Difendiamo la magistratura dagli attacchi del potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse
attaccheranno la magistratura”
Giovanni Falcone
Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva
perché era così.
Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente
negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e
trasversali provenienti da diversi settori, sia di destra che di sinistra, che
aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco
trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale
dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e
professionale, che ha contribuito a isolarlo.
Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura”
(sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che
il fenomeno del correntismo è da decenni, per la maggioranza, pendente a destra,
pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso era un
magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica interna
alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste.
Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con
“istituzionale”.
Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi
anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, si vide l’allora Sindaco di
Palermo accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici
della mafia nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione
con la mafia del politico democristiano Salvo Lima.
Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente,
senza mai pentirsi amaramente.
Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo,
nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche,
con la caratteristica di nascondersi dietro “lecite opinioni” e di essere sempre
presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli
“uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza
della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali
(sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzionali che dovevano
essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati).
Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del
Maurizio Costanzo Show abbia iniziato ad applaudire. Un applauso anacronistico,
un paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per
dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la
denigrazione e la legittimazione della magistratura.
Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni
Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere
lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che
ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco).
La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e
terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è sempre stata profondamente
“idiota” nel senso greco non-dispregiativo del termine.
Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le
“persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza
partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il
disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza
di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”,
“inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona “priva
di intelligenza o senno”.
Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti
questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci,
il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria,
incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della
classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che
permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come
filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione,
interiorizzando la volontà dei “padroni”.
Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era
preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un
ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure
che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca
Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone,
renderlo distante dall’opinione pubblica.
Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una
funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli
“utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro
narrazione fosse la narrativa perfetta usata dal potere per poter delegittimare
e isolare Falcone insieme a Borsellino e molti altri magistrati.
Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado
Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore
perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la
protegge?”.
Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in
questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista
disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribattè: “Se fino ad ora sono vivo mi è
andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro,
ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una
bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non
l’hai fatta esplodere”.
“No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti
in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias.
La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone,
ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti
gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte
incombere (“come hanno preso altri, prenderanno anche me”) sentiva che non aveva
solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per
questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza
istituzionale non lo desse a vedere. Falcone era stato abbandonato dalla Stato,
nonostante il suo incarico ministeriale. E così rispose.
Poi, quando venne ucciso, si calò improvvisamente il sipario su quello che la
gente viveva quotidianamente immersa nel senso comune, venendo catapultata in un
altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia,
Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato
ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava
per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa
facesse veramente Falcone durante il giorno.
Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre
prima lo snobbavano, o addirittura negavano l’esistenza della mafia stessa.
Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16
marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver
risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non
capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo.
Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di
giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è
il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado
di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si
sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi
applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si
permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora?
La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con
cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere
attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a
isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un
segnale. È un allarme.
Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un
metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di
trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio,
quando questo accade, è sempre la giustizia.
Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili,
a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la
democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non
è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione.
Ha avuto ragionissima Nicola Gratteri quando ha affermato sul Referendum
costituzionale del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene,
quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della
Calabria. Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria
deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia
efficiente” (Fonte: ANSA).
Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia
della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il
Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del
magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni
voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”.
Per concludere, difendere la magistratura dal potere significa garantirne
l’autonomia, l’indipendenza e l’efficienza. Non difendere significa lasciare che
l’assenza di legalità, in uno Stato democratico, eroda piano piano il nostro
esercizio alla libertà e alla democrazia.
Lorenzo Poli