Dalle tenebre verso la luce
Camminano, i lavoratori e le lavoratrici, verso la luce solare, verso un
avvenire che c’era, allora. E che oggi sembra un retrofuturo, irrimediabilmente
alle nostre spalle.
Il Quarto Stato, leggendario incipit di Novecento di Bernardo Bertolucci con in
sottofondo le musiche di Ennio Morricone, è probabilmente l’opera pittorica
italiana globalmente più celebre. E una delle più iconiche in assoluto dell’arte
figurativa umana: «Solo La Gioconda, La scuola di Atene e, forse, Guernica, che
col Quarto Stato condivide analoghe implicazioni di denuncia civile, sono state
così tanto e tanto a lungo riprodotte e manipolate, nel secolo appena
trascorso», scriveva nel 2009 Massimo Onofri ne Il suicidio del socialismo.
Inchiesta su Pellizza da Volpedo, riflettendo sul pittore come una sorta di
statua «immobile da troppi anni nel museo socialista delle cere». L’epica del
mondo contadino e delle sue lotte è immortalata da un artista e un intellettuale
– nato in una famiglia di piccoli possidenti del notabilato di un paese
dell’alessandrino di poco più di mille anime – che è invece da considerare uno
dei padri dell’idea dell’«Arte per l’Umanità», secondo le sue stesse parole.
UN DECENNIO LUNGO OLTRE UN SECOLO
La genesi dell’immensa tela di quasi sedici metri quadri è nota. I primi
metaforici incunaboli si possono rintracciare già tra il 1888 e il 1890 nei due
omonimi schizzi su carta – a penna e a matita – Sciopero, ambientati a Firenze e
a Milano e realizzati a un secolo dalla rivoluzione francese, guidata dal Terzo
Stato. È tra il 1892 e l’inizio del nuovo secolo che il progetto ha
un’evoluzione dirompente per quella che diventerà la più celebre
rappresentazione del Quarto.
Individuato il punto di osservazione, il primo maggio del 1892, un appunto di
Pellizza commenta l’idea dei suoi «studii e abbozzi per un quadro così concepito
= Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino d’una
giornata d’estate il sole lancia sulla terra i suoi potenti raggi – due
contadini s’avanzano verso lo spettatore, sono i due stati designati
dall’ordinata massa di contadini che viene dietro per perorare presso il Signore
la causa comune»; la descrizione dei personaggi che segue – «quasi come una
‘sceneggiatura’», osserva Aurora Scotti, storica «vestale» dell’opera del
pittore e presidente dell’Associazione «Pellizza da Volpedo» – dettaglia «la
massa del popolo» che avanza «senza schiamazzo tranne laggiù in fondo dietro a
tutti un pugno alzato, solo un pugno, che è come un avvisamento qualora il caso
fosse disperato e la fame pervenisse all’insopportabilità».
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