Gianluca Mercadante / La felicità non trovata da Pavese
La citazione di Cesare Pavese che apre l’ultimo romanzo di Gianluca Mercadante,
Banda cittadina, non è solo un richiamo letterario o una forma di rispetto, ma
la spinta esistenziale che accompagna l’intera narrazione. “Tutto il problema
della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli
altri”. È un pensiero tratto dal suo diario intitolato Il mestiere di vivere,
poche righe del 15 maggio 1939, in cui riflette sulla persistenza del
matrimonio, della paternità, delle amicizie e sulla felicità che molti traggono
da queste situazioni che si prolungano e, a volte, durano per tutta la vita di
una persona. Ma Pavese esprime qualche scetticismo e scrive per sé stesso che
forse è un’illusione che si debba essere felici con gli altri e non da soli.
Sono pensieri tipici di Pavese e che lui, con la sua esistenza degli anni
successivi ha reso classici, ma c’è un aspetto interessante perché scrive che
non comprende perché “ci occorra riavere noi dagli altri”. Al di là del problema
di ascrivere alle parole di Pavese una qualche sincerità, anche se si tratta di
un diario, mi sembra che il romanzo di Mercadante cerchi, per via narrativa, di
comprendere questo meccanismo emotivo ed esistenza di riavere noi dagli altri. E
Filippo, il protagonista di Banda cittadina, fatica non poco a procedere in
questo lavoro interiore in cui emozioni, ritrosie, desideri e rammarico sono le
modalità con cui si incontra e si scontra con le persone attorno a lui, creando
una costellazione di affetti che faticano a esprimersi, che arrancano, quasi
fossero schiacciati da un linguaggio incapace di mostrare la verità e un mondo
interiore indeciso tra vivere all’interno o rischiare all’esterno.
Il primo capitolo è un delicato squarcio di diario di Filippo bambino che
descrive il suo intrufolarsi della vita da adulto e nei primi contatti con il
mondo che sta fuori dalla protezione e dagli affetti familiari. Lo attrae
qualcosa che non fa parte delle esperienze dei genitori e che, progressivamente,
gli consente di costruire una propria autonomia fino a frequentare la società
parallela dei radioamatori. Filippo diventa Alan 68, il più giovane di quella
comunità, di cui impara regole, codici e dialetti. La sua vita adulta, una vita
operaia semplice ma tormentata di passioni sotterranee, gli impone di
ripercorrere il proprio passato e cercare di rimettere a posto i pezzi della
propria esistenza, quei frammenti che pensava di avere seppellito sfuggendo agli
affetti e all’amore degli altri, riducendo la propria esistenza a rapporti più
semplici da gestire.
Mercadante vuole essere narratore delle piccole cose e ricerca un rigoroso
realismo; è studioso del minimale sfuggendo al minimalismo, come moda e come
canone letterario; vuole mostrare al lettore le amarezze e le speranze che
ribollono in noi ogni giorno, catturare quegli sguardi e quelle parole solo
accennate che ci rendono impotenti e tristi. Questo rispetto verso la vita e
delle persone comuni, e soprattutto la descrizione dei rapporti interpersonali
resi difficili da un pudore destinato a deteriorarli, carico d’incertezza e
protetto da ritrosie e piccole bugie, sono al centro di Banda cittadina e
costituiscono la rete delle persone attorno a Filippo. Un figlio neppure
adolescente che non vede da troppo tempo, una ex-moglie che ha tradito senza un
particolare motivo e perduto, una escort con cui ha instaurato una “amicizia
maschile” in cui il sesso è bandito, due genitori che non approvano le sue
scelte di vita considerate superficiali. La stabilità della sua vita affettiva
successiva è stata ottenuta per riduzione, allontanando uno dopo l’altro i
rapporti più impegnativi per vivere sulla superficie delle emozioni, senza
calarsi più nel mare ribollente dei desideri e degli scontri affettivi. Un
equilibrio inevitabilmente fragile che Mercadante rompe costruendo il ritorno di
Filippo alla città della sua infanzia, a Vercelli, dove le sue vecchie
conoscenze, i compagni del mondo dei radioamatori, lo fronteggiano pretendendo
da lui di rivivere un passato sfumato e dimenticato, di tornare per loro quello
che era stato. È una caccia al tesoro, un revival della vita adolescenziale ma
inevitabilmente per nessuno è davvero la vecchia vita spensierata di prima. Il
giro matto della città è gravato dalla durezza di esistenze liminari e segnate,
invece, dal tempo trascorso e di una vita sempre dura, come la stessa città i
cui i molti segni del passato negli esterni degli edifici ostentano la ferita
del tempo, come nei lineamenti delle persone.
Il gioco del passato è spesso doloroso e per alcuni di vita ne è trascorsa
troppo, e neppure spesa bene e la frase “vivere il momento non postarlo” è una
critica banale e vuota a un presente certo amaro ma non facile da sconfiggere.
La storia si conclude proprio all’insegna di quel dubbio se lasciarsi andare o
meno al riavere gli altri in noi, accettando quella felicità forse semplice che
Pavese non aveva trovato.
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