Habermas, la capacità di dire no
È difficile sfuggire all’impressione che con la morte di Jürgen Habermas si sia
spento l’ultimo testimone del Novecento filosofico, forse il più importante
filosofo su scala globale degli ultimi decenni. Ci abbandona anche uno dei
protagonisti della teoria critica della Scuola di Francoforte, il capofila
indiscusso della seconda generazione di questa corrente di pensiero che, venendo
dopo il magistero di Max Horkheimer, Theodor Adorno e Herbert Marcuse, si era
trovato di fronte al difficile compito di scegliere tra il reiterare
l’insegnamento dei maestri oppure riformulare daccapo il programma di ricerca
della teoria critica. Con la scomparsa di Habermas però se ne va anche il
filosofo che, con più costanza e assiduità, ha offerto il proprio contributo di
pensiero per articolare l’utopia concreta di un’Europa democratica, sociale e
federale, erede della lezione più alta dell’illuminismo, intrecciata alla
scommessa di trasferire sul piano transnazionale quell’idea di «solidarietà tra
estranei» che è stata istituzionalizzata nelle carte costituzionali antifasciste
del secondo dopoguerra. Da ultimo si può osservare che con la dipartita di
Habermas la Repubblica federale tedesca perde il suo più importante
intellettuale pubblico, che dalle colonne delle principali testate nazionali non
ha mai smesso di richiamarsi agli ideali del socialismo democratico, per
scagliarsi contro la politica ordoliberale dell’austerità tedesca.
L’ANSIA DI UNA REGRESSIONE NELLA BARBARIE
Per tracciare qualche linea interpretativa del pensiero di questo gigante della
filosofia contemporanea conviene ripartire comunque dall’inizio e tornare ai
primi passi del suo Denkweg. Habermas nasce il 18 giugno del 1929 a Düsseldorf
da una famiglia borghese che, al pari di molte altre famiglie tedesche, non poté
esibire al termine della guerra specchiate patenti anti-naziste. Fin da
giovanissimo è quindi costretto a misurarsi con la Schludfrage, la «questione
della colpa», la rielaborazione collettiva di un passato culminato negli abissi
di Auschwitz.
È il nucleo generativo di tutto il suo pensiero, che ritorna nel commosso
necrologio scritto per la morte del maestro Adorno nel 1969. In questa
occasione, Habermas solleva un interrogativo radicale: «Se diamo per corretta la
diagnosi dell’epoca formulata da Adorno e Horkheimer in Dialettica
dell’illuminismo» riguardo all’irrazionalità di un illuminismo che non riflette
su sé stesso, e che per questo si volge nel suo contrario, «quale esperienza
esclusiva» può ancora giustificare «la posizione privilegiata» della teoria
critica? Se «la libertà derivante da un accresciuto controllo tecnologico sulla
natura», ossia lo sviluppo delle forze produttive, non offre più alcuna garanzia
per rivoluzionare il dominio sociale, ossia i rapporti di produzione, se è vero
anzi che proprio la tecno-scienza può amputare l’esperienza morale dei soggetti
e diventare strumento di un progetto di sterminio di massa, su quali basi
razionali è ancora possibile fondare la teoria critica, e il suo compito di
decifrare i rapporti di dominazione che derivano non da condizioni
immodificabili della vita sociale, ma da interessi e privilegi ideologicamente
dissimulati?
In un passaggio di Dialettica negativa, come ricorda Habermas nello stesso testo
del 1969,Adorno aveva risposto a questa stessa domanda richiamandosi alla poesia
di Jospeh von Eichendorff Schöne Fremde(Bella estraneità): «La condizione
conciliata non annetterebbe l’estraneo con imperialismo filosofico, ma
troverebbe la sua felicità se esso, pur nella vicinanza tutelata, restasse
lontano e diverso, oltre l’eterogeneo e il proprio».
In tutti i suoi testi, Habermas ha voluto mostrare che questa prefigurazione
adorniana di una condizione di vita emancipata e quindi razionale, può essere
riformulata in modo diverso, nel tempo segnato dall’ansia di una regressione.
Perché se simile vita conciliata non ci appare mai come realmente esistente, per
altro verso rimanda «a quanto di più vicino e familiare abbiamo»: ossia il
«convivere in libera comunicazione».
Da prospettive ogni volta diverse Habermas ha invitato a riconoscere nella
struttura del linguaggio umano quest’eccedenza critica. Quando decidiamo di
risolvere i nostri conflitti con la forza non violenta delle ragioni, quando ci
proponiamo in questo modo di non assimilare o annientare l’altro e il diverso,
formuliamo proposizioni che si aprono alla possibilità di una libera
considerazione, a una possibile negazione critica da parte dell’altro,
riconoscendolo implicitamente nella sua particolarità insostituibile. Da qui il
compito di approntare quelle condizioni culturali e istituzionali che facciano
fiorire il telos dell’intesa reciproca tra estranei, abbattendo le barriere
imposte alla comunicazione interumana, alla pratica del chiedere e dare ragioni.
Riallacciandosi alla svolta linguistica novecentesca, Habermas ha quindi
invitato a spostare l’attenzione della teoria critica sulla comunicazione
intersoggettiva. Questo gesto ha generato critiche, discussioni, polemiche,
fraintendimenti. Ma va letto sempre sullo sfondo di quell’«ansia della
regressione» che non lo ha mai abbandonato, e che lo ha spinto a mettersi a
servizio di un processo di rieducazione morale e democratica della Germania
post-bellica. Da qui l’esortazione rivolta alla teoria critica a sentirsi parte
dello spazio pubblico delle ragioni. Da qui l’attenzione costante alla sfera
pubblica democratica e l’allarme lanciato contro ogni sua trasformazione
strutturale, da ultimo contro la sua digitalizzazione e segmentazione
algoritmica e capitalistica.
LE TAPPE DI UN INTELLETTUALE EUROPEO
Habermas non ha tuttavia incontrato subito la teoria critica. Egli è approdato a
«Francoforte» dopo aver trascorso un periodo di apprendistato filosofico in
diverse università tedesche, a stretto contatto con altre correnti della
filosofia contemporanea, come la fenomenologia, l’ermeneutica,
l’esistenzialismo, l’antropologia filosofica. Prima di incontrare Adorno, il
giovane Habermas aveva studiato nelle università di Gottinga (1949-50), di
Zurigo (1950-51) e di Bonn (1951-54). Nei primi anni Cinquanta, aveva trovato
uno stimolo anche nella filosofia di Martin Heidegger e nella sua visione del
compimento della metafisica occidentale nella tecnica. La messa a fuoco delle
implicazioni politiche della sua filosofia, pienamente confermate poi dalla
recente pubblicazione dei Diari neri, lo spingerà presto a distanziarsi dal suo
modello di critica della scienza e della tecnica.
Nei primi anni Cinquanta si immerge nella lettura di Marx. Sarà in seguito alla
lettura dei suoi primi saggi su Marx che Adorno, senza conoscerlo, prende
l’iniziativa di contattarlo e di proporgli di diventare suo assistente a
Francoforte. Siamo nel 1956, ma solo tre anni dopo Habermas è già costretto a
lasciare l’istituto per le sue inclinazioni marxiste. A deciderlo è Horkheimer,
allora su posizioni conservatrici, molto distanti da quelle degli anni Trenta.
Per ottenere la sua abilitazione all’insegnamento universitario, Habermas è
costretto a rivolgersi all’unico filosofo marxista della Germania dell’Ovest,
Wolfgang Abendroth dell’università di Marburgo. In seguito a un attento esame
del lavoro, questi gli permette di discutere nel 1961 la sua
Habilitationschrift, poi pubblicata nel 1962 con il titolo Strukturwandel der
Öffentlichkeit (Trasformazione strutturale della sfera pubblica) tradotta in
italiano come Storia e critica dell’opinione pubblica.
Bastano soli tre anni, tuttavia, perché Habermas venga richiamato all’università
di Francoforte, questa volta in qualità di professore ordinario di filosofia e
sociologia. La sua prolusione all’insegnamento, esposta nel 1964, s’intitola
Conoscenza e interesse, lo stesso titolo del libro che darà alle stampe nel
1968, in cui enuncia i principi di una rifondazione comunicativa del
materialismo storico.
Habermas riprende in mano il tentativo di Horkheimer degli anni Trenta di
giustificare la validità scientifica di una teoria critica della società. Lo fa
servendosi di una teoria degli «interessi guida della conoscenza». Contro ogni
fraintendimento positivistico della scienza, Habermas sostiene un nesso
costitutivo tra le scienze e le prassi materiali che riproducono la società. Il
sapere delle scienze naturali va ricondotto all’interesse del genere umano per
l’accrescimento del sapere tecnicamente utilizzabile, in vista
dell’appropriazione della natura e della riproduzione materiale della società.
Le scienze storico-ermeneutiche vanno ricondotte all’interesse del genere umano
per assicurare un minimo di consenso su norme, valori e tradizioni culturali, in
grado di rendere possibile l’integrazione sociale. Habermas si riallaccia alla
distinzione aristotelica fra techne e praxis, per differenziare quindi l’agire
tecnico-strumentale della produzione materiale, a cui riduce il lavoro,
dall’interazione comunicativa, ossia la prassi guidata dall’interesse a
comprendersi su nessi di senso, al fine di riprodurre simbolicamente le società.
Ma Habermas argomenta che esiste anche un terzo interesse invariabile nel genere
umano, che non è né quello della produzione materiale attraverso il lavoro, né
quello della riproduzione simbolica attraverso la comunicazione linguistica. È
l’interesse al superamento di ogni forma di eteronomia, che si traduce nella
spinta ad abbattere ogni barriera imposta alla comunicazione. Habermas denomina
«autoriflessione» il sapere della teoria critica che deve articolare l’interesse
del genere umano all’emancipazione e sostiene che la vera minaccia alla storia
di formazione del genere umano, alla sua emancipazione razionale, deriva da
un’impropria estensione della razionalità tecnico-strumentale.
Habermas aveva predisposto tutti gli elementi di un’impostazione di pensiero che
si esponeva alle critiche di quanti, nell’area marxista, non volevano
abbandonare la centralità del tema della lotta di classe nel quadro dei rapporti
di produzione. Ma il paradosso che si venne a delineare alla fine degli anni
Sessanta fu che a rovesciargli contro le obiezioni marxiste furono proprio
quegli studenti in cui lui stesso aveva riposto le speranze di un allargamento
democratico della società tedesca. Furono le teste pensanti del movimento di
contestazione giovanile del ’68, che nel frattempo stava divampando anche nelle
università tedesche, a scagliarsi contro Habermas. In prima fila vi era un
allievo di Adorno, un enfant terrible di nome Hans-Jürgen Krahl. Nel testo del
1970 Produzione e lotta di classe, scritta poco prima di morire, Krahl
contesterà ad Habermas di non accorgersi che nel tardo capitalismo stia
avvenendo l’integrazione del lavoro intellettuale nel processo produttivo e la
sua trasformazione in prima forza produttiva. Per cui il movimento studentesco
andava considerato avanguardia della nuova lotta di classe, più che di una sfera
pubblica democratica. Per Krahl, Habermas era giunto a questo errore
interpretativo perché aveva delineato un concetto di produzione troppo
ristretto, ridotto all’agire tecnico-strumentale, oscurando le forme di
intersoggettività comunicativa e simbolica, inscritte nella divisione del
lavoro, che invece Marx aveva ben colto nei suoi concetti di prassi e di
produzione.
Sono le critiche che tutto il movimento del ’68 tedesco avrebbe rivolto contro
Habermas, non prima però dello scontro diretto che si consumò, in un vero e
proprio dialogo tra sordi, nel congresso politico sul tema «Università e
democrazia: condizioni e organizzazione della resistenza», organizzato dalla
Lega tedesca degli studenti socialisti, l’Sds, ad Hannover il 9 giugno del 1967.
Habermas aveva preso parte a questo convegno e nel suo intervento aveva difeso
il movimento degli studenti dagli attacchi della stampa conservatrice, dalle
critiche dei grandi partiti politici, dall’azione repressiva dello Stato che
ricorreva a forme di «terrorismo legale». Aveva messo in guardia gli studenti
dai «pericoli soggettivi che minacciano l’opposizione studentesca», esponendola
al rischio di confinarla in una forma di «autoisolamento». Invitava inoltre a
tener conto della distinzione tra due tipi di violenza: una violenza
dimostrativa, che ha il compito di rivendicare il diritto di discussione,
«laddove per mezzo di una coercizione formale ci viene vietato il diritto a
esprimere i nostri argomenti», che riteniamo migliori, e la «violenza che
ferisce», che è inefficace in vista di «migliori argomenti». Ad Habermas rispose
allora il leader del Sessantotto berlinese, il visionario Rudi Dutschke, che lo
accusò frontalmente di equivocare il carattere democratico delle istituzioni
statali e di disconoscere le potenzialità rivoluzionarie della situazione
storica del momento, soprattutto in chiave internazionale. Fu in seguito a
questo intervento che Habermas riprese la parola dal palco – nonostante Dutschke
fosse già andato via – per scagliare nei confronti dei leader del movimento
studentesco l’accusa di farsi promotori di un’ideologia volontaristica, che «nel
1848 si sarebbe chiamata socialismo utopistico, mentre nelle condizioni attuali
doveva essere designata fascismo di sinistra».
Si consumava così la rottura mai più rimarginata tra Habermas, la Scuola di
Francoforte (con l’eccezione di Marcuse) e il Sessantotto tedesco, che venne a
radicalizzarsi quando Adorno nel 1969 chiamò la polizia per sgombrare l’Istituto
francofortese occupato dagli studenti in lotta. Una rottura che prese una piega
ancora più amara quando Dutschke venne ferito gravemente da tre colpi di pistola
e Krahl morì per un tragico incidente stradale nel 1970.
Conoscenza e interesse costituirà comunque soltanto una tappa del percorso di
pensiero di Habermas. Nel 1971 egli lascia nuovamente Francoforte e accetta
l’incarico di co-direttore del Max Planck Institut a Starnberg, in Baviera. Non
nasconde a nessuno il desiderio di lasciarsi alle spalle l’infuocato ambiente
politico francofortese. A Starnberg trascorre dieci anni di intensa attività
scientifica, organizzando un gruppo di ricerca interdisciplinare che si prefigge
di riformulare un progetto sulla crisi di legittimazione dello Stato nel tardo
capitalismo. Al termine di questo decennio, quel programma viene abbandonato, ma
in compenso, nel 1981, Habermas pubblica la monumentale Teoria dell’agire
comunicativo.
Molte innovazioni teoriche intervengono. È superata l’idea che la storia possa
essere compresa nel suo complesso come un processo di «autoformazione del genere
umano», un residuo idealistico di cui Habermas non farà mai più uso. Habermas
accoglie inoltre nella sua teoria sociale le risorse concettuali approntate
dalla teoria sistemica della società di Luhmann. Tutto ciò sfocia in un
imponente edificio di teoria sociale che ruota attorno a tre temi fondamentali:
1) una teoria sistematica della razionalità e della razionalizzazione sociale;
2) una teoria della modernità, incentrata sulla tesi del disaccoppiamento tra
logiche dell’integrazione sistemica e logiche dell’integrazione sociale o
dell’intesa; 3) la diagnosi di una concorrenza contraddittoria tra queste due
logiche, che si risolve in una colonizzazione del mondo vitale da parte degli
imperativi dei sotto-sistemi funzionali: l’economia di mercato capitalistico e
lo Stato burocratico-amministrativo. Da questa colonizzazione sistemica del
mondo vitale discendono tutta una serie di patologie sociali, che Habermas
ricostruisce nel testo, riconducendole ancora una volta al rischio di erosione
dei processi di intesa linguistici. La colonizzazione del mondo vitale accende
però anche nuovi potenziali di conflitto, che ruotano attorno alla grammatica
delle forme di vita. In questa prospettiva Habermas analizza i nuovi movimenti
sociali, il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo, le lotte di quartiere, le
lotte per la democratizzazione della scuola. Passano in secondo piano, fino
quasi a scomparire, però le lotte sul lavoro, così come una critica sistematica
del mercato economico capitalistico, criticato per la sua invasione del mondo
della vita, non più in quanto tale.
Nel 1983 Habermas ritorna per la seconda volta a Francoforte, assumendo questa
volta la cattedra di filosofia sociale, che ricoprirà fino al 1994, l’anno del
suo pensionamento. Nel 1992 esce Fatti e norme, con cui presenta una generale
teoria discorsiva del diritto e della democrazia. In questo volume, egli sposta
ancora una volta il suo interesse, focalizzandosi questa volta sulla funzione
del diritto in uno Stato costituzionale democratico, e sul suo doppio volto:
quello della fatticità e della coercizione, da una parte, e quello della
validità e della legittimità, dall’altra. Per questo suo duplice carattere, il
diritto è in grado tanto di farsi udire dai sotto-sistemi del mercato e dello
Stato burocratico-amministrativo, quanto di rimanere permeabile ai discorsi –
pragmatici, etici, morali – che prendono forma in una sfera pubblica mobilitata
democraticamente, per poi essere incanalati nelle procedure istituzionalizzate
della formazione discorsiva della volontà politica. Il diritto democratico è
quindi l’unico medium attraverso il quale è possibile garantire quel ragionevole
equilibrio tra integrazione sistemica e integrazione sociale, che nelle società
capitalistiche tende a essere costantemente sovvertito dalle tendenze alla
colonizzazione del mondo vitale da parte degli anonimi imperativi sistemici.
Contro questa colonizzazione, anche in Fatti e norme – che tuttavia a molti è
apparso un arretramento rispetto alle spinte più radical-democratiche dei testi
degli anni Settanta – Habermas punta le sue carte ancora sulle risorse di una
sfera pubblica democratica, polifonica e mobilitata criticamente, senza la cui
vigile attività le stesse istituzioni dello Stato e dell’economia capitalistica
sono destinate a divenire sistemi impenetrabili. Dal punto di vista della teoria
politica, invece, Habermas punta a stabilire un modello alternativo tanto al
liberalismo quanto al repubblicanesimo, che ruota attorno alla tesi di una
circolarità nel sistema di diritti fondamentali, tra autonomia privata e
sovranità popolare, tra diritti soggettivi liberali e diritti di partecipazione
politica: gli uni non possono realizzarsi senza gli altri.
Negli anni Novanta Habermas pubblica molti interventi sul tema dell’Europa.
Riallacciandosi a Karl Polanyi ritematizza la questione del capitalismo.
Interpreta il neoliberismo come un processo di scorporamento dell’economia dalla
società, che va contrastato con una nuova chiusura politica democratica su un
piano internazionale. È in questo quadro che ingaggia anche un confronto con
Wolfgang Streeck, criticando le sue posizioni di sovranismo di sinistra, contro
le quali ribadisce che i veri impedimenti sulla via di un’Europa democratica e
sociale sono di natura politica. A partire dall’attentato alle Torri gemelle
dell’11 settembre una nuova sfida si affaccia nella riflessione di Habermas:
quella di riflettere sul ruolo delle religioni nello spazio pubblico. Se negli
anni Ottanta si era fatto strenuo difensore del progetto incompiuto della
modernità illuministica, in una battaglia culturale contro il post-moderno e il
post-strutturalismo, ora a cospetto di una diagnosi epocale sempre più negative
sulle patologie sociali prodotte da un «capitalismo globalizzato» non più
«incapsulato», e da una «modernizzazione destabilizzante», egli comincia a
sollevare il dubbio se «la tradizione dell’Illuminismo, in forza delle sue
stesse risorse, possa ancora generare motivazioni sufficienti e movimenti
sociali per preservare i contenuti normativi della modernità». Da qui la domanda
se «nella vita delle comunità religiose, nella misura in cui evitano dogmatismo
e costrizioni della coscienza individuale, può rimanere intatto quello che
altrove è andato perduto […]: ossia energie motivazionali e risorse cognitive
per alimentare un ethos della cittadinanza democratica, prosciugato da
imperativi economici che penetrano nella sfera della vita privata». Questo può
avvenire se nel dialogo tra laici e credenti entrambe le parti intendano insieme
«la secolarizzazione della società come un processo di apprendimento
complementare».
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Quest’intuizione di fondo è alla base dell’ultima monumentale opera di Habermas,
finita di scrivere all’età di novant’anni: Auch eine Geschichte der Philosophie
(Anche una storia della filosofia). Si tratta della sua summa filosofica, del
suo testamento spirituale. È una ricapitolazione senza eguali delle traiettorie
portanti di tutta la filosofia occidentale. Da questa vicenda fatta di secolari
confronti, scontri, dialoghi, reciproci processi di apprendimento tra fede e
filosofia – corsi in parallelo con conflitti sanguinosi, crisi storiche,
regressioni spaventose, ma anche con progressi e rivoluzioni avvenute nel segno
dell’emancipazione – sono scaturiti processi di apprendimento razionali, che non
hanno coinciso con una mera liquidazione dei messaggi di redenzione della
religione, ma con un tentativo, soprattutto nella via moderna kantiana e
post-kantiana, di una loro traduzione razionale. Rimane aperta la domanda se
«dopo la completa desacralizzazione della comprensione del mondo e di sé, nelle
società pluralistiche e fortemente individualistiche dell’Occidente, organizzate
in Stati costituzionali democratici, la formazione democratica della volontà e
la cultura politica liberale basteranno come equivalenti secolari del modo di
fronteggiare le crisi di integrazione sociale un tempo radicato nei rituali»
religiosi. E tuttavia, Habermas concepisce la genealogia del pensiero
post-metafisico soprattutto come «un incoraggiamento a continuare a concepire
l’uomo come un animale dotato di ragione e in questo modo a rimanere fedeli a un
concetto comprensivo di ragione».
Questo animale dotato di ragione è il risultato dell’evoluzione naturale dei
mammiferi e delle grandi scimmie. «Da queste l’uomo ha ereditato la dotazione
affettiva, l’intelligenza e determinate disposizioni alla convivenza sociale:
una coscienza che è stata trasformata da quanto la modalità di socializzazione
dell’uomo è cambiata attraverso la riconversione della comunicazione nella
modalità linguistica». È questa svolta epocale che ha reso possibile una nuova
modalità di apprendimento, creatrice di tradizioni, cumulativa e
auto-accelerantesi, che rende possibile agli esseri umani anche di migliorare
razionalmente la loro forma di vita culturale. In questo senso la forma di vita
di homo sapiens è strettamente congiunta a progressi, che tuttavia dischiudono
anche la dimensione delle regressioni. Una regressione imputabile a noi stessi è
ciò che è stato sperimentato nel XX secolo come un autentico collasso della
civiltà: «qualcosa di ben diverso di una ricaduta nella barbarie, ossia la
possibilità […] del tracollo morale di un’intera nazione che secondo i parametri
del tempo si considerava civile».
Ma il tema della «non ragione nella storia» è solo la lugubre conferma di un
tema reclamato dalla filosofia fin dalle sue origini, ma oggi a torto
dimenticato: «quello di una ragione che si fa valere nell’operazione di un
circostanziato dire-di-no». È questa capacità circostanziata di dire di no,
questa negazione determinata, ciò che ha sempre sottolineato la teoria critica
della Scuola di Francoforte.
*Giorgio Fazio è ricercatore in filosofia politica presso l’Università La
Sapienza di Roma. Ha scritto Il tempo della secolarizzazione (Mimesis, 2015),
Ritorno a Francoforte (Castelvecchi, 2020) e Crisi di legittimazione
(Castelvecchi, 2025).
L'articolo Habermas, la capacità di dire no proviene da Jacobin Italia.