Tag - istat

Sanità: rinuncia alle cure, fuga dei pazienti fuori regione e disparità territoriali
Nel 2025 la spesa sanitaria totale ha raggiunto 190,1 miliardi, pari all’8,4% del Pil, ma quasi 5,8 milioni di cittadini nel 2024 hanno rinunciato a visite o accertamenti pur avendone bisogno. La nostra sanità continua a reggere sul piano generale, ma avanzano vistose crepe nell’accesso alle cure, nella tenuta del territorio e nell’equità tra Regioni. È quanto emerge dalla recente Audizione di Nicoletta Pannuzi, Direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’ISTAT alla XII Commissione permanente (Affari sociali) della Camera dei deputati. La spesa sanitaria sostenuta dal settore pubblico si attesta a 140,8 miliardi (il 74,1% del totale), quella a carico diretto dalle famiglie a 42,4 miliardi (22,3% del totale) e quella sostenuta dai regimi di finanziamento volontari a 7 miliardi; per quest’ultima componente, la quota maggiore è sostenuta dalle assicurazioni private, 5,3 miliardi, 987 milioni dalle imprese e i restanti 694 milioni dalle Istituzioni senza scopo di lucro al servizio delle famiglie. “Nel complesso, ha sottolineato Pannuzi, la spesa sanitaria nominale pro capite è passata dai 2.637 euro nel 2019 ai 3.225 euro nel 2025; in quest’ultimo anno la spesa è stata finanziata per 2.388 euro pro capite dalla Pubblica Amministrazione, per 719 euro direttamente dalle famiglie e per 118 euro dai regimi di finanziamento volontari”. E’ la rinuncia alle prestazioni sanitarie a destare maggiore preoccupazione: nel 2024 quasi 5 milioni e 800 mila persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato, pur avendone bisogno, ad almeno una visita o un accertamento diagnostico, fenomeno in crescita rispetto al 2019 (6,4%). E i motivi della rinuncia sono legati soprattutto alle lunghe file d’attesa o al costo economico delle prestazioni. Le rinunce sono più frequenti tra le donne: l’11,4% contro l’8,3% degli uomini, mentre la Regione dove si riscontra la percentuale maggiore è la Sardegna. E a proposito di rinuncia, in questi giorni un Report della Fondazione GIMBE ha evidenziato come nel 2024 oltre 7,6 milioni di persone siano restate fuori dai programmi gratuiti relativi agli screening oncologici, soprattutto nel Mezzogiorno, in parte perché non ha ricevuto l’invito, molto più spesso perché non ha aderito. “Adesioni ancora troppo basse e profonde diseguaglianze territoriali, ha sottolineato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, compromettono l’efficacia dello strumento più idoneo per individuare precocemente tumori e lesioni precancerose. Il bilancio è pesantissimo: oltre 50.300 casi non intercettati dai programmi organizzati di screening”: https://press.gimbe.org/press/comunicato.it-IT.html?id=498.  Un altro aspetto critico riguarda la mobilità,  i ricoveri ospedalieri fuori dalla Regione di residenza: nel 2024 la mobilità ospedaliera extra-regione ha riguardato l’8,6% dei ricoveri di pazienti residenti, una quota stabile rispetto al 2023, con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che hanno costituito dei veri e propri poli di attrazione della mobilità in uscita soprattutto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. “Si osserva nel tempo, puntualizza Pannuzi, un aumento della variabilità regionale della percentuale di ricoveri ordinari acuti effettuati fuori della propria regione di residenza. Tale aumento deriva da un ampliamento dei divari tra i valori molto bassi nelle suddette regioni di attrazione, ossia Lombardia (5,3% nel 2024), Veneto (6,5%) ed Emilia-Romagna (5,7%), e percentuali elevate sia nelle regioni di minore dimensione come Molise (32,8%), Basilicata (28,6%), Valle d’Aosta (19,6%) e Provincia autonoma di Trento (15,2%), sia in regioni del Sud quali Abruzzo (16,2%), Campania (9,6%), Puglia (9,3%) e, soprattutto, Calabria (22,8%)”. In uno specifico focus la Direttrice della Direzione centrale per le statistiche sociali e il welfare dell’ISTAT si occupa dell’accessibilità alle strutture ospedaliere di emergenza-urgenza nei Comuni capoluogo delle Città metropolitane,  facendo emergere marcate disuguaglianze tra comuni. A Milano, Torino, Catania e Cagliari si osservano le quote più elevate di popolazione residente in grado di raggiungere il Pronto Soccorso o DEA (Dipartimento di Emergenza e Accettazione) entro la soglia degli otto minuti. Seguono Bari e Napoli, città in cui oltre la metà della popolazione (rispettivamente il 52,0% e il 50,9%) vive in contesti caratterizzati da una buona accessibilità alle strutture sanitarie con prestazioni emergenziali. E le disparità territoriali che attraversano la nostra sanità sono confermate anche dal recente ultimo Monitoraggio dei LEA: sono il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Toscana a registrare le migliori performance complessive nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza nel 2024, mentre Calabria, Molise e Sicilia, si posizionano in fondo alla classifica, con particolari criticità nell’assistenza territoriale (in Calabria) e nella prevenzione (in Sicilia): https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/livelli-essenziali-di-assistenza-sintesi-dei-risultati-del-nuovo-sistema-di-0/.  Con un altro focus, Pannuzi si occupa degli stili di vita, dell’abitudine al fumo, del consumo di alcol, della sedentarietà e dell’obesità, quali importanti fattori di rischio per la salute delle persone. Nel 2025 si registrano quasi 10 milioni di fumatori, pari al 19,2% delle persone di 14 anni e più (22,9% tra gli uomini e 15,6% tra le donne). L’abitudine al fumo è più diffusa tra le persone con al massimo la licenza elementare, le quali sperimentano un rischio relativo di essere fumatori 1,7 volte più elevato rispetto a quelle laureate. L’8,4% della popolazione fa, inoltre, un consumo eccedentario di alcol (11,6% tra gli uomini e 5,4% tra le donne). La percentuale di persone che consumano più di sei Unità Alcoliche in un’unica occasione (binge drinking) si attesta all’8,4% (12,4% tra gli uomini e 4,7% tra le donne). Nel complesso il 15,4% dei residenti sperimenta un consumo di alcol a rischio (21,8% tra gli uomini e 9,3% tra le donne). Le regioni in cui si riscontrano consumi elevati, sia abitualmente sia occasionalmente, sono le province autonome di Bolzano e Trento e la Valle d’Aosta, mentre la Sicilia e la Sardegna sono quelle in cui i consumi elevati interessano una quota minore di popolazione. Nella popolazione di 25 anni e più il consumo di alcol a rischio, in contro tendenza rispetto agli altri comportamenti a rischio, è più frequente tra coloro che hanno un titolo di studio elevato (laurea): il rischio relativo è 1,2 volte più alto rispetto alle persone con titolo di studio basso (non superiore alla licenza elementare). La sedentarietà interessa, invece, il 31,7% della popolazione di 25 anni e più (28,1% tra gli uomini e 35,1% tra le donne), mentre sono oltre 5,7 milioni le persone obese (dato 2025).  Il fenomeno interessa maggiormente le regioni del Mezzogiorno e in Puglia riguarda il 13,7% dei residenti. La prevalenza più elevata si osserva tra le persone con titolo di studio basso (rischio relativo 2,3 volte più elevato rispetto a coloro che hanno conseguito un titolo di studio elevato). Qui il testo dell’Audizione di Nicoletta Pannuzi: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/07/Istat-Audizione-Commissione-Affari-Sociali_07-luglio-2026.pdf.    Giovanni Caprio
July 17, 2026
Pressenza
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione
Negli ultimi giorni il governo Meloni, e in particolare la ministra del Lavoro Calderone, si sono fregiati dei dati diffusi il 29 maggio dall’Istat, relativi al numero di occupati ad aprile 2026. L’istituto di statistica ha infatti fatto sapere che, sull’anno, il numero di lavoratori è aumentare di quasi 270 […] L'articolo La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione su Contropiano.
June 3, 2026
Contropiano
La scuola italiana è inclusiva
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con interesse i dati contenuti nel recente Rapporto ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità relativo all’anno scolastico 2024/2025, che restituisce l’immagine di una scuola italiana sempre più chiamata a confrontarsi con la complessità dell’inclusione e con la necessità di trasformare i principi costituzionali in opportunità concrete di crescita, partecipazione e cittadinanza attiva. Gli studenti con disabilità presenti nelle scuole italiane hanno raggiunto quota 377 mila, pari al 4,8% della popolazione scolastica, con un incremento di circa 18 mila unità rispetto all’anno precedente. Il dato assume particolare rilevanza se confrontato con quello di dieci anni fa: la percentuale degli alunni con disabilità sul totale degli iscritti è infatti passata dal 2,6% al 4,8%, evidenziando una trasformazione strutturale del sistema educativo nazionale. Tale crescita non deve essere interpretata come un’emergenza, ma come il segnale di una maggiore capacità del sistema scolastico e sanitario di riconoscere bisogni educativi specifici e di garantire percorsi di inclusione all’interno della scuola di tutti. Essa impone tuttavia una riflessione profonda sulla qualità delle risposte offerte e sulla concreta esigibilità dei diritti riconosciuti dalla normativa nazionale e internazionale. I dati ISTAT mostrano segnali incoraggianti. Gli insegnanti di sostegno superano oggi le 261 mila unità, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente, mentre gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione sono oltre 85 mila, in aumento del 7%. Parallelamente cresce la quota dei docenti specializzati sul sostegno, passata dal 63% del 2019-2020 al 78% del 2024-2025. Accanto a tali progressi permangono tuttavia elementi di criticità che incidono direttamente sul diritto all’istruzione e sull’efficacia dei percorsi inclusivi. Circa 57 mila docenti di sostegno, pari al 22% del totale, risultano ancora privi di specifica specializzazione. Inoltre, all’inizio dell’anno scolastico oltre il 22% dei docenti di sostegno non era stato ancora assegnato, mentre dopo un mese dall’avvio delle lezioni il 10% dei posti risultava ancora vacante. Particolarmente preoccupante appare il fenomeno della discontinuità didattica. Quasi il 60% degli studenti con disabilità (59,7%) ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente e il 9,4% ha subito ulteriori cambiamenti durante lo stesso anno scolastico. La continuità educativa costituisce una componente fondamentale dei processi di apprendimento e di sviluppo relazionale; la sua fragilità rischia di compromettere il valore stesso dell’inclusione. Il Coordinamento richiama inoltre l’attenzione sul tema dell’accessibilità. Soltanto il 40% degli edifici scolastici risulta pienamente accessibile agli studenti con disabilità motoria. Ancora più limitata è la diffusione degli strumenti destinati agli studenti con disabilità sensoriali: le segnalazioni visive per alunni sordi o ipoacusici sono presenti nel 16,5% delle scuole, mentre mappe tattili e percorsi a rilievo per studenti ciechi o ipovedenti si fermano all’1,2%. Anche sul fronte dell’innovazione tecnologica emergono luci e ombre. Sebbene il 76% delle scuole disponga di postazioni informatiche adattate, il 65% degli istituti dichiara di necessitare di ulteriori dotazioni e il 31% degli studenti con disabilità avrebbe bisogno di almeno un ausilio didattico o informatico di cui non dispone. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda la partecipazione alla vita scolastica. Se il 95% degli studenti con disabilità partecipa alle uscite didattiche giornaliere, la percentuale scende al 59% per le gite con pernottamento e a meno del 50% per le attività extrascolastiche organizzate dagli istituti. Ciò dimostra come il tema dell’inclusione non riguardi esclusivamente l’accesso all’istruzione, ma anche il diritto alla piena partecipazione alle esperienze formative, culturali e relazionali che caratterizzano la vita scolastica. Merita particolare attenzione anche il tema del progetto di vita. Sebbene il Piano Educativo Individualizzato sia stato predisposto per il 97% degli studenti, soltanto per il 40% dei casi esso risulta coerente con un progetto di vita formalizzato, mentre per il 55% degli alunni tale progettualità non è ancora definita. Questo dato evidenzia la necessità di rafforzare il raccordo tra scuola, famiglie, servizi territoriali e mondo del lavoro, affinché l’inclusione non si esaurisca entro i confini dell’esperienza scolastica ma accompagni la persona verso una piena cittadinanza sociale. Di fronte a questo scenario, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia giunto il momento di compiere un salto culturale nell’approccio all’inclusione scolastica. La crescita degli studenti con disabilità nelle scuole italiane non può essere affrontata esclusivamente attraverso un incremento delle risorse professionali, pur necessario, ma richiede una visione sistemica capace di coniugare diritti, innovazione, partecipazione e progettualità di lungo periodo. Per tale ragione il Coordinamento propone l’avvio di un piano nazionale per la cultura dell’inclusione e dei diritti umani, finalizzato a promuovere percorsi permanenti di formazione e sensibilizzazione rivolti a studenti, docenti, famiglie e comunità territoriali. L’obiettivo è favorire il superamento di ogni forma di barriera culturale, relazionale e comunicativa, consolidando una concezione dell’inclusione come valore fondante della convivenza democratica. Accanto a tale proposta, appare strategico sperimentare nelle scuole secondarie percorsi di peer tutoring orientati all’inclusione, attraverso la formazione di studenti tutor capaci di favorire la partecipazione tra pari, contrastare fenomeni di isolamento e rafforzare il senso di appartenenza alla comunità scolastica. Le relazioni rappresentano infatti il primo e più efficace strumento di inclusione. Il Coordinamento auspica inoltre la costituzione di laboratori territoriali di innovazione inclusiva che coinvolgano scuole, università, enti di ricerca, associazioni e imprese per la progettazione di strumenti digitali accessibili, soluzioni basate sull’intelligenza artificiale a supporto dell’apprendimento personalizzato e tecnologie orientate all’autonomia degli studenti con disabilità. In un contesto in cui il 31% degli alunni necessita ancora di ausili non disponibili e il 65% delle scuole richiede ulteriori dotazioni tecnologiche, l’innovazione deve diventare un diritto educativo e non un privilegio territoriale. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alla sperimentazione di un portfolio digitale delle competenze e del progetto di vita, capace di accompagnare ogni studente con disabilità lungo l’intero percorso scolastico, valorizzandone competenze, interessi, aspirazioni, esperienze laboratoriali e orientative. La scuola deve contribuire non soltanto all’apprendimento, ma anche alla costruzione dell’autonomia personale e professionale. Risulta altresì indispensabile istituire un osservatorio permanente sulla continuità educativa e sull’inclusione scolastica, che monitori non solo gli aspetti quantitativi delle assegnazioni di sostegno, ma anche la qualità delle relazioni educative, la stabilità dei percorsi, il benessere degli studenti e la piena partecipazione alla vita scolastica. La vera sfida che emerge dai dati ISTAT riguarda infatti la trasformazione della scuola dell’integrazione nella scuola della partecipazione. Una scuola autenticamente inclusiva non si limita a garantire la presenza degli studenti con disabilità nelle aule, ma crea le condizioni affinché ciascuno possa apprendere, comunicare, costruire relazioni significative, esprimere il proprio potenziale e contribuire attivamente alla vita della comunità. L’inclusione non rappresenta una misura speciale destinata a pochi. È il parametro attraverso cui si misura la qualità democratica del sistema educativo e la capacità di una società di riconoscere il valore di ogni persona. Investire nell’inclusione significa investire nel futuro del Paese, nella coesione sociale e nella piena attuazione dei diritti umani sanciti dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
June 1, 2026
Pressenza
L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro
Il 21 maggio è stato presentato alla Camera il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat. L’occasione era storica, dato che questo è l’anno in cui l’istituto di statistica compie un secolo di vita, ma il quadro fatto del paese è il peggiore che ci poteva essere: l‘inflazione, l’invecchiamento della popolazione e la […] L'articolo L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro su Contropiano.
May 23, 2026
Contropiano
L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa
In Italia, l’inflazione torna a correre a livelli che non si registravano dai picchi del 2023, trasformando la spesa quotidiana in una sfida per le tasche dei lavoratori e dei pensionati. Secondo gli ultimi dati certificati dall’Istat, l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una variazione del +1,1% su base […] L'articolo L’Istat valuta il costo della crisi di Hormuz sulla lista della spesa su Contropiano.
May 19, 2026
Contropiano
I saperi e il mercato del lavoro: contro la militarizzazione della conoscenza
L’ultimo rapporto Ocse “Fondamenti della crescita e della competitività” richiama l’Italia a rafforzare il capitale umano, denunciando l’elevato numero di giovani Neet e il basso tasso di laureati. L’organizzazione sottolinea come il debole livello di istruzione e la scarsa qualità dell’insegnamento compromettano le competenze della forza lavoro, in particolare quelle digitali, accentuando gli effetti dell’invecchiamento demografico. L’Ocse propone di migliorare la qualità e la diffusione degli Istituti Tecnici Superiori, potenziare la ricerca universitaria e rendere la formazione più aderente ai bisogni del mercato sollecitando maggiori investimenti. In Italia solo il 22% della popolazione è laureata, contro una media Ue del 33,5%; nella fascia tra i giovani 25-34 anni la quota scende al 31,6%, con forti divari territoriali e di genere (38,5% donne contro 25% uomini). Negli ultimi dieci anni circa 100.000 laureati hanno lasciato il Paese, 21.000 solo nel 2023. Dal 2002 al 2024 quasi un milione di under 35 ha abbandonato il Sud, oltre un terzo con una laurea. Solo il 66,7% dei 25-65enni possiede un diploma superiore (media Ue 80,5%) e i Neet tra 15 e 29 anni sono il 15,2%, con incidenza doppia nel Mezzogiorno. L’Italia è terzultima in Ue per spesa pubblica in istruzione, pari al 4% del Pil contro il 4,7% europeo. Nell’attuale fase di sviluppo del capitalismo finanziario e digitale, fondato sul controllo dell’informazione e sull’estrazione e aggregazione dei dati, le reti informatiche sono sia uno strumento essenziale che una forza trainante al servizio della produttività e della trasformazione digitale ed economica. Le piattaforme Hi-Tech e i grandi Data Center sono diventati strumenti di controllo sociale e infrastrutture strategiche per la competitività economica, accelerate e alimentate dal settore militare che investe risorse massicce nella ricerca e nelle sue applicazioni. Oggi circa l’80% delle infrastrutture digitali globali fa capo a società USA, e lo 0,7% degli azionisti detiene l’88% del capitale globale. La profittabilità maggiore si concentra nel settore militare e Dual-use, sostenuta e trainata da finanziamenti pubblici e privati che esercitano una forte pressione sui debiti nazionali, riducendo gli spazi per la spesa sociale, ambientale e infrastrutturale. Il capitale umano della conoscenza risulta essenziale per la produttività e la competitività economica centrata sullo sviluppo delle tecnologie innovative. Tuttavia l’attuale fase del capitalismo digitale è caratterizzata da una crescente concentrazione di ricchezza e determina drammaticamente un crescente ed inedito sistema di disuguaglianze economiche e sociali. Circa 3.000 individui detengono il 50% della ricchezza globale, mentre la metà più povera possiede appena l’1%. Dal 2000 al 2024 l’1% più ricco si è appropriato del 41% della nuova ricchezza mondiale, mentre al 50% più povero è andato solo l’1%. La ricchezza media dell’élite è aumentata di 1,3 milioni di dollari contro i soli 585 dollari della metà più povera. La disuguaglianza alimenta precarietà, genera salari di sussistenza e accresce l’insicurezza alimentare (2,3 miliardi di persone colpite). Il rapporto Oxfam 2025 rileva che la ricchezza dei miliardari è cresciuta dell’81% in cinque anni, mentre la metà della popolazione mondiale vive in condizioni indegne, in contesti di erosione democratica e rafforzamento di dinamiche autoritarie. Inoltre, negli ultimi anni la eccezionale capacità di elaborazione di dati, e la potenza delle infrastrutture tecnologiche dirette dalla piattaforma Palantir, è stata utilizzata anche per la elaborazione di sistemi di controllo sociale e a fini di “repressione preventiva” e mostrando una disponibilità di interconnessione e funzionalità alle attività militari nelle guerre in atto a livello globale. Il sistema produttivo tradizionale, privo di autonomia tecnologica, resta ai margini del processo produttivo. Le politiche europee oscillano tra l’adesione alla “dottrina tecnocratica” dettata dagli oligopoli finanziari e il tentativo di differenziarsi dagli Stati Uniti, oggi in declino per la perdita di supremazia nel mercato globale e con un forte e crescente debito pubblico, ma con una alta concentrazione di capitale finanziario privato ancora dominante sul piano economico. Il Rapporto Draghi sulla competitività europea (2024) punta a un mercato unico dei paesi UE fondato su sovranità energetica, autonomia digitale e difesa comune europea, con un investimento previsto di 500 miliardi in dieci anni oltre al 2% del Pil per la Nato. Tuttavia persistono tensioni geopolitiche e militari con gli Usa e interessi divergenti tra Paesi membri. L’Italia, con un debito pubblico tra i più alti dell’area Ocse e una struttura industriale arretrata e poco competitiva, rimane ancorata e subalterna al sistema politico-militare degli USA. Il Paese importa la gran parte dell’energia che consuma, e registra salari reali tra i più bassi d’Europa. L’occupazione cresce quasi esclusivamente negli over 50 e nei servizi a bassa produttività, in particolare turismo e commercio, dove i redditi sfiorano la soglia di sussistenza. Aumenta la povertà, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, segnate da spopolamento e invecchiamento. Gli investimenti in R&S restano scarsi e concentrati in progetti legati alla difesa e alla sicurezza, spesso condizionati da interessi privati e militari (come nel caso di Leonardo). La formazione secondaria e tecnica è indirizzata a sostenere un’industria di supporto a basso valore aggiunto, legata soprattutto alla manifattura del Nord e all’indotto tedesco. Nella formazione la cultura umanistica è stata progressivamente marginalizzata a favore di competenze tecniche standardizzate, riducendo la capacità critica e logico-analitica delle nuove generazioni. L’Italia, appesantita e resa vulnerabile dal forte debito pubblico, si trova in una posizione fragile: dipendenza energetica, incapacità di affrontare i dissesti ambientali, bassa qualità dei servizi sociali, scarsa qualità dell’istruzione e della ricerca pubblica, bassa capacità di innovazione, una distribuzione diseguale delle opportunità. Tali fattori costituiscono meccanismi strutturali profondi che non consentono l’accesso alle nuove frontiere della geoeconomia, della conoscenza e del potere digitale. Il sistema politico nazionale non riesce ad individuare alcuna via di uscita. Impaurito dalla crescente pressione sociale, generata dalla perdita della capacità di acquisto dei redditi, dalla richiesta di migliori servizi sociali e sanitari, per le recenti scelte politiche complici delle guerre in atto, sia in Ucraina come in quelle genocide in Palestina, il Governo risponde con leggi finanziarie da economie di guerra e provvedimenti securitari e repressivi, senza riuscire ad affrontare i problemi reali delle persone. La soluzione di riserva sembra presentarsi nella possibilità di convergere verso la proposta della ricomposizione degli interessi dei diversi paesi in uno Stato-Sovrano UE. Una sovranità economica federata finalizzata alla affermazione di una geopolitica alternativa agli USA ed alla Cina. Una riorganizzazione dell’imperialismo europeo che resta ancorato alla supremazia del capitale finanziario delle Big-Tech e si affida al rilancio settore bellico come strategia per lo sviluppo tecnologico, con una previsione di investimento per il riarmo di circa 500 MLD nei primi 10 anni, a gravare ulteriormente sul debito pubblico degli stati membri e con scarsissima attenzione verso il sociale Una proposta alternativa è possibile se si riesce ad organizzare e far crescere il movimento antagonista al sistema dell’autocrazia finanziaria a partire dalla ricomposizione degli interessi sociali e di classe. Un movimento che definisca chiaramente come obiettivi la riduzione del divario sociale e ambientale e che riesce a fare rete con tutti i movimenti e le popolazioni già in rivolta a livello globale che rivendicano i propri diritti all’autodeterminazione. Una rete solidale basata sui diritti civili e sull’eguaglianza economica e sociale, contro ogni forma di autocrazia politica o religiosa. In questo contesto, il controllo pubblico e la condivisione delle infrastrutture digitali a livello globale che combinano innovazione, riduzione dei costi dei beni di consumo, il potenziamento dei servizi pubblici e l’autonomia energetica delle comunità locali, possono svolgere un ruolo fondamentale per l’eguaglianza economica, sociale ed ambientale. I lavoratori digitali e cognitivi sono i soggetti centrali nell’attuale fase dell’economia digitale, in quanto attore sociale, in grado di coagulare e dare sviluppo ai processi di antagonismo sociale, ma soprattutto come soggetto politico (“proletariato instabile o nomade”) con un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle tecnologie innovative e con un portato di conoscenze e competenze in grado di avviare un processo per contrastare il dominio delle autocrazie finanziarie. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E STATISTICI RAPPORTO OXFAM 2026 RAPPORTO “G20 EXTRAORDINARY COMMITTEE OF INDIPENDENT EXPERTS ON GLOBAL INEQUALITY”2025 RAPPORTO DRAGHI SUL FUTURO DELLA COMPETITIVITÀ EUROPEA 2024 FONDAZIONE OPENPOLIS OCSE EUROSTAT ISTAT E,BRANCACCIO, LIBERALCOMUNISMO, FELTRINELLI 2025 ZHAO ZICHEN E LIU HAIJUN, IL PROLETARIATO DIGITALE, RIVISTA CONTROPIANO, GENNAIO 2026   CARLO SIMONETTI È ARCHITETTO, SOCIO FONDATORE E COLLABORATORE DAL 1994 DELL’ISTITUTO DI RICERCA AMBIENTE ITALIA. IN QUALITÀ DI RICERCATORE SENIOR HA COORDINANDO ATTIVITÀ DI REPORTING AMBIENTALE, AGENDA 21 LOCALE, PIANI DI AZIONE LOCALE E ORGANIZZAZIONE E GESTIONE DI LABORATORI PARTECIPATI. HA COORDINATO NUMEROSI PROGETTI FINANZIATI DALLA COMMISSIONE EUROPEA FINALIZZATI ALLA GESTIONE INTEGRATA E SOSTENIBILE DELL’AMBIENTE URBANO E TERRITORIALE, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA PROMOZIONE DELLO SVILUPPO LOCALE E SOSTENIBILE DELLE AREE RURALI DEL MEDITERRANEO.   Redazione Italia
May 7, 2026
Pressenza
Tassare i grandi patrimoni: dal 15 maggio parte…
… la raccolta di firme per una proposta di legge. (*)   Dal 15 maggio al 15 novembre FIRMA LA PROPOSTA DI LEGGE Imposta Grandi Patrimoni 1%EQUO è una campagna nazionale per una legge di iniziativa popolare. Propone un contributo dall’1 al 3,5% sui patrimoni di meno dell’1% più benestante della popolazione, che ha più di 2 milioni di € oltre alla
UTILI MONSTRE PER BANCHE E AZIENDE ENERGETICHE, PAGANO I CONSUMATORI. SCHETTINO: “UN’ECONOMIA CHE SI BASA SULL’ANTAGONISMO DI CLASSE”
Utili milionari per i colossi energetici e bancari. Profitti record anche per le aziende italiane, come Italgas che chiude il primo trimestre con ricavi in crescita del 44,1%, cioè 661milioni. Per quanto riguarda le banche, Banco Bpm ha chiuso i primi 3 mesi del 2026 con un utile di 480 milioni di euro, in crescita del trimestre prcedente del 15%. Unicredit invece chiude i primi 3 mesi dell’anno con un utile di 3,2 miliardi di euro. Al contempo arriva l’allarme del Fondo Monetario Internazionale sul caro energia: “con i prezzi attuali, la famiglia media dell’Ue perderebbe circa 375 euro nel 2026, pari allo 0,7% del consumo medio, a causa di tutti gli aumenti di prezzo”. Va peggio per l’Italia, dopo la fine del taglio delle accise, dove la benzina è arrivata a sfiorare i 2 al litro al self. Quasi 10 euro in più per fare il pieno. Oltre i carburanti, a svuotare i redditi italiani sono anche i rincari su trasporti e generi alimentari. Il Codacons, elaborando gli ultimi dati Istat sul rincaro dei prezzi, ha provato a quantificare i danni per l’economia reale italiana. “Un’inflazione al +2,8% si traduce, a parità di consumi e considerata la spesa totale delle famiglie, in una stangata media da +926 euro annui per la famiglia tipo (2 adulti e un figlio) che sale a +1.279 euro annui per un nucleo con due figli”, scrive oggi l’associazione dei consumatori. Il commento sugli ultimi dati economici di Fmi e Istat con Francesco Schettino, economista e docente all’università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Ascolta o scarica
La truffa del salario giusto
dossier di Mario Sommella (*) Anatomia di un Primo Maggio rovesciato. Come il decreto Meloni regala un miliardo alle imprese, svuota l’articolo 36 della Costituzione, dimentica i morti sul lavoro e premia chi non firma i contratti.   Esiste un modo molto efficace per mascherare un attacco al lavoro: chiamarlo difesa del lavoro. Esiste un modo ancora più sofisticato per