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Milano, Ghe Pel Ling: Ven. Othok Rinpoche conferirà l’iniziazione di lunga vita di Tara Bianca
Il Ven. Othok Rinpoche conferirà l’iniziazione di lunga vita di Tara Bianca, la manifestazione compassionevole di Buddha che dona vitalità, salute e longevità, rimuove ostacoli fisici e mentali, e risveglia l’energia vitale per una vita significativa. Sabato 4 aprile 2026 , dalle 14.30 alle 17.30, Rinpoche darà un insegnamento introduttivo su Tara bianca. Domenica 5 aprile 2026 , sempre dalle 14.30 alle 17.30, Rinpoche conferirà l’iniziazione di Tara bianca. Le due giornate si svolgeranno in presenza al Ghe Pel Ling di Milano. Sarà possibile seguire anche online su Zoom e Vimeo. E’ possibile partecipare anche a una sola giornata di insegnamento. MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE Gli insegnamenti si possono seguire in presenza in gompa o online su Zoom e on demand su Vimeo.La quota di partecipazione è di 25 euro per i non soci / 20 euro per i soci. Chi partecipa online può versare il contributo con bonifico bancario o con PayPal. Chi partecipa in presenza può versare il contributo in contanti o bancomat. Chi avesse difficoltà a contribuire con la quota di partecipazione, può fare un’offerta libera oppure partecipare anche a titolo gratuito contattando la segreteria inviando una email a info@ghepelling.com Ghe Pel Ling – Istituto Studi di Buddhismo tibetano Milano via Euclide 17 – Metro Villa San Giovanni www.ghepelling.com • info@ghepelling.com Redazione Milano
March 18, 2026
Pressenza
Iran: la voce dei cristiani iraniani e l’aggressione
In questo secondo, dopo il precedente articolo sulla posizione degli ebrei iraniani, Enrico Vigna documenta la posizione e situazione delle varie comunità cristiane, che sono garantite e protette nella Costituzione del paese e si sono tutte espresse in modo chiaro e netto contro l’aggressione e per soluzioni diplomatiche di tutte le problematiche.   Le chiese cristiane dell’Iran hanno condannato le affermazioni, funzionali alla logica dell’interventismo bellico, da parte dei funzionari statunitensi sulla situazione delle minoranze religiose nella Repubblica islamica, invitando Washington a essere più preoccupata per il proprio sventurato record di diritti umani negati in patria e all’estero, invece di spargere lacrime di coccodrillo per altri. In una dichiarazione rilasciata subito dopo l’inizio dell’aggressione e dei bombardamenti sul paese, le chiese cristiane iraniane hanno denunciato: “…respingiamo le accuse statunitensi di violazioni dei diritti contro le minoranze religiose in Iran, riaffermiamo che tutte le religioni divine nel paese hanno i loro rappresentanti al parlamento iraniano (Majlis), che godono di uguali diritti con i colleghi legislatori. All’interno dell’establishment islamico, le chiese si sentono libere di tenere cerimonie religiose e festival culturali, sociali e sportivi preservando la propria identità religiosa e culturale e proprio lo scorso anno è stato ancora incrementato un bilancio speciale alle comunità religiose iraniane. Questi sono solo alcuni esempi dell’impegno dell’establishment sacro della Repubblica islamica dell’Iran per la questione delle religioni divine e dei loro seguaci e per proteggere i loro valori morali e sociali…I ‘commenti interventisti’ degli uomini di stato americani attraverso piattaforme ufficiali e cyberspazio, in particolare Twitter, sulle violazioni dei diritti delle minoranze religiose nella Repubblica islamica dell’Iran non sono altro che spargere lacrime di coccodrillo…”. Le chiese cristiane hanno inoltre invitato i funzionari statunitensi “a concentrarsi sulle proprie questioni interne e a impegnarsi in relazioni efficaci e costruttive con tutti i governi invece di interferire nei nostri affari interni” Nel loro comunicato congiunto affermano: “Condanniamo inoltre il sostegno di Washington ai regimi guerrafondai di Israele e Arabia Saudita e invitiamo gli Stati Uniti a smettere di sostenere le sanguinose guerre in Siria e Yemen. Ribadiamo che le minoranze religiose iraniane non hanno bisogno di alcun ‘tutore’ nella loro patria e sono in grado di difendere i loro diritti attraverso i loro rappresentanti al parlamento e le relative istituzioni governative”. Secondo la Costituzione iraniana la religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita, ma la Repubblica islamica riconosce e protegge le minoranze religiose: dall’ebraismo, alle confessioni cristiane di varie denominazioni, dai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, agli armeni, assiri, i sunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddismo, l’induismo. Con diritti civili chiaramente definiti, ad esse sono garantite libertà economiche, culturali e religiose e partecipano pienamente alla vita politica del Paese. Dei 290 seggi in Parlamento, cinque sono riservati alle minoranze religiose. I rappresentanti di armeni, ebrei, zoroastriani, assiri e caldei parlano direttamente a nome delle loro comunità. Circa 450 chiese in tutto il Paese svolgono le loro attività religiose e comunitarie senza restrizioni. 40 chiese cristiane sono state restaurate con il sostegno dell’Organizzazione per il Patrimonio Culturale e il Turismo iraniano e 57 associazioni dedicate alle minoranze religiose ricevono finanziamenti governativi per sostenere programmi sociali, culturali e assistenziali. La condizione fondamentale posta è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era nella Repubblica Araba siriana, prima che arrivassero gli jihadisti protetti dagli USA, a portare la democrazia. La Costituzione stabilisce che “l’intromissione sulle singole credenze è proibita” e che “nessuno può essere perseguito o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi. L’Iran ospita circa 550 chiese cristiane, con quasi 450 ufficialmente riconosciute e oltre 100 registrate come siti del patrimonio nazionale. Tra le chiese più importanti e storiche del paese si annoverano il Monastero di San Taddeo a Kare Kilisa, considerato la prima cattedrale armena costruita nel mondo; la Chiesa di Santo Stefano, costruita nel IX secolo, la seconda chiesa più importante dell’Iran; la Chiesa di Santa Maria, situata a nord-ovest di Kare Kilisa; la Cattedrale di Vank, costruita a Isfahan sotto lo Shah Abbas II; la Cappella di Chupan, talvolta chiamata Cappella del Pastore, una chiesa del XVI secolo nella provincia dell’Azerbaigian Orientale; la Cattedrale di San Sarkis, la chiesa più grande di Teheran, costruita nel 1970 e la Chiesa di Santa Maria a Tabriz, un sito storico risalente a 500 anni fa. Se si guarda alla popolazione rispetto agli spazi di culto, le minoranze religiose godono in realtà di più del doppio dell’accesso pro capite rispetto alla maggioranza sciita. C’è circa una chiesa ogni 500 cristiani, mentre tra gli sciiti, c’è una moschea per più di 1000 persone Il rispetto per le minoranze religiose è stato anche simboleggiato dalle numerose visite del leader della Rivoluzione islamica alle famiglie delle comunità minoritarie. Il riconoscimento di questi gruppi da parte dell’Iran si riflette anche a livello internazionale. Ad esempio, a testimonianza della fiducia che la comunità assira ripone nell’Iran nel 2008 l‘Unione Internazionale degli Assiri ha trasferito la propria sede da Chicago a Teheran. Le minoranze religiose hanno dato un contributo significativo anche al calcio iraniano nel corso degli anni. Giocatori cristiani divenuti leggendari nel paese, includono Vazgen Safarian, Karo Haghverdian, Markar Aghajanyan, Serjik Teymourian, Fred Malekian, Edmond Bezik e Andranik Teymourian. E’ anche significativo che, alla fine di dicembre 2024 i nomi più popolari per le ragazze appena nate in Iran riflettevano sia la devozione religiosa che la tradizione culturale: il nome Fatima ha guidato la lista con 4.448.000 portatrici, seguita da Zahra con 2.969.000, e in particolare, Mariam, con 1.811.000 portatori, al terzo posto, indice di un perenne rispetto per le figure religiose oltre la maggioranza musulmana. Chiesa armena Sebouh Sarkissian, arcivescovo armeno di Teheran, nei diversi Concili internazionali a cui ha partecipato negli anni, ha sempre tenuto a ribadire: “Dovete togliervi quella lente appannata dagli occhi, perché ciò che vi viene raccontato non è la realtà. Bisogna vivere in Iran per conoscere il popolo iraniano, il governo iraniano e la specifica disponibilità che dimostrano verso i seguaci delle religioni divine…”. Il sacerdote  della Diocesi Armena di Teheran, Grigoris Nersesiani, così testimonia: “ I cristiani rappresentano la più grande minoranza religiosa dell’Iran, contando più di 130.000 persone. Avendo una lunga e profonda presenza nel paese, i cristiani hanno contribuito in modo significativo alla vita economica, culturale e artistica dell’Iran, mantenendo le proprie chiese, scuole e istituzioni culturali. La loro presenza arricchisce il variegato mosaico religioso e culturale dell’Iran. Artisti cristiani come Mahaya Petrosian, Lorik Minasyan e Levon Haftvan sono tutti nomi familiari e rispettati in tutto il paese… Dalla mia esperienza di vita in Iran, posso dire che è un’esperienza molto serena e positiva, perché tra tutti i segmenti del popolo iraniano, possiamo davvero sperimentare affetto, amicizia, sincerità e solidarietà…Secondo la Costituzione, per noi armeni l’apprendimento della nostra lingua madre fa parte del percorso scolastico ed è obbligatorio. Anche l’educazione religiosa viene insegnata in armeno nelle nostre scuole. Per quanto riguarda lo svolgimento di cerimonie religiose, godiamo di piena libertà e, in generale, il Ministero dell’Interno e la polizia garantiscono la massima sicurezza e predispongono tutto il necessario per le nostre celebrazioni. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico sostiene attivamente le attività culturali, artistiche, mediatiche e religiose di tutti i cittadini. Negli ultimi cinque anni, ciò ha portato all’approvazione di 376 raduni per cerimonie e festività religiose, al rilascio di 157 licenze editoriali per libri di case editrici affiliate alle minoranze, a 107 eventi culturali, sociali e religiosi a livello nazionale e provinciale e a sovvenzioni dirette per i media al servizio delle comunità etniche e religiose. Le minoranze religiose in Iran possono celebrare liberamente le proprie cerimonie, festività e tradizioni, comprese le festività ufficiali. I cristiani iraniani celebrano la Pasqua, il Natale e il Capodanno gregoriano. Alcune chiese celebrano funzioni eucaristiche il venerdì per venire incontro alle esigenze dei fedeli che lavorano, dato che il venerdì è il giorno festivo settimanale ufficiale in Iran. Il governo ha inoltre adottato misure a sostegno delle celebrazioni religiose, come la donazione di 5000 alberi di Natale alle comunità cristiane per contribuire a rendere più solenni le festività. La storia ne è una testimonianza: quando gli armeni subirono il genocidio nell’Impero Ottomano e gli ebrei furono perseguitati nella Germania nazista, le comunità armene ed ebraiche iraniane continuarono a vivere in pace, salde nella loro fede e nella loro identità iraniana…In materia legale, ad esempio l’eredità, la distribuzione avviene secondo le nostre leggi religiose. E in questioni come il divorzio e il matrimonio, anche i casi delle persone sono gestiti secondo le nostre regole. C’erano anche alcuni vecchi regolamenti in Iran e lo stesso leader Ayatollah Khamenei ha emesso sentenze su di loro, ribaltando quelle precedenti disposizioni a favore delle comunità cristiane, ebraiche ed assire…”. Proprio di fronte alla cattedrale di Sarkis, che è anche la sede della diocesi armena di Teheran, è stata costruita una stazione della metropolitana chiamata St Mary, e se si va in quella stazione, si può vedere che la sua architettura è una miscela di elementi islamici e cristiani. I designer sono andati a visitare la chiesa, hanno preso visione della sua architettura e poi hanno progettato la metropolitana in linea con quello stesso stile architettonico cristiano. In tutta la stazione, si vedono le immagini della Vergine Maria e le immagini di Gesù. I simboli cristiani che appaiono nel Vangelo sono lì visibili in modo inconfondibile. Chiesa cattolica La Chiesa cattolica in Iran fa parte della Chiesa cattolica mondiale, sotto la guida spirituale del Papa di Roma. Il cattolicesimo si diffuse nel paese attraverso i missionari e la migrazione o il reinsediamento delle comunità cattoliche orientali fin dal Medioevo. Il XVII secolo vide sforzi missionari più forti da parte della Chiesa latina, ma la maggior parte di essa cessò entro la fine del XVIII secolo e solo dalla metà del XIX secolo in poi la Chiesa latina stabilì una nuova presenza. Oggi, ci sono circa 22.000 cattolici in Iran, la maggior parte dei quali sono cattolici caldei, ma con anche comunità latino-cattoliche presenti. L’ 11 marzo 2026 il Patriarca Kirill ha espresso le sue condoglianze per  l’assassinio dell’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, definendolo “un uomo dalle profonde convinzioni religiose e un leader spirituale e nazionale di grande forza d’animo e carattere”,  e si è poi complimentato con il figlio di Khamenei per la sua elezione a guida spirituale del suo popolo. Il Patriarca ha espresso la sua solidarietà e il suo sostegno alla famiglia e ai cari di Khamenei, pregando affinché Dio Misericordioso conceda a loro e al popolo iraniano la forza e il coraggio per sopportare il dolore. Il Primate si è schierato apertamente al fianco della Repubblica islamica iraniana, in seguito all’aggressione e all’assassinio dell’alto esponente, sollecitando a schierarsi dalla parte di essa e  ribadendo  i buoni rapporti tra Russia e Iran: “La Chiesa ortodossa russa mantiene un dialogo proficuo con la comunità islamica iraniana, basato sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso a preservare i valori morali tradizionali. Attendo con ansia il suo ulteriore e continuo sviluppo”. Il patriarca Kirill ha poi confermato all‘Ayatollah Mojtaba Khamenei, la posizione di Mosca secondo cui i popoli di Russia e Iran intrattengono buoni rapporti di vicinato, mentre all’inizio della sua lettera lo chiama “fratello”. Parlando anche di un’elezione storica in un momento difficile per l’Iran, sia a livello personale che nazionale: “…Mi congratulo sinceramente con Lei per la Sua elezione alla guida suprema del Paese da parte dell’Assemblea degli Esperti dell’Iran! Questo momento storico è stato segnato da una dura prova personale, legata alla morte del Suo stimato padre e dei Suoi cari. Lei si assume la responsabilità dello Stato e dei suoi cittadini in un momento drammatico, in cui l’Iran si trova ad affrontare numerose sfide esistenziali”, ha affermato nella lettera. La comunità ortodossa del Patriarcato di Mosca in Iran è formata solo più di un centinaio di fedeli, pur essendoci stretti rapporti tra la Federazione Russa e Teheran, e tra il Patriarca Kirill e gli Ayatollah del paese. La cattedrale di San Nicola nella capitale è stata costruita negli anni ’40 con le donazioni degli emigrati russi. È stata progettata dall’architetto emigrato e ufficiale dell’esercito iraniano Nikolai Makarov. Dopo essere stata chiusa dal 1979, alla fine degli anni novanta fu riaperta con l’arrivo del nuovo capo sacerdote l’archimandrita Alexander Zarkeshev. La responsabile delle attività relative alla chiesa, Faina Lvovna Noniyaz, in un’intervista ha raccontato: “…Mio marito è iraniano. Ha vissuto a lungo in Russia come profugo politico, poi siamo tornati a Teheran nel 1994. All’inizio ho trovato difficile adattarmi. Ero profondamente nostalgica. Era difficile abituarsi al clima locale e allo stile di vita locale. Incontro i russi solo in chiesa, soprattutto durante le feste principali come il Natale, per esempio. La liturgia di Natale è molto bella e il coro è davvero bravo“. Così anche una altra fedele, Olga Sosnova è arrivata da Kiev 16 anni fa, dove aveva incontrato il suo futuro marito iraniano, dopo essersi sposati, decisero di venire a vivere qui: “…Non me ne pento. Mi sento bene qui. È vero, è stato molto difficile adattarsi. La cultura e la mentalità sono diverse. Nonostante il fatto che fossi stata moralmente preparata, tutto sembrava diverso da quello che avevo immaginato. Quello che mi ha colpito di più è un bel atteggiamento nei confronti degli stranieri. Non importa se sei un uomo o una donna, fanno del loro meglio per fare una bella impressione su uno straniero”. Come le donne iraniane, Olga indossa un velo e vestiti che coprono il corpo, ma questo non la irrita. Trascorre molto tempo nel social network Odnoklassniki, chiacchierando con donne come lei, ex cittadini sovietici sposati con iraniani. Spesso celebrano insieme le vacanze russe: “Celebriamo il Capodanno, l’8 marzo, il giorno della vittoria del 9 maggio e tutte le principali feste ortodosse. Gli iraniani sono molto tolleranti su questo. Non abbiamo mai riscontrato problemi. Per inciso, si possono vedere non solo i credenti ortodossi, ma anche i musulmani nella chiesa russa durante le feste. Vengono a guardare la liturgia cristiana…“. Enrico Vigna, IniziativaMondoMultipolare / CIVG – 17 marzo 2026 Redazione Italia
March 17, 2026
Pressenza
Una paternità senza possesso
Giovedì 19 marzo all’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” di Palermo  sarà presentato il libro di Nino Sammartano Paternità.  Dai padri biblici Abramo, Zaccaria e Giuseppe un promemoria per i padri di oggi, La Medusa Editrice. Riprendiamo dalla quarta di copertina Nino Sammartano è nato nel 1952 a Marsala, dove vive dopo aver lavorato come docente di materie letterarie al Liceo Classico. Impegnato come Salesiano Cooperatore nella formazione dei giovani e delle famiglie, nonché nel volontariato sociale, ha scritto interessanti saggi pedagogico-spirituali. In quest’ultima opera l’autore prende in considerazione tre figure della paternità, di cui si racconta nelle Sacre Scritture:  Abramo,  Zaccaria e Giuseppe. Tre esperienze affini per diversi aspetti, ma soprattutto per determinazione di uniformarsi al volere di Dio, grazie alla quale essi fanno proprio un modo di essere padri che li preserva dalla tentazione della possessività. Come si legge nell’Introduzione, «attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora dunque momenti anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno il proprio figlio». È una testimonianza significativa, anche al di fuori di un orizzonte di fede, per i padri di oggi, in un tempo caratterizzato culturalmente dalla “evaporazione”, come ama dire Recalcati, della figura paterna. Così scrive l’Autore nella Premessa > Tante sono le figure di padri che si incontrano nelle pagine della Bibbia, con > vicende segnate ora dalla sofferenza o da lacerazioni relazionali ora da > esperienze positive e gratificanti. A tre figure, in particolare, voglio > dedicare la mia attenzione in questo libro: tre figure che sono accomunate > anzitutto dalla condizione di una paternità inattesa, dall’essere diventate > padri inaspettatamente, fuori da ogni prevedibile prospettiva. Si tratta del > patriarca Abramo, diventato padre di Isacco (il figlio della promessa) in > tarda età, quando la moglie Sara non era più nella condizione biologica di > poter concepire e generare; del sacerdote Zaccaria, marito di Elisabetta, che > con lei concepisce il figlio Giovanni, nonostante la risaputa sterilità della > moglie; di Giuseppe, lo sposo di Maria, chiamato da Dio a diventare padre > putativo di Gesù, di un figlio di cui egli non è il padre biologico. > > Tre paternità distanti nel tempo (la prima risalente agli inizi della storia > della Salvezza, la seconda e la terza, tra loro coeve, risalenti invece agli > inizi della storia e della Redenzione), tre esperienze dell’essere padre > naturalmente diverse l’una dall’altra ma accomunate, oltre che dal carattere > “miracoloso” dei tre concepimenti, anche dal maturare di un amore paterno > conforme al volere di Dio, di un amore paterno sostanzialmente casto, libero > cioè dalla tentazione della possessività nei confronti del figlio. > > Ho detto “maturare” perché Abramo, Zaccaria e Giuseppe, nonostante la loro > fede, nonostante la loro disponibilità a fare la volontà di Dio, hanno dovuto > purificare la loro capacità di amore paterno, non se la sono ritrovata dentro > già pienamente sviluppata, già matura. > E questo non ci può sorprendere, se consideriamo che la Bibbia ci racconta > storie di salvezza, non storie di perfezione: storie in cui la salvezza si fa > strada attraverso le vie tortuose della fallibilità umana, attraverso le > cadute, le fragilità e le imperfezioni degli uomini, disposti però ad aprirsi > all’amore e alla volontà di Dio e ad accogliere la sua Grazia. > > Non possiamo ignorare, infatti, la presenza di «una realtà amara – come > leggiamo in Amoris laetitia n. 19 – che segna tutte le Sacre Scritture. È la > presenza del dolore, del male, della violenza che lacerano la vita della > famiglia e la sua intima comunione di vita e di amore». > Attraverso un percorso di crescita interiore, che non ignora, dunque, momenti > anche faticosi, i tre padri biblici maturano un modo casto di amare ciascuno > il proprio figlio. > > Questa dimensione di castità dell’amore paterno merita di essere riconsiderata > anche oggi, in un tempo culturalmente caratterizzato peraltro da un certo > smarrimento dell’identità del padre, dalla evanescenza o “evaporazione”, come > ama dire Recalcati, della figura paterna.Merita di essere riconsiderata sia > perché essa è fondamentale per una sana e feconda paternità, sia perché non è > scontata né è agevolata, come si potrebbe forse pensare, dall’alleggerirsi e > dal rarefarsi della presenza paterna nella vita dei figli. > > Ecco, allora, l’articolazione di questa ricerca e di questa riflessione: > ripercorrere, con l’ausilio dei non molti nuclei narrativi pertinenti che > troviamo nelle Scritture, l’esperienza di paternità dei tre personaggi > biblici, con l’attenzione a cogliere il manifestarsi della loro adesione al > volere di Dio e della dimensione di castità del loro amore paterno; quindi > provare a collocare nell’oggi, nella cultura sociale odierna, il valore della > castità dell’amore di padre, prospettando alcune esigenze da non trascurare e > a cui dedicare anzi una attenta considerazione, come chiede anche il recente > magistero ecclesiale. > > Non ne viene fuori un saggio esaustivo sulla paternità (cosa che > richiederebbe, naturalmente, prendere in considerazione tanti altri aspetti), > ma un modesto contributo a ripensarne e a riproporne una componente > sostanziale. > > > >   Redazione Palermo
March 16, 2026
Pressenza
Papa Francesco e la barca a vela
La barca a vela Safira di Mediterranea Saving Humans – partita il 13 marzo per la 24esima missione di salvataggio – ha salvato 40 migranti a circa 60 miglia Sud Ovest di Lampedusa, grazie alla segnalazione dell’aereo Seabird 1 di Sea-Watch. Si trovavano a bordo di un gommone partito nella giornata di ieri dalla Libia. Sette di loro sono donne e minori. Un giovane ha avuto necessità dell’intervento del medico di bordo perché aveva riportato delle ustioni, cinque persone invece erano in stato di ipotermia. La barca sta facendo rotta verso Lampedusa per lo sbarco delle persone soccorse. Safira era partita nelle ore precedenti proprio da Lampedusa. (ANSA) Accade anche questo. In mezzo all’odio che trionfa, alla guerra che fa a pezzi i corpi di una umanità disperata, in mezzo all’orrore, accade anche di prestare soccorso, di praticare cura e fraternità. Madleine Debrel diceva che il male è assenza di bene. Come il buio è assenza di luce. Il freddo assenza di calore. Opporsi a questa “assenza” significa riempire il vuoto di senso delle nostre vite in un mondo che odia e uccide. Che calpesta e tortura. Riempire di gesti concreti, di azioni, di un modo diverso di stare al mondo senza essere di questo mondo. Senza appartenere alle sue miserie e alle sue logiche, piccole e insignificanti dinnanzi all’universo, di potere di soldi di sopraffazione. E accade facendo questo che oggi, anniversario della elezione di un papa scomodo come Francesco, di un “irregolare”, di un eretico da mettere in croce come lui, abbiamo il privilegio di aver soccorso 40 fratelli e sorelle in mezzo al mare, fuggiti dai lager libici di cui si vanta il governo. Stavano affondando, e invece ora sono al sicuro sopra una barca, la nostra, che adesso è anche la loro. Francesco, che è membro del nostro equipaggio era con noi. E’ sempre con noi. Ciao Francesco! Redazione Sicilia
March 14, 2026
Pressenza
Cento anni di Ordinariato militare: non c’è niente da festeggiare
La lettura del diario di Claudio Pozzi, cattolico obiettore di coscienza al servizio militare negli anni ’70, che racconta la sua vicenda personale e di comunità, la scelta che gli è costata 5 mesi di carcerazione nel 1972 tra Gaeta e Napoli[1], è coincisa con le celebrazioni in Italia per il Centenario dell’Ordinariato militare. Un’obiezione di coscienza, quella di Claudio, che viene maturata alla luce del Vangelo e di una vita di comunità con persone che si sono dedicate all’ascolto e all’accoglienza di persone fragili ed emarginate. Le giornate in carcere erano accompagnate dalla lettura della Bibbia e di un libro di su San Francesco d’Assisi[2], dall’attenzione ai bisogni dei compagni con lui carcerati. Mi sono chiesto quali siano i motivi che hanno spinto la Chiesa cattolica a celebrare questo centenario, mentre il mondo è lacerato dalle guerre in corso, che rischiano di trasformare “la guerra mondiale a pezzi” in guerra mondiale totale. Sono convinto che, per essere coerente con le dichiarazioni fatte dai Papi, dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII fino a papa Francesco, sulla inutilità e follia della guerra, la Chiesa avrebbe dovuto mettere fine a una storia contradditoria che l’ha vista affiancare e benedire eserciti fratricidi, in particolare nelle due guerre mondiali del secolo scorso. Mi lasciano nello sconforto alcune espressioni usate da Papa Leone XIV nel discorso tenuto sabato 7 marzo 2026 ai membri dell’Ordinariato militare per l’Italia, presenti Ministri e Autorità militari. Dopo i saluti di rito, il Papa afferma: «Inter Arma Caritas: “per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose” (cfr. Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025). Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia»[3]. Sulla memoria che custodisce l’evento, sarebbe importante includere la diatriba sorta tra i Cappellani militari e don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, e altri preti e religiosi negli anni ’60 del Novecento a proposito dell’obiezione di coscienza al servizio militare, addirittura costretti a difendersi nei tribunali (tra cui padre Ernesto Balducci che fu condannato dalla Corte d’Appello di Firenze per aver “esaltato i cosiddetti obiettori di coscienza”). I cappellani militari in congedo della regione toscana in un comunicato del 11 febbraio 1965 definirono «un insulto alla patria e ai suoi caduti la così detta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»[4]. Don Milani rispose ai Cappellani militari con uno scritto che fu pubblicato su Rinascita il 6 marzo 1965, per il quale fu denunciato da un gruppo di ex combattenti; insieme a lui furono denunciati anche il direttore di Rinascita e i firmatari della lettera “Non è viltà l’obiezione di coscienza”, pubblicata nello stesso numero della rivista. La “Lettera ai Giudici” in sua difesa fu inviata al processo da don Lorenzo perché costretto a letto dalla malattia. Un capolavoro che sconfessa ogni connivenza col potere delle armi e la giustificazione della guerra da parte dei cristiani: “l’obbedienza non è più una virtù”. Sull’attualità, ci vorrebbe il coraggio di scomunicare i governanti che si dichiarano cristiani (cattolici o protestanti che siano) che fomentano e agiscono le guerre, fanno immensi profitti con le industrie belliche e il commercio delle armi. Sarebbe profezia autentica se la mia Chiesa cattolica e le altre chiese cristiane, insieme alle religioni sparse nel mondo, dopo aver condannato a parole la guerra e invocato la pace, sconfessassero le preghiere blasfeme dei governanti che invocano da Dio la vittoria, ossia l’annientamento dei nemici, e si appropriano del suo nome. Sarebbe un atto profetico, l’abolizione dell’Ordinariato Militare, delle diocesi militari e la consegna alle diocesi (vere chiese locali) l’impegno dell’assistenza spirituale a coloro che, si trovano ad esercitare la professione (non la missione) di soldati, attraverso una cappellania smilitarizzata, preti e religiosi senza stellette. Davvero «Inter arma Caritas»? L’11 giugno del 2005 – Festa della SS. Trinità – dopo aver ascoltato l’omelia scrissi una lettera aperta a Mons. Mani, arcivescovo di Cagliari, nella quale esprimevo il mio sconcerto per alcune sue affermazioni: «… Non mi sembra compito del vescovo esaltare i “soldati armati di tutto punto” che Lei chiama i “veri operatori di “pace”»[5]. Precedentemente in una lettera privata (del 27 ottobre 2023), io e mia moglie avevamo espresso delle perplessità sulla risposta del vescovo a un pacifista sardo che lo invitava a «non benedire le Forze armate, il 4 novembre»[6].  Scrivemmo: «Abbiamo letto anche la sua risposta, che ci ha lasciato un po’ perplessi. Davvero un esercito in armi può portare un vangelo “purissimo”? Se così fosse, dal vangelo dovremmo eliminare almeno alcuni detti di Gesù, che ci sono stati trasmessi come “parola di Dio”, la sola parola che salva: “Riponi la spada nel fodero”, “vinci il male con il bene”». In occasione del 4 novembre 2024, che diventava per legge “Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate” (legge n. 27 del 1° marzo 2024), scrissi una «Lettera aperta al Presidente della CEI, cardinal Matteo Zuppi», nella quale affermavo: «Solo il coraggio della profezia può spingerci ad essere coerenti con i pronunciamenti, adottando dei comportamenti adeguati, per esempio riguardo al servizio spirituale verso le persone impegnate nelle Forze armate. Perché continuare con l’Ordinariato militare e i cappellani con le stellette? Perché non trovare una pastorale nuova in cui il servizio religioso non abbia niente a che vedere con armi e simboli che rimandano alla violenza? Perché partecipare in forma ufficiale alle parate militari? Perché vescovi e cardinali devono stare affianco ai generali degli eserciti?»[7]. La nota pastorale della CEI, «Educare a una pace disarmata e disarmante» (5 dicembre del 2025), sembrava aver recepito ciò che molte persone cattoliche da tempo richiedevano: «Ci chiediamo se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici». Questo Centenario rischia, però, di vanificare questa prospettiva. Mi trovo in perfetta sintonia con quanto afferma il professor Luigi Mariano Guzzo nella sua lettera “A Leone XIV, sull’Ordinariato militare” del 9 marzo 2026[8]: «[…] trovo un intollerabile ossimoro il motto scelto per il centenario: “Inter arma, caritas”. No, non ci può essere alcuna forma di amore in quelle istituzioni totalizzanti dove si è addestrati per uccidere il fratello e la sorella; dove si accetta, pure solo come remota eventualità, la possibilità concreta di sopprimere l’altro. L’amore non può essere in alcun modo accostato alle armi». E ancora: «Ancor di più mi viene difficile pensare a una «vocazione» per il militare cristiano nei termini da Lei proposti: “In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza. L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé”». Commenta professor Guzzo: «La “dedizione totale di sé” non è la risposta a una chiamata divina ma – specialmente in un esercito professionalizzato – la scelta di inserire la propria esistenza all’interno della logica del comando e dell’obbedienza ai superiori. Non c’è posto per l’affermazione e la promozione della libertà di coscienza della persona. Da questo punto di vista, il principio antico “Christianus sum, militare non possum” non può ammettere limitazioni». ———————- [1] Claudio Pozzi, Uno spicchio di cielo dietro le sbarre. Diario dal carcere di un obiettore di coscienza al servizio militare negli anni ’70, Multimage, Firenze 2025. [2] G. Joergensen, San Francesco D’Assisi, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli (Pg). Nel libro di Pozzi viene citata l’edizione del 2005. [3] La Santa Sede, Discorso del Santo Padre Leone XIV ai Membri dell’Ordinariato Militare per l’Italia, Sala Clementina, 7 marzo 2026. [4] Documenti del processo di don Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina, [5]  La lettera è riportata in Pierpaolo Loi, IL DIO IN CUI NON CREDO alla scuola di Oscar Arnulfo Romero martire per la giustizia la nonviolenza e la pace, prefazione di Laura Tussi, Multimage Edizioni, Firenze 2025, pp. 107-111. [6] Antonello Repetto, di Carloforte. [7] Vedi in https://www.pressenza.com/it/2024/11/lettera-aperta-al-presidente-della-cei-cardinale-matteo-zuppi-in-prossimita-del-4-novembre/ . [8] La lettera, in https://www.settimananews.it/papa/leone-xiv-sullordinariato-militare/ . Pierpaolo Loi
March 10, 2026
Pressenza
Forlì: poesia, musica e diritti umani con Amnesty International
Il 21 marzo, primo giorno di primavera, Giornata Mondiale della Poesia e Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, il gruppo locale di Amnesty International propone a Forlì una serata dedicata all’incontro tra arte e diritti umani. L’appuntamento è sabato 21 marzo al Centro Pace “Annalena Tonelli”, dove alle ore 20.00 la serata si aprirà con un Open mic di poesia, uno spazio inclusivo in cui chiunque può leggere testi propri o di altri autori: poesie inedite, componimenti amati o brevi prose. Il microfono aperto letterario incoraggia la libera espressione e la partecipazione collettiva, trasformando la lettura dei versi in un momento collettivo di ascolto e condivisione. Alle ore 21.00 la serata proseguirà con “Accordi e disaccordi – Musiche e voci del Sud America”, con Filippo Fucili e Valentina Fabbri. Il duo propone brani della tradizione popolare del Cono Sud, le sue radici afrodiscendenti e indigene, accanto a canzoni d’autore nate nei movimenti di resistenza civile, con incursioni jazz e atmosfere che spaziano tra bossa nova, folklore e ballate. Un caleidoscopio di ritmi, stili e suoni intrisi di tematiche sociali, amore e poesia: donne, terra e comunità. Voci represse o dimenticate, percepite come “stonate” o “desafinados” prendono forma nella musica, offrendo nuovi sguardi sull’America Latina, un continente segnato da secoli di colonizzazione, dittature e repressioni che in molte forme continuano ancora oggi. Da sempre attenti all’arte come strumento di sensibilizzazione sociale e tutela ambientale, i musicisti hanno partecipato nel 2024 a “Musica&Parole a Riceci”, evento per la tutela e la valorizzazione della valle del Foglia (Petriano, PU) e hanno curato gli interventi musicali nel convegno “Nel cuore dell’umano: affrontare i conflitti”, promosso a Fano dall’Associazione Itinerari e Incontri, dedicato alla riflessione su guerra, violenza e convivenza nelle società contemporanee. L’iniziativa segna il ritorno delle attività pubbliche di Amnesty a Forlì dopo una breve pausa, proponendo un momento di incontro aperto e partecipativo, in cui arte, musica e poesia si intrecciano ai diritti umani. Durante la serata sarà presente anche un punto ristoro. L’invito è aperto a tutte e tutti: portare una poesia, ascoltare musica o semplicemente partecipare. L’arte è un catalizzatore per il cambiamento culturale: questa serata offre l’opportunità di vivere l’esperienza artistica come strumento di riflessione e consapevolezza, andando oltre il semplice intrattenimento e contribuendo alla tutela dei diritti umani attraverso la cultura, le emozioni e la partecipazione collettiva. Sabato 21 marzo 2026 Centro Pace “Annalena Tonelli” via Publio Fausto Andrelini, 59 – Forlì (FC) Ore 20.00 – Poetry open mic Ore 21.00 – Accordi e disaccordi – Musiche e voci del Sud America Contatti Amnesty International Forlì: 338 946 7605 e-mail: gr225@amnesty.it Facebook: Amnesty International – Forlì Redazione Romagna
March 10, 2026
Pressenza
Pregare per la pace, non per la guerra
Presa di distanza dell’Ucebi dalla preghiera dei pastori evangelici nello Studio Ovale con il presidente Trump. “Perché non vi è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio” (Romani 13, 1). La scena dei pastori evangelici, alcuni dei quali battisti, che, riuniti nello Studio Ovale della Casa Bianca, pregano imponendo le mani sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha suscitato sconcerto non solo perché quella preghiera avveniva subito dopo la decisione di scatenare una guerra, quella contro l’Iran, fuori dal quadro delle regole e del diritto internazionale; ma anche perché in essa si chiedevano forza per il presidente, protezione per le truppe e successo nella missione militare in corso. Prendiamo le distanze da ogni uso strumentale della preghiera e del nome di Dio per legittimare la guerra e la violenza, presentate come mezzi necessari per ristabilire la pace. Fedeli allo spirito della lettera dell’apostolo Paolo alla Chiesa di Roma (Rm 13, 1), riconosciamo la funzione delle autorità civili e preghiamo per esse, affinché assicurino la pace attraverso la diplomazia e il dialogo e promuovano la giustizia per tutte e tutti. Tuttavia, oggi, la nostra preghiera è innanzitutto una confessione di peccato, affinché si riconosca che queste autorità scatenano guerre che mietono morti, nell’indifferenza verso la condizione dei popoli e verso il perseguimento di una pace giusta e duratura tra i popoli. Avendo davanti agli occhi la scena delle donne e degli uomini che pregano per Trump risuona nelle nostre orecchie il monito del profeta Isaia: “Quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le vostre preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue” (Isaia 1, 15). In questi giorni preghiamo perché Dio converta il cuore dei potenti e dei governanti, perché cessi la spirale della violenza e perché ognuno e ognuna di noi, fedele all’insegnamento del nostro maestro Gesù, Principe della pace, si impegni per la costruzione della pace sia nelle proprie scelte private sia in quelle che hanno rilevanza pubblica. 9 marzo 2026, Comitato Esecutivo dell’Ucebi Redazione Italia
March 9, 2026
Pressenza
DL sicurezza e immigrazione: la speranza negata
È ben scolpito nella mia memoria lo sguardo di quegli uomini, quella notte, davanti la porta della guardia medica: uno sguardo inequivocabile, disorientato, interrogativo, a tratti triste. Era lo sguardo tipico di chi capisce di trovarsi di fronte ad una realtà inaccettabile, da nascondere alla propria dignità di uomo, da rigettare, da dimenticare. Lampedusa, fine anni’90. Io, giovane medico, richiamato nel cuore della notte a confrontarmi faccia a faccia con una realtà di cui sentivo parlare da un po’: gli sbarchi dei migranti che, sempre più frequenti, giungevano dall’Africa a Lampedusa, in Italia, in Europa. Quella notte quei pescatori, reduci dalla notte di lavoro in mare, non sapendo dove altro andare, mi mostravano sgomenti quella sporta piena di resti umani “catturati” nelle reti del loro pescato, chiedendosi e chiedendomi il significato di tale orrore e come comportarsi, cosa fare…. Ricordo bene tutte quelle persone in fila, uomini, donne, bambini, con i vestiti bagnati, confusi e stanchi, sotto lo sguardo vigile delle forze dell’ordine, fermi, in attesa che qualcuno decidesse cosa farne, dove mandarli, come assisterli nel frattempo…. Ricordo il freddo, la pioggia, il pianto dei bambini, gli sguardi di quegli occhi affaticati che imploravano soltanto un gesto che restituisse un senso al loro sacrificio e desse nuovo vigore alla loro speranza. E non potrò mai dimenticare quei novantadue che, stipati dentro una vecchia barca, nella notte del 31 Dicembre 1998 in pieno Mar Mediterraneo, mi guardavano, illuminati e offesi dalla luce delle torce dei militari, con quell’aria interrogativa fatta di paura e di speranza, tipica di chi non sa ancora quale destino lo attende. È una storia fatta perlopiù di sguardi quella che affolla la mia memoria quando ricordo i  momenti in cui sono stato chiamato a confrontarmi con la realtà dei migranti: è lo sguardo di gratitudine di Kahlel, il professore di storia di Damasco, con i piedi arsi dalle lunghe camminate nel deserto, mentre mi manda baci dallo scompartimento di quel treno che finalmente lo avrebbe portato in Olanda; è lo sguardo felice di Moussa, appassionato di matematica, mentre riceve il nuovo libro di esercizi; è lo sguardo triste di Sayed, che mi avvolge dal dolore di quella sedia a ruote su cui è stato costretto, appena diciottenne, dopo essere stato defenestrato dagli aguzzini in Libia insieme ai suoi compagni, tutti morti, e lui, unico sopravvissuto; è lo sguardo impaurito e deluso di Ousseni prima di entrare per la terza volta in sala operatoria per quella ferita da arma da fuoco che in Libia aveva fatto esplodere il suo femore sinistro. E sono questi sguardi – di paura, di tristezza, di dolore, di gioia, di sorpresa, di gratitudine – a ritornarmi puntualmente in mente ogni volta che sono chiamato a confrontarmi con questa realtà. Sguardi che comunque, oltre la fatica, la tristezza e il dolore, mi hanno sempre comunicato una sola sensazione prevalente: quella della speranza. Dopo anni di dibattiti, di esperienze, di leggi e decreti volti a cercare di comprendere e affrontare al meglio la problematica emergente dei grandi flussi migratori che imperversano in tutto il mondo, oggi la civile, occidentale, industrializzata Italia, per motivi geografici certamente tra le terre più impegnate nella gestione del problema, emette un decreto legge sull’immigrazione (DL su sicurezza e immigrazione del 24 Febbraio 2026, n. 23, capo IV, artt. 28-32) che sostanzialmente riflette la visione politica dell’Europa e dell’Occidente sul tema: quella della contenzione e del respingimento, della difesa dei confini e delle frontiere, dei blocchi navali e delle sanzioni nei confronti delle ONG di salvataggio, della stretta sui permessi e sui ricongiungimenti familiari, dei rimpatri forzati e dei centri di detenzione. Una legge che, oltrepassando con disinvoltura lo scoglio della fatica del confronto con quegli sguardi di chi implora soltanto compassione, sostanzialmente decreta che è più facile ostacolare, non guardare, chiudere, voltandosi dall’altra parte, pagando e delegando altri a fare il lavoro sporco che noi occidentali, dall’alto della nostra storia di civiltà e diritto, non potremmo mai fare. A questo punto, si impone la necessità di fermarsi e riflettere: ma di cosa stiamo ragionando? Di merci, di materiale, di spazzatura, di zavorra, di residui da scartare ed eliminare? Oppure stiamo parlando di persone? Del loro destino, della speranza di centinaia di migliaia di uomini e donne che bussano con insistenza alle porte dell’Occidente con un unico desiderio: continuare a vivere e a sperare? Che volto si nasconde dietro queste risoluzioni, queste idee, queste leggi? È il volto morale di chi può continuare a definirsi ancora umano? Che tipo di uomo si nasconde dietro alla decisione di opporre una nave militare contro un gommone povero di carburante ma carico di fatica, di dolore, di umanità, di volontà, e sempre e comunque di speranza? E quale idea di futuro si può trovare dietro queste scelte? Soltanto una visione politica povera e miope, incantata da un’idea di presente sterile, perché sganciata dalla memoria del passato (la memoria di quando anche noi siamo stati migranti) e da una visione profetica realistica del futuro (la necessità di un’integrazione efficace ed accogliente in un’Europa che invecchia inesorabilmente) può produrre simili leggi. Ma, soprattutto, non si può non scorgere l’indifferenza e la superficialità dello sguardo, così come la scarsa capacità di umanità e di compassione nei confronti di una realtà drammatica che, al contrario, dovrebbe interpellare le nostre coscienze, attingendo alla nostra più semplice e profonda umanità e affidandoci la grande responsabilità di non negare e spegnere la speranza dell’uomo. Non si può restare indifferenti di fronte a tutto questo, non si può non sentirsi umiliati e offesi, colpiti e mortificati nella nostra dignità di uomini e donne, di persone che sanno bene di non possedere alcun diritto di disconoscere la dignità altrui negandone la speranza e, quindi, la vita. Chi avrebbe concesso a noi occidentali il diritto di considerare la terra in cui, per un caso fortunato e misterioso, siamo nati e cresciuti, come terra nostra, quasi una proprietà privata e perciò interdetta all’accoglienza e all’ingresso di altri umani che pressano alle nostre porte in cerca finalmente di uno sguardo umano e gentile che parli loro di futuro e di vita? Fermandoci a questo, ci sarebbero tutti i presupposti per disperare, per non credere più nell’uomo. Eppure, ogni volta si verifica ciò che accade da sempre nella storia del mondo, un sussulto di dignità e di umanità che infonde il giusto coraggio per la resistenza, l’opposizione, la denuncia: un gesto semplice di accoglienza ordinaria, una nave che decide con coraggio di salpare ancora per salvare più vite possibile, un vescovo che leva in alto il grido scandalizzato di una Chiesa che non ha altro annuncio da fare che quello della pietà evangelica del Dio di Gesù Cristo, uomo perfetto, straniero tra gli uomini, che ha dato e continua a dare la sua vita per la salvezza di tutti. Guardo i volti delle persone che lottano per la propria vita e non vedo estranei (R. Brault). Ogni uomo lotta per la propria vita e, se questa lotta è vissuta con sapiente compassione, così facendo si potrà giungere ad una consapevolezza nuova: che la lotta sia a favore non solo della vita propria, ma al contempo della vita di tutti, perché si scopre che ogni uomo lotta allo stesso modo. Questa è la verità dell’uomo: siamo tutti stranieri e ospiti in questo mondo, ma nessuno può ritenersi estraneo rispetto all’altro né ritenere l’altro estraneo. Perché la verità è nell’incontro. L’uomo che si pone davanti a me e mi guarda provoca la mia umanità e mi interpella richiamandomi alla mia personale responsabilità. A quel punto bisogna soltanto decidere. È questo il momento favorevole in cui, in un ribaltamento di orizzonti e di attese, potremo anche sorprenderci e gioire per la nascita nei nostri cuori di un nuovo sentimento: quello di una profonda gratitudine nei confronti di ogni straniero che bussa alla nostra porta, nei confronti di tutti quegli uomini e di quelle donne, finalmente riconosciuti come fratelli e sorelle, che ripongono le loro speranze in noi affidandoci la loro stessa vita; una gratitudine vera che nasce dalla semplice constatazione che costoro ci stanno offrendo una nuova straordinaria opportunità: quella di ritornare ad essere umani. Ed ecco che allora una luce si accende ancora, che la speranza torna a vivere nei nostri cuori. Ecco che la legge oscura viene puntualmente superata e svelata nella sua disumanità da tutta quella rete di umanità, di bene e di amore che, in silenzio e sotto traccia, continua a vivere e ad operare per la vita dell’uomo, per la giustizia e per la pace, permettendo ancora una volta che la storia non si fermi, che il mondo continui ad essere, che la speranza non muoia. Ognuno è titolare di un diritto inalienabile che chiede rispetto e ascolto: la speranza. Nessuno ha il diritto di spegnere e negare la speranza altrui. Perché solo chi è capace ancora di sperare e di far sperare può dare un volto umano alle proprie scelte e un senso alla propria vita. Redazione Palermo
February 27, 2026
Pressenza
Intervista a Lama Michel Rinpoche, 4° parte: “Abbiamo bisogno di silenzio”
> Abbiamo intervistato Lama Michel Rinpoche all’Albagnano Healing Meditation > Centre, sopra Verbania sul Lago Maggiore. L’intervista integrale viene > pubblicata su Pressenza in 4 puntate. Questa è la quarta e ultima. Link alle > altre puntate alla fine. Pressenza: Tu hai scritto un bellissimo libro ‘Dove vai così di fretta?’ Come possiamo rallentare o fermarci a meditare in un mondo che premia la fretta, la velocità, l’accelerazione, l’entropia? Forse credere che la morte sia “la fine di tutto” rappresenta uno dei problemi fondamentali delle persone. Forse la paura della morte c’entra con la fretta, con la violenza, con l’accaparrare tutto ciò che si può, perché non esiste un dopo? Lama Michel Rinpoche: Secondo me la paura della morte è un pensiero troppo evoluto, non siamo ancora lì, abbiamo dei problemi ancora più basici che portano a questa fretta, è più sistemico. Il modo in cui noi viviamo con questo senso di dover correre, correre, correre e fare, fare, fare, non è causato da un processo concettuale, non è causato da uno stato emotivo, da qualcosa che pensiamo, che facciamo, ma da uno stile di vita particolare. Facciamo un esempio. Immaginiamo che abbiamo un lavoro dove arriviamo in ufficio e dobbiamo prendere un documento, leggerlo, fare una sintesi e prendere delle decisioni. In generale per farlo bene ci vorrebbero 2-3 ore, io ho a disposizione 4-6 ore, quindi lo posso fare bene. Comincio a leggere il documento e mentre lo sto leggendo arriva un collega con un altro documento e me lo mette davanti. Quindi io cosa devo fare? Interrompere quello che sto facendo e guardare quel documento. Guardo di cosa si tratta e torno a quello che stavo facendo. Cerco di riconcentrarmi, dopo un po’ mi arriva un’altra cosa. Ah, questo è importante, ma decido di farlo dopo. Torno a concentrarmi, mi arriva un’altra cosa. Quello che accade è che alla fine della giornata, visto che ogni cinque minuti mi arriva qualcosa, mi si genera la sensazione di non aver tempo per fare quello che devo fare. La mia mancanza di tempo non è perché manca il tempo oggettivo, ma perché il mio spazio è pieno di tante altre informazioni e non riesco a elaborarle tutte, è troppo. Anche perché il nostro sistema dà priorità a quello che arriva a livello grossolano, quello che vedo, quello che sento. Se sto facendo una cosa e ne arriva un’altra, la priorità va in quella. C’è stato uno studio recente negli Stati Uniti su quanto spesso veniamo interrotti, negli uffici per esempio. Interrotti da che cosa? Dal messaggino che arriva, dall’email che arriva, dalla notifica di una cosa, da una chiamata, piuttosto che da quello che sia. Negli Stati Uniti, negli uffici, le persone vengono interrotte in media ogni 90 secondi. Pensiamo alla nostra vita, quanto spesso stiamo facendo qualcosa e siamo interrotti da qualcos’altro. E poi lo studio arrivava a un punto che è ancora peggio: hanno constatato che quando una persona è abituata a essere interrotta, quando non è più interrotta, che cosa fa? Si interrompe da sola! Sei lì ed a un certo punto senti che devi fare qualcos’altro. Questo non è la causa, ma è una delle cause di questa fretta, perché la mancanza di tempo non è causata dalla mancanza di tempo dell’orologio. È la troppa informazione e le troppe cose da elaborare, quindi rimaniamo su un livello superficiale e c’è quella sensazione di non aver mai tempo abbastanza per fare le cose, di non riuscire mai ad approfondire, di non riuscire a concludere le cose bene. Non è causato dalla mancanza di tempo, di consapevolezza, o dal fatto di voler fare tutto perché io fra un po’ devo morire. Perché quando uno genera la consapevolezza della morte questo lo porta a un altro risultato, che è il risultato di voler rivedere le proprie priorità. E sarebbe una cosa ottima. Se mi arriva una diagnosi che dovrò morire, quello che faccio è cancellare i meeting, andare a parlare con i figli con cui non parlo da tempo, cercare di risolvere le mie cose, cercare di rivedere le mie priorità, ed è una cosa molto sana. Invece quello che accade è che noi siamo così bombardati da una quantità enorme di informazioni e abbiamo una dipendenza verso questa quantità enorme di informazioni, anche perché una delle cose che genera la dopamina è la novità. Ci sono quattro cose che generano dopamina: suono, movimento, colore e novità. Se prendiamo un bambino piccolo e vogliamo la sua attenzione, che cosa utilizziamo? Suoni, movimento, colori e novità. Cosa abbiamo nei cellulari? Suono, colore, movimento e novità. Noi di solito non siamo interessati al contenuto, siamo interessati a soddisfare quella sensazione interna, quel vuoto che viene e quel bisogno di una sensazione di piacere. Ed è la storia della dopamina perfetta. Quindi questo senso di fretta in cui noi viviamo oggi è causato da un aspetto forte di uno stile di vita malsano in cui noi viviamo. Perciò per uscire da questo dobbiamo cambiare stile di vita in un modo non indifferente. E questo riguarda diminuire la quantità di informazioni e stimoli che abbiamo. Permetterci di stare in silenzio. Il silenzio è una delle cose più importanti, perché viviamo in un’epoca con il maggiore livello di stress cronico della nostra storia. Lo stress è causato da minacce. Mi trovo davanti a una minaccia e c’è una reazione di stress che è giusta.  Perché quando c’è una minaccia, noi siamo fatti proprio così, dobbiamo o scappare o lottare o immobilizzarci, sono queste le tre risposte fondamentali dell’essere e lo stress è quello che ci permette questo. Quindi lo stress fa salire il cortisolo nell’affrontare la minaccia. Per esempio, perché in una persona che è in stress cronico uno dei possibili sintomi è la perdita dei capelli? Perché dinanzi a una minaccia, quanto sono importanti i capelli? Quello che è importante è avere le braccia forti, le gambe forti, quindi l’energia va da un’altra parte.  La stessa cosa vale per la fertilità. Comunque sia, quello che accade è che il nostro sistema vive la minaccia fisica presente, percepita dai sensi, e la minaccia immaginaria mentale nello stesso modo. Quindi se io penso che domani possa succedere qualcosa, io mi metto in una reazione di allarme. Qual è la differenza fondamentale? Che il nostro sistema dopo 90 secondi circa si guarda intorno e dice: la minaccia c’è ancora? No. E quindi automaticamente va ad attivare l’amigdala che va a calmare quella reazione di stress e abbassa il cortisolo, riporta la calma. Se io guardo e dico: la minaccia c’è ancora, il sistema rimane attivato. Quando la minaccia è fisica, c’è il fuoco, scappo ancora. Non c’è più il fuoco, mi posso calmare. Quando la minaccia è mentale, quel pericolo c’è? Sì, c’è. E certe volte possiamo rimanere in quello stato attivato per giorni, mesi e anni. E questo è connesso con la dipendenza dalle informazioni che noi riceviamo. Per esempio, una delle cose che accade che è connessa con questa fretta, è la nostra difficoltà con il sonno, il non dormire bene. Nel nostro sistema una delle priorità è dormire. Quindi cosa succede quando uno non dorme, ha bisogno di dormire ma non dorme? Perché c’è una minaccia. Quindi il nostro sistema, quando noi non ci riposiamo quando ne abbiamo bisogno, reagisce alzando il cortisolo. Perché vuol dire c’è una minaccia, quindi ho bisogno di essere più attento, sale il cortisolo e quindi riesco a dormire ancora meno. Accade certe volte che uno non riesce a dormire perché è troppo stanco. Questo va a creare un circolo vizioso. Non dormo bene, mi sveglio, sto male, mi viene più ansia, E anche questo crea fretta. Cosa fare? Diminuire gli stimoli, permetterci di vivere il silenzio. Cose pratiche: togliere tutte le notifiche del telefono. Non è uno scherzo, è difficile, ma fa una differenza enorme. Spegnere ogni tanto il telefono, uscire di casa senza, metterlo in un cassetto quando arrivi a casa e prenderlo il giorno dopo, quando ne hai veramente bisogno, finché uno riesce ad arrivare allo stato di maturità in cui quando prende il telefono in mano dice: è perché lo voglio o è perché ho bisogno? Cosa devo fare? Devo scrivere a quella persona, scrivo a quella persona e basta, non vado a vedere altre 20 cose nel frattempo. E questa è una cosa. Permettersi di respirare in un modo più consapevole. Il modo in cui noi respiriamo va ad attivare la parte del sistema simpatico-parasimpatico. Se noi respiriamo nel petto, respirazioni corte e alte, ci attiviamo di più. Una respirazione più profonda, addominale, più lenta, va ad attivare la parte più di calma, che è quello di cui noi abbiamo più bisogno oggi. E quindi per diminuire la fretta dobbiamo cambiare lo stile di vita. Quello che io ho visto in tutte le parti del mondo è gente nella stessa dinamica di fretta. E che cosa hanno in comune fra di loro? Uno stile di vita che ormai è diffuso dappertutto, dove c’è questa quantità enorme di stimoli ricevuti, con tutte le conseguenze che vengono insieme. Quindi il mio consiglio è: permettiamoci di annoiarci, Anche perché una conseguenza che mi preoccupa di questa fretta, è che ci porta ad avere sempre meno due degli stati mentali più importanti che abbiamo: la creatività e l’intuizione. Le cose spirituali, quelle materiali, fino a quelle scientifiche e artistiche da dove nascono? Dalla creatività e dall’intuizione. Poi c’è tutta la parte più teorica, però nasce da quello inizialmente. E se noi rimaniamo in questo ciclo di stress, di fretta, non ci permettiamo le condizioni per accedere all’intuizione e per essere creativi. Quindi per essere creativi dobbiamo permetterci di annoiarci. Trascendendo la noia, sorge la creatività. Dobbiamo permetterci di stare in silenzio. Quando una persona è in silenzio, non solo il silenzio fisico, quindi senza suoni, senza stimoli dei sensi, non in silenzio leggendo e vedendo video, no, in silenzio di tutti i sensi, e riesce anche a creare un silenzio nella mente, fermare quel dialogo interno, questo automaticamente fa abbassare il cortisolo. Noi abbiamo bisogno di silenzio, è una cosa che abbiamo sempre meno ed è estremamente importante. Pressenza: Grazie per questa lunga e interessante intervista. Vuoi aggiungere qualche ultimo commento? Lama Michel Rinpoche: C’è ancora un punto, visto che abbiamo parlato del cellulare, che secondo me è importante. E ‘una cosa su cui ho riflettuto da poco. Il cellulare è uno strumento tramite il quale noi metaforicamente abbiamo il mondo nelle nostre mani, e anche a livello pratico noi possiamo accedere a tutto tramite questo oggetto. Quindi da un lato c’è tutto il mondo lì dentro, però è tutto un mondo a cui posso accedere tramite i miei bisogni, i miei tempi, la mia volontà. Questo va ad aumentare un’attitudine autoreferenziale narcisista. Faccio un esempio pratico: noi oggi come oggi abbiamo sempre difficoltà a chiamare una persona, piuttosto gli mando un vocale o gli mando un messaggio. Perché quando chiamo qualcuno devo confrontarmi con l’altro, l’altro esiste, devo ascoltarlo. Quando mando un messaggio è solo per me, non devo confrontarmi con l’altro. Quindi l’utilizzo di questo oggetto, di questo cellulare, ci sta portando sempre di più in un’attitudine autoreferenziale narcisista e togliendo l’altro dalla nostra vita. Questo porta a delle conseguenze disastrose. All’epoca ancora delle e-mail, prima dei messaggini, c’era una persona nell’ambito lavorativo che diceva: se tu mandi un’e-mail a una persona, quella persona ti risponde, e tu devi ancora rispondere con un’altra mail, e se la persona ti risponde, tu non rispondere più, fissa un appuntamento. E quello che succede è che tanti conflitti che abbiamo oggi nascono da questo modo di comunicare dove l’altro non c’è. C’è quello che io voglio dire e non c’è l’altro. C’è un filosofo contemporaneo che parla molto di questo, Byung-Chul Han, coreano-tedesco. Lui parla molto di questo. Spesso non ci accorgiamo che parliamo tanto degli effetti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro, su tante cose, ma non stiamo affrontando come queste tecnologie stanno cambiando il modo di vivere e stanno già influenzando la psiche umana. Questa è la cosa più preoccupante di tutte. Se l’essere umano sta più o meno bene, cambia il tipo di lavoro, se ne trova un altro e riusciamo a parlarci, a comunicare, a dialogare. Ma quando c’è un cambio nella psiche umana, dove c’è la perdita di fiducia in sé stessi e negli altri quello porta delle conseguenze enormi. Ed è quello il maggior pericolo della rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo oggi. Byung-Chul Han parla proprio di questo: stiamo togliendo l’altro dalla nostra esistenza. E questo porta a delle grandi conseguenze, anche perché noi siamo esseri da branco, abbiamo bisogno di scambiare, abbiamo bisogno di connetterci. Non lo stiamo più facendo e questo porta altre conseguenze. Per concludere. Quando qualcuno mi chiede: ma tu sei ottimista o pessimista? Se io guardo in generale sono pessimista. Se guardo il mondo in un senso più ampio, a breve-medio termine, io credo che non abbiamo ancora toccato il fondo e siamo in un momento di discesa. A livello geopolitico, a livello della salute umana sia a livello fisico che mentale, emozionale. Su tanti livelli del pianeta, dell’ambiente, non entriamo in questo argomento perché il problema dell’ambiente non è quello che facciamo, ma è l’attitudine che noi abbiamo verso la natura, dove ci manca la consapevolezza che noi siamo “parte” della natura. Noi non siamo lì per possederla o sfruttarla. La natura non sono le risorse naturali, noi facciamo parte della natura. Guardando in un senso generale è molto difficile essere ottimista, pensando a breve e lungo termine. Poi, come per tutte le cose, si arriva al punto più basso, e a un certo punto si risale, portando in sé le cicatrici e le ferite di quello che si è vissuto. Però quando vado a vedere da un punto di vista individuale, nello specifico, nel micro, io non posso che essere ottimista. Io non ho mai visto nessuno a cui si può dire: qua non c’è niente da fare. Tutte le persone che ho conosciuto fino ad oggi sono convinto che se messe nei contesti giusti, se aiutate, possono assolutamente sviluppare un modo più sano di vivere sia dentro che fuori. Quindi nello specifico, nell’individuale, io sono molto ottimista. Nel macro, sono pessimista. Perciò la conclusione qual è? Il macro è fatto del micro, quindi siamo ottimisti. Però dobbiamo lavorare sul micro, non sul macro. Alla fine, ognuno di noi fa la sua piccola parte e con quello si può fare tanto. Io volevo concludere questa intervista con qualcosa di ottimista. E la realtà è che si può fare tanto. Cambiando la nostra visione, gradualmente cambiamo anche il collettivo, inevitabilmente. Il modo di vivere lascia un impatto nel futuro di tutti quelli che verranno dopo di noi. Noi facciamo qui al Centro di Albagnano un campo estivo con i ragazzi dai 9 ai 18 anni. La volta scorsa abbiamo avuto più di 60 ragazzi. Poi proprio i ragazzi che stanno così bene ci hanno chiesto di vederci più spesso e quindi abbiamo fatto il campo invernale e poi adesso il campo di primavera. E vedo i ragazzi come cambiano e come sono aperti. Il nome che noi diamo al campo è: Gli esploratori dello spazio interiore. Quest’anno hanno voluto che facessi un incontro con loro per approfondire la differenza fra bisogni, sogni, obiettivi e desideri. E abbiamo discusso su tutte queste cose, imparare a riconoscere quali sono i nostri bisogni, riconoscendo i nostri bisogni creiamo degli obiettivi per soddisfare quei bisogni, permettersi di sognare, e la forza che ci spinge è il desiderio. Poter parlare con ragazzi da 9 a 18 anni di queste cose, dove è da loro che nasce la richiesta, è una cosa bellissima. Quindi si vede che esiste tanta possibilità, però hanno bisogno di un ambiente sano che permetta queste cose. Tanti ragazzi ci vengono a dire: questo è l’unico posto dove sento di poter essere me stesso. Quindi questa è una cosa che vedo, c’è tanta speranza, ma c’è bisogno di creare l’ambiente giusto. Durante il campo il telefonino è proibito. I ragazzi quando sono qua hanno tre regole principali: devono rispettare se stessi, rispettare l’altro, rispettare l’ambiente. Noi vediamo i risultati, si vedono, è pazzesco. Ho avuto dei momenti di emozione, di gioia nel vedere questa sessantina di ragazzi. Questo per dire che c’è speranza, che si può fare tanto. Un passettino dopo l’altro si mette energia in una buona direzione, i risultati ci sono. Noi diciamo: più ti trovi nel buio, e più potente è ogni piccola luce. -------------------------------------------------------------------------------- Lama Michel Tulku Rinpoche, nato nel 1981 a Sao Paolo in Brasile, è un maestro buddhista e guida spirituale di diversi centri buddhisti nel mondo. Per maggiori informazioni sui Centri Kunpen Lama Gangchen: https://kunpen.ngalso.org/ Libro: Dove vai così di fretta? Di Lama Michel Rinpoche -------------------------------------------------------------------------------- La 1° puntata dell’intervista si può trovare qui. La 2° puntata qui. La 3° puntata qui. Intervista a cura di Barbara De Luca, Giorgio Schultze e Thomas Schmid. Redazione Milano
February 26, 2026
Pressenza
Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene
Discutevo stamattina (24 febbraio, ndr) con don Corrado Lorefice, di quanto possa dare fastidio al potere e a quell’ asservimento all’odio a cui esso si affida per tentare di garantire legittimità alle sue gesta, una preghiera, come quella che abbiamo recitato in mare domenica per ricordare i dimenticati della strage, i “fatti morire” durante i giorni del ciclone. BOT pagati dagli uffici del marketing elettorale, e persone singole che appartengono a varie conventicole, le “haters chains” digitali che si attivano solo per insultare, spargere odio razziale, menzogne sulle persone, sono come impazziti di rabbia per una preghiera innalzata per i nostri morti. “Nostri”, e già questo li manda fuori di testa. L’algoritmo aiuta questa dinamica, la amplifica, perché è così che chi detiene il controllo del “mezzo di produzione”, dello strumento social, si arricchisce. Lo scontro, la polemica, il fighting, moltiplica le interazioni, aumenta il rating con il quale si stabilisce il prezzo di vendita. Lo scontro sui social media incrementa il business perché è il motore principale dell’engagement (coinvolgimento), che si traduce direttamente in maggiore visibilità, traffico e, in ultima analisi, monetizzazione attraverso la pubblicità. Le piattaforme sono progettate per premiare soprattutto la rabbia, la polarizzazione, lo scontro, l’assalto, le minacce. La violenza, testo o immagini, è fonte di valorizzazione nel tecnocapitalismo. Ma d’altronde in un mondo dove il “Board of Peace” celebra la “colonizzazione a scopo immobiliare”, e dove il più grande investimento degli Stati sono le armi di distruzione di massa, come potrebbe essere diverso? Gli haters possono essere sia macchine, come i bot ( gli agenti Smith di Matrix ) sia persone vere e proprie. Le “macchine” sono prodotte, messe in funzione e vendute da centri, aziende e organizzazioni che sviluppano “bot” (intesi come chatbot basati su intelligenza artificiale, algoritmi conversazionali o automazioni). Si concentrano principalmente negli Stati Uniti, ma con una forte crescita di realtà specializzate in Italia ed Europa. Gli “umani” delle “catene dell’odio” invece, dai loro profili spesso imbarazzanti rivelano condizioni soggettive di particolare arretratezza e disagio: sembrerebbero persone molto sole, con bassa scolarizzazione, in generale piene di rancore verso un mondo che probabilmente non gli ha dato molto. L’organizzazione e la trasformazione delle psicopatie diffuse, delle crisi fobiche, delle frustrazioni, dell’alienazione, in strumenti di intimidazione digitale, è un lavoro vero e proprio per i responsabili social di molti politicanti. Il carattere filogovernativo di questa armata di sfigati nella vita reale, ma legionari minacciosi in quella virtuale davanti a una tastiera, rivela che c’è chi li usa in maniera scientifica per tentare di costruire un immaginario del “sentiment sociale” al quale poi riferirsi per tentare di rappresentarne le istanze non più individualizzate, ma divenute collettive per auto-riconoscimento. Naturalmente la funzione primaria di queste “legioni” che si attivano e attaccano, è anche quella tipicamente squadristica della minaccia e dell’intimidazione contro gli avversari e oppositori politici: dalla “character assassination” – la distruzione della reputazione mediante un processo intenzionale e duraturo che distrugge la credibilità e la reputazione – alla minaccia vera e propria. Alcuni di questi “militanti” delle haters chains filogovernative sono talvolta querelati per diffamazione aggravata o minacce e pagano con denaro contante le loro bravate in rete: ho lettere di scuse scritte da chi mi minacciava a diffamava davvero pietose ( sto pensando di farne un libro) perché poi quando alla fine devono tirare fuori migliaia di euro – che vanno tutte a finanziare missioni di soccorso, e questo è davvero il bello – piangono come bambini. Comunque una Messa, una preghiera, un gesto d’amore verso i nostri fratelli e sorelle fatti morire in mare, sono divenuti azione politica dirompente contro il silenzio delle autorità su una strage che non bisognava vedere. Contro il “male” fatto a sistema. La “necropolitica” che cos’è se non la strutturazione sistemica di politiche basate sul potere di imporre la morte sul desiderio di vita? La foto di don Mattia Ferrari che alza l’ostia al cielo per quei morti uccisi dal sistema e non dal mare e nemmeno dal ciclone, é una immagine potentissima contro il razzismo, contro la “globalizzazione dell’indifferenza” come diceva papa Francesco. La verità, come quella pronunciata nel suo scritto da don Corrado, fa paura a chi ha bisogno della menzogna per poter comandare. Abbiamo davanti uno straordinario esempio di che tipo di lotta e fra chi e che cosa, stia alla base di ogni idea e sogno di un mondo nuovo. Umano e disumano, verità contro menzogna, amore come arma potente e temuta in un vuoto esistenziale individualizzato e apocalittico che vogliono farci credere debba essere l’unico eterno e immutabile presente. E la “zona rossa” della religione, della fede in qualcosa che propone un sovvertimento radicale – siamo fratelli tutti – accende tutti gli allarmi degli agenti Smith di Matrix: “Dio, patria e famiglia”, o “sono madre e cristiana”, o faccio il comizio con il rosario in mano mentre aizzo la folla contro i “clandestini”, e’ l’unico cristianesimo consentito. E invece “cristiani diversi”, “poveri cristiani” come direbbe Ignazio Silone, cristiani che non blandiscono il potere ma mettono in pratica il Vangelo, e le due cose insieme, brama di potere e Vangelo, non possono stare, questi cristiani si stanno organizzando. Stanno “cospirando per il bene”. Insieme a tanti musulmani, o non credenti. Suore e sacerdoti insieme a laici. Oggi con don Corrado, sorridendo della nostra comune condizione di “lapidati” da schiere di odiatori reali e macchinici sui social, concordavamo su ciò che Madleine Debreil scriveva: “che cos’è il Male? E’ innanzitutto assenza di bene”. Praticare la cura, il soccorso, la protezione di coloro che sono esclusi, costruire comunità su queste basi, non sulle comodità di stanchi riti vuoti ma sulla strada rischiosa, perché non consentita dal potere e dalla cultura dominante, di quel “fratelli tutti” fatto di pratiche concrete e senza dover attendere il permesso di nessuno, è un atto rivoluzionario. Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene. Redazione Palermo
February 26, 2026
Pressenza