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La Ocean Viking diretta a Palermo con 90 naufraghi
Dopo l’allarme dato da AlarmPhone la nave Ocean Viking di SOS Mediterranee ha evacuato oggi 44 persone, molte delle quali in condizioni mediche critiche, dalla nave mercantile Sider nell’area di ricerca e soccorso di competenza maltese Tutti i sopravvissuti sono… Redazione Italia
Sbarco a Savona per 33 migranti soccorsi dalla Ocean Viking
Mercoledì 31 dicembre siamo intervenuti con la Ocean Viking per il trasbordo di 33 persone, tra cui due famiglie con bambini piccoli, ferme da giorni sulla Maridive703, che le aveva salvate prima di Natale. Queste persone ci hanno detto che altre 75 erano state riportate forzatamente in Tunisia prima del nostro arrivo. Nel frattempo, seguendo un’allerta arrivata tramite Alarm Phone, abbiamo cercato e trovato un gommone con circa 60 persone a bordo, alla deriva, ma quando ci siamo avvicinati, la Guardia Costiera libica ci ha intimato di allontanarci e noi siamo stati costretti a farlo. Sicuramente le persone sul gommone sono state riportate in Libia e (anche) questa è una violazione del diritto internazionale. Impotenti, abbiamo continuato la navigazione verso il porto assegnato nel frattempo dalle autorità italiane, Savona, dove siamo arrivati lunedì 5 gennaio all’alba, dopo 4 giorni di navigazione. Le 33 persone soccorse stanno bene e finalmente possono mettere piedi (e piedini) in un Paese sicuro, dove i loro diritti e i loro corpi non siano sistematicamente violati. Redazione Italia
La Ocean Viking evacua 33 naufraghi salvati dalla nave di supporto Maridrive 703
Nel primo pomeriggio la Ocean Viking di SOS MEDITERRRANEE, da ieri di nuovo nel Mediterraneo, ha evacuato 33 persone salvate dalla Maridrive 703, nave di supporto offshore a una delle piattaforme petrolifere nel Mediterraneo. Tra i sopravvissuti, provenienti soprattutto da Sudan, Ciad e Somalia, ci sono tre donne (di cui una incinta), tre bambine e due minori non accompagnati. Sette delle persone soccorse riportano lesioni, tra cui ustioni da carburante, un arto rotto e dolore generale. Tutti i sopravvissuti sono esausti dopo aver trascorso sette giorni in mare, per poi rimanere bloccati sulla Maridrive 703. Hanno inoltre riferito che un altro gruppo è stato respinto in Tunisia. Redazione Italia
La Ocean Viking torna in mare quasi quattro mesi dopo l’attacco della Guardia Costiera libica
Dopo il violento attacco da parte della Guardia Costiera libica avvenuto in agosto, che ha costretto a una sospensione di quattro mesi delle operazioni, la Ocean Viking è pronta a tornare in mare. Nonostante l’escalation di violenza nel Mediterraneo centrale, SOS MEDITERRANEE rimane ferma nella propria missione: salvare, proteggere e testimoniare le violazioni dei diritti umani in mare. Il 24 agosto 2025, la Ocean Viking è stata violentemente attaccata da una motovedetta della Guardia Costiera libica in acque internazionali. Centinaia di colpi sono stati sparati contro la nave, causando gravi danni all’imbarcazione di soccorso e mettendo a rischio la vita delle persone soccorse e dei soccorritori a bordo, rendendo necessaria un’immediata sospensione delle operazioni. «Questo attacco armato senza precedenti contro la nostra nave di soccorso ha rappresentato un punto di svolta per le nostre operazioni, ma la nostra determinazione a salvare vite umane resta immutata», ha dichiarato Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia. Durante il periodo di sospensione, il ponte di comando parzialmente distrutto è stato riparato e i sistemi e le attrezzature essenziali per le operazioni di soccorso sono stati ripristinati alla piena funzionalità. I nostri team hanno lavorato senza sosta per ripristinare l’imbarcazione, rafforzare la formazione sulla sicurezza e aggiornare le procedure operative, al fine di garantire un ritorno in mare sicuro senza compromettere la capacità di soccorso. Nessuna responsabilità per l’attacco Nonostante le azioni legali intraprese e le denunce pubbliche, i responsabili dell’attacco non sono stati identificati e le richieste di assunzione di responsabilità restano senza risposta. SOS MEDITERRANEE è determinata a proseguire nell’identificazione dei responsabili e a garantire che vengano chiamati a risponderne. Sono state presentate denunce penali in Italia e in Francia, mentre un’ulteriore denuncia è attualmente in fase di finalizzazione in Germania. «È inaccettabile che un attacco di questo tipo contro una nave umanitaria di soccorso sia rimasto senza conseguenze», ha affermato Valeria Taurino. «L’impunità alimenta ulteriore violenza nel Mediterraneo centrale. La responsabilità è essenziale non solo per la giustizia, ma anche per la sicurezza delle persone in pericolo e di tutti gli operatori umanitari che lavorano in mare».  Violenza in escalation nel Mediterraneo centrale Nel frattempo, la violenza nel Mediterraneo centrale continua ad intensificarsi e le violazioni dei diritti umani proseguono in totale impunità. Da agosto, ulteriori attacchi hanno preso di mira altre organizzazioni di ricerca e soccorso, così come persone in pericolo. Ottobre e novembre hanno registrato un forte aumento dei decessi e delle sparizioni segnalate nel Mediterraneo centrale, con 299 persone dichiarate morte o disperse. Alla Ocean Viking è stato impedito di essere in mare proprio quando una capacità di soccorso urgente era disperatamente necessaria. Urgente necessità di sostenere le operazioni di soccorso Il sostegno continuativo dei donatori resta essenziale per garantire la continuità delle operazioni di ricerca e soccorso lungo una delle rotte migratorie più mortali al mondo. Oggi più che mai, la nostra organizzazione fa affidamento sul sostegno del pubblico per mantenere le proprie attività nel lungo periodo. «Ogni vita salvata è una vittoria contro l’indifferenza. Continueremo questa missione finché potremo contare sulla solidarietà dei nostri sostenitori», ha concluso Valeria Taurino. DONA ORA   Redazione Italia
Colpiti ma non fermi: la Ocean Viking si prepara a tornare in mare
Dall’attacco subito il 24 agosto da parte della Guardia Costiera Libica, la Ocean Viking è ancora ferma in porto per le riparazioni necessarie a garantire che la nave torni in mare in piena sicurezza e funzionalità. Da oltre due mesi la nostra squadra lavora senza sosta per tornare a salvare vite, ma l’obiettivo di ripristinare le condizioni ottimali per il ritorno in mare non è ancora stato raggiunto. A settembre abbiamo promosso un crowfunding e ci sono buone notizie. I due RHIB – i nostri gommoni veloci di salvataggio danneggiati durante l’attacco sono stati riparati e sono tornati a bordo della nave. Sono stati anche riparati i “Centifloats” forati dai proiettili: tubi galleggianti usati come paraurti e barriere per proteggere gli scafi, stabilizzare le manovre e creare corridoi d’imbarco sicuri. Le nuove finestre su misura per la plancia di comando, che andranno a sostituire quelle distrutte a colpi di mitra, arriveranno la prossima settimana. I vari componenti del team sono impegnati nei lavori di riparazione, in attesa di poter tornare a fare quello per cui hanno rischiato la vita: salvare persone in difficoltà e portarle in un posto dove possano sentirsi al sicuro. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale continua la strage silenziosa: nei giorni scorsi in diversi naufragi hanno perso la vita 3 bambini e una donna incinta, tra gli altri. “L’unica cosa che ha fatto il governo in questi mesi – spiega Valeria Taurino, direttrice generale di SOS MEDITERRANEE Italia – è stata rimanere immobile: immobile di fronte all’attacco ingiustificato e ingiustificabile che abbiamo subito e immobile di fronte al rinnovo automatico del Memorandum Italia Libia, che dal prossimo 2 novembre non sarà più modificabile. Abbiamo appaltato la gestione dell’immigrazione a uno Stato non sicuro, dove vengono sistematicamente violati i diritti umani e il diritto internazionale, solo per interessi politici e sulla pelle di uomini, donne e bambini innocenti: come associazione umanitaria non possiamo accettare questo epilogo, per questo riteniamo urgente tornare in mare a ribadire con forza che il diritto marittimo internazionale non è un’opzione trascurabile, ma dovrebbe essere alla base di ogni scelta compiuta in mare. Nonostante tutto quello che ci è capitato, torneremo presto dove c’è più bisogno di noi“. Redazione Italia
Una motovedetta donata dall’Italia alle milizie libiche ha aperto il fuoco sulla Sea-Watch 5 impegnata in un’operazione di soccorso
Una motovedetta della cosiddetta Guardia Costiera libica ha sparato contro la nave di soccorso Sea-Watch 5. L’attacco è avvenuto poco dopo che l’equipaggio aveva soccorso 66 persone in pericolo. È la seconda volta in poco tempo che la cosiddetta Guardia Costiera libica spara contro soccorritori civili in mare. Solo un mese fa, milizie libiche hanno aperto il fuoco sulla nave di soccorso Ocean Viking, gestita dall’organizzazione SOS Méditerranée. A sparare è stata la motovedetta libica Corrubia Class 660, ceduta dall’Italia nel 2018. Chiediamo indagini immediate e serie conseguenze da parte dell’Italia e dell’Unione Europea. L’attacco è avvenuto nella notte del 26 settembre, mentre l’equipaggio della Sea-Watch 5 era impegnato nell’operazione di soccorso; la motovedetta libica Corrubia Class 660 aveva già chiesto via radio alla Sea-Watch 5 di virare verso nord. Poiché ciò avrebbe comportato l’interruzione del salvataggio, l’equipaggio non ha ottemperato alle richieste. La milizia si è quindi avvicinata alla nave di soccorso e alla fine ha aperto il fuoco. L’equipaggio e le persone salvate sono rimasti illesi. Anche durante il salvataggio si è verificato un incidente che ha coinvolto presunte milizie libiche: quando l’equipaggio della Sea-Watch ha avviato il salvataggio, ha notato due uomini con il passamontagna, che alla fine hanno rifiutato l’assistenza e si sono allontanati. Si può presumere che si trattasse di milizie affiliate allo Stato libico. Proprio di recente, l’ONG Mediterranea Saving Humans ha dimostrato per la prima volta che dietro questo fenomeno ci sono milizie direttamente collegate allo Stato libico. Dopo gli spari, l’equipaggio della Sea-Watch 5 ha lanciato un segnale di soccorso e informato le autorità tedesche e italiane competenti e la polizia federale. Alle 02:30 UTC, l’aereo Frontex Eagle2 è arrivato sul posto e ha confermato che la motovedetta libica si trovava a 8 miglia nautiche dietro la Sea-Watch 5. Dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch: “Nel Mediterraneo si stanno raggiungendo livelli di violenza inauditi contro la società civile. Si tratta del secondo episodio in sole poche settimane di attacco nei confronti della flotta civile di soccorso. A due giorni dall’attacco nei confronti della Global Summit Flotilla diretta verso Gaza. Gli attacchi libici sono una diretta conseguenza delle politiche europee. È inaccettabile che il governo italiano e l’Unione Europea lascino che milizie criminali sparino contro i civili utilizzando le ex motovedette della Guardia di Finanza italiana. L’Italia dovrebbe immediatamente interrompere il memorandum con la Libia e revocare gli accordi che stanno fomentando violenza e mettendo in pericolo l’incolumità dei cittadini, come ricordato oggi stesso dal Presidente Mattarella riferendosi alla Global Sumud Flotilla.” Sea Watch
SOS MEDITERRANEE determinata a consegnare alla giustizia tutti i responsabili dell’attacco armato alla Ocean Viking
SOS MEDITERRANEE ha annunciato oggi durante una conferenza stampa online di aver presentato una denuncia penale alla Procura italiana – che ha già avviato un’indagine – a seguito dell’attacco armato contro la nave di soccorso Ocean Viking da parte della Guardia Costiera libica il 24 agosto. Si tratta del primo passo di una serie di azioni legali volte a perseguire sia gli autori dell’aggressione sia coloro che l’hanno resa possibile. La denuncia chiede il perseguimento penale per tentato omicidio plurimo, tentato naufragio, danneggiamento di un’imbarcazione, nonché qualsiasi altro reato che l’autorità giudiziaria ritenga applicabile. Dopo un tentato omicidio, l’azione penale è solo il primo passo per assicurare i responsabili alla giustizia. Saranno intraprese azioni legali anche a livello internazionale per affrontare la responsabilità della catena di comando all’interno della Guardia Costiera libica e delle istituzioni e degli Stati che continuano a finanziarla, equipaggiarla e addestrarla. Nuove prove confermano l’aggressione deliberata nonostante la comunicazione continua con le autorità. Nella conferenza stampa odierna, SOS MEDITERRANEE ha anche presentato nuove prove audiovisive a conferma del fatto che l’Ocean Viking è stata oggetto di un attacco armato deliberato, mirato e senza precedenti, che ha messo in pericolo di morte immediato i sopravvissuti, gli operatori umanitari e i marittimi, nonostante la nave rispettasse rigorosamente il diritto marittimo internazionale e fosse in costante coordinamento con le autorità italiane. “Questo attacco deve servire da monito. Gli operatori umanitari e i sopravvissuti non possono essere lasciati senza protezione in mare mentre gli Stati europei continuano a esternalizzare il controllo delle frontiere a un’autorità libica che ha ripetutamente dimostrato il suo disprezzo per il diritto internazionale”, afferma Bianca Benvenuti, responsabile dell’advocacy internazionale e del posizionamento pubblico di SOS MEDITERRANEE. SOS MEDITERRANEE chiede: * Un’indagine indipendente e trasparente sull’attacco e l’assunzione di responsabilità sia da parte dei responsabili che di coloro che li hanno aiutati. * La sospensione di tutto il sostegno dell’UE e dell’Italia – finanziario, materiale e operativo – alla Guardia Costiera libica. * L’abolizione del Memorandum d’intesa Italia-Libiadel 2017 e la cessazione del programma SIBMMIL. * La sospensione e la revisione del riconoscimento della regione di ricerca e soccorso libica da parte dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO) attraverso un audit nell’ambito del programma di audit degli Stati membri. * La protezione delle ONG umanitarie di ricerca e soccorso, compresa la fine della criminalizzazione e dell’ostruzionismo amministrativo.  Qui il documento di approfondimento elaborato da SOS MEDITERRANEE con la ricostruzione dei fatti e le richieste dell’associazione alle autorità.   Redazione Italia
Team della Ocean Viking bloccato a bordo per protocolli sanitari inadeguati
Dopo l’attacco armato, il personale della Ocean Viking è ancora bloccato a bordo a causa di protocolli anti-tubercolosi lunghi e inadeguati. Lunedì 25 agosto, la Ocean Viking, la nave di ricerca e soccorso di SOS MEDITERRANEE, noleggiata in collaborazione con la Federazione Internazionale della Croce Rossa (FICR), ha sbarcato 87 sopravvissuti ad Augusta, in Sicilia. Da allora, alla nave è stato ordinato di rimanere all’ancora fuori dal porto. 34 persone, tra cui 25 tra personale di SOS MEDITERRANEE e della FICR, nonché 9 membri dell’equipaggio, sono rimaste bloccate a bordo e non è stato ancora loro permesso di scendere a terra o di ricevere l’assistenza essenziale richiesta. Durante lo sbarco, un sopravvissuto, un minore non accompagnato, è stato messo in isolamento dall’USMAF (le autorità sanitarie italiane responsabili della valutazione sanitaria all’arrivo) e sottoposto a test per la tubercolosi (TBC), con esito positivo. Il caso era stato precedentemente identificato dal personale medico di SOS MEDITERRANEE-IFRC a bordo, che aveva attivato la procedura di isolamento, come previsto dalle nostre linee guida mediche, e aveva indirizzato il paziente alle autorità sanitarie italiane per il follow-up medico all’arrivo. Di conseguenza, le autorità sanitarie italiane non hanno concesso la “libera pratica” alla MV Ocean Viking, una dichiarazione necessaria per consentire all’equipaggio di sbarcare a seguito della certificazione di esenzione da malattie infettive della nave da parte delle autorità sanitarie competenti. Mercoledì 27 agosto, il personale sanitario italiano è salito a bordo della nave alle 11:19 per sottoporre tutti i membri dell’equipaggio al test di Mantoux (test cutaneo alla tubercolina). I risultati del test di Mantoux sono disponibili tra le 48 e le 72 ore e sono attualmente attesi tra venerdì 29 agosto e sabato 30 agosto. I soggetti vaccinati con il vaccino BCG potrebbero presentare una reazione positiva; in tali casi, l’USMAF ci ha informato che i soggetti con risultati positivi saranno sottoposti a radiografia del torace per escludere un’infezione attiva. Siamo profondamente preoccupati per questa situazione, poiché la logica di una procedura così prolungata rimane poco chiara e incoerente con gli standard medici internazionali sulla prevenzione e il trattamento della tubercolosi. Il sopravvissuto è stato immediatamente isolato a bordo dal nostro equipaggio, riducendo al minimo le interazioni e utilizzando sempre i DPI, prima di essere indirizzato all’USMAF come da prassi consolidata. I test di Mantoux sono stati eseguiti meno di 96 ore dopo il primo contatto, un lasso di tempo in cui l’infezione non può essere rilevata. Le linee guida internazionali, come gli Standard dell’Unione Europea per la Cura della Tubercolosi (ESTC), riconoscono che il test cutaneo eseguito immediatamente dopo l’esposizione è privo di significato dal punto di vista medico, poiché la risposta immunitaria diventa rilevabile solo settimane dopo. Inoltre, il test è stato applicato universalmente piuttosto che in base al rischio effettivo: prove scientifiche e linee guida della European Respiratory Society (ERS) e dell’ECDC dimostrano che una trasmissione significativa richiede un’esposizione prolungata e non protetta, cosa che non si è verificata in questo caso. Ciononostante, il nostro equipaggio rimane confinato a bordo. Secondo le linee guida dell’OMS, l’isolamento o la quarantena sono giustificati solo per le persone con tubercolosi infettiva attiva o con contatti realmente ad alto rischio, e devono sempre rappresentare la misura meno restrittiva possibile. L’attuale confinamento manca quindi sia di giustificazione medica che di fondamento etico. I nostri sforzi rimangono concentrati sul supporto al nostro team a bordo della nave, anche da remoto, mentre affrontano questa situazione, insieme al trauma in corso a causa del recente attacco della Guardia Costiera libica. Ciononostante, il loro rapido sbarco è fondamentale per consentire di accedere all’assistenza psicologica e garantire il loro trasferimento in un ambiente estraneo alla loro recente esperienza traumatica. “Dopo che la Guardia Costiera libica ha sparato al nostro team domenica scorsa, siamo ora costretti a sopportare questo isolamento ingiustificato a bordo”, dichiara Angelo Selim, coordinatore delle operazioni di ricerca e soccorso a bordo dell’Ocean Viking. “Questo sta accadendo proprio nel luogo in cui si è verificato questo incidente potenzialmente letale, impedendoci di prendere le distanze fisicamente e mentalmente dall’evento traumatizzante”, conclude.   Redazione Italia
Fuoco sui soccorsi umanitari, abolire subito la zona SAR “libica”
Da una delle motovedette cedute dall’Italia ai trafficanti in divisa libici, alle 15 circa di domenica 24 agosto, hanno sparato per oltre mezz’ora ad altezza d’uomo, per uccidere chi a bordo della Ocean Viking stava soccorrendo naufraghi in acque internazionali. La motovedetta utilizzata dalla Guardia Costiera libica durante l’attacco era stata donata dall’Italia nel 2023 nell’ambito del programma dell’Unione Europea “Support to Integrated Border and Migration Management in Libya (SIBMMIL)”. “La Ocean Viking ha lanciato un mayday e ha chiamato l’operazione NATO Sea Guardian. Hanno riferito di essere stati informati che una nave della Marina Militare italiana era la risorsa NATO più vicina, ma non ha risposto alle chiamate.” Quale nave militare italiana era nell’area nella quale i guardiacoste libici mitragliavano la Ocean Viking ? E’ l’attacco più violento, e potenzialmente più letale, di una serie di attacchi armati, rivolti dalla sedicente “guardia cosiera libica”, nei confronti di mezzi delle Organizzazioni non governative, impegnati in attività di soccorso nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale. La stessa guardia costiera con la quale le autorità marittime italiane e maltesi, con la supervisione di Frontex ed il concorso della missione europea IRINI di Eunavfor Med, continuano a collaborare, riconoscendole una estesa area marittima di competenza. Un riconoscimento indebito perchè la Libia, nelle sue diverse articolazioni militari e politiche, non è in grado di garantire lo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro, e non rispetta neppure i diritti dei richiedenti asilo garantiti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951. I mezzi di informazione italiani nascondono questa guerra alle navi del soccorso civile, forse perchè a tanti non conviene riordare che il primo Protocollo tecnico-operativo di cooperazione operativa con i libici risale al 2007, con il governo Prodi, mentre gli accordi più importanti ed ancora oggi in vigore, risalgono al Memorandum d’intesa del 2017, firmato da Gentiloni, allora a capo del governo, con Minniti al ministero dell’interno. Poi il governo Draghi ha mantenuto quegli accordi, la cui portata è stata ulteriormente ampliata dal governo Meloni, che ha rafforzato la collaborazione con Frontex, ed ha contribuito ad accrescere le possibilità di intercettazione ( e sequestro) delle motovedette libiche, ingaggiando una lotta senza quartiere non contro i trafficanti in dvisa che sono al comando di questi mezzi, ma con le navi umanitarie, che sarebbero responsabili di tentativi di migrazione illegale (eventi migratori), piuttosto che di doverose attività di soccorso, imposte dalle Convenzioni internazionali di diritto del mare. Chi continua a parlare di zona Sar (di ricerca e salvataggio) “libica” e’ complice consapevole di questi attacchi, come chi usa il decreto Piantedosi (legge n.15/2023) per sanzionare con fermi amministrativi quei comandanti delle navi umanitarie che non obbediscono agli ordini delle “autorita’ competenti”, dunque delle milizie colluse con i trafficanti. Perche’ in Libia, malgrado gli sforzi delle autorita’ italiane, dopo la missione Nauras, non esiste ancora una centrale di coordinamento dei soccorsi (RCC) unificata. > IL TRASFERIMENTO DELLE RESPONSABILITÀ DI COORDINAMENTO DELLE OPERAZIONI DI > RICERCA E SALVATAGGIO AD UN’ALTRA AUTORITÀ SAR, COME AVVIENE CON LA > INDICAZIONE DELLE GUARDIE COSTIERE LIBICHE COME RESPONSABILI DEGLI INTERVENTI > DI “SOCCORSO”, DI FATTO VERE E E PROPRIE INTERCETTAZIONI, DEVE TENERE CONTO > DELLE ESIGENZE DI GARANTIRE COMUNQUE UN INTERVENTO DI SALVATAGGIO QUANTO PIÙ > TEMPESTIVO POSSIBILE, E IL RISPETTO DEL DIVIETO DI SBARCO IN UN PORTO NON > SICURO Si dovrebbe quindi affermare espressamente che” la competente autorità nazionale” per il coordinamento dei soccorsi, e quindi per l’assegnazione di un porto di sbarco sicuro, è soltanto l’autorità SAR ( dunque la Centrale di coordinamento- MRCC della Guardia costiera) di un paese che può garantire porti di sbarco sicuri. Per “competenti autorità nazionali” dalle quali si dovrebbe attendere il coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio, fino alla indicazione del porto di sbarco sicuro, non si possono intendere le autorità marittime o di polizia di paesi che non possono garantire una vera attività di ricerca e salvataggio, coordinata da una unica centrale operativa, e place of safety (POS) perchè non sono in grado di garantire porti di sbarco sicuri. La “competenza” delle autorità libiche, con particolare riferimento alla pretesa zona SAR (di ricerca e salvataggio) libica, istituita nel 2018 con il riconoscimento dell’IMO, su forte impulso italiano, dopo la stipula del Memorandum d’intesa del 2 febbraio 2017, non può legittimare in alcun modo il supporto ad operazioni delle motovedette libiche che contrastano i soccorsi umanitari delle ONG, riferendo magari alle autorità italiane che sarebbero state proprio le navi umanitarie a determinare “situazioni di pericolo” con il loro intervento di soccorso. Un livello di collaborazione tra autorità libiche ed italiane che permette di affermare una vera e propria complicità nelle gravissime violazioni dei diritti umani subite dai naufraghi durante i soccorsi in acque internazionali, e poi dopo la loro riconduzione forzata in Libia. La vergognosa decisione di irricevibilità per carenza di giurisdizione adottata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo, su un caso di respingimento collettivo violento operato con delega ai libici nel novembre del 2017, sta legittimando le attività di intercettazione violenta dei guardiacoste libici, con conseguenze nefaste sulla vita di migliaia di persone “soccorse” in acque internazionali e deportate in Libia. Ma non permetterà al governo italiano di proseguire impunemente la collaborazione con le autorità libiche nelle intercettazioni e nel sequestro in alto mare dei naufraghi fuggiti dai campi di detenzione ancora gestiti dalle milizie che, come dimostrano il caso Almasri, sul quale dovrà pronunciarsi la Corte Penale internazionale, e gli scontri più recenti a Tripoli, continuano ad essere responsabili di gravi crimini contro l’umanità e non costituiscono un soggetto legittimo per le operazioni di ricerca e soccorso. Come ha affermato la Corte d’Appello di Catanzaro che lo scorso 11 giugno ha respinto il ricorso del governo italiano contro una sentenza che aveva dichiarato illegittimo il fermo amministrativo della nave di soccorso Humanity 1, motivato proprio con il riconoscimento della “giurisdizione esclusiva” della sedicente guardia costiera libica in acque internazionali. Vanno riviste le discutibili determinazioni di tavoli tecnici, o di vertici ministeriali che limitano gli interventi dei mezzi della Guardia costiera italiana alle acque territoriali e scambiano gli interventi di ricerca e soccorso (SAR) con le attività di contrasto dell’immigrazione irregolare (law enforcement) affidate principalmente alla Guardia di finanza, con il totale riconoscimento della competenza delle autorità libiche nella vastissima zona SAR che, su impulso italiano, veniva riconosciuta a Tripoli dall’IMO nel giugno del 2018. Occorre revocare il Memorandum d’intesa Gentiloni-Minniti del 2017, abrogare, perchè incostituzionale in ogni sua applicazione concreta, il decreto Piantedosi (legge n.15/2023), e sospendere immediatamente la cd. zona SAR “libica” di ricerca e salvataggio ancora riconosciuta dall’IMO al governo di Tripoli, un governo “provvisorio” che oggi non è più rappresentativo, ammesso che lo fosse mai stato, di una entità territoriale, politica e militare unica. Un governo che non può garantire neppure una unica centrale di coordinamento dei soccorsi (RCC), ed il rispetto, oltre che del diritto di asilo, delle regole delle attività di ricerca e salvataggio (SAR) che costituiscono il presupposto ineludibile per il riconoscimento internazionale di una zona SAR. Sono già troppe le vittime delle politiche di deterrenza che l’Italia ha adottato, con il supporto dell’Unione europea, sulle rotte migratorie del Mediterraneo centrale. Fulvio Vassallo Paleologo
Valeria Taurino: “non una parola di Piantedosi sul brutale attacco alla Ocean Viking”
“Il ministro Piantedosi ha oggi dichiarato sul suo account ufficiale che è lo Stato a gestire e coordinare i soccorsi in mare, non le ONG. Questo è quanto chiediamo da sempre: un coordinamento efficace e efficiente dei soccorsi finalizzato a ridurre morti in mare e una missione di ricerca e soccorso istituzionale per salvare vite.” – dichiara Valeria Taurino, la Direttrice di SOS MEDITERRANEE Italia – “Non abbiamo però ascoltato nessuna parola in merito al fatto che operatori umanitari e persone naufraghe siano state brutalmente attaccate da spari armati dalla guardia costiera libica in acque internazionali e dopo il coordinamento con le Autorità competenti dello Stato italiano. Nemmeno una parola”. Domenica pomeriggio, la Ocean Viking, nave di ricerca e soccorso di SOS MEDITERRANEE è stata deliberatamente presa di mira in un attacco a fuoco da parte della Guardia Costiera libica. Sebbene nessuno sia rimasto ferito fisicamente, tutti a bordo hanno temuto per la propria vita e le attrezzature di soccorso essenziali, così come la nave stessa, hanno subito danni significativi. Al momento dell’attacco, la Ocean Viking si trovava in acque internazionali, a circa 40 miglia nautiche a nord della costa libica, quando è stata avvicinata da una motovedetta di classe Corrubia della Guardia Costiera libica. “SOS MEDITERRANEE opera sempre nel pieno rispetto del diritto marittimo internazionale ed è nata per colmare il vuoto di soccorso lasciato dagli Stati – continua Taurino –  Lo Stato italiano ha anteposto politiche di esternalizzazione della gestione delle frontiere e si è progressivamente disimpegnato nel tutelare la vita in mare, preferendo il controllo dei confini e accordi economici con paesi come Libia e Tunisia non rispettosi dei più basilari diritti umani. In particolare, l’Italia ha investito in accordi vergognosi con la Libia la cui guardia costiera la scorsa domenica ci ha scaricato addosso centinaia di colpi di arma da fuoco, mettendo in pericolo la vita del nostro equipaggio e dei naufraghi. Oltre a questo, il Governo italiano ha intrapreso una campagna di criminalizzazione verso gli attori umanitari in mare con prassi e leggi punitive e restrittive che hanno svuotato il Mediterraneo lasciando le persone abbandonate in mare, di fronte ai respingimenti e alla morte. Chiediamo al Ministro e al Governo di interrompere qualsiasi collaborazione con la Libia e di avviare immediatamente una indagine finalizzata al perseguimento dei responsabili di atti criminali come quello subito dalla Ocean Viking”. Redazione Italia