Processo contro Marjan Jamali e Amir Babai: sentenza attesa per il 28 maggio
Ancora una volta abbiamo presenziato, lo scorso 14 maggio, all’udienza del
processo contro Marjan Jamali e Amir Babai, accusati di favoreggiamento
dell’immigrazione irregolare. Il processo, iniziato il 18 giugno dello scorso
anno presso il Tribunale penale di Locri, ha visto i due giovani imputati subire
più di 500 giorni di misure cautelari (per Amir Babai, ancora in carcere, ad
oggi sono ben cinquecentosessantasette!) ma è ormai giunto alle battute finali.
La sentenza è attesa per il 28 maggio.
Quella in questione, dunque, è stata la penultima udienza con la requisitoria
della pubblica accusa. A fine udienza abbiamo lasciato i locali del tribunale
allibite ed arrabbiate per il tenore espositivo e gli argomenti aleatori
utilizzati dalla PM per sostenere la sua accusa, il fatto cioè che i due
imputati abbiano comunque “svolto mansioni meramente esecutive e di
collaborazione nell’operazione coordinata da trafficanti attivi sul territorio
turco”. Accusa per la quale ha chiesto per entrambi 6 anni di carcere e oltre un
milione e 500 mila euro ciascuno.
Dopo aver assistito nelle precedenti udienze prima alla testimonianza
dell’egiziano Faruk, l’uomo che ha confessato di aver guidato la barca
patteggiando la pena, e che ha indicato Marjan e Babai semplicemente come due
dei 104 migranti del viaggio, senza alcun legame con l’equipaggio e
l’organizzazione; poi alle dichiarazioni della coppia di migranti che dalla
tappa in Turchia ha viaggiato sempre insieme a Marjan e al suo bambino, coppia
rintracciata in Germania dalla difesa; e più volte alle dichiarazioni della
stessa Marjan con la ricostruzione lucida e determinata del suo calvario,
iniziato il 28 ottobre 2023 a poche ore dallo sbarco; in pratica, avendo
verificato direttamente, udienza dopo udienza, il totale sgretolamento delle
ipotesi dell’accusa, che è culminato con l’esemplare ed approfondita ordinanza
del 27 marzo del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria che le ha revocato gli
stessi arresti domiciliari, liberandola anche dal braccialetto elettronico e dal
divieto di comunicazione.
Così, viste le rilevanti valutazioni dei giudici di Reggio e considerata
l’assoluta inconsistenza dell’impianto accusatorio, ci saremmo aspettate una
richiesta di assoluzione da parte della stessa accusa. Ed invece abbiamo
assistito ad una requisitoria “ideologica”, non solo priva del sostegno di prove
e dati di fatto reali acquisiti nel dibattimento ma piuttosto infarcita di
notazioni pregiudiziali del comportamento degli imputati (“Marjan è sempre stata
troppo calma, fredda, troppo tranquilla per essere una vittima di violenza, se
l’aspettava di essere fermata…) e di espressioni come “io ritengo, mi sembra,
non so se…, ci sono prove che fanno ritenere che siano innocenti ma tante altre
che fanno pensare che siano colpevoli”).
Il tutto mal celando il vero argomento portato avanti e ribadito più volte nel
corso dell’arringa: la volontà di difendere e scagionare l’operato delle forze
dell’ordine (e quindi della magistratura inquirente) che troppo spesso
imbastiscono processi sommari, sulla base di indagini condotte solo
nell’immediatezza dello sbarco, suffragate da accuse, prodotte spesso da paura o
desiderio di ritorsione, di qualche migrante più collaborativo, che in ogni caso
subito dopo si rende irreperibile.
Esordendo infatti con la sottolineatura che il processo ha avuto un’eccessiva
esposizione mediatica e che ci sia stato un continuo attacco alla “macchina
statale dell’accoglienza” da parte di giornali ed opinione pubblica, la PM ha
voluto così nascondere l’impossibilità di portare seri elementi probatori a
sostegno del suo impianto accusatorio.
Intendiamo riportare testualmente quanto scritto dai giudici del Tribunale del
riesame che, loro sì, si sono preoccupati di verificare in modo incrociato tutti
i dati. Trovando la ragione, per esempio, persino della presenza di Marjan su un
gruppo telegram dei trafficanti, presenza ritenuta nella requisitoria della Pm
come uno tra i principali motivi dell’appartenenza all’organizzazione. Scrivono,
infatti, i giudici di Reggio: “Tra questi devono richiamarsi i seguenti
messaggi: “stiamo aspettando per trafficanti in questi due giorni”, “si qua è
molto costoso tutto, … ma il trafficante ha detto che mancano altri due giorni e
che devi seguire il gruppo Telegram del trafficante per avere tutte le
informazioni”.
Ed ancora, altre illuminanti ed esaustive affermazioni: “Orbene gli elementi
emersi dal cellulare dell’imputata consentono innanzitutto di affermare che la
Qaderi (ndr. Marjan) aveva intrapreso il viaggio come migrante per recarsi prima
dall’Iran alla Turchia e poi in Europa, unitamente al figlio minore, nella
prospettiva di una vita migliore. La stessa non risulta avere alcun ruolo
all’interno dell’organizzazione criminale dedita alla programmazione e
realizzazione di tali viaggi…”. “La condizione di migrante emergeva anche dalle
comunicazioni avvenute una decina di giorni prima della partenza…” “Ciò posto, a
parere di questo Collegio, dagli elementi sinora disaminati risulta innanzitutto
dimostrato che la Qaderi, prima di intraprendere la traversata in mare, non
facesse parte dell’organizzazione criminale che programmava tali viaggi…”.
“Infatti, dalle dichiarazioni acquisite in contraddittorio è emerso che la
Qaderi avrebbe effettuato anche la traversata in mare in condizioni analoghe a
quelle degli altri passeggeri….”.
Comitato Free Marjam Jamali
Comitato Oltre i confini. Scafiste tutte
Redazione Italia