Fabio Genovesi / Conservare uno sguardo incantato
Ha una voce inconfondibile, Fabio Genovesi. Ha saputo conservare il senso di
incanto e meraviglia che hanno i bambini di fronte alle cose, quando tutto è
nuovo, mai visto prima. Nonostante sia arrivato ai 50 anni, come ripete più
volte nel corso del romanzo Mie magnifiche maestre, costruito come un conto alla
rovescia, dal capitolo Meno sette (i giorni che mancano al compleanno) al Meno
uno. Compiere gli anni, quando è finita l’infanzia e pure la giovinezza, porta
sempre con sé un senso di incredulità, come è possibile che sia passato tutto
questo tempo, così in fretta, mi sento più giovane di quello che sono, forse è
l’anima che non invecchia.
Nei giorni precedenti al suo compleanno Genovesi fa dei sogni particolari. Lui
sogna sempre moltissimo, ci dice, ma questa volta i sogni sono più vividi, e
sembrano volergli raccontare qualcosa, qualcosa di importante. Che non è sempre
chiaro. Ma che si fa chiaro man mano che scrive: a visitare Fabio in sogno sono
le donne che hanno popolato la sua vita, la nonna, la bisnonna mai conosciuta,
le zie vere e le zie acquisite, le amiche d’infanzia.
Ricordando e rivivendo i sogni, nelle lunghe passeggiate mattutine sotto i pini
marittimi, Fabio reincontra le figure di donne che, più ci pensa, più le
osserva, più le ricorda, hanno dato forma alla sua poetica: l’amore per la vita,
la curiosità per tutti quelli che sono diversi e speciali, l’accoglienza,
l’indipendenza di giudizio, la forza delle proprie convinzioni e la solidità di
restare al proprio posto, succeda quel che succede.
Le magnifiche maestre (e sì, chi altri potrebbe dare questo titolo a un romanzo,
se non Genovesi) sono dell’età e del tipo più svariato: la bisnonna Isolina, che
Fabio non ha mai conosciuto ma di cui si narra che abbia piantato una falce nel
fianco del marito e così sia riuscita a salvare l’amore e il suo matrimonio;
l’amica Benedetta, una ragazza sua vicina di casa, così bella che le fu proposto
di diventare Miss Cuore di panna, e così dannata da morire di droga,
giovanissima; la zia Gilda che lo portava a tutti i funerali e si divertivano
moltissimo; la zia Violetta, un donnone energico che lo abbracciava così forte
da stritolargli le ossa, ma letteralmente; la compagna di scuola Azzurra, che
aveva bisogno dell’insegnante di sostegno, ma poi era lei a sostenere gli altri;
e infine la zia Irene, pazzarella, anticonformista e controcorrente, amica di
tutti i bambini e di tutti i grandi rimasti bambini.
Tutte queste figure femminili che sono scomparse riappaiono nei sogni, perché
non sono scomparse davvero; come tutte le persone importanti della nostra vita,
restano dentro di noi, e se gli diamo voce ci parlano, ci guidano, ci
sostengono, ci aiutano, con tutto l’affetto che ci hanno dato a suo tempo e che
continua ad essere presente e vivo dentro di noi. C’è una sola figura che
compare nei sogni di Fabio e che lui non riesce a collocare, una bambina che se
ne va appena lui arriva, che non assomiglia a nessuna bambina che abbia
conosciuto ma che gli è al tempo stesso famigliare. Solo verso la fine del
romanzo, quando sta per scoccare la mezzanotte del giorno del compleanno, dei
fatidici 50 anni, e quando le zie, le nonne, la mamma, le amiche di famiglia gli
hanno tutte fatto visita in sogno, solo verso la fine, all’improvviso, come una
folgorazione, Fabio capisce che la bambina è la figlia che non ha mai avuto ma
che avrebbe potuto avere. Come se fosse un regalo dell’immaginazione, un dono
inaspettato per il compleanno. Come se fosse un’altra vita, perché sempre
possiamo vivere la vita che abbiamo e anche tutte quelle che non abbiamo.
È dunque un romanzo estremamente intimo e personale, Mie magnifiche maestre. In
cui Genovesi non solo racconta il suo passato, chi gli è stato vicino, chi ha
alimentato la sua fantasia, chi gli ha garantito lo spazio per scegliersi una
professione insolita, ma azzarda anche una riflessione sulla sua vita, le scelte
e le rinunce, la quotidianità e il sogno. Lo fa con una leggerezza calviniana,
di chi sa (o ha imparato) volare lieve sopra le cose e trovare sempre un
sorriso. Lo fa con una scrittura altrettanto leggere e ricca, trasognata e
precisa, multiforme. Un dono anche per noi lettori.
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