Tag - Giornalisti nel mirino

Almeno 40 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane
Palestina occupata. Un gruppo palestinese per i diritti dei prigionieri afferma che almeno 40 giornalisti palestinesi, uomini e donne, sono stati rapiti dal regime israeliano e sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, evidenziando la dura repressione e le restrizioni imposte dal regime di Tel Aviv ai professionisti dei media. L’Asra Media Office ha dichiarato in […]
Siamo in una pericolosa spirale totalitaria
Di Angela Lano. Da alcuni anni siamo pienamente entrati in una pericolosa spirale totalitaria: operazioni di guerre biologiche con annessa dittatura sanitaria; guerra USA-NATO contro la Russia per interposta Ucraina – ancora in corso e verso rapidi orizzonti di guerra mondiale, voluta dalle elite corrotte e guerrafondaie europee, sempre più lontane e scollegate dai popoli che goverano e da cui sono profodamente disprezzate. E, dal 2023 in poi, siamo spettatori impotenti del genocidio gazawi e dell’espansione del colonialismo di insediamento israeliano in tutta la Palestina storica, in Libano e in Siria… Mentre il Sud globale si stacca dall’Occidente egemonico e strutturalmente bellico e violento e non ne vuole più sapere di guerre, massacri, furti e pirateria di risorse, il Sistema-mondo imperniato sui disvalori di 500 anni di colonialismi brutali e genocidari volge gli artigli repressivi e totalitari verso tutte le forme di dissidenza, di difesa dei popoli oppressi e di informazione indipendente. E il passo verso la persecuzione politica è breve o immediato. Il Sistema-Italia, vassallo della più ampia struttura egemonica occidentale e sionista in declino (il sionismo niente altro è che una emanazione del colonialismo occidentale, e suo braccio armato nell’Asia occidentale e non solo), scatena l’inferno, aiutato da un giornalismo disiformativo e sempre più ridicolo e immorale, contro associazioni umanitarie e contro giornalisti engagé, in senso gramsciano, nella denuncia delle atrocità israeliane a Gaza e in Cisgiordania. Per tappare la bocca all’informazione libera e alle pratiche di assistenza umanitaria a quasi due milioni di sfollati gazawi, ha tirato fuori la collaudata – da tutti i regimi totalitari passati e presenti – accusa di “terrorismo” e minaccia alla democrazia – in una palese proiezione freudiana – contro chi non si allinea o dissente. Scrivere di Palestina, di genocidio a Gaza, raccontare di morti e feriti, di bambini fatti a pezzi, di donne e uomini stuprati nelle prigioni israeliane vale l’accusa di terrorismo, a quanto pare. Per renderla più credibile, nominano Hamas – il movimento di resistenza islamica palestinese che lotta, secondo quanto garatito dall’ONU, per la liberazione dal colonialismo israeliano in terra nativa palestinese -, e mi redono, nientepopodimeno, la portavoce o l’addetta alla propaganda ufficiale. Tutto ciò, su informative di Israele, entità genocida e coloniale, che, come consueto, proietta e attribuisce agli altri gli strumenti e le azioni che lei utilizza: in questo caso la hasbara, ricca e potente propaganda. Chiariamo, dunque, alcune cose: 1) non sono, non siamo, la propaganda o il megafono di Hamas, ma del popolo palestinese oppresso e schiacchiato, e informiamo sugli effetti, ben visibili a tutti, ma occultati da Israele e dai media ad esso connessi, che il colonialismo di insediamento ha prodotto in oltre 100 anni nella Palestina storica, e negli ultimi tre nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania – stiamo parlando di qualcosa come 300-400 mila morti e dispersi da ottobre 2023, oltre a un numero spaventoso di feriti e mutilati, tra cui decine di migliaia di bambini e donne. Stiamo svolgendo un ottimo e seguito lavoro di controinformazione, contrastando, per come possiamo, la milionaria hasbara israeliana e i suoi valvassini in Italia: per questa ragione, Israele ci ha inseriti nella sua mappa del “terrorismo” – di nuovo, una proiezione freudiana del crimine di cui si macchia e che è condannato dal mondo intero. 2) L’agenzia InfoPal è edita dall’omonima associazione, che provvede a sostenerla materialmente: non sono soldi di Hamas o da Hamas, ma dei musulmai italiani, che, come tradizione islamica, si tassano periodicamente per la zakat e altre forme di offerte. A me spetta il compito di gestire il lavoro di informazione, come qualsiasi altro giornalista di testate piccole o grandi, mainstream o indipendenti. Inoltre, come giornalista, storica e antropologa del Nord Africa e del Medio Oriente, ho viaggiato, studiato, ricercato, incontrato, intervistato chi mi pareva più interessate e utile, raccogliendo materiale, fotografie, registrazioni, badge, cartoline, spillette, collane, bracciali, gadget, di popoli, organizzazioni e fazioni politiche, culture, religioni e tradizioni, o ricordi associati a interviste e incontri professionali. E’ un mio diritto, fa parte della mia libertà di ricerca e lavoro, e non deve essere oggetto di speculazioni o accuse, o di attacco della macchina del fango. Sono una giornalista professionista, umanamente coinvolta nel mio lavoro, ma anche una ricercatrice, una storica e un’antropologa, con titoli accademici e pubblicazioni da far invidia alla media del gioralismo italico, poco preparato, per non dire di peggio. Sono anche un’intellettuale politicamente e socialmente impegnata, non organica al Sistema, cosa di cui vado assolutamete fiera. Pertanto, lo squallido sbertuggiamento di articoli, uno clone dell’altro, in stile gossip, contro di me, rappresenta una palese manifestazione di un giornalismo degno della scadente posizione in cui si trova nelle classifiche interazionali: la più recente, sulla libertà di stampa nel 2025, lo colloca al 49° posto globale, secondo Reporters Without Borders (RSF), la peggiore dell’Europa occidentale, indicando una salute precaria dell’informazione nel nostro Paese…  Un Paese che sta precipitando rapidamente in forme totalitarie di oscura memoria, insieme alla sempre più devastante situazione economica, e che ha bisogno di politici etici e dediti al bene della Nazione e non a prendere ordini dall’estero, concorrendo, oltre tutto, all’accusa di genocidio.
Siamo sotto Regime Totalitario: perquisita la casa della nostra Direttrice
Ieri, con un mandato di perquisizione della procura di Genova, gli agenti della Digos hanno sequestrato i computer e i cellulari dalla direttrice di InfoPal… La libertà di informazione sulla Palestina e sui crimini di Israele è ormai proibita in Italia…le vittime sono perseguite e i carnefici dettano legge. Tuttavia, abbiamo piena fiducia nella magistratura italiana. Vi terremo aggiornati. s
Genocidio nella Striscia di Gaza, giorno 788: 3 palestinesi uccisi, tra cui un giornalista, negli attacchi israeliani, in un’altra violazione del cessate il fuoco. Famiglie assediate e bombardate
Gaza-InfoPal. Israele continua a violare il cessate il fuoco per il 52° giorno consecutivo, bombardando la Striscia di Gaza, uccidendo quotidianamente e distruggendo quel poco di edifici ancora in piedi. Il “piano di pace Trump” è uno specchietto per le allodole per distrarre l’attenzione globale sul genocidio israelo-statunitense a Gaza e per continuare senza troppe interferenze il progetto di occupazione e trasformazione della regione costiera, svuotandola quanto più possibile degli abitanti e convertendola in una impresa commerciale, come più volte annunciato dal presidente USA e dai suoi collaboratori. Il piano reale è portare avanti, come sta accadendo in questi due ultimi mesi, una guerra genocida/olocaustica di bassa intensità, con uso di droni e di artiglieria, meno impattante per i soldati di occupazione, e molto meno visibile mediaticamente. Il resto del meccanismo genocida rimane inalterato, con la prosecuzione del blocco su tutti i lati, dell’ingegneria della fame (creata artificialmente attraverso ingressi minimi di aiuti alimentari), della distruzione di ciò che resta degli edifici, degli ostacoli paralizzanti alle cure mediche e così via. La pulizia etnica genocida, dunque, prosegue, ma l’opinione pubblica mondiale, manipolata dai media egemonici, è anestetizzata e resa cieca dalla propaganda israelo-occidentale che racconta la menzogna del cessate il fuoco. I lettori dei siti di notizie sulla Palestina e sul genocidio sono diminuiti drasticamente, nell’illusione di una “pace” che è solo una farsa. Martedì tre palestinesi sono stati uccisi in attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, segnando un’altra violazione del cessate il fuoco entrato in vigore all’inizio di ottobre. Tra le vittime c’era anche un giornalista, ucciso in un attacco con un drone israeliano. Fonti mediche hanno confermato che le forze israeliane hanno ucciso due palestinesi nel campo di Al-Bureij, nel centro di Gaza, e nel quartiere di az-Zeitoun, nella città di Gaza. Anche il fotoreporter Mahmoud Wadi è stato ucciso in un attacco con un drone a Khan Younis, nel sud di Gaza. > Photojournalist Mahmoud Wadi was killed this afternoon in an Israeli drone > strike which hit the central area of Khan Younis in the southern Gaza Strip. > pic.twitter.com/fn8VwQbK4q > > — Quds News Network (@QudsNen) December 2, 2025 La Difesa Civile Palestinese a Gaza ha anche dichiarato che ieri sera, nella zona di Sannafour, nel quartiere di at-Tuffah, le forze israeliane hanno assediato decine di famiglie palestinesi nelle loro case e in un edificio che ospitava sfollati, sotto pesanti attacchi di artiglieria e di droni, ferendo cinque civili, tra cui due bambini e una donna. La squadra è riuscita a evacuare le famiglie in collaborazione con l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA). L’esercito ha, inoltre, fatto detonare un robot trappola esplosiva nella zona di al-Shaaf, a est della città di Gaza, ha condotto operazioni di demolizione di edifici nella parte settentrionale della Striscia, ha effettuato attacchi aerei contro Jabalia e ha lanciato bombardamenti di artiglieria sul campo di Bureij, nella Striscia centrale. Gli attacchi violano l’accordo di cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre, che stabiliva che “tutte le operazioni militari, compresi i bombardamenti aerei e di artiglieria, saranno sospese”. Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza almeno 591 volte in 50 giorni, uccidendo centinaia di palestinesi dal 10 ottobre, secondo quanto riportato domenica dall’Ufficio Stampa del Governo di Gaza. L’Ufficio ha dichiarato che circa 357 civili sono stati uccisi e altri 903 sono rimasti feriti nelle violazioni, con bambini, donne e anziani che rappresentano la maggior parte delle vittime. L’Ufficio ha aggiunto che Israele ha sparato contro i civili 164 volte, ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 25 volte, ha bombardato e cannoneggiato Gaza 280 volte e ha demolito proprietà private in 118 occasioni. Ha aggiunto che Israele ha anche rapito 38 palestinesi da Gaza durante i 50 giorni. (Nelle foto: 1) un bambino di Gaza è costretto a dormire sulla nuda terra, proteggendosi il viso con un sacchetto di plastica, nel disperato tentativo di sopravvivere al freddo gelido della catastrofe umanitaria in corso. Israele continua a rifiutare di far entrare roulotte e rifugi per le famiglie sfollate nella Striscia assediata. 2) Il foto-giornalista Mahmoud Wadi, ucciso in un attacco con un drone a Khan Younis). (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza
Il bilancio delle vittime tra i giornalisti nella guerra di Gaza sale a 256
Gaza – PIC. L’Ufficio Stampa del Governo di Gaza (GMO) ha annunciato mercoledì che il numero di giornalisti palestinesi martirizzati dall’inizio della guerra genocida israeliana contro Gaza è salito a 256, in seguito al martirio di Mohammad al-Munirawi, che lavorava per il quotidiano Palestine. In una dichiarazione, l’GMO ha condannato fermamente il sistematico attacco e assassinio di giornalisti palestinesi da parte delle forze di occupazione israeliane (IOF), definendolo un tentativo deliberato di mettere a tacere la verità e cancellare le prove delle atrocità commesse a Gaza. Il GMO ha esortato la Federazione Internazionale dei Giornalisti, la Federazione dei Giornalisti Arabi e i sindacati della stampa di tutto il mondo a denunciare questi “crimini premeditati” contro la stampa, sottolineando che il silenzio incoraggia ulteriori attacchi ai professionisti dei media. Ha ritenuto Israele, l’amministrazione statunitense e i partner europei coinvolti in quella che ha definito “la campagna genocida”, tra cui Regno Unito, Germania e Francia, pienamente responsabili delle continue uccisioni e violazioni. Ha invitato la comunità internazionale e le organizzazioni competenti ad adottare misure concrete per perseguire i criminali di guerra israeliani, porre fine al genocidio in corso e proteggere giornalisti e operatori dei media a Gaza da continui attacchi e assassinii. Traduzione per InfoPal di F.L.
Gaza è diventata il cimitero del giornalismo
Gaza – Presstv. Nessuna guerra nella storia moderna ha causato così tanti morti nella stampa, né la Seconda Guerra Mondiale, né il Vietnam, né l’Iraq o l’Afghanistan. Gaza è diventata il luogo più letale al mondo per praticare il giornalismo. A Gaza oggi, dire la verità può costare la vita. Quasi 300 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi dall’inizio della campagna genocida israeliana a Gaza, iniziata due anni fa. Secondo l’osservatorio “Shireen Abu Akleh”, la stragrande maggioranza erano palestinesi. La Federazione Internazionale dei Giornalisti conferma che almeno 246 giornalisti sono morti in tutta la regione, 223 dei quali nella sola Gaza. Non si tratta di morti accidentali o sfortunate coincidenze. Sono il risultato, affermano molti osservatori dei diritti umani, di una campagna deliberata per mettere a tacere i testimoni. La Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Libertà di Espressione, Irene Khan, l’ha definito “un tentativo di uccidere la storia. Israele prima delegittima i giornalisti, etichettandoli come simpatizzanti del terrorismo, e poi li elimina. Non si tratta solo di uccidere i giornalisti; si tratta di uccidere la verità”. Il 10 agosto 2025, un attacco aereo israeliano ha colpito una tenda che ospitava i giornalisti fuori dall’ospedale al-Shifa della città di Gaza. Cinque dipendenti di Al Jazeera sono stati uccisi. Tra loro, il noto corrispondente dell’emittente, Anas Al Sharif. Solo poche settimane prima, un portavoce dell’esercito israeliano aveva accusato Al Sharif di essere un membro dell’ala militare di Hamas. La sua morte, come tante altre, rientra in uno schema ormai familiare: un’accusa pubblica seguita da un attacco. Israele nega di aver preso deliberatamente di mira i giornalisti, ma gruppi per i diritti umani, le Nazioni Unite e le organizzazioni per la libertà di stampa hanno raccolto prove che suggeriscono il contrario. Reporter Senza Frontiere ha presentato cinque denunce separate alla Corte Penale Internazionale, accusando di crimini di guerra e attacchi deliberati ai danni di giornalisti a Gaza. La loro denuncia più recente, risalente all’agosto 2025, documenta i casi di 30 giornalisti attaccati dalle forze israeliane, 25 dei quali uccisi. Ai giornalisti stranieri è stato impedito l’ingresso a Gaza per gran parte della guerra. Le uniche eccezioni sono un piccolo numero a cui è stato permesso di accompagnare le truppe israeliane sotto una rigida censura militare. Ciò significa che la comprensione mondiale di questo conflitto, le immagini, i resoconti dei testimoni oculari, la documentazione della distruzione, dipendono quasi interamente dai giornalisti palestinesi che lavorano all’interno dell’enclave. Si tratta di giornalisti che hanno sopportato sfollamenti, fame, sfinimento e paura costante, eppure continuano a documentare la devastazione. Con la corrispondenza internazionale tenuta fuori, sono diventati gli ultimi testimoni rimasti al mondo. Per Israele, questo controllo della narrazione non è casuale. I critici affermano che la campagna del regime per gestire ciò che il mondo vede è strategica quanto le sue operazioni militari; il controllo delle informazioni, sostengono, fa parte del controllo del territorio. Dall’ottobre 2023, Israele ha bloccato l’accesso ai media stranieri, censurato la copertura mediatica nazionale e messo al bando le testate giornalistiche ritenute ostili ai suoi obiettivi di guerra. L’entità delle perdite tra i giornalisti è sconcertante. Secondo il Costs of War Project della Brown University, a Gaza sono morti più giornalisti che in tutte le principali guerre americane che hanno coinvolto giornalisti, dalla Guerra Civile Americana al conflitto in Afghanistan dopo l’11 settembre. La Federazione Internazionale dei Giornalisti, che l’anno prossimo festeggerà il suo centenario, afferma di non aver mai registrato un simile massacro tra le sue fila. Gaza, avvertono, è diventata il cimitero del giornalismo. Ma dietro ogni statistica c’è un essere umano, un giovane operatore che corre verso il fumo invece che allontanarsene, un corrispondente radiofonico che compila un ultimo reportage prima che salti la corrente, una madre che manda un messaggio ai figli prima di uscire a filmare un altro bombardamento. Le famiglie aspettano invano il ritorno dei propri cari dal campo. Spesso ciò che torna indietro è una borsa fotografica o un gilet da stampa coperto di polvere o sangue. Per molti, la sopravvivenza è diventata secondaria rispetto alla testimonianza. La guerra ha anche messo in luce le faglie degli stessi media occidentali: anche se i giornalisti palestinesi rischiano tutto per documentare le atrocità, il loro lavoro spesso fatica a penetrare i filtri dell’informazione globale. In molti media mainstream, la copertura mediatica si è basata pesantemente sulle dichiarazioni ufficiali e sulle inquadrature israeliane. Il linguaggio stesso è diventato un campo di battaglia. Nonostante una Commissione delle Nazioni Unite abbia stabilito che le azioni di Israele equivalgono a genocidio, la maggior parte dei principali media occidentali si è rifiutata di usare il termine. Le parole vengono addolcite, le atrocità edulcorate e, nel frattempo, la verità che i giornalisti palestinesi muoiono per rivelare viene spesso diluita fino a renderla irriconoscibile. Come ha osservato uno studioso dei media, quando le immagini raggiungono le redazioni occidentali, vengono filtrate dalla necessità di apparire equilibrate, e questo equilibrio spesso va a discapito dell’accuratezza. Ciò che rende Gaza così devastante per il giornalismo non è solo il numero di vite perse, ma il significato di queste morti. Quando i governi apprendono che uccidere i giornalisti non ha conseguenze reali, creano un precedente. Dicono al mondo che mettere a tacere la stampa può essere un legittimo strumento di guerra, e il mondo finora lo ha permesso. Né le Nazioni Unite né le grandi potenze sono intervenute per proteggere i giornalisti sul campo. Gli Stati Uniti, il principale sostenitore militare di Israele, continuano a fornire armi, nonostante le prove di attacchi sistematici continuino a crescere; il silenzio è assordante. La massima insegnata in ogni scuola di giornalismo, “nessuna storia vale una vita umana”, era intesa come regola di sicurezza, non come una resa. A Gaza, questo principio è stato messo a dura prova. I giornalisti rimasti conoscono i rischi. Filmano dai tetti, sapendo che i droni israeliani riconoscono i gilet della stampa; montano i servizi con la luce delle torce, sapendo che un attacco potrebbe porre fine alle loro vite in qualsiasi momento, eppure persistono, perché fermarsi significherebbe silenzio e il silenzio significherebbe cancellazione. Anas Al-Sharif, il corrispondente di Al Jazeera ucciso nell’agosto del 2025, una volta disse in un’intervista: “Non vogliamo essere eroi, vogliamo solo essere ascoltati”. Le sue parole ora risuonano come un epitaffio collettivo per i 223 giornalisti palestinesi morti dall’inizio della guerra. La loro morte non è solo una tragedia per le loro famiglie o la loro professione; è una tragedia per la verità stessa. Se il giornalismo è la prima bozza della storia, allora la storia viene scritta a Gaza, nel sangue e nella polvere. Ogni giornalista caduto è una pagina strappata da quella storia. La domanda per il mondo è se permetteremo che quelle pagine scompaiano o se finalmente affronteremo cosa significa vivere in un’epoca in cui uccidere i giornalisti è diventata routine, perché quando i testimoni se ne vanno, le bugie rimangono, e senza testimoni non c’è storia, solo propaganda. Traduzione per InfoPal di F.L.
RSF presenta una nuova denuncia alla CPI contro Israele per gli attacchi ai giornalisti di Gaza
Gaza – MEMO. Reporter Senza Frontiere (RSF) ha presentato una nuova denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI), depositando nuove prove di crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano contro i giornalisti nella Striscia di Gaza. La denuncia, annunciata martedì, è la quinta di RSF dall’inizio della guerra israeliana a Gaza. Documenta gli attacchi a 30 giornalisti tra maggio 2024 e agosto 2025, di cui 25 uccisi e cinque feriti. Secondo RSF, la maggior parte è stata deliberatamente attaccata a causa del proprio lavoro giornalistico o durante lo svolgimento delle proprie mansioni. Antoine Bernard, direttore dell’advocacy di RSF, ha accusato Israele di mettere a tacere sistematicamente i giornalisti. “Israele non solo uccide i giornalisti, ma continua a formulare false accuse e affermazioni diffamatorie per legittimare i loro attacchi”, ha dichiarato. “Siamo profondamente scioccati dalla continua impunità di cui godono gli autori di questi crimini a causa dell’assenza delle necessarie misure giudiziarie e politiche”. Bernard ha esortato la CPI a resistere alle pressioni e alle minacce politiche e a “esercitare tutti i suoi poteri per punire i responsabili dei crimini contro i giornalisti”.
Fotografo palestinese ucciso in un attacco israeliano dopo aver lasciato la città di Gaza
Gaza-InfoPal. Il fotografo palestinese specializzato in neonati, Yahia Barzaq, è stato ucciso martedì sera in un attacco aereo israeliano nella Striscia di Gaza centrale, pochi giorni dopo essere stato costretto a fuggire dalla città di Gaza a causa delle minacce israeliane e dei pesanti bombardamenti. Barzaq è stato ucciso insieme ad altre cinque persone, tra cui un bambino, in un attacco aereo israeliano che ha colpito una falegnameria a Deir al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale. In un post e in alcune storie condivise sul suo account Instagram, Barzaq ha scritto di essere stato costretto a fuggire dalla città di Gaza verso sud a causa delle minacce israeliane di sfollamento forzato e dei bombardamenti incessanti. “Il mio corpo è stato spostato a sud, ma il mio cuore è ancora nella città di Gaza”, aveva detto. Prima del genocidio israeliano a Gaza, la pagina Instagram di Barzaq era adornata da fotografie di splendidi neonati, attentamente costruite e di grande stile. Possedeva uno studio privato per la fotografia di neonati nella città di Gaza. (Fonti: Quds News, Telegram).
Altri tre giornalisti palestinesi martirizzati, il bilancio delle vittime sale a 251
Gaza. Lunedì, le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno ucciso tre giornalisti palestinesi, portando a 251 il numero totale degli operatori dei media assassinati dall’inizio del genocidio in corso a Gaza, secondo quanto riportato dall’Ufficio Governativo dei Media di Gaza (GMO). Tra le vittime c’è il giornalista Mohammed Al-Kwaifi, morto dopo che un attacco aereo israeliano ha colpito una tenda improvvisata che la sua famiglia aveva montato sul tetto della loro casa nel quartiere Al-Nasr nella città di Gaza. Al-Kwaifi aveva già perso la moglie e i figli in un precedente bombardamento israeliano che aveva colpito il suo appartamento durante lo stesso genocidio, eppure aveva continuato il suo lavoro di cronista, documentando le atrocità e le sofferenze dei civili di Gaza fino al suo ultimo giorno. Gli altri due giornalisti martirizzati sono Ayman Haneyya, cameraman e tecnico di trasmissione dell’agenzia Al-Manara Media, e Iman Al-Zamli, reporter di Palestine News Network. Il GMO ha condannato quella che ha definito una campagna sistematica dell’occupazione israeliana per assassinare i giornalisti palestinesi e smantellare l’infrastruttura mediatica locale. Ha invitato la Federazione Internazionale dei Giornalisti, l’Unione dei Giornalisti Arabi e le organizzazioni della stampa di tutto il mondo a denunciare questi crimini e a ritenere Israele responsabile. “Israele, sostenuto da Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Francia, porta la piena responsabilità di questi crimini atroci”, ha sottolineato la dichiarazione, esortando la comunità internazionale ad agire per fermare il genocidio, proteggere i giornalisti palestinesi e perseguire i dirigenti israeliani davanti ai tribunali internazionali. Dal 7 ottobre 2023, la guerra genocida israeliana contro Gaza, sostenuta militarmente e politicamente dagli Stati Uniti, ha ucciso decine di migliaia di palestinesi, la maggior parte dei quali donne e bambini. Con 251 giornalisti ora uccisi, i gruppi per i diritti umani avvertono che Israele sta deliberatamente prendendo di mira la stampa per mettere a tacere le notizie sui suoi crimini. (Fonti: PIC, Quds News).
Israele ha ucciso 31 giornaliste dall’inizio della guerra per oscurare la verità
Gaza – MEMO. Le forze di occupazione israeliane continuano a commettere violazioni sistematiche contro i giornalisti palestinesi in generale, e contro le giornaliste e le attiviste mediatiche in particolare, come parte di una politica volta a mettere a tacere la libera voce palestinese e ad oscurare la verità. Secondo il monitoraggio del Comitato per le Libertà del Sindacato dei Giornalisti palestinesi, dall’inizio dell’assalto il 7 ottobre 2023 fino ai primi di settembre 2025, 31 giornaliste palestinesi sono state uccise, insieme a decine di attivisti sulle piattaforme dei social media. La maggior parte di loro è stata uccisa durante attacchi alle proprie abitazioni mentre si trovava con le famiglie, in episodi descritti come possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nel suo ultimo rapporto, il Comitato per le Libertà ha affermato che l’uccisione delle giornaliste fa parte di uno sforzo sistematico volto a indebolire il ruolo delle donne nei media palestinesi e a lasciare un vuoto insostituibile. Ha aggiunto inoltre che Israele ha preso di mira donne con contenuti influenti perché riconosce il potere dei media digitali alternativi nel rivelare le sue azioni criminali.