Tag - Umanesimo e Spiritualità

Yennayer, l’ostinata resistenza di una festa pagana
Il 12 gennaio di ogni anno, mentre l’Occidente ha già archiviato le celebrazioni del suo Capodanno gregoriano, nel Maghreb si accendono i fuochi di una festa millenaria che ha resistito a tutto: alle invasioni, alle religioni monoteiste, ai tentativi di… Redazione Italia
Venezuela, quando il capitalismo mostra il suo vero volto
La storia mostra che il capitalismo, nei momenti di crisi, abbandoni la maschera della democrazia formale e riveli il suo vero volto: il fascismo. Quanto sta accadendo in questi giorni lo dimostra in modo lampante. Il rapimento del Presidente dello Stato sovrano del Venezuela è, al di là di ogni giustificazione, la vittoria della forza e della brutalità al di sopra di ogni Diritto. In diversi Paesi, come l’Italia, si limita la libertà del potere giudiziario, minando uno dei pilastri della democrazia reale: la separazione dei poteri. In Europa, una piccola élite impone il riarmo e il sostegno illimitato alla guerra in Ucraina, contro la volontà della maggioranza dei cittadini. E tutto questo avviene mentre assistiamo allo sterminio di interi popoli. Nel mondo ci sono molte persone intelligenti, oneste, consapevoli che così le cose non possono andare avanti. Studiosi e attivisti che avvertono l’enorme ingiustizia del sistema attuale e lottano sinceramente per i diritti umani, per la difesa dell’ambiente e per condizioni di vita dignitose, ma le loro analisi e le loro lotte non individuano il problema centrale: il capitalismo stesso. Tutti questi conflitti ruotano attorno a un nucleo che raramente viene messo davvero in discussione. Non si tratta di affermare che la proprietà privata in quanto tale sia un male. Il punto critico è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Il problema nasce quando una piccola minoranza controlla e decide dell’intero corpo sociale, delle risorse, dell’informazione, della politica. Quando il potere finanziario diventa totale, estendendo il controllo non solo alle condizioni materiali, ma anche alle coscienze. Occorre avere almeno il coraggio intellettuale di affrontare questo nodo e di discuterlo apertamente. Senza questo passaggio, ogni analisi resta incompleta e ogni lotta rischia di essere neutralizzata o riassorbita dal sistema stesso. Per questo è fondamentale interpretare correttamente la storia. Il fascismo non è stato il frutto di un errore o della follia di un singolo uomo. Il nazismo fu la conseguenza delle contraddizioni insite nella società tedesca ed europea dell’epoca. Allo stesso modo, le grandi tensioni internazionali di oggi, le guerre, la violenza diffusa, la distruzione dello Stato sociale e la manipolazione sistematica dell’informazione non sono “deviazioni”, ma elementi strutturali di un sistema in crisi. Trump non è un incidente nella storia degli Stati Uniti: già tutti i governi precedenti hanno tentato di favorire colpi di Stato con l’obiettivo di controllare le immense risorse petrolifere del Venezuela. Trump è solo una variante di una linea politica che affossa il diritto internazionale da decenni. Mettere in discussione il capitalismo, e quindi la proprietà privata dei mezzi di produzione, non significa soltanto criticare un modello economico, ma mettere in discussione una mentalità globale che rende possibile e legittima questo sistema. Una visione del mondo nichilista, fondata sulla violenza e sul possesso, sull’individualismo estremo, sulla competizione e sull’efficienza come valori supremi. Una corsa senza freni a produrre sempre di più, in cui il PIL diventa il metro di ogni cosa, quasi fosse la misura del senso stesso dell’esistenza. In questa logica, però, vengono sistematicamente rimosse le domande fondamentali: qual è il senso della vita? Qual è il valore delle relazioni umane? Che posto hanno la solidarietà e la cooperazione tra le persone e tra i popoli, dove andiamo come umanità? Il capitalismo non ignora queste domande per distrazione, ma affonda le sue radici proprio sull’elusione delle domande fondamentali. Per questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno non può essere solo economico o istituzionale. È necessaria una rivoluzione umanista globale, come chiaramente proposta dall’Umanesimo universalista: una trasformazione della mentalità e dei valori, del modo in cui gli esseri umani concepiscono se stessi, i rapporti con gli altri e con l’universo e al contempo una trasformazione dell’organizzazione sociale, delle relazioni tra i popoli e dei modi di produrre, vivere e decidere collettivamente, in direzione di una vera Democrazia Reale. Qualcuno potrà liquidare tutto questo come un’utopia, ma anche se lo fosse, qual è il problema? Le utopie sono sempre state il motore della storia. Sono ciò che ha spinto gli esseri umani a non accettare l’esistente come destino, a immaginare un futuro diverso e a lottare per realizzarlo. Senza utopie non c’è movimento, non c’è progresso, non c’è emancipazione. C’è solo l’adattamento passivo a un sistema che oggi più che mai mostra la propria incapacità di garantire giustizia, pace e dignità.   Europe for Peace
«Superare la crisi e l’incertezza globale: l’umanità in azione», 4° Assemblea del Forum Umanista Mondiale
> CON IL TITOLO «SUPERARE LA CRISI E L’INCERTEZZA GLOBALE: L’UMANITÀ IN AZIONE», > IL 24 E 25 GENNAIO 2026 SI TERRÀ LA IV ASSEMBLEA APERTA DEL FORUM UMANISTA > MONDIALE. Il tema centrale di questa Assemblea intende riflettere sia le difficoltà che i gruppi di tutto il mondo devono affrontare oggi, sia la fiducia nella capacità umana di trovare nuove direzioni. «L’umanità in azione» è un invito preciso a non rimanere bloccati nel discorso o nel dibattito, ma ad agire collettivamente in modo deciso. Il termine «crisi e incertezza globale» si riferisce sia alla situazione attuale che il mondo sta attraversando nei suoi diversi ambiti, sia a ciò che provano gli individui e i popoli nel loro intimo. La prima giornata di questa IV Assemblea aprirà lo spazio indispensabile per dialogare e trovare un orizzonte comune che sostenga l’azione in un’epoca di confusione e scoraggiamento sociale. Verranno inoltre presentate relazioni sulle attività di rilievo promosse dal Forum Umanista Mondiale. Verrà presentato un resoconto di quanto realizzato nel Seminario Umanista dell’Africa Orientale che si è tenuto a Eldoret, in Kenya, dal 15 al 22 agosto 2025, con la partecipazione di delegazioni provenienti da Tanzania, Uganda, Ruanda, Burundi, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia e diverse regioni del paese ospitante. Allo stesso modo, saranno condivise le conclusioni del Forum Internazionale «I movimenti generazionali possono porre fine alla corruzione sistemica?», che ha ricevuto il sostegno di diverse università e accademici delle Filippine e dell’Indonesia, nonché il contributo di attivisti umanisti del Nepal. L’Assemblea dedicherà la seconda giornata di questo quarto incontro mondiale alla definizione di proposte e azioni in una ventina di tavoli tematici a cui parteciperanno persone di diverse culture. Questi tavoli tematici, molti dei quali già operativi in modo continuativo, trattano questioni chiave come la pace e il disarmo, la salute, l’istruzione, la lotta contro la violenza di genere, la situazione reale dei diritti umani, ma anche la lotta contro i disastri climatici, le minacce alla democrazia, l’aggravarsi delle disuguaglianze, i conflitti violenti, gli sfollamenti forzati di popolazione o la richiesta di un buon governo. Fanno parte dell’ampia gamma di temi che saranno trattati nei diversi tavoli: l’economia e il reddito di base universale, la proposta di un’Assemblea Civica Mondiale, lo sport come strumento per la pace e lo sviluppo, la necessità ancora pendente della decolonizzazione, la storia della pace, lo studio e la promozione dell’atteggiamento umanista nelle diverse culture insieme alla ricerca sui fenomeni rivoluzionari psicosociali e spirituali in via di sviluppo. Una questione distintiva della metodologia umanistica di trasformazione sociale e personale simultanea sono le pratiche e i riferimenti concettuali che stanno emergendo dal Tavolo di Sviluppo Interno, avviato nella precedente Assemblea. Una novità di questa Assemblea sarà l’avvio di un Tavolo tematico dedicato alla Musica, all’Arte e alla Cultura come veicoli essenziali per promuovere la Pace e la Nonviolenza. Le sessioni inizieranno entrambi i giorni alle ore 10 (fuso orario Argentina/Cile/Brasile). Le corrispondenze orarie per qualsiasi luogo del mondo possono essere verificate qui. Sebbene l’Assemblea avrà un carattere prevalentemente virtuale, facilitando così la comunicazione tra punti distanti del pianeta, gli organizzatori invitano le comunità vicine a riunirsi di persona e a collegarsi all’incontro da un unico nodo di connessione. Il Forum Umanista Mondiale, nato da una proposta del pensatore e attivista Silo, si è riunito per la prima volta a Mosca nel 1993 e ha l’obiettivo di studiare e sviluppare posizioni sui problemi globali che affliggono il mondo attuale da un punto di vista strutturale e dinamico. In questo modo, il Forum aspira a diventare uno strumento di informazione, scambio, dialogo e azione tra persone, movimenti e istituzioni delle più diverse culture del mondo. A differenza dei vertici e degli eventi i cui effetti spesso si esauriscono in pochi giorni, il Forum Umanista Mondiale assume il carattere di attività permanente. La IV Assemblea invita a condividere questa energia attivista, rafforzare la convergenza e approfondire il senso di possibilità attraverso gli esempi e le proposte di comunità, movimenti e persone che stanno creando soluzioni in modo attivo. L’idea è quella di recuperare e unire il meglio di ciascuno e dell’umanità nel suo insieme in questa complessa fase della storia. La partecipazione all’Assemblea del Forum Umanista Mondiale è aperta a tutte le persone e organizzazioni, con l’unica condizione di non promuovere né sostenere atteggiamenti violenti o discriminatori. Per iscriversi e ricevere il link alla piattaforma virtuale, cliccare qui. Per promuovere nuovi tavoli tematici o altre informazioni o richieste, scrivere all’indirizzo e-mail del Forum Umanista Mondiale info@worldhumanistforum.org -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Pressenza IPA
Chi sono oggi gli ebrei perseguitati, da chi e perché? Dialogo con Rabbi Weiss, esponente di Neturei Karta
Avvertenza per il lettore. L’articolo tratta un argomento delicato, che può urtare la sensibilità occidentale contemporanea. Se chi legge è convinto che i valori della critica e del confronto siano conquiste ed emancipazioni irrinunciabili troverà poco nella storia che propongo e potrà esserne infastidito; pertanto gli consiglio di passare oltre. Per capire questo mondo è necessario sospendere molte categorie di pensiero a cui siamo abituati; solo allora sarà possibile vederne la bellezza cosi com’è, come una rosa antica. Il rabbino ci attende in piedi sorridente; sul grande tavolo è stato imbandito un piccolo rinfresco, con dolcetti al cioccolato, mandarini e succo di pesca. Ringrazia per la visita; è un onore per lui raccontare la verità secondo la Tōrāh. Il fatto stesso che l’abbia cercato e sia arrivata fin lì (in una zona residenziale dello Stato di New York) è volere di Dio. Tra me e me penso lo stesso. Voglio offrire ai lettori di Pressenza un ritratto corretto di chi siete, perché c’è molta confusione attorno al mondo ortodosso ebraico. Me lo spieghi brevemente? Siamo gli ebrei che non hanno mai variato il codice di condotta imposto da Dio. Apparteniamo agli Haredi. Oggi siamo una minoranza, ma fino a circa trecento anni fa tutti gli ebrei erano come noi. Fu in Europa che a quel tempo si iniziò un processo di riformismo che sedusse molti. Vivere una vita intera seguendo restrizioni su cibo, abbigliamento, acconciatura, relazioni… non è facile, soprattutto per le donne. L’intera nostra vita è dedicata a Dio, senza se e senza ma. Ci siamo conosciuti all’ultima manifestazione pro-Palestina di New York City, perché anche voi difendete i palestinesi, sognate una terra libera dall’occupazione e vi dichiarate antisionisti. È questa la posizione degli ebrei ortodossi di Neturei Karta, vero? Sì. La Neturei Karta non è un’organizzazione, somiglia più a un movimento. Nacque nel 1938 proprio per dar voce agli ebrei religiosi che, sulla base delle Scritture dei profeti, capivano che l’istituzione di uno Stato ebraico era un grave pericolo e pertanto si opponevano alle manovre sioniste che da tempo puntavano in quella direzione. Dopo la distruzione del tempio abbiamo capito che Dio non ci permette di costruire da noi uno Stato e dobbiamo considerare quella terra di altri. Verso la terra, ovunque ci troviamo, abbiamo un sacro rispetto, al punto che ci è proibito estirpare alberi. Il sionismo è l’esatto opposto della religione giudaica, è il risultato di un progressivo scivolare nella secolarizzazione e nel materialismo. È la degenerazione del riformismo di cui ho parlato prima. Mentre parla, Rabbi Weiss sfoglia libri, legge passi e mostra fotografie di ebrei come lui picchiati, arrestati, umiliati nel quartiere vecchio di Gerusalemme. Vedi, qui David Ben Gurion, Vladimir Zeev Jabotinsky e altri stanno celebrando la fondazione di Israele e non hanno nemmeno il capo coperto. Non gli interessava nulla della religione, solo dopo hanno capito che i nostri simboli sarebbero tornati utili per muovere emozioni e manipolare la gente comune. Se ne sono appropriati; da lì non si sono più fermati, oggi ordinano rabbini come gli pare e piace. Riesci a darmi i numeri degli ebrei che seguono il movimento Neturei Karta? Se stiamo a ciò che scrivono i nostri detrattori sembriamo pochissimi, ma tu che vivi a Brooklyn hai mai visto una bandiera di Israele? Avrai notato che siamo in parecchi. Sì, certo, vi incontro regolarmente per la strada, direi ovunque. Qui sei in una grande comunità di ebrei, puoi farti un giro, non troverai una sola bandiera d’Israele. A Gerusalemme i sionisti hanno scovato mele marce tra gli ortodossi e ci sono Haredi che siedono in Parlamento; all’inizio lo facevano per proteggersi, ma ora ricevono persino soldi. Io non lo approvo, ma comunque la maggior parte di noi religiosi, qui come a Gerusalemme, Istanbul e Londra e ovunque è anti-sionista. Spesso fanno finta di niente, lo nascondono, perché se ti scoprono subirai ritorsioni; puoi perdere il lavoro, vederti bloccata la carriera, qualsiasi cosa. In pratica mi stai dicendo che voi siete ebrei perseguitati dagli ebrei che hanno abbracciato il sionismo. Pensi che vi sorveglino? Ma certo. Se mi presentassi a Gerusalemme mi arresterebbero. Per finire con la domanda di prima: non siamo così pochi come sempre si preoccupano di scrivere e la consapevolezza aumenta. (Sull’antisionismo il sito riporta un numero di una certa rilevanza: il 35% della popolazione mondiale si dichiarerebbe tale). La città di New York ha eletto un sindaco scomodo per le élite, il socialista mussulmano Zohran Mamdani. Che cosa ti aspetti da lui? Non lo so. Lo abbiamo sostenuto con entusiamo, ma i politici vivono sotto una pressione psicologico-politica inimmaginabile e a un certo punto molti cambiano. Sembrava che Obama potesse essere qualcosa di nuovo e invece non è stato niente di speciale. Una volta incontrai Alexandria Ocasio-Cortez; di lì a poco mi accorsi che più esponevo la posizione di Dio, cioè che gli ebrei devono stare in esilio e più lei era imbarazzata; non era giusto, non mi piaceva metterla a disagio. Collaborate con i gruppi di ebrei pacifisti come Jewish Voice for Peace? Non posso dirti che collaboriamo, ci incontriamo alle manifestazioni e marciamo insieme, ma le nostre posizioni di principio sono lontane. Mi spiace deluderti; da fuori può apparire frustrante e forse a volte mi sono sentito così, ma ho scelto di mettere Dio prima di me stesso e il mio primo compito è ubbidirgli. Non ho nulla contro di loro come persone in sé, ma per me come ebrei stanno sbagliando e mi piacerebbe che si ravvedessero; meno male che almeno non sono sionisti. Tuttavia anche voi ricercate la pace. Siete pacifisti? Sì, certo, come è stato per secoli. Noi ci troviamo benissimo con gli arabi, che ci hanno accolto nei loro Paesi quando in Europa venivamo perseguitati. Anche qui nel quartiere c’è una famiglia palestinese con cui andiamo d’accordissimo. Noi non ci poniamo la questione se siamo pacifisti. Da quando siamo in esilio abbiamo accettato di non poter usare nessun tipo di arma, non possiamo nemmeno tenere in tasca un coltellino svizzero; certo, se uno mi aggredisse saprei difendermi in maniera istintiva. Ricerchiamo la pace e il dialogo perché Dio lo vuole, questo è l’animo con cui siamo andati in Iran, in Libano, a Gaza e in tanti altri luoghi e ci siamo sempre trovati benissimo. Nel 2005 ero pronto a salire a bordo della Flottiglia Marmara, quella che partì dalla Turchia. Poi mi arrivò il verdetto di un nostro consiglio superiore: diceva che non era opportuno, era un’azione troppo lontana dalla nostra policy e sarei stato un bersaglio perfetto. Ho ubbidito. Lui poco fa mi ha detto che si era accorto di mettere a disagio Alexandria Ocasio-Cortez, ma che cosa sto facendo io adesso? Lo tormento sui temi a me cari. Decido di saltare la domanda sulla disobbedienza civile e le tecniche di resistenza nonviolenta. Mi tornano in mente le conversazioni nel cubicolo polveroso di Dharmananda Jain (ho vissuto qualche mese all’interno della comunità jainista di Delhi); conosco il mondo fatto di circoli chiusi, di gruppi il cui unico interesse è salvaguardare e ripetere senza soluzione di continuità il proprio canone. Lo stesso mondo dello yoga a cui appartengo non fa eccezione. Il punto su cui riflettere è che queste realtà sanno benissimo come comunicare tra loro, fare accordi e rispettarsi. È con noi che stridono. Sono passate più di tre ore e Rabbi Weiss è un fiume in piena; racconta della sua famiglia, in buona parte perita nell’olocausto, del movimento della Neturei Karta, delle innumerevoli contraddizioni dei sionisti, della grande soffrenza dei palestinesi, del regno di Dio che non sarà riservato solo a loro, anzi, ci tiene a dirmi che, sebbene non possa spiegarmi come avverrà, il cambiamento sarà metafisico e tutti insieme confluiremo nella gioia divina. Sembra che non voglia mandarci più via: “Sono contento se state qui fino a stasera, potete rimanere tutto il tempo che volete,” mi dice. Da quanto era che non ricevevo una tale ospitalità, una tale attenzione? Tempo dedicato a me, alle mie domande, senza che mai questo signore abbia guardato l’orologio, dimostrato stanchezza o fastidio per le sciocchezze che posso aver chiesto?  Quale autorità, religiosa o mondana che fosse, oggi mi avrebbe ricevuta donandomi tutto il suo tempo?  Noi che diamo a tutto un prezzo. E come società aperta, progressista ed evoluta quanto siamo capaci di tollerare vicino a noi un sistema chiuso?   Oggi siamo impegnati a dar contro all’hijab mussulmano e pensiamo che se preferisci farla nel bosco invece che nella tazza devi essere visitato dallo psichiatra, ma quando realizzeremo che anche le ebree ortodosse sposate si devono coprire il capo? Che gli ebrei ortodossi non mandano i loro figli alle scuole pubbliche e li tengono protetti dentro la comunità? Quale battaglia civile ci inventeremo? Rabbi Weiss sa bene di non essere al sicuro, ma più di tutto sa di dare fastidio agli ebrei riformati, sionisti e non e ne soffre. Un Rabbi Weiss ci sarà sempre, chiuso nella sua figura austera vestita a lutto, a ricordargli come dovrebbero vivere in esilio.  Si può ascoltarlo o ignorarlo, di certo non si può cambiarlo. Lui non potrà mai farci davvero del male. Dio gli ha proibito il potere politico e l’esercito e lui può solo parlare. Questa è la funzione della Neturei Karta: parlare a voce alta. Ci salutiamo calorosamente e mi regala i dolcetti.   Marina Serina
In ricordo di Antonio Giacchetti, divulgatore del Calendario Maya in Italia
” Chi possiede il tuo tempo controlla la tua mente. Libera il tuo tempo, e possiederai la tua mente.” José Arguelles   Un’altra voce libera se n’è andata nel panorama culturale e spirituale italiano. Il 14 dicembre 2025 ci ha lasciati Antonio Giacchetti, studioso delle culture dei popoli nativi, ma soprattutto profondo conoscitore della cultura, della storia e della spiritualità del popolo Maya. Nato a Bari, residente a Trullolandia (Cisternino), nella magica Valle d’Itria, Giacchetti era un giurista, avvocato “pentito” che mai ha esercitato la sua professione per dedicarsi invece all’antropologia e alla spiritualità, studiando i Maya e le altre civiltà mesoamericane. Dopo aver completato due giri del mondo, realizzando un sogno dell’infanzia, per un totale di sette anni, incontra a Miami (Maya-mi) il libro che tradurrà in italiano e per cui diventerà famoso, Il Fattore Maya (WIP Edizioni, Bari 1999) – formidabile long-best-seller internazionale del professor José Argüelles che cambierà per sempre la nostra comprensione della misteriosa civiltà Maya – e diventa l’interprete ufficiale e traduttore italiano del Prof.  Argüelles (1939-2011), decodificatore dei codici matemagici dei Maya Galattici, curando la pubblicazione delle sue opere e del Sincronario Galattico di 13 Lune di 28 Giorni. Docente di Anatomia Archetipica Comparata presso l’Istituto di Pedagogia Olistica IBA di Firenze, è stato collaboratore di UAM.TV, dove è disponibile “Viaggio in Messico”, serie realizzata con lui: un percorso attraverso luoghi, simboli e culture antiche senza ridurle a folklore. Dal 2007 ha organizzato e guidato viaggi di scoperta e avventura in Guatemala e Honduras, e di ricerca e spiritualità in Messico, dove ha incontrato anziani Maya con cui si tengono cerimonie nei luoghi di potere della tradizione Maya. Giacchetti ha partecipato al Seminario di Sette Settimane dei Maghi della Terra in Cile (Ottobre-Dicembre 1999) e, a partire dallo stesso anno, è coordinatore del PAN Italia, la Rete d’Arte Planetaria, nodo locale del network PAN globale nonchè struttura organizzativa del Movimento Mondiale di Pace per il Cambio al Calendario delle 13 Lune di 28 Giorni. Per anni ha amministrato il sito www.13lune.it , ha curato il coordinamento dell’Equipe Traduttori PAN ed ha compilato l’edizione italiana del Sincronario Galattico Maya. Persona di grande onestà umana e intellettuale, Giacchetti si è distinto per la sua incessante attività di conferenziere e divulgatore, tenendo sempre conferenze e seminari sui Maya e sul 2012. Dobbiamo a lui la diffusione della comprensione e della conoscenza in Italia del Calendario Maya e della diversa prospettiva di tempo che ne deriva. Secondo la visione di Giacchetti, come anche quella di Jose Arguelles, noi viviamo in un incubo meccanizzato in cui siamo vittime dell’idea di tempo che 5.000 anni fa i sacerdoti babilonesi – usurpatori del potere matriarcale, lunare e femminile – hanno stabilito e che in seguito, circa 2.000 anni fa, Giulio Cesare e Cesare Augusto, signori della guerra, hanno rafforzato con il “calendario giuliano” (in vigore dal 46 a.C. al 1582). Il 4 ottobre 1582, con la bolla papale Inter gravissimas, Papa Gregorio XIII ha introdotto quello che è passato alla storia come “calendario gregoriano” (composto da 12 mesi con durate diverse – da 28 a 31 giorni – per un totale di 365 o 366 giorni: l’anno di 366 giorni è detto anno bisestile). Introducendo la concezione lineare del tempo di matrice cristiana e l’idea di futuro come moto regolatore del tempo per cui viviamo, il “calendario gregoriano” si è imposto in tutto il mondo e ha cercato di sostituire tutte le concezioni cicliche del tempo tipiche delle culture indigene. L’imposizione del calendario occidentale alle popolazione mesoamericane fu il primo atto di colonizzazione, seguito dalla violenza, dall’epistemicidio, dalla spada e dall’imposizione della propria religione, della propria scienza e della propria filosofia. Questo ha comportato la distruzione sistematica della sincronizzazione/connessione dell’essere umano con la Natura, con i cicli ecologici e con il movimento del cielo, imponendo un calendario basato sulla vita di Gesù. Il colonialismo e i missionari cristiani, per colonizzare ed evangelizzare, hanno dovuto imporre la forma mentis che avrebbe accettato il loro modello di sviluppo e di società. Nel 1597, Francois Bacon scrisse nei suoi Essays la frase “Il tempo è denaro”. Questo diventerà il motto della società industriale occidentale basata sull’idea di “progresso” indefinito, che ha portato alla nostra società dominata dalle macchine, dalla mentalità estrattiva, dalla tecnologia e dalla separazione umano-Natura, catapultandoci in un luogo figurato che non è il nostro. Dalla magia del qui e ora e dell’eterno presente – ci ha insegnato Giacchetti – il tempo è stato diviso in unità arbitrarie, svuotato del suo significato magico, ridotto a durata e rapportato al denaro. Il complicato e insensato relitto arcaico che usiamo per misurare il nostro tempo, ovvero il calendario gregoriano (derivante a sua volta dal calendario giuliano) è un potentissimo strumento occulto di potere e di controllo; il suo uso prolungato ha prodotto una deviazione nella mente collettiva, portandoci a credere che il tempo è denaro e che la guerra è lo standard di risoluzione ai conflitti. Le cosmovisioni indigene, oltre a non concepire questa imposizione coloniale del tempo, avevano capito che tutto era ben diverso. Il Tempo è Arte e noi siamo Arte incarnata nel Tempo, il tempo è “coscienza”, è “vita”. La civiltà Maya aveva più di tutte le altre una concezione ciclica e una conoscenza astronomica e cosmologica che aveva portato alla creazione del Calendario Sacro Maya, chiamato Tzolk’in, una matrice matematica formata da 260 unità, che nasce da 20 segni e 13 toni che si intrecciano fra di loro. Venne decifrato dal Prof. José Argüelles e da sua moglie Lloydine, che hanno studiato i calendari Maya e individuato le frequenze del tempo artificiale (12:60) e naturale (13:20), dando vita ad un corpus di conoscenza interamente nuovo: la Legge del Tempo, che si articola nella matematica della Quarta Dimensione e nello studio dell’Ordine Sincronico. A partire dal presente, l’analisi va indietro nel tempo alla ricerca di civiltà come i Maya e i nativi americani che si sono sviluppate in modo diverso ma dalle quali abbiamo molto da imparare; società sterminate da noi in nome dello “sviluppo” e della “modernizzazione”, ma che oggi vengono prese da esempio per insegnarci molto su noi stessi, sul nostro presente e sul futuro che ci stiamo costruendo. Questi antichi popoli, anche se a migliaia di chilometri di distanza e in momenti diversi della storia, sono simili non solo nel loro modo di rapportarsi con la Natura, con l’Altro e con il cosmo, ma soprattutto perché la loro visione del mondo “illuminata” anticipa ciò che alcuni scienziati contemporanei hanno a lungo sostenuto: tutto è vivo e interconnesso. I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale “In Lak’ech”, che significa “Io sono un altro te stesso” o “Io sono te, tu sei me”. Oggi, la scienza moderna e la fisica quantistica hanno confermato che, in effetti, tutto nell’Universo è energia e che non vi è separazione tra l’osservatore e ciò che viene osservato. Tutto è collegato, tutto è vivo e quindi tutto vibra. Nel marzo 2012, Antonio Giacchetti è diventato famoso per aver partecipato alle riprese – nonchè per essere uno dei protagonisti – del film documentario “Un Altro Mondo” del regista romano Thomas Torelli, in cui ha dichiarato: “Il nostro calendario influenza tutto ciò che facciamo e coordina tutte le attività della nostra società. (…) Il calendario influenza anche la nostra mente e la nostra capacità di pensare, se pensiamo al nostro cervello come all’hardware e ai nostri pensieri come al software, il calendario corrisponde al programma operativo. E’ questo il vero ‘baco’ del millennio nel calendario gregoriano. Una frequenza disarmonica di base che ci condiziona a pensare meccanicamente, con conseguenze che coinvolgono tutto il pianeta. Usare un calendario artificiale e disuguale, irregolare ed irrazionale, come il nostro calendario gregoriano, ha prodotto una cultura altrettanto irrazionale, col risultato di una divergenza dal tempo naturale ed ecologico che ha portato a conseguenze nel nostro ambiente, nella nostra cultura e nei nostri comportamenti.” Qualche anno fa, proprio su queste proposte, era nato Movimento Mondiale di Pace per l’Adozione del Sincronario delle 13 Lune proprio con il fine di adottare il Sincronario Maya in quanto più in linea con i ritmi ecologici del Cosmo, della Terra, della Vita e della Natura. Affermava Antonio Giacchetti nel documentario “Un Altro Mondo” di Thomas Torelli: “Il nostro tempo è diventato un incubo meccanizzato. La mattina ci sveglia una macchina, ci entriamo in un’altra macchina che ci porta nel nostro luogo di lavoro. Vuoi scommettere che il nostro lavoro è mandare avanti tutto il giorno? (…) E al termine di una giornata di lavoro di questo tipo, ci rimettiamo in una macchina e torniamo a casa dove ci sono altre macchine che si incaricano di divertirci e nutrirci. Al termine di un mese di questa vita riceviamo in cambio del nostro tempo, che è sacro, una quantità di denaro che è l’ipnosi collettiva meglio riuscita su questo pianeta e con quella somma di denaro corriamo tutti contenti a comprare nuove macchine”. Secondo molti antropologi, il calendario Maya era solo uno strumento per determinare i tempi della semina, ma secondo studi più approfonditi si tratta di un sistema per la regolazione dei tempi della vita su un piano cosmico in cui si possono identificare altri cicli, più grandi e più piccoli. “Un sistema del tempo ciclico e una visione dell’universo quadridimensionale a matrice radiale, in cui il punto zero è il sempre-presente-qui-ed-ora. In questa concezione crono-centrica il tempo è la quarta dimensione. La nostra è invece spazio-centrica, considera il tempo lineare e l’universo tridimensionale” – affermava Argüelles. Per i Maya l’essenza del tempo non è nella durata, computata e frazionata in ore, minuti e secondi meccanici, ma piuttosto nella sincronizzazione, il cui strumento supremo è l’essere umano. I Maya concepivano il tempo come “arte” e come “coscienza”, qualcosa di totalmente diverso che sancì uno scontro radicale di civiltà tra la cosmovisione dei Maya e la visione dei conquistadores e dei missionari, cercando di imporre, con la linearità cristiana, che la nostra vita non è più nostra, ma è la vita di chi ci paga per il nostro tempo. Forse è proprio su questo che avvenne l’impatto più violento tra conquistadores e la Civiltà Maya. Secondo Giacchetti era diventato necessario passare dal calendario gregoriano al Calendario Maya per: spezzare questo flusso di Matrix che ci aveva condotto alla società dello sviluppo indefinito; tornare ad essere co-creatori della propria realtà; esplorare i codici matemagici che i Maya Galattici ci hanno lasciato; conoscere la configurazione energetica del momento del tempo che abbiamo scelto per VENIRE ALLA LUCE; compiere la nostra missione su questa Terra; e sviluppare il nostro potenziale e ricordare chi siamo veramente. Oggi più che mai, per uscire dal realismo capitalista, dal mito della crescita economica, dalla società industriale di massa, dall’invenzione artificiale dell’idea di “progresso indefinito”, dal consumismo e da questo modello di produzione e sviluppo, doppiamo decolonizzare la nostra idea di tempo e dunque, come ci spiega Latouche, decolonizza il nostro immaginario economico. Dobbiamo passare dall’idea di linearità all’idea di ciclicità, dalla frenesia alla lentezza, dall’eccesso di tempo fugace e precario all’eterno presente del “qui e ora”. Se si esce dalla visione occidentale ed ottimistica del futuro, come qualcosa che arriverà da solo e sarà sempre positivo in balia degli eventi, e si entra in una dimensione reale del tempo, si capisce che se il futuro è figlio del presente e che il presente è il luogo temporale in cui creare le cause per un futuro migliore. Giacchetti sosteneva che i venti del cambiamento sono su di noi e una nuova Era di consapevolezza deve iniziare. È come se l’uomo finalmente risvegliasse la sua vera identità, la sua naturale capacità di creare la propria realtà, abbandonando lentamente il dualismo mente-corpo che caratterizza gran parte del pensiero moderno. Come sosteneva Argüelles: “La frequenza temporale attualmente in uso, quella 12:60, è contro natura ed è strettamente connessa al corso imboccato dall’Occidente verso una civiltà completamente tecnologica, basata sullo sfruttamento totale delle risorse naturali della Terra, con il conseguente inquinamento dell’ambiente naturale, la biosfera. L’ottimismo tecnologico si rivela miope nel credere che si possa seguire questa direzione indefinitamente.” Forse c’è veramente una nuova umanità cosciente che sta finalmente mettendo in discussione l’idea di sviluppo, l‘idea che i progressi della tecnologia, della scienza e l’organizzazione sociale producano automaticamente un miglioramento della nostra condizione. Questa frattura ci sta facendo riscoprire le nostre origini ancestrali e antichi sentimenti, dove la felicità non è associata alla materia ma allo spirito. È tempo per noi di “vivere” questa consapevolezza, come i nostri antenati hanno fatto tanti anni fa. Questo Giacchetti lo aveva capito bene. Nelle culture primarie tradizionali che Giacchetti ha raccontato per tutta la vita, la morte non è la fine assoluta ma un passaggio. Chi se ne va continua ad abitare la comunità sotto altre forme, nei sogni, racconti, memoria condivisa. Di Giacchetti rimarrà la sua profonda conoscenza, la sua onestà e la sua saggezza interiore con la speranza che continueranno a diffondersi come esempio e risveglio della consapevolezza.   https://www.karmanews.it/34302/maya-ma-chi-li-conosce-davvero/ > Maya: ma erano davvero sanguinari? > Decolonizzare il tempo con il Calendario Maya > La colonizzazione del tempo Lorenzo Poli
Volere e poter sfuggire alla paura
È evidente: la paura cresce nelle menti, nei cuori, nell’animo. Negli individui e nei popoli. A livello locale e mondiale. Questa paura provoca angosce terribili, fughe, comportamenti irrazionali, conflitti, malessere e mal di vivere generalizzato, e una perdita di senso sempre più grande e profonda. L’oscurità sta vincendo… O quantomeno così potrebbe apparire! Nel caos che ci circonda (dentro e fuori), abbiamo qualche margine di manovra come individui? 1. Fermarsi, osservare, comprendere le paure La paura è una funzione molto importante nell’economia dello psichismo umano. È sana quando è la risposta (emotiva) istintiva di fronte a un pericolo tangibile. Si produce affinché venga data una risposta: fuggire dal pericolo o affrontarlo, ma con l’obiettivo di proteggere la vita. Questa paura si trasforma in angoscia (emotiva) quando diventa irrazionale: non è presente alcun pericolo reale, ma si reagisce come se ci fosse. Le risposte date sono quindi tutte inadeguate poiché non hanno nulla di concreto da risolvere: la fuga si trasforma in un comportamento generalizzato; si fugge dal mondo, dagli altri, da sé stessi e i mezzi di fuga diventano distruttivi per il corpo (droghe, alcol, disturbi alimentari) e per la mente (giochi, distrazioni, consumi eccessivi, schermi…). La paura assume una connotazione ancora più negativa quando si trasforma in ansia (mentale): iniziamo a produrre scenari catastrofici a cui crediamo: tutto andrà male, tutto è pericolo, non c’è via d’uscita, il futuro è chiuso. Questi scenari sono affermati come realtà e difesi come tali. In sintesi: la paura di fronte al pericolo immediato: utile e salutare. La paura angosciante: passionale, irrazionale e distruttiva. La paura ansiosa: inutile, illusoria, offusca il presente, chiude il futuro. Nella paura, l’individuo si sente e si crede solo al mondo! Ma non è così: «Non immaginare di essere solo nel tuo villaggio, nella tua città, sulla Terra e negli infiniti mondi.» [1] 2. Rendersi conto: è la fine di un’era. È ovvio che le minacce sono «reali» in questo mondo alterato e violento. E i rischi derivanti dalle decisioni irrazionali, miopi e poco intelligenti dei governanti di questo mondo aumentano notevolmente i pericoli per tutti. Diffuse da media al servizio di valori antiumanistici, le «informazioni» sul mondo vicino e lontano che ci circonda non fanno altro che alimentare un’ansia generale e servono solo a giustificare decisioni prese che portano ad ancora più violenza e distruzione. Siamo alla fine di un’era, alla fine di una civiltà, e tutti gli elementi della decadenza finale sono presenti: moltiplicazione dei conflitti armati, aumento della povertà e delle ingiustizie, indecenza dei potenti, epidemie e flagelli di ogni tipo, con – come corollario – l’aumento delle grandi paure dell’uomo anche nelle società dell’abbondanza: paura della solitudine, della fame, della povertà, della malattia e della morte. Ma il proiettore potrebbe anche illuminare il fatto che ci sono sempre stati, e ci sono ancora, gli avanguardisti della civiltà futura… Coloro che cercano e lottano nel caos per uscire (e far uscire altri) dall’oscurità. Coloro che sentono che la Storia umana non si ferma qui, che si sta facendo, si sta scrivendo, e che ognuno può trovare il proprio ruolo da svolgere, coloro per i quali il futuro prevale sul presente, coloro che hanno fede nell’uomo e nelle sue possibilità. È posizionandosi mentalmente in modo diverso che ognuno può prepararsi e contribuire alla grande svolta della Storia umana. Così, liberarsi dalla paura diventa una missione ed è importante tanto per sé stessi e i propri cari quanto per il resto dell’umanità. Per questo c’è solo UNA soluzione: uscire dall’isolamento. 3. Scegliere le prospettive a partire da, tramite e per il “noi” Possiamo agire sull’angoscia e l’ansia AGENDO. Ognuno può rendersi conto intenzionalmente che può sempre agire intorno a sé, in modo diverso dalla vecchia e logora direzione del “per me prima”. Agendo in gruppi i cui progetti riguardano o toccano insiemi umani, si recupera giustappunto il proprio posto di essere umano: cooperare a una costruzione che va oltre sé stessi. E anche se i progetti falliscono, in questo tentativo – tante volte ripetuto nel corso della Storia – di costruire un futuro migliore, la coscienza individuale si salva dalla paura. Ma per farlo, è necessario unirsi ad altri. È con questi altri che si può costruire altri scenari, ed è con altri che li si può realizzare; è con questi altri che si può far crescere concretamente altri valori. Quando si inizia a cooperare alla realizzazione di progetti la cui portata coinvolge individui al di fuori del proprio ambiente familiare, ci si sente «parte integrante» dell’opera creatrice umana. Inoltre, le paure diminuiscono perché l’individuo può contare sull’aiuto reciproco, può lui stesso dare aiuto, e sperimenta che – proiettando la sua azione al di là di sé stesso – lancia anche la sua intenzione ben oltre il presente. Il futuro si apre e rimane aperto, con prospettive, anche in circostanze sfavorevoli. 4. Riunire, far convergere i “noi”: la forza Anziché sprecare le nostre belle energie in paure e ansie, sarà molto più costruttivo lavorare ovunque ci troviamo • a una nuova forma di pensiero: più strutturale, imparando con determinazione a mettere in relazione più elementi, scegliendo di diventare più intelligenti; • a fare spazio alla nuova sensibilità, che vediamo emergere sempre più nelle nuove generazioni, con più affetto, compassione e considerazione per il bene comune; • a una cooperazione scelta all’interno delle associazioni e degli organismi, ma anche mettendo in relazione i gruppi tra loro. Che tutte le buone volontà convergano, si riuniscano, si sostengano, si completino e si rafforzino! Dobbiamo implementare veri fronti d’azione in tutti i campi dell’attività umana. Tutti questi “noi” riuniti sono già i germi e i germogli della civiltà futura. E tutte queste azioni, da umili lavoratori, danno senso agli individui e ai gruppi (comunità, collettività, associazioni, …). 5. Ispirarsi, connettersi: nel profondo dell’anima umano vive qualcosa di molto grande Tuttavia, il senso non è prestabilito. È l’essere umano stesso che dota di senso le sue relazioni, le sue azioni, la sua vita… o meno. È lui che, intenzionalmente, decide cosa ha senso per lui… o meno. In ogni caso, l’essere umano in situazione di crisi, da solo o collettivamente, si interroga più profondamente sul valore della propria vita, ma anche sul senso dell’esistenza umana. È allora in grado di ascoltare e sentire risposte che provengono da qualcosa di più profondo, di più atemporale, ma anche di più fondamentale… Questa dimensione noetica, sempre presente negli individui e nei popoli, tradotta in correnti religiose e mistiche nel corso della Storia, questa profonda spiritualità irrompe con grande forza quando il futuro dell’essere umano è compromesso. Si tratta di una spiritualità profonda, che nasce nella sua forma libera da dogmi e che, allo stesso tempo, è presente nel cuore dell’anima umano sin dalla notte dei tempi. Ha la capacità di liberare l’essere umano dalla paura, dalle angosce e dalle ansie. Praticato con libertà e per Necessità (ciò di cui abbiamo realmente bisogno), unisce l’umano al sacro (divino), ma anche gli esseri umani tra loro. Unisce, sostiene e conforta, illumina il cammino. Nell’esperienza del Sacro che giace nel cuore dell’anima umana, degli individui e dei popoli, si rivela il futuro: l’essere umano passerà dalla preistoria alla storia pienamente umana. Ma per questo deve vincere le sue paure lavorando per l’Umano stesso, scegliendo come punto di riferimento la forza, la saggezza e la bontà, fondamento della futura Nazione Umana Universale, e ricordando che in lui giace, vive e talvolta irrompe qualcosa di molto grande e luminoso. E il futuro sarà diverso se l’individuo di oggi si lascerà ispirare da questa Intenzione evolutiva maggiore.   [1] IL MESSAGGIO DI SILO, IL CAMMINO, EDIZIONI MULTIMAGE, PARIGI, 2007. HTTPS://SILO.NET/MESSAGE/ Rédaction France
Si vis pacem para pacem: non c’è altra via.
Il profeta Isaia, vissuto nell’VIII secolo a. C., profetizzava un futuro in cui le armi fossero abolite e gli esseri umani abbandonassero la cultura della guerra, il preparare i giovani a combattere: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2, 4). Il presidente Mattarella si ostina nell’affermare la necessità del riarmo per la difesa dell’Europa. Nell’ultima sua esternazione ha detto: “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la difesa collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare.” In aggiunta il riarmo è necessario a “tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale”; e questo riarmo, “poche volte come ora, è necessario”. Quindi “armarsi” servirebbe “alla difesa e alla pace”, dando per scontato che le democrazie agiscano rispettose del diritto internazionale. Questo quadro è assolutamente smentito dai fatti, a ripercorrere la storia della seconda parte del Novecento. Nonostante la nascita dell’ONU, che nel preambolo della Carta costitutiva afferma di voler “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. La maggior parte delle guerre sono state agite nel mondo dalle potenze occidentali (includendo la Russia, Unione delle Repubbliche sovietiche): Corea, Vietnam, Afghanistan¸ le guerre del Golfo e dal 2001, come guerre preventive in risposta al crollo delle Torri Gemelle, in Iraq, Afghanistan, Siria. La Palestina, inoltre, è l’emblema del fallimento del diritto internazionale, messo sotto i piedi da Israele nei confronti del popolo palestinese, con la complicità dei paesi occidentali liberal democratici. Sappiamo che il Presidente fa sfoggio del suo essere cattolico, ma talvolta dimentica o mette in secondo piano i pronunciamenti della Chiesa, a partire dall’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII e da quando Papa Paolo VI indisse la “Giornata della Pace” (1968), da celebrare ogni 1° Gennaio. Tradizione che si rinnova ogni anno e che è preceduta da un appello del Papa ad essa dedicato. Paolo VI pensava a questa “Giornata” non solo per i cristiani, ma per tutte le persone desiderose della pace che la volessero condividere. Nel “Messaggio per la I Giornata della Pace” – 1° Gennaio 1968, il Papa indicava «alcuni punti che la devono caratterizzare; e primo fra essi: la necessità di difendere la pace nei confronti dei pericoli, che sempre la minacciano: * il pericolo della sopravvivenza degli egoismi nei rapporti tra le nazioni; * il pericolo delle violenze, a cui alcune popolazioni possono lasciarsi trascinare per la disperazione nel non vedere riconosciuto e rispettato il loro diritto alla vita e alla dignità umana; * il pericolo, oggi tremendamente cresciuto, del ricorso ai terribili armamenti sterminatori, di cui alcune Potenze dispongono, impiegandovi enormi mezzi finanziari, il cui dispendio è motivo di penosa riflessione, di fronte alle gravi necessità che angustiano lo sviluppo di tanti altri popoli; * il pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Pericoli che, invece di essere stati eliminati, oggi si fanno terribilmente attuali. Nel “Messaggio per la LIX Giornata della Pace” del 1° Gennaio 2026, Papa Leone XIV sottolinea alcuni aspetti che dovrebbero interessare i governanti, quelli che si dichiarano cristiani in primo luogo: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza» (i corsivi sono miei). Rilevante anche il passaggio che, dopo aver citato i dati dell’incremento delle spese militari mondiale nel 2024 (aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente: 2.718 miliardi di dollari, pari il 2,5% del PIL mondiale), sembra riprendere la denuncia che l’“Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole” porta avanti da alcuni anni: «Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative (il corsivo è mio): invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza». Riproponendo il discorso sul disarmo integrale dei suoi predecessori (Giovanni XXIII, con la Pacem in Terris, la Gaudium et spes, la Costituzione conciliare su Chiesa e mondo contemporaneo; Papa Francesco, Fratelli tutti), il Papa afferma che le religioni devono rendere un servizio all’umanità sofferente «vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole». «Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture» (i corsivi sono miei). Non il riarmo, dunque è la via alla pace, caro presidente Mattarella, ma il disarmo, quella pace disarmante di cui parla il Papa. Nel messagio  di quest’anno, il richiamo a chi ha responsabilità politiche è chiaro: «Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, “considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde” (Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem in terris (11 aprile 1963), 63). È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali». Caro Presidente ne prenda atto: “Si vis pacem, para bellum” perché non c’è altra via che conduca alla pace.       Pierpaolo Loi
“Quante persone debbono ancora morire in Ucraina?”. una lettera aperta alla vicepresidente del parlamento europeo
Gentilissima vicepresidente Sberna, Mi scusi se mi permetto di interpellarla direttamente e pubblicamente, ma la guerra nel cuore d’Europa, che da anni fa strage d’innumerevoli esseri umani in Ucraina e che da un momento all’altro può estendersi con esiti catastrofici per l’umanità intera, mi sembra essere di tale orrore, gravità e pericolosità da richiedere un impegno personale ed esplicito di chi ha responsabilità pubbliche di rilevanza internazionale. ignoro se lei abbia avuto modo di leggere l’appello “Per la pace nel cuore d’Europa” promosso da molte persone amiche della nonviolenza di cui sono primi firmatari l’illustre missionario padre Alex Zanotelli e la vicepresidente emerita del Parlamento europeo on. Luisa Morgantini, ed allegate ad esso le due lettere al Presidente della Repubblica italiana e alla Presidente del Consiglio dei Ministri del nostro paese, che ad ogni buon conto allego in calce a questa lettera. In quell’appello si chiede ad ogni persona di volontà buona, all’intera società civile e ad ogni istituzione democratica di adoperarsi per mettere immediatamente fine alla guerra e alle stragi nel cuore d’Europa, e di promuovere e realizzare adesso, prima che sia troppo tardi, la pace “disarmata e disarmante” costantemente invocata dal pontefice cattolico e da tante altre personalità sollecite del bene comune dell’intera umana famiglia. Quante persone debbono ancora morire in Ucraina? Ed in quale baratro si sta trascinando l’Europa e il mondo? Gentilissima vicepresidente Sberna, Lei è stata anche per anni assessora ai servizi sociali del Comune di Viterbo, ed ha quindi avuto modo di conoscere quanta sofferenza vi sia già anche in casa nostra e quanto necessario sarebbe usare le risorse pubbliche per soccorrere chi di aiuto ha bisogno, per garantire a tutte le persone una vita degna e sicura. Perché, invece, ingentissime risorse pubbliche italiane ed europee debbono essere scelleratamente sperperate per le armi assassine e per alimentare la guerra in corso nel cuore d’Europa? Lei sa bene quanto me che le armi servono a uccidere, a uccidere gli esseri umani. Lei sa bene quanto me che la guerra in questo consiste: stragi abominevoli, lutti infiniti, irreversibili devastazioni. Ogni persona senziente e pensante sa perfettamente che la guerra è nemica dell’umanità intera; che ogni essere umano ha diritto alla vita; che ogni vittima ha il volto di Abele; che salvare le vite è il primo dovere. Quante persone debbono ancora morire in Ucraina? Ed in quale baratro si sta trascinando l’Europa e il mondo? Gentilissima vicepresidente Sberna, si adoperi energicamente affinché il Parlamento Europeo di cui è autorevole rappresentante, e sull’impulso del Parlamento anche tutte le altre istituzioni europee – ed in primo luogo la Commissione, fin qui tragicamente insensata fautrice di sciagurate decisioni volte ad incrementare la guerra e le stragi -, cessino di fomentare ed incrementare l’abominevole guerra ed il folle riarmo, e si impegnino finalmente, in modo concreto e coerente, per la cessazione immediata della guerra e per una politica di pace disarmata e disarmante. Quante persone debbono ancora morire in Ucraina? Ed in quale baratro si sta trascinando l’Europa e il mondo? Gentilissima vicepresidente Sberna, mi permetta di concludere citando una indimenticabile poesia di Primo Levi, “La bambina di Pompei”: Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna Che ti sei stretta convulsamente a tua madre Quasi volessi ripenetrare in lei Quando al meriggio il cielo si è fatto nero. Invano, perché l’aria volta in veleno É filtrata a cercarti per le finestre serrate Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti Lieta già del tuo canto e del tuo timido riso. Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata A incarcerare per sempre codeste membra gentili. Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso, Agonia senza fine, terribile testimonianza Di quanto importi agli dei l’orgoglioso nostro seme. Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella, Della fanciulla d’Olanda murata fra quattro mura Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani: La sua cenere muta è stata dispersa dal vento, La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito. Nulla rimane della scolara di Hiroshima, Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli, Vittima sacrificata sull’altare della paura. Potenti della terra padroni di nuovi veleni, Tristi custodi segreti del tuono definitivo, Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo. Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.   Gentilissima vicepresidente Sberna, voglia gradire un cordiale saluto e un sincero augurio di buon lavoro per la pace disarmata e disarmante e per il bene comune dell’umanità intera dal suo concittadino Peppe Sini responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 21 dicembre 2025 Mittente: “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt@gmail.com, crpviterbo@yahoo.it Peppe Sini
Il diritto di essere umani
Solo quando comprenderemo veramente cosa significa essere umani potremo risolvere i nostri conflitti e trasformare il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il nostro cosiddetto ambiente “naturale”. Essere umani significa avere il diritto di commettere errori e il diritto di imparare da essi. È il diritto di riconciliarsi, di ricominciare, di crescere oltre ciò che un tempo immaginavamo possibile. Quindi chiediamoci: cosa preferiamo, essere ricchi o essere umani? Alcuni credono che gli esseri umani siano creature razionali. Eppure la ragione da sola non può spiegare ciò che è più distintivo e potente dell’essere umano: l’intenzionalità, la coscienza e la nostra capacità di dare significato. Le grandi aziende vogliono farci credere che l’intelligenza artificiale ci supererà. Ma questa convinzione dipende dalla riduzione dell’essere umano a ciò che può essere misurato, previsto o ottimizzato. Ciò che ci definisce non è la velocità o il fare calcoli, ma la complessità vissuta della nostra esperienza interiore, qualcosa che nessun sistema di algoritmi può cogliere appieno. Impariamo la matematica, le lingue, le scienze e la religione. Ma quando, esattamente, ci è stato insegnato come essere umani, o anche solo cosa significa essere umani? Nel secolo scorso, l’aspettativa di vita è raddoppiata. Guardando ai prossimi cinquant’anni, la domanda si sposta da quanto viviamo a come viviamo. Essere umani significherà molto più che essere lavoratori o consumatori: significherà essere creatori di significato. Cosa ha mosso l’intenzione umana nel corso dei millenni? Cosa sappiamo veramente dell’energia umana che ci ha portato a questo momento storico? Molto poco, eppure nulla nella società funziona senza di essa. Ogni idea, ogni creazione, ogni atto di compassione, ogni momento di amore e trasformazione nasce dall’energia umana: mentale, emotiva e motoria. Siamo ancora all’inizio della comprensione di questo viaggio. Per illustrare questo concetto, ecco un brano tratto da Lo Sguardo Interno di Silo: “C’è un modo di dirigere e di concentrare la Forza che circola nel corpo. Nel corpo esistono dei punti di controllo. Da essi dipende ciò che noi conosciamo come movimento, emozione ed idea. Quando l’energia agisce su tali punti appaiono le manifestazioni motorie, emotive ed intellettuali. Il sonno profondo, il dormiveglia o lo stato di veglia sorgono a seconda che l’energia agisca più internamente o più superficialmente nel corpo… Certo, le aureole che circondano il corpo o il capo dei santi (i grandi svegli) nei dipinti religiosi fanno riferimento ad un fenomeno che si basa sulla capacità dell’energia di manifestarsi più esternamente in certe occasioni.” Tutti vogliono risolvere la crisi senza toccare ciò che guida il nostro universo umano. Ma la questione dell’energia umana è la chiave, forse l’unica chiave, per trasformare noi stessi e il mondo che ci circonda. Comprenderla cambierà tutto. Non stiamo affrontando una crisi economica o geopolitica. Stiamo affrontando una crisi umana universale. Lo stampo si sta rompendo ovunque. I vecchi modelli e le vecchie strutture stanno crollando, mentre quelli nuovi non hanno ancora preso forma. In questa fase di transizione, emergono contraddizioni, riaffiorano tensioni irrisolte e diventa impossibile ignorare l’assurdità di molti sistemi, compresa la distribuzione economica. Eppure, oggi abbiamo più cose in comune che in qualsiasi altro momento della storia. Se questo momento sembra assurdo, è perché la nostra capacità di ragionare e comprendere supera già le strutture e le “realtà” del presente. Non stiamo tornando indietro. Stiamo avanzando alla velocità della luce, entrando nella nostra fase universale, costruendo la prima civiltà veramente umana. Se pensate che gli ultimi cento anni siano stati straordinari, allacciate le cinture – i prossimi cento supereranno qualsiasi cosa possiamo immaginare. Diverse forze stanno lavorando a nostro favore: 1. Le strutture economiche e politiche esistenti non sono più sostenibili, quindi l’umanità deve trasformarle. 2. In molti luoghi, i responsabili non hanno la visione e la lucidità necessarie per queste trasformazioni, richiedendo l’intervento di altri. 3. L’interconnessione umana è ora permanente e globale. 4. I movimenti sociali crescono ogni giorno di più, mentre i governi possono crollare in 72 ore. 5. L’Asia e l’Africa stanno riconnettendosi con la loro identità e superando il loro passato coloniale, mentre l’Occidente sta perdendo fiducia. 6. Le strutture emergenti sono collaborative, decentralizzate e internazionali – i protocolli tecnologici, la ricerca scientifica e la logistica stanno diventando patrimonio comune universale. E considerate questo: qual era il ruolo delle donne 100 anni fa rispetto ad oggi? La loro trasformazione da sola denota la profondità del momento storico che stiamo vivendo. Lasciamo che i guerrafondai e i mercanti della paura continuino il loro vecchio gioco – stanno accelerando il loro declino. Stanno scavando le loro tombe e preparando le condizioni per la nascita di una nuova civiltà. Ricordate cosa è successo dopo la seconda guerra mondiale: la creazione delle Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti umani e un’esplosione di innovazione tecnologica. Il radar, i motori a reazione, i primi computer e la penicillina, tutte scoperte le cui radici precedono la guerra, sono state spinte in avanti dalla pressione della storia. La crisi diventa un catalizzatore. Oggi, ancora una volta, una nuova civiltà umana sta aspettando di nascere. Il diritto di essere umani non è dato, ma creato. Forse questo è il secolo in cui l’umanità imparerà finalmente a essere umana. Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante David Andersson
Il Ven. Thamthog Rinpoche sarà al Ghe Pel Ling di Milano a gennaio 2026
Siamo felici di annunciare che nelle prossime settimane arriverà a Milano, direttamente dall’India, il nostro maestro: il Ven. Thamthog Rinpoche. Sarà al Ghe Pel Ling, dove, a partire dall’inizio di gennaio, terrà insegnamenti speciali e imperdibili: un’occasione preziosa per approfondire la pratica  del buddhismo tibetano con un maestro di immensa esperienza e autorevolezza, attualmente alla guida del monastero di S.S. Il Dalai Lama a Dharamsala. In gennaio il ven. Thamthog Rinpoche sarà a Milano e ci guiderà coi suoi preziosi insegnamenti. Sarà un’occasione straordinaria dedicata al puro Dharma buddhista. Ecco una anticipazione degli appuntamenti da mettere in agenda. Gli insegnamenti si terranno al Ghe Pel Ling, in via Euclide 17. Sabato 3 e domenica 4 gennaio – Iniziazione di Yamantaka eroe solitario La pratica di Yamantaka è un estremamente potente e appartiene alla classe del Tantra Supremo. Yamantaka rappresenta l’aspetto irato di Manjusri, la manifestazione della saggezza di Buddha. Lunedì 5 e Martedì 6 gennaio – La pratica del Guru Yoga Il Guruyoga è considerata la vita del sentiero, poiché il Guru è colui che trasmette gli insegnamenti che conducono all’Illuminazione. La gentilezza è incomparabile e deve essere visto come un Buddha. Sabato 10 e domenica 11 gennaio – Commentario al Bodhisattvacharyavatara Il Ven. Thamthog Rinpoche commenta uno dei testi fondamentali della filosofia buddhista, scritto dal grande erudito e saggio Pandit Shantideva. Il Bodhisattvacharyavatara espone il percorso progressivo nella pratica  che conduce all’illuminazione. Nel testo l’autore spiega come il coltivare qualità come l’amore, la compassione, la generosità e la pazienza, sia non solo un vantaggio a livello personale, ma sia di aiuto per tutti gli esseri senzienti e per mantenere l’armonia nel mondo. Sabato 17 e domenica 18 gennaio – Grande iniziazione di Avalokiteshvara 1000 braccia Avalokitesvara è l’emanazione della compassione illuminata di Buddha. Questa pratica aiuta a incrementare la forza del nostro potenziale di amore e compassione. Sabato 24 e domenica 25 gennaio – Prosegue il commentario  al Bodhisattvacharyavatara Vi aspettiamo numerosi per condividere questa esperienza unica di crescita spirituale.   Redazione Italia