quella degli Stati Uniti: 83,4 anni contro 78,4. Una notizia da festeggiare che invece, vista la situazione demografica, ci preoccupa: non sappiamo come reggerà la sanità pubblica e gratuita. 2. Nel 2024 le donne che dichiaravano di voler avere figli nei tre anni successivi avrebbero voluto generare 760.000 nuovi nati l’anno; nel 2025 ne sono nati appena 355.000, meno della metà. 3. La nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà. 4. Secondo uno studio condotto tra il 2016 e il 2023, tra le donne che hanno dichiarato di volere certamente un figlio nei tre anni successivi al 2016, solo il 42,8% l’ha effettivamente avuto: alcune hanno ritardato la scelta rispetto a quanto dichiarato, altre hanno rinunciato al loro desiderio. Eppure, c’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi 1 milione di bambini ogni anno, per esempio nel 1964. In appena 60 anni abbiamo perso più della metà delle nascite. Con i ritmi attuali, servono 3 anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno nel 1964. Nello stesso arco di tempo, negli anni del baby boom, ne nascevano circa 3 milioni. Non siamo di fronte ad una crisi temporanea, bensì ad una trasformazione silenziosa e strutturale. Il problema, a parere degli Stati Generali della Natalità, non è che gli italiani non vogliono figli. Il problema è che non sempre riescono ad averli. > “Tra le persone in età feconda (18-49 anni, circa 22 milioni al primo gennaio > 2024) oltre 10,5 milioni non intendono avere figli. Sembra un Paese che ha > smesso di desiderare, ma è una lettura sbagliata. Il 62,2% dichiara di avere > rinunciato per le difficoltà incontrate, il 32,0% ha già raggiunto il numero > di figli che desiderava, solo il 5,5% dice che i figli non fanno parte del > proprio progetto di vita. Chi davvero non li vuole è una minoranza: poco più > di 1 su 20. Un terzo ha già realizzato il proprio desiderio. La grande > maggioranza, invece, ha dovuto arrendersi. La denatalità in Italia non è > figlia dell’indifferenza. È figlia delle circostanze” Ma quali sono le cause? C’è innanzitutto un forte vincolo economico: > “Quando si chiede alle persone perché non hanno avuto i figli che volevano, si > legge nel dossier, la risposta è quasi sempre la stessa: i soldi. 2,8 milioni > di persone citano difficoltà economiche o lavorative come principale freno > alle intenzioni di generare figli. Più della metà delle persone teme che: nei > tre anni successivi alla nascita di un figlio, la propria situazione > finanziaria possa peggiorare. Non è egoismo, è un calcolo. Troppe persone si > trovano costrette a mettere sul piatto della bilancia da una parte il > desiderio di un figlio, dall’altra la sostenibilità economica”. Per non parlare del costo professionale: il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio, mentre solo il 24% degli uomini ha la stessa preoccupazione. > “La probabilità di rinunciare ai figli è più che doppia tra le donne, si > sottolinea nel dossier. Finché avere un figlio significa rischiare la > carriera, molte donne saranno costrette a scegliere: essere lavoratrice o > essere madre? Il paradosso è che il reddito della madre, spesso necessario per > scegliere di avere un figlio, è proprio ciò che quella scelta mette a > rischio”. Senza trascurare la prospettiva di essere schiacciati tra la cura dei figli e quella dei genitori (Generazione Sandwich), che fa sì che 763mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Il 19,7% di chi non intende avere figli indica l’età come motivo principale: un desiderio rimandato troppo a lungo, anche per accudire i genitori anziani, che ormai non si può più realizzare. La denatalità è, insomma, una questione politica, sociale e culturale e, come, si evidenzia in conclusione del dossier, > “una società è davvero libera non quando ciascuno può teoricamente scegliere, > ma quando le persone hanno le condizioni concrete per realizzare i propri > progetti di vita. Non si tratta di convincere qualcuno ad avere figli, ma di > evitare che milioni di persone rinuncino a quelli che avrebbero voluto”. Qui il dossier: https://www.statigeneralidellanatalita.it/wp-content/uploads/2026/07/VOLERE-O-POTERE-DOSSIER-2026-light-def.pdf. Giovanni Caprio
August 17, 2026
Pressenza
L’evoluzione di energia, clima e territorio in Italia
Negli ultimi 100 anni, la superficie agricola si è ridotta dal 70% del 1925 a poco meno del 40% del 2025, mentre la superficie forestale è aumentata da poco meno del 20 al 33,6%. L’aumento delle aree destinate a insediamenti produttivi e infrastrutturali, la crescita demografica e il fenomeno dell’urbanizzazione hanno profondamente cambiato il nostro Paese: oggi oltre 9 residenti su 10 vivono nei centri, mentre nel 1931 più di un quarto della popolazione presente (26,4%) era distribuita nelle frazioni comunali, ossia al loro esterno. E’ quanto si legge in uno dei dossier di “Storie di Dati” dell’ISTAT sulle trasformazioni dell’Italia, dedicato  all’ambiente e all’energia. Per quanto attiene ai cambiamenti climatici, nel periodo 2006-2023, rispetto alla media climatica 1981-2010, tra i 21 capoluoghi di regione italiani i giorni estivi (temperatura massima maggiore di 25°C) sono aumentati da 101 a 114 e le notti tropicali (temperatura minima che non scende sotto i 20°C) da 38 a 49. Tra il 1940 e il 2025 la temperatura media annua sia nel mar Tirreno sia nell’Adriatico è cresciuta di oltre 1°C, a una velocità doppia rispetto alla media globale, confermando il Mediterraneo come area di particolare vulnerabilità climatica. Nel 2024, rispetto al periodo 1991-2020, le temperature al suolo sono state più alte di +0,7°C a livello mondiale, ma di 1,3°C in Italia e 1,5°C per l’Europa nel suo insieme (il 2022 e 2023 in Italia sono stati gli anni più caldi da quando si effettuano le misurazioni). Questa tendenza al riscaldamento è ancora più accentuata considerando le temperature in area urbana, dove si manifesta il fenomeno delle isole di calore. Comparando le tendenze di quattro capitali europee coi livelli storici, a Roma in particolare (Collegio Romano) la temperatura media cresce di circa 3 gradi dall’inizio degli anni ’80 a oggi, e a Berlino, Madrid e Parigi si osserva un innalzamento di circa 2 gradi. In tutte l’incremento è massimo negli ultimi 15 anni. I deflussi idrici sono indicatori chiave per quantificare gli impatti del cambiamento climatico sul ciclo idrologico. L’analisi di un secolo di dati sulle portate medie annue dei principali fiumi italiani, misurate alla foce, dagli anni ’80 evidenzia una tendenza alla contrazione nel bacino del Tevere (e in quello dell’Arno), mentre il Po beneficia della migliore regolazione naturale dei laghi prealpini. Tuttavia, le analisi stagionali rivelano anche per il bacino padano un severo incremento delle magre estive, culminato nella crisi del 2022. “Un ruolo determinante tra le cause del cambiamento climatico, si legge nel dossier dell’ISTAT,  ha l’emissione di gas serra, che in Italia ha raggiunto il picco di anidride carbonica (CO2) equivalente nel 2005, diminuendo rapidamente in seguito: nel 2024 è quasi il 30% al di sotto del livello del 1990. In dettaglio, tra il 1990 e il 2024 la quota di emissioni dell’industria si riduce sensibilmente, per l’effetto combinato del declino di alcune attività e degli investimenti in efficienza energetica; specularmente cresce il peso del terziario e dei trasporti delle famiglie, mentre la quota del riscaldamento domestico rimane stabile, ma con una forte riduzione delle emissioni”. Relativamente ai livelli di emissione in termini pro capite, in Spagna e Francia sono inferiori sia all’Italia sia, soprattutto, alla Germania. Il consumo di energia è cresciuto molto: nel 2025 il consumo di energia in Italia è risultato oltre 9 volte superiore rispetto al livello del 1930, come conseguenza delle trasformazioni demografiche e produttive del Paese. Infatti, nel 2025, la popolazione era una volta e mezzo quella del 1931 e il Pil è aumentato di circa 10 volte, così come sono cresciuti, con modalità diverse, i consumi. Per quanto riguarda le fonti utilizzate per la produzione di energia, negli anni ’30 dominavano carbone e legna, mentre nel Secondo dopoguerra inizia l’era del petrolio e negli anni del miracolo economico (1953-1973) i consumi si moltiplicano di circa 7 volte. Le crisi petrolifere degli anni ’70 e l’uscita dal nucleare nel 1987 accelerano poi lo sviluppo di centrali e reti distributive del gas naturale, pur restando il petrolio al primo posto, anche se nell’arco di 20 anni, tra il 2005 e il 2024, la quota delle rinnovabili nel consumo interno lordo di energia è salita dal 7 al 21%. In merito ai rifiuti, nel 2024 in Italia la produzione di rifiuti urbani è stata pari a 508 kg per abitante, in linea con la media dell’Ue27. Tra il 1996 e il 2024 la produzione di rifiuti è aumentata dell’11,2%, ma è migliorata notevolmente la sua gestione: la quota conferita in discarica, inizialmente pari all’83% del totale, è diminuita fino al 15%, scendendo sotto la media dell’Unione, mentre è cresciuta dal 5 al 18% l’incidenza dei rifiuti destinata a inceneritore, e dal 6 al 55% quella del riciclo e compostaggio. Nei Comuni capoluogo la produzione dei rifiuti urbani (546 kg/ab. nel 2024) è leggermente diminuita, ma supera la media nazionale, mentre la raccolta differenziata è inferiore di oltre 9 p.p. rispetto alla media. Qui il dossier ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/06/storie-dati-Ambiente_energia.pdf.    Giovanni Caprio
August 3, 2026
Pressenza
Sanità: rinuncia alle cure, fuga dei pazienti fuori regione e disparità territoriali
Nel 2025 la spesa sanitaria totale ha raggiunto 190,1 miliardi, pari all’8,4% del Pil, ma quasi 5,8 milioni di cittadini nel 2024 hanno rinunciato a visite o accertamenti pur avendone bisogno. La nostra sanità continua a reggere sul piano generale, ma avanzano vistose crepe nell’accesso alle cure, nella tenuta del territorio e nell’equità tra Regioni. È quanto emerge dalla recente Audizione di Nicoletta Pannuzi, Direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’ISTAT alla XII Commissione permanente (Affari sociali) della Camera dei deputati. La spesa sanitaria sostenuta dal settore pubblico si attesta a 140,8 miliardi (il 74,1% del totale), quella a carico diretto dalle famiglie a 42,4 miliardi (22,3% del totale) e quella sostenuta dai regimi di finanziamento volontari a 7 miliardi; per quest’ultima componente, la quota maggiore è sostenuta dalle assicurazioni private, 5,3 miliardi, 987 milioni dalle imprese e i restanti 694 milioni dalle Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie. “Nel complesso, ha sottolineato Pannuzi, la spesa sanitaria nominale pro capite è passata dai 2.637 euro nel 2019 ai 3.225 euro nel 2025; in quest’ultimo anno la spesa è stata finanziata per 2.388 euro pro capite dalla Pubblica Amministrazione, per 719 euro direttamente dalle famiglie e per 118 euro dai regimi di finanziamento volontari”. E’ la rinuncia alle prestazioni sanitarie a destare maggiore preoccupazione: nel 2024 quasi 5 milioni e 800 mila persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato, pur avendone bisogno, ad almeno una visita o un accertamento diagnostico, fenomeno in crescita rispetto al 2019 (6,4%). E i motivi della rinuncia sono legati soprattutto alle lunghe file d’attesa o al costo economico delle prestazioni. Le rinunce sono più frequenti tra le donne: l’11,4% contro l’8,3% degli uomini, mentre la Regione dove si riscontra la percentuale maggiore è la Sardegna. E a proposito di rinuncia, in questi giorni un Report della Fondazione GIMBE ha evidenziato come nel 2024 oltre 7,6 milioni di persone siano restate fuori dai programmi gratuiti relativi agli screening oncologici, soprattutto nel Mezzogiorno, in parte perché non ha ricevuto l’invito, molto più spesso perché non ha aderito. “Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali, ha sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening”: https://press.gimbe.org/press/comunicato.it-IT.html?id=498.  Un altro aspetto critico riguarda la mobilità,  i ricoveri ospedalieri fuori dalla Regione di residenza: nel 2024 la mobilità ospedaliera extra-regione ha riguardato l’8,6% dei ricoveri di pazienti residenti, una quota stabile rispetto al 2023, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che hanno costituito dei veri e propri poli di attrazione della mobilità in uscita soprattutto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. “Si osserva nel tempo, puntualizza Pannuzi, un aumento della variabilità regionale della percentuale di ricoveri ordinari acuti effettuati fuori della propria regione di residenza. Tale aumento deriva da un ampliamento dei divari tra i valori molto bassi nelle suddette regioni di attrazione, ossia Lombardia (5,3% nel 2024), Veneto (6,5%) ed Emilia-Romagna (5,7%), e percentuali elevate sia nelle regioni di minore dimensione come Molise (32,8%), Basilicata (28,6%), Valle d’Aosta (19,6%) e Provincia autonoma di Trento (15,2%), sia in regioni del Sud quali Abruzzo (16,2%), Campania (9,6%), Puglia (9,3%) e, soprattutto, Calabria (22,8%)”. In uno specifico focus la Direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’ISTAT si occupa dell’accessibilità alle strutture ospedaliere di emergenza-urgenza nei Comuni capoluogo delle Città metropolitane,  facendo emergere marcate disuguaglianze tra comuni. A Milano, Torino, Catania e Cagliari si osservano le quote più elevate di popolazione residente in grado di raggiungere il Pronto Soccorso o DEA (Dipartimento di Emergenza e Accettazione) entro la soglia degli otto minuti. Seguono Bari e Napoli, città in cui oltre la metà della popolazione (rispettivamente il 52,0% e il 50,9%) vive in contesti caratterizzati da una buona accessibilità alle strutture sanitarie con prestazioni emergenziali. E le disparità territoriali che attraversano la nostra sanità sono confermate anche dal recente ultimo Monitoraggio dei LEA: sono il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Toscana a registrare le migliori performance complessive nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza nel 2024, mentre Calabria, Molise e Sicilia, si posizionano in fondo alla classifica, con particolari criticità nell’assistenza territoriale (in Calabria) e nella prevenzione (in Sicilia): https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/livelli-essenziali-di-assistenza-sintesi-dei-risultati-del-nuovo-sistema-di-0/.  Con un altro focus, Pannuzi si occupa degli stili di vita, dell’abitudine al fumo, del consumo di alcol, della sedentarietà e dell’obesità, quali importanti fattori di rischio per la salute delle persone. Nel 2025 si registrano quasi 10 milioni di fumatori, pari al 19,2% delle persone di 14 anni e più (22,9% tra gli uomini e 15,6% tra le donne). L’abitudine al fumo è più diffusa tra le persone con al massimo la licenza elementare, le quali sperimentano un rischio relativo di essere fumatori 1,7 volte più elevato rispetto a quelle laureate. L’8,4% della popolazione fa, inoltre, un consumo eccedentario di alcol (11,6% tra gli uomini e 5,4% tra le donne). La percentuale di persone che consumano più di sei Unità Alcoliche in un’unica occasione (binge drinking) si attesta all’8,4% (12,4% tra gli uomini e 4,7% tra le donne). Nel complesso il 15,4% dei residenti sperimenta un consumo di alcol a rischio (21,8% tra gli uomini e 9,3% tra le donne). Le regioni in cui si riscontrano consumi elevati, sia abitualmente sia occasionalmente, sono le province autonome di Bolzano e Trento e la Valle d’Aosta, mentre la Sicilia e la Sardegna sono quelle in cui i consumi elevati interessano una quota minore di popolazione. Nella popolazione di 25 anni e più il consumo di alcol a rischio, in contro tendenza rispetto agli altri comportamenti a rischio, è più frequente tra coloro che hanno un titolo di studio elevato (laurea): il rischio relativo è 1,2 volte più alto rispetto alle persone con titolo di studio basso (non superiore alla licenza elementare). La sedentarietà interessa, invece, il 31,7% della popolazione di 25 anni e più (28,1% tra gli uomini e 35,1% tra le donne), mentre sono oltre 5,7 milioni le persone obese (dato 2025).  Il fenomeno interessa maggiormente le regioni del Mezzogiorno e in Puglia riguarda il 13,7% dei residenti. La prevalenza più elevata si osserva tra le persone con titolo di studio basso (rischio relativo 2,3 volte più elevato rispetto a coloro che hanno conseguito un titolo di studio elevato). Qui il testo dell’Audizione di Nicoletta Pannuzi: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/07/Istat-Audizione-Commissione-Affari-Sociali_07-luglio-2026.pdf.    Giovanni Caprio
July 17, 2026
Pressenza
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione
Negli ultimi giorni il governo Meloni, e in particolare la ministra del Lavoro Calderone, si sono fregiati dei dati diffusi il 29 maggio dall’Istat, relativi al numero di occupati ad aprile 2026. L’istituto di statistica ha infatti fatto sapere che, sull’anno, il numero di lavoratori è aumentare di quasi 270 […] L'articolo La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
La scuola italiana è inclusiva
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con interesse i dati contenuti nel recente Rapporto ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità relativo all’anno scolastico 2024/2025, che restituisce l’immagine di una scuola italiana sempre più chiamata a confrontarsi con la complessità dell’inclusione e con la necessità di trasformare i principi costituzionali in opportunità concrete di crescita, partecipazione e cittadinanza attiva. Gli studenti con disabilità presenti nelle scuole italiane hanno raggiunto quota 377 mila, pari al 4,8% della popolazione scolastica, con un incremento di circa 18 mila unità rispetto all’anno precedente. Il dato assume particolare rilevanza se confrontato con quello di dieci anni fa: la percentuale degli alunni con disabilità sul totale degli iscritti è infatti passata dal 2,6% al 4,8%, evidenziando una trasformazione strutturale del sistema educativo nazionale. Tale crescita non deve essere interpretata come un’emergenza, ma come il segnale di una maggiore capacità del sistema scolastico e sanitario di riconoscere bisogni educativi specifici e di garantire percorsi di inclusione all’interno della scuola di tutti. Essa impone tuttavia una riflessione profonda sulla qualità delle risposte offerte e sulla concreta esigibilità dei diritti riconosciuti dalla normativa nazionale e internazionale. I dati ISTAT mostrano segnali incoraggianti. Gli insegnanti di sostegno superano oggi le 261 mila unità, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente, mentre gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione sono oltre 85 mila, in aumento del 7%. Parallelamente cresce la quota dei docenti specializzati sul sostegno, passata dal 63% del 2019-2020 al 78% del 2024-2025. Accanto a tali progressi permangono tuttavia elementi di criticità che incidono direttamente sul diritto all’istruzione e sull’efficacia dei percorsi inclusivi. Circa 57 mila docenti di sostegno, pari al 22% del totale, risultano ancora privi di specifica specializzazione. Inoltre, all’inizio dell’anno scolastico oltre il 22% dei docenti di sostegno non era stato ancora assegnato, mentre dopo un mese dall’avvio delle lezioni il 10% dei posti risultava ancora vacante. Particolarmente preoccupante appare il fenomeno della discontinuità didattica. Quasi il 60% degli studenti con disabilità (59,7%) ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente e il 9,4% ha subito ulteriori cambiamenti durante lo stesso anno scolastico. La continuità educativa costituisce una componente fondamentale dei processi di apprendimento e di sviluppo relazionale; la sua fragilità rischia di compromettere il valore stesso dell’inclusione. Il Coordinamento richiama inoltre l’attenzione sul tema dell’accessibilità. Soltanto il 40% degli edifici scolastici risulta pienamente accessibile agli studenti con disabilità motoria. Ancora più limitata è la diffusione degli strumenti destinati agli studenti con disabilità sensoriali: le segnalazioni visive per alunni sordi o ipoacusici sono presenti nel 16,5% delle scuole, mentre mappe tattili e percorsi a rilievo per studenti ciechi o ipovedenti si fermano all’1,2%. Anche sul fronte dell’innovazione tecnologica emergono luci e ombre. Sebbene il 76% delle scuole disponga di postazioni informatiche adattate, il 65% degli istituti dichiara di necessitare di ulteriori dotazioni e il 31% degli studenti con disabilità avrebbe bisogno di almeno un ausilio didattico o informatico di cui non dispone. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la partecipazione alla vita scolastica. Se il 95% degli studenti con disabilità partecipa alle uscite didattiche giornaliere, la percentuale scende al 59% per le gite con pernottamento e a meno del 50% per le attività extrascolastiche organizzate dagli istituti. Ciò dimostra come il tema dell’inclusione non riguardi esclusivamente l’accesso all’istruzione, ma anche il diritto alla piena partecipazione alle esperienze formative, culturali e relazionali che caratterizzano la vita scolastica. Merita particolare attenzione anche il tema del progetto di vita. Sebbene il Piano Educativo Individualizzato sia stato predisposto per il 97% degli studenti, soltanto per il 40% dei casi esso risulta coerente con un progetto di vita formalizzato, mentre per il 55% degli alunni tale progettualità non è ancora definita. Questo dato evidenzia la necessità di rafforzare il raccordo tra scuola, famiglie, servizi territoriali e mondo del lavoro, affinché l’inclusione non si esaurisca entro i confini dell’esperienza scolastica ma accompagni la persona verso una piena cittadinanza sociale. Di fronte a questo scenario, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia giunto il momento di compiere un salto culturale nell’approccio all’inclusione scolastica. La crescita degli studenti con disabilità nelle scuole italiane non può essere affrontata esclusivamente attraverso un incremento delle risorse professionali, pur necessario, ma richiede una visione sistemica capace di coniugare diritti, innovazione, partecipazione e progettualità di lungo periodo. Per tale ragione il Coordinamento propone l’avvio di un piano nazionale per la cultura dell’inclusione e dei diritti umani, finalizzato a promuovere percorsi permanenti di formazione e sensibilizzazione rivolti a studenti, docenti, famiglie e comunità territoriali. L’obiettivo è favorire il superamento di ogni forma di barriera culturale, relazionale e comunicativa, consolidando una concezione dell’inclusione come valore fondante della convivenza democratica. Accanto a tale proposta, appare strategico sperimentare nelle scuole secondarie percorsi di peer tutoring orientati all’inclusione, attraverso la formazione di studenti tutor capaci di favorire la partecipazione tra pari, contrastare fenomeni di isolamento e rafforzare il senso di appartenenza alla comunità scolastica. Le relazioni rappresentano infatti il primo e più efficace strumento di inclusione. Il Coordinamento auspica inoltre la costituzione di laboratori territoriali di innovazione inclusiva che coinvolgano scuole, università, enti di ricerca, associazioni e imprese per la progettazione di strumenti digitali accessibili, soluzioni basate sull’intelligenza artificiale a supporto dell’apprendimento personalizzato e tecnologie orientate all’autonomia degli studenti con disabilità. In un contesto in cui il 31% degli alunni necessita ancora di ausili non disponibili e il 65% delle scuole richiede ulteriori dotazioni tecnologiche, l’innovazione deve diventare un diritto educativo e non un privilegio territoriale. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla sperimentazione di un portfolio digitale delle competenze e del progetto di vita, capace di accompagnare ogni studente con disabilità lungo l’intero percorso scolastico, valorizzandone competenze, interessi, aspirazioni, esperienze laboratoriali e orientative. La scuola deve contribuire non soltanto all’apprendimento, ma anche alla costruzione dell’autonomia personale e professionale. Risulta altresì indispensabile istituire un osservatorio permanente sulla continuità educativa e sull’inclusione scolastica, che monitori non solo gli aspetti quantitativi delle assegnazioni di sostegno, ma anche la qualità delle relazioni educative, la stabilità dei percorsi, il benessere degli studenti e la piena partecipazione alla vita scolastica. La vera sfida che emerge dai dati ISTAT riguarda infatti la trasformazione della scuola dell’integrazione nella scuola della partecipazione. Una scuola autenticamente inclusiva non si limita a garantire la presenza degli studenti con disabilità nelle aule, ma crea le condizioni affinché ciascuno possa apprendere, comunicare, costruire relazioni significative, esprimere il proprio potenziale e contribuire attivamente alla vita della comunità. L’inclusione non rappresenta una misura speciale destinata a pochi. È il parametro attraverso cui si misura la qualità democratica del sistema educativo e la capacità di una società di riconoscere il valore di ogni persona. Investire nell’inclusione significa investire nel futuro del Paese, nella coesione sociale e nella piena attuazione dei diritti umani sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
June 1, 2026
Pressenza
L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro
Il 21 maggio è stato presentato alla Camera il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat. L’occasione era storica, dato che questo è l’anno in cui l’istituto di statistica compie un secolo di vita, ma il quadro fatto del paese è il peggiore che ci poteva essere: l‘inflazione, l’invecchiamento della popolazione e la […] L'articolo L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro su Contropiano.
May 23, 2026
Contropiano
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
In Italia, l’inflazione torna a correre a livelli che non si registravano dai picchi del 2023, trasformando la spesa quotidiana in una sfida per le tasche dei lavoratori e dei pensionati. Secondo gli ultimi dati certificati dall’Istat, l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una variazione del +1,1% su base […] L'articolo L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano