Tony Tulathimutte / Nati nel feed
In Rifiuto Tony Tulathimutte racconta il mondo dei social assumendolo come
condizione antropologica data. Questa è la sua vera novità. Non è né un libro
sui social network, né una satira esterna delle piattaforme digitali. È un
romanzo che pensa dall’interno di quell’ecosistema linguistico, ne incorpora le
logiche, i riflessi difensivi, la performatività continua con personaggi che non
usano la rete, ma sono già formati dalla rete. La raccolta mette in fila
racconti autonomi che però si parlano tra loro. Si parte da un rifiuto
sentimentale, si passa per quello sociale, si arriva a quello editoriale, con la
lettera finale rivolta all’autore: ogni storia aggiunge un grado di esposizione
senza catarsi e senza redenzione. Più i personaggi cercano di spiegarsi e
difendersi, più si scavano la fossa.
Nel racconto d’apertura, “Il femminista”, un uomo convinto di essere un “buon
maschio”, alleato delle donne, viene respinto e trasforma quella ferita in
risentimento. Il linguaggio iperconsapevole e moralmente corretto, invece di
costituire una risorsa, diventa una gabbia che gli impedisce di accettare il
rifiuto come esperienza comune, interpretandolo come un torto personale sul filo
tra il risentimento e il patetico. In “Pics”, il ghosting non è soltanto
sparizione dell’altro, ma implosione interpretativa: l’assenza diventa un enigma
da decifrare e una ferita da argomentare. Nei racconti centrali, tra pornografia
estrema e retoriche motivazionali, l’ossessione per l’auto-ottimizzazione rivela
la stessa incapacità: vivere senza uno spettatore.
La comicità è feroce (si ride spessissimo) ma non è liberatoria. Seppure
Tulathimutte spinga posture morali e rigidità discorsive fino al grottesco, ciò
che ne emerge è una vulnerabilità addirittura toccante. I personaggi parlano
come se ogni frase fosse già sotto processo. Anticipano l’obiezione,
neutralizzano la critica, si proteggono. È una lingua che non conosce il
silenzio. Qui sta la tensione tragica del libro: il bisogno di essere visti
coincide con la paura di essere giudicati. La rete più che la scena è proprio la
grammatica. I personaggi ragionano per thread, interiorizzano il commento,
trasformano l’esperienza in testo prima ancora di viverla. Il rifiuto diventa
soprattutto un problema interpretativo: chi ha torto, chi è stato frainteso, chi
controlla la narrazione.
L’ultimo racconto della raccolta “Re: Rifiuto” è una finta lettera di rifiuto
editoriale indirizzata a “Tony”, cioè all’autore stesso. Una giuria di editori
spiega perché decide di non pubblicare il libro, smonta le sue strategie, accusa
l’opera di evasività e di autosabotaggio. È il punto in cui il tema del rifiuto
diventa totale: non più solo sentimentale o sociale, ma letterario. Il libro
mette in scena il proprio rifiuto e si espone al giudizio, portando alle estreme
conseguenze la logica che ha attraversato tutti i racconti precedenti. Un altro
elemento che attraversa il libro è questa posizione insieme centrale e laterale.
Le storie sono immediatamente riconoscibili in qualunque bolla digitale — non so
nemmeno se solo occidentale — eppure i protagonisti non occupano mai il centro
rassicurante della norma. Spesso appartengono a una generazione americana con un
retroterra asiatico o thai-american: sono pienamente immersi nel sistema
culturale che raccontano, ma non vi coincidono del tutto. Questa leggera
distanza produce uno sguardo obliquo, mai completamente integrato, capace di
mostrare il centro proprio perché non vi aderisce senza scarti.
Nella postfazione l’ottimo traduttore Vincenzo Latronico propone acutamente un
confronto con David Foster Wallace. Sostiene che Tulathimutte scelga casi limite
della vita digitale – micronicchie tossiche, maschi rancorosi, startupper
ossessionati dall’ottimizzazione, identitarismi compulsivi – non per
documentarli sociologicamente, ma perché, esasperandoli, rende visibili
meccanismi comuni. Come in Foster Wallace, l’ingrandimento produce una chiarezza
quasi spaventosa: ciò che appare estremo è una versione amplificata di dinamiche
ordinarie. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2024 con grande successo di critica
per la precisione con cui registra una trasformazione del linguaggio e,
attraverso di essa, del modo di stare al mondo, Rifiuto non denuncia banalmente
il digitale ma ne mostra la normalità pervasiva.
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