Marco Ercolani / Viaggio non finito
Nell’universo linguistico di Marco Ercolani si notava l’assenza del motivo
classico per eccellenza, il mito, lo stesso che bussa alla porta quando l’epoca
sfida la propria sussistenza con azioni persecutorie, caotiche e infine
belliche. I verbi dei delitti si affidano allora a dèi ed eroi dando sfogo alle
loro “classiche” insidie. La crudezza del technicolor novecentesco va al
servizio dei circuiti elettronici invasi da quella combriccola mitologica che
sembrava improbabile ma vera. E dunque nominabile e innominabile si alleano
gravando sul mondo trasformato in qualcosa di sacrificabile.
Uno dei poemi dell’umanità non ha più voglia di consumarsi nelle aule decrepite,
in fondo sa di potersi considerare “massimo”, e una nostra vecchia conoscenza
comincia a sbracciare per scrollarsi di dosso la veste di fantasma: Odisseo. Lui
incarna le leggi dell’essere errabondo, arriviamo a dubitare della sua esistenza
nel grande catino funesto del Mediterraneo. È qui che Ercolani si prende la
scena poetica, con non poca presenza di spirito e simpatica incoscienza. Entra
di botto nella classicità più prossima alle nostre coste, e comincia a reggere
nelle proprie mani l’autorità eroica il cui copyright è toccato in sorte alla
Grecia prestigiosa degli antichi.
È uno spirito estatico quello che la voce di Odisseo espone in Non tornare è la
grazia, quasi incantato dalla propria incompetenza geografica, non del tutto
giustificata dall’avversità che a tratti gli riserva la folla di dèi, dee (Atena
in primis), ninfe ed eroine che popolano la sua funesta avventura marinara.
Ercolani dà voce, in questo suo libro, a un uomo che sembra conoscere per filo e
per segno la sorte a lui destinata dal poema omerico. E a ogni pagina coltiva
l’ansia di dimostrare come il proprio fluttuare nello spazio del mito tenda a
una “grazia” che possa riordinare il paesaggio “infranto”. Pensiero laico o
teologico, o qualità naturale del mondo, pensiero originale di Odisseo o spinto
a forza nel tessuto nervoso da Ercolani in veste di biografo definitivo, non
sapremo mai la verità. Ma sappiamo – è lo stesso protagonista a dircelo – che
dopo ogni sua mossa, ciò che resta alle spalle è bellezza. Per questo Odisseo
esiste solo nel suo andare avanti. Scompare durante le soste erotiche con Circe
e Calipso, diventa etereo, talvolta si sgretola. Ma la voce qui emerge
devozionale, e consapevole d’essere rinforzata dall’eccellente interpretazione
che Ercolani, scrittore moderno e a ogni buon conto sebaldiano (e non privo di
indagini ombrose che altrove, in prosa, qualcosa devono a Simenon), regala al
suo “eroe”.
Essendo un’esistenza mitologica, per Odisseo non resta che costante
l’insistenza, teatralmente riferita, sul proprio “viaggio non terminabile”: se
fosse il contrario, vacillerebbe l’intero spaziotempo che condividiamo, Itaca e
altre isole sparirebbero dalle carte ideali per trasformarsi in vacue e
fantasmatiche lande rocciose prive di nome. Al dunque, a che varrebbe sperare,
regalando alla realtà la storia di tutte le storie? Forse Ercolani ha trovato il
modo per aggirare rovine e cenere avendo ben presente che già in poesia rovina e
cenere sono al centro del cibo di cui nutrirsi, soprattutto in quest’epoca
distruttrice di mondi. Chi meglio di Odisseo errabondo, in dialogo privato con
la sua corte non umana (ma terribilmente invidiosa degli umani), potrebbe
riassumere i nostri attuali tentativi, quanto mai vani, di mescolare il nuovo
tollerabile con la tradizione millenaria? Dandogli voce, oracolare, sulla
propria sconfitta, nei versi di questo libro si scopre una volta per tutte la
minaccia e l’anima persecutoria della nostra umanità. Come stanno le cose, lo sa
Odisseo (che continua a scambiarsi fra la civiltà arcaica e l’attuale) e lo
sappiamo noi, grazie a lui.
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