Toitū Te Tiriti: lotte decoloniali ed ecologiste in Nuova Zelanda per la difesa del Trattato MāoriIl primo dicembre scorso, dopo un viaggio di due scali e circa 27 ore di volo,
sono arrivato a Wellington, la capitale della Nuova Zelanda, dove sto
trascorrendo un periodo di ricerca di sei mesi presso la Victoria University nel
corso del mio terzo anno di dottorato in Intelligenza Artificiale, su progetti
riguardo i LLM.
Wellington per essere una capitale è una città relativamente piccola, circa
200mila abitanti, ed è la terza per popolazione in Nuova Zelanda dopo
Christchurch e Auckland – l’unica nel paese che supera il milione. Il centro
cittadino si gira tutto tranquillamente a piedi, diviso tra la zona commerciale
con alti palazzi di vetro sopra le vie dei negozi e il quartiere più
caratteristico e conviviale di Te Aro, dove tra le due strade perpendicolari,
Cuba Street e Courtenay Place, si svolge la maggior parte della vita serale e
notturna. Salendo la collina a ridosso del centro si arriva alla zona
universitaria, al limite di un grande giardino botanico. Fuori dal centro i
quartieri sono una distesa di casette indipendenti in legno intervallate da
grandi zone verdi.
Passeggiando per la città, nel periodo in cui sono arrivato, era impossibile non
imbattersi in locandine e manifesti sulla questione attualmente più al centro
del dibattito pubblico neozelandese. Dalle bacheche universitarie alle finestre
delle case si trovano bandiere e cartelli con una grafica bianca-rosso-nera con
la scritta, a volte in Māori a volte in inglese, «Toitū te Tiriti», «Honour The
Treaty»: Onora il Trattato.
A metà novembre, poco prima del mio arrivo, sui social aveva spopolato un video
nel quale la deputata maori Hana-Rawhiti Maipi-Clarke inizia a cantare e a
eseguire la danza rituale haka nell’aula, seguita da colleghi, come segno di
opposizione al progetto di “reinterpretazione” del Trattato di Waitangi proposto
dal partito libertariano ACT. Il Trattato è considerato il punto di riferimento
per la definizione del rapporto tra indigeni e Stato neozelandese, e quello in
corso rappresenta solo l’ennesimo caso dei tentativi di smantellare il
riconoscimento dei diritti della comunità Māori.
Oltre alla questione strettamente legale, il contesto che ho trovato in questo
paese è una situazione tuttora in divenire, con un rapporto molto particolare
tra diverse componenti della popolazione, che per quanto da poco tempo che sono
qui ho provato un po’ a capire, facendomi aiutare da persone coinvolte nei
movimenti in corso.
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Flyers e poster in giro per la città
UNA SOVRANITÀ MAI CEDUTA
Dopo circa 500 anni di insediamento da parte di esploratori polinesiani sulle
isole – che in seguito avrebbero formato l’identità del popolo Māori – James
Cook fu il primo europeo a sbarcare ad Aotearoa nel 1769, a 120 anni
dall’esplorazione di Abel Tasman. Il suo arrivo innescò un afflusso di navi
europee e americane, portando a conflitti feroci e a una repressione durata
oltre 40 anni, che causò la morte di tra i 30.000 e i 40.000 Māori.
Data la concorrenza tra gli interessi di più nazioni, il governo britannico
decise di inviare William Hobson sulle isole per negoziare un accordo con gli
abitanti nativi. Fu lui, in soli quattro giorni, a redigere i tre articoli che
compongono il Trattato di Waitangi, firmato il 6 febbraio 1840 tra Hobson e i 46
rangatira (capi) Māori, considerato il documento fondativo della Nuova Zelanda.
Il trattato, originariamente scritto in inglese, fu tradotto in lingua māori la
notte del 4 febbraio dal missionario Henry Williams e da suo figlio Edward.
Il documento fu poi fatto circolare in più copie attraverso le isole,
raccogliendo infine le firme di oltre 500 altri hapū (l’unità sociale
fondamentale della comunità Māori) entro la fine dell’anno. Il trattato è
composto da tre articoli che regolano le condizioni della presenza della Corona
sulle isole e il suo rapporto con la popolazione Māori. Al centro del dibattito
(principalmente politico) vi è la differenza di significato che alcuni termini
assumono nelle due versioni del trattato.
> Il primo articolo del trattato riguarda i diritti che la comunità Māori
> concede alla Corona. Nella versione in lingua māori viene utilizzato il
> termine kāwanatanga, che significa un permesso a governare. Kāwanatanga è
> inteso come una forma limitata di autorità che permette agli inglesi di
> controllare e regolare i propri insediamenti. Tuttavia, nella versione inglese
> viene usato il termine sovereignty (sovranità), che implica un diritto
> esclusivo a governare, vendere terre e assimilare i Māori sotto lo stesso
> status legale dei sudditi britannici.
Nel secondo articolo del testo in Te Reo (lingua māori), ai Māori viene
garantito il diritto di esercitare la tino rangatiratanga sulle proprie terre,
villaggi e tesori – un termine che si avvicina molto di più al concetto di
sovranità nella lingua Māori. Nella versione inglese, però, esso viene tradotto
con possession (possesso), indebolendo in modo significativo il significato
originale. Il terzo articolo, identico in entrambe le versioni, garantisce la
protezione della comunità Māori da parte della Corona.
«Māori never ceded sovereignty» (I Māori non hanno mai ceduto la sovranità) è
uno slogan ampiamente diffuso in città e durante le proteste. Come molte persone
sottolineano, nel 1840 la popolazione Māori era di circa 80.000 persone, mentre
i coloni britannici erano solo circa 2.000, sparsi in varie parti del Paese.
Data una simile sproporzione, è altamente improbabile che la comunità locale
intendesse cedere il controllo delle isole. Nella prospettiva Māori, Te Tiriti
era pensato come uno strumento per promuovere la cooperazione e la convivenza
con i nuovi arrivati, visti come ospiti sulla terra e, più in generale, come un
mezzo per l’integrazione nella comunità internazionale in quanto nazione
sovrana. La maggior parte delle firme raccolte dai capi Māori fu apposta sulla
versione in lingua māori. William Hobson, che né parlava né leggeva il Te Reo
Māori, utilizzò il trattato per dichiarare la sovranità britannica sull’Isola
del Nord, mentre applicò la dottrina della terra nullius per rivendicare l’Isola
del Sud – un concetto ampiamente usato nell’Europa coloniale per giustificare
invasioni e appropriazioni di terre.
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Scritte e sticker in giro per la città
Dopo la firma del trattato, nuove ondate di coloni giunsero nel Paese,
alimentando i timori del popolo Māori di perdere il controllo sulle proprie
terre. Questo portò a nuovi conflitti, iniziati nel 1843 e culminati negli anni
1860 con una serie di guerre coloniali – le New Zealand Wars – durante le quali
furono dispiegati nel paese 18.000 soldati britannici, più che in qualsiasi
altra parte dell’Impero britannico al di fuori dell’India. Ancora oggi, le New
Zealand Wars rimangono in gran parte assenti dalla coscienza collettiva: i
tentativi recenti di integrare questo periodo nei programmi scolastici hanno
incontrato forti resistenze.
Un altro terreno di scontro fu la repressione della lingua māori. Nel 1867, con
il Native Schools Act, l’uso del Te Reo Māori fu ufficialmente vietato. Molte e
molti Māori delle generazioni più anziane crebbero senza imparare la propria
lingua, provocando una frattura culturale. Le restrizioni furono così severe
che, agli inizi del XX secolo, alle bambine e ai bambini era proibito parlare Te
Reo Māori in classe o perfino nel cortile della scuola, rischiando punizioni
corporali.
> Anche le confische di terra furono facilitate con l’istituzione, nel 1865, del
> Native Land Court, che i Māori chiamavano Te Kōti Tango Whenua — “la corte
> strappa-terra”. All’inizio del Novecento, il Trattato di Waitangi era
> praticamente ignorato dai britannici, scatenando decenni di resistenza e
> proteste. Per circa 50 anni, non si seppe nemmeno dove fosse il documento
> originale, ritrovato solo nei primi anni del Novecento in un archivio,
> gravemente danneggiato dai topi e dall’acqua.
Le cose iniziarono a cambiare negli anni ’70. Nel 1975 fu istituito il Waitangi
Tribunal per indagare sulle violazioni del trattato e nel 1985 gli furono
conferiti poteri retroattivi per affrontare le ingiustizie precedenti alla sua
creazione. Questo momento deve essere considerato il risultato di un lungo e
intenso periodo di lotte da parte della comunità Māori, culminato con
l’occupazione di Bastion Point e la Land March guidata da Dame Whina Cooper nel
1975, ispirazione anche dell’ultimo hīkoi del 2024. Dal 1974, il 6 febbraio è
riconosciuto come Waitangi Day, festa nazionale della Nuova Zelanda che
commemora la firma del trattato.
Anche i diritti linguistici iniziarono a cambiare in questo periodo. Nel 1984
(sì, avete letto bene, 1984 in Oceania…) avvenne il cosiddetto Kia Ora Incident:
Nadia Glavish, un’operatrice telefonica di Auckland, salutava gli utenti con il
tradizionale saluto māori Kia Ora e fu denunciata e licenziata per questo. Il
caso attirò l’attenzione nazionale e, dopo essere stata reintegrata, la sua
vicenda divenne un simbolo della rinascita linguistica.
Negli ultimi mesi, la questione è tornata alla ribalta con la proposta di legge
Principles of the Treaty of Waitangi Bill, comunemente nota come Treaty
Principles Bill, introdotta da David Seymour del partito ACT. Il disegno di
legge mira a ridefinire i principi fondamentali del trattato, sostenendo che le
e i Māori godano di un trattamento giuridico diverso rispetto al resto della
popolazione e invocando un principio di uguaglianza secondo cui «tutti i
neozelandesi sono uguali davanti alla legge». In sostanza, però, la proposta
rappresenta l’ennesimo tentativo storico di cancellare il riconoscimento della
comunità indigena e neutralizzare il contesto coloniale. È inoltre ben
documentato che il sistema giudiziario e le forze dell’ordine trattano le e i
Māori in modo discriminatorio rispetto al resto della popolazione neozelandese,
con una maggiore probabilità di essere perseguit_ e incarcerat_ per gli stessi
reati. Più in generale, il trattato sancisce i diritti collettivi della
popolazione Māori a esercitare la propria sovranità – ed è proprio questo ciò
che Seymour sta cercando di erodere, appellandosi a un’idea superficiale e
disonesta di “uguaglianza”.
Secondo il Waitangi Tribunal, la legge proposta ridurrebbe i diritti del popolo
Māori e le responsabilità della Corona, renderebbe più difficile per loro
l’accesso alla giustizia, minerebbe la coesione sociale e ridimensionerebbe lo
status costituzionale del trattato. Inoltre, la decisione di escludere le e i
rappresentanti Māori dal processo di revisione del trattato ha suscitato
un’indignazione particolare.
Le proteste sono culminate il 20 novembre 2024 a Wellington, dove oltre 35.000
persone hanno partecipato a una delle manifestazioni più grandi della storia
recente della Nuova Zelanda, al termine di un hīkoi (marcia) di nove giorni
attraverso il Paese. Giovedì 10 aprile, il Treaty Principles Bill è stato
respinto con 112 voti contrari e solo 11 favorevoli, decretandone la fine.
Tuttavia, mesi di consultazioni pubbliche hanno acceso un dibattito ampio e
ancora in corso sui rapporti attuali tra le comunità presenti sulle isole –
rapporti che toccano la lingua, le tradizioni, l’economia e la gestione
dell’ambiente.
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Meme e vignette satiriche da una fanzine di attivist_
«TE REO IS A JOURNEY»
Appena atterrato a Wellington, già dagli schermi e dalla segnaletica
dell’aeroporto l’impressione era quella di essere in un Paese bilingue: dai
cartelli dei bagni ai nomi delle città quasi tutto compare sia in inglese che in
lingua Māori, e in giro per la città la situazione è simile. Già nei mesi prima
di arrivare in Nuova Zelanda, sia dalle mail delle segreterie universitaria che
di contatti personali residenti qui, avevo notato l’utilizzo diffuso di saluti e
espressioni Māori, il che mi aveva dato l’impressione di un rapporto particolare
con la lingua. Una volta a Wellington ho potuto constatare che l’utilizzo di
espressioni Māori era del tutto esteso alla popolazione, sia nei saluti
colloquiali che nei discorsi pubblici e istituzionali e anche tra pākehā, le e i
neozelandesi di origine europea.
Se inizialmente mi ero interrogato sulla possibilità di appropriazione culturale
di questo utilizzo della lingua, ho capito che la situazione era diversa e più
complessa. La diffusione del Te Reo, e in questo modo la sua rivitalizzazione, è
considerata come uno strumento di affermazione della popolazione nativa, oltre
che una risposta storica ai decenni di messa al bando della lingua. Certo ci
possono essere situazioni in cui le pratiche e le usanze Māori sono tali da
distinguersi dalle e dai non appartenenti alla comunità, ma la linea è molto
sottile e non ben definita.
> L’impressione generale che si ha, è che il Paese sia attraversato da un
> processo molto recente e ancora in corso d’opera, dove i rapporti e la
> convivenza tra diverse comunità sono ancora in corso di definizione, quindi
> non senza contraddizioni ancora da sviscerare.
Nelle mobilitazioni e nel percorso collettivo, tra la comunità māori e gli altri
segmenti della popolazione si percepiscono quelle micro-conflittualità che
nascono inevitabilmente tra soggettività direttamente coinvolte e alleate, con
tutte le contraddizioni del caso. Il 28 luglio 2004, alla Victoria University di
Wellington, il Ministro per le Relazioni Etniche del governo laburista, Trevor
Mallard, tenne un discorso intitolato “We Are All New Zealanders Now”,
presentando una narrazione nazionale pacificata e unificata. Questo discorso
suscitò un ampio dibattito sul riconoscimento del privilegio e delle differenze
all’interno della società. Citando un volantino trovato in città della
scrittrice e attivista Ani Mikaere – Are we all New Zealanders now? — scrive:
«Non c’è dubbio che molti Pākehā troveranno questo passaggio difficile: la loro
ossessione per il controllo sulla relazione Māori-Pākehā fino a oggi potrebbe
quasi essere classificata come una forma di disturbo compulsivo. Rinunciare a
tale controllo richiede un atto di fede. […] A ben vedere, non esiste nessun
altro posto al mondo in cui si possa essere Pākehā. Se il termine resterà per
sempre legato al vergognoso ruolo dell’oppressore o se potrà diventare una fonte
positiva di identità e orgoglio dipende dagli stessi Pākehā. Tutto ciò che è
richiesto da parte loro è un atto di fede».
Poco dopo il mio arrivo mi sono imbattuto in Whatever Palace, uno spazio preso
in affitto da attivist_ legati a una casa editrice locale, 5ever books,
all’interno del quale sono stati organizzati vari eventi su temi di attualità,
principalmente su questione palestinese, diritti LGBTQIA+ e discussioni sul
Trattato e l’anticolonialismo. All’interno dello spazio sono stati organizzati
anche corsi di Te Reo, ai quali ho partecipato in un paio di occasioni, che si
sono mostrati momenti di autoriflessione sullo stato delle cose.
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Whatever Palace e il corso di Te Reo di Ash
Il 6 febbraio, in occasione del Waitangi Day, un hikoi (marcia) è partito dal
parlamento fino a Waitangi Park, dove un palco per tutta la giornata ha ospitato
musica e interventi. Sempre per l’occasione all’interno di un teatro poco
distante si è tenuta una discussione aperta dal tema “Te Tiriti and Me”, un
momento di scambio e condivisione di persone, sia Māori che Pākehā ma non solo,
sulle proprie esperienze nella convivenza multiculturale attuale. Sebbene non
fosse semplicissimo per me capire tutto, anche vista la frequenza di termini
Māori all’interno dei discorsi, era evidente la dinamicità e l’attualità del
dibattito. Una ragazza di origine europea ha a un certo punto espresso le sue
difficoltà in certi contesti a utilizzare termini ed espressioni di una cultura
che non sente propria, nel timore anche di non utilizzarle correttamente, ma
d’altro lato senza voler rinunciare a farlo come strumento di integrazione. «Te
Reo is a journey» le ha risposto una delle moderatrici della discussione. Te Reo
è un percorso – un cammino in cui molte relazioni e circostanze sono ancora in
via di definizione.
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Waitangi Day, 6 Febbraio 2025
La questione del Trattato e delle proposte di modifica si intreccia anche con
numerosi altri temi, come le politiche ambientali, la privatizzazione e la
costruzione di grandi infrastrutture invasive. A partire dagli anni ’90, in
Nuova Zelanda sono stati avviati processi di privatizzazione, come nel caso
della compagnia elettrica ECNZ, suddivisa dal governo in diverse aziende
private, o la vendita di Air New Zealand, Telecom e varie società energetiche.
Nel 2008, l’Aeroporto di Auckland è stato venduto per 1,65 miliardi di dollari,
con conseguenti aumenti di prezzo e una perdita di controllo pubblico sulle
operazioni negli anni successivi. Nel 1993, le ferrovie neozelandesi furono
vendute a privati per 328 milioni di dollari, per poi essere riacquistate nel
2008 per 690 milioni a causa del forte peggioramento del servizio. Anche il
settore sanitario ha affrontato per anni tagli al personale e alle risorse,
aprendo la strada alla crescita delle strutture private.
> Un aspetto particolarmente significativo in questo contesto è stato il
> Foreshore and Seabed Act del 2004, che mirava a cancellare le rivendicazioni
> māori sulle aree costiere e sui fondali marini. Le implicazioni furono gravi,
> poiché la legge consentiva al governo di vendere i diritti di pesca e di
> estrazione mineraria a società private. La misura incontrò una forte
> resistenza ma fu infine abrogata.
Al centro della questione c’era il fatto che il Waitangi Tribunal aveva
informato il governo che tale provvedimento costituiva una violazione del
Trattato e tuttavia l’esecutivo decise di procedere ugualmente. In questo
contesto, il Treaty Principles Bill (TPB) aprirebbe la strada a ulteriori
processi di privatizzazione, rimuovendo ostacoli che storicamente li hanno
limitati.
Leggi come il State-Owned Enterprises Act del 1986, il Conservation Act del 1987
e il Resource Management Act del 1991 contengono infatti clausole che impongono
al governo di considerare il Trattato e di non ignorare gli interessi della
comunità māori nelle decisioni riguardanti i beni pubblici. Vincoli di questo
tipo verrebbero eliminati con l’approvazione del TPB.
L’anno scorso, il National Party, il partito di centro-destra al governo, ha
proposto anche il Fast Track Bill, una legge volta a facilitare e accelerare i
processi di approvazione per grandi progetti infrastrutturali. La compagnia
mineraria Trans Tasman Resources ha già annunciato l’intenzione di utilizzare
questa legge per ottenere l’accesso alla Baia di South Taranaki, dove prevede di
estrarre 50 milioni di tonnellate di fondale marino ogni anno per più di 30
anni. Negli ultimi mesi, si sono svolte numerose proteste e manifestazioni
organizzate da associazioni come Greenpeace, WWF, Extinction Rebellion e molte
altre. Come sottolineato, il Fast Track Bill fa parte anche di un tentativo di
escludere le comunità locali dal processo decisionale riguardante la gestione
delle terre.
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Mobilitazioni in difesa del Trattato e contro il Fast Track Bill
Al di là degli aspetti legislativi, queste istanze hanno suscitato riflessioni
più ampie sul privilegio e sulle diverse condizioni di vita tra le comunità
dell’isola. Alla fine di marzo, la deputata del Green Party Tamatha Paul ha
fortemente criticato la presenza e la condotta della polizia neozelandese,
condannando il trattamento delle persone senza fissa dimora («aspettano che se
ne vadano per poi gettare le loro cose nella spazzatura») e sottolineando come
le comunità Māori e Pasifika siano sottoposte a controlli e perquisizioni da
parte della polizia 11 volte più frequentemente rispetto ad altre. Le sue
osservazioni hanno scatenato reazioni accese da parte del Partito Nazionale di
destra, del Partito ACT libertariano, del populista New Zealand First e anche da
membri del Partito Laburista.
Infine, nel campo delle nuove tecnologie, sono emerse anche prospettive critiche
e decoloniali, che spaziano dalle indagini sui pregiudizi nella sorveglianza
tramite IA nei confronti dei Māori, a progetti che sviluppano modelli di
linguaggio avanzati (LLM) per la preservazione linguistica, fino a discussioni
riguardanti le normative sui diritti di licenza per l’uso delle informazioni
sensibili da parte delle grandi aziende tecnologiche.
Il quadro generale è estremamente ampio e complesso, profondamente intrecciato
con le esperienze personali delle comunità dell’isola. Per avere ulteriori
spunti, ho rivolto alcune domande ad Ash e Peregrin, che ho incontrato al
Whatever Palace e che sono entrambi coinvolt nelle recenti mobilitazioni:
Cosa significa il Trattato per te? E qual è il tuo rapporto personale con il Te
Reo?
A: Te Tiriti per me significa onorare la nostra sovranità e il sapere che questa
è la nostra whenua, che siamo più che felici di condividere con persone da tutto
il mondo, ma che sembra essere reclamata principalmente dai colonialisti. Te
Tiriti significa essere onorati come tangata whenua, rispettati. Il nostro
Tiriti non è stato rispettato dai bianchi e i governi continuano a prendere la
nostra terra. Parlo, leggo e scrivo fluentemente Te Reo. Sono di discendenza
maori, inglese, irlandese e scozzese.
P: Te Tiriti o Waitangi è una grande base per sostenere il tino rangatiratanga,
ma solo se viene riconosciuto, sostenuto e rispettato – per la stragrande
maggioranza della storia coloniale del paese non è stato così – ma per la
maggior parte della mia vita lo è stato. Quando viene rispettato, garantisce
controlli e bilanci contro tutte le imprese sgradevoli – dall’estrazione
mineraria in alto mare, allo sfruttamento eccessivo delle risorse. Ha anche
disposizioni per i popoli indigeni (intendo questo in senso ampio, poiché è
qualcosa che pochi stati colonizzatori considerano) per esprimere la loro
saggezza, che beneficia TUTT – È utile ascoltare le persone che risiedono in una
zona da secoli riguardo all’uso della terra, specialmente se quella terra è
soggetta a collassi ecologici, clima impazzito o attività geologica violenta
periodica. La mia kuia (nonna) mi ha insegnato alcune nozioni di Te Reo fin da
piccolo, ma non ho iniziato a puntare alla fluency fino a quando non mi sono
trasferito a Wellington nel 2015. Sono stato fortunato che Te Wānanga o Aotearoa
offrisse corsi gratuiti di Te Reo della durata di un anno e li ho frequentati
per 3 anni, finendo in un programma di immersione totale che mi ha portato alla
fluency. Ho ancora difficoltà a seguire alcuni programmi di Te Karere (il
principale media di notizie Maori TV) e il whaikōrero (oratoria tradizionale
durante le riunioni comunitarie), ma riesco a cogliere il senso della maggior
parte delle cose e a conversare con altri parlanti fluenti. Sono davvero
fortunato ad aver avuto il privilegio di farlo – specialmente perché mia nonna è
stata colpita dagli insegnanti per aver parlato in Maori a scuola – li mandavano
nei boschi al limite del cortile della scuola a raccogliere kareao/supplejack,
una vite resistente. Poi colpivano i bambini che parlavano in Maori con il
kareao. Se mai avrò dei bambini, voglio che siano bilingui, il te reo sarà
sempre presente in casa – ma nel centro di Wellington trovo davvero difficile
trovare altre persone con cui kōrero se non frequento una classe. Ho notato che
questa situazione sta cambiando, con sempre più persone che partecipano a questi
corsi.
Dal punto di vista nazionale e della tua esperienza, come pensi che siano
cambiati i rapporti tra le diverse comunità in Aotearoa e l’opinione pubblica
negli ultimi anni?
A: Penso che le persone venute da altri paesi abbiano iniziato a informarsi di
più su Te Tiriti e sui Māori e ho visto durante l’Hikoi quanto siamo uniti.
P: Lo dico come qualcuno di origine mista Māori-Pākehā – e qualcuno che è
“bianco di passaggio”: penso davvero che i neozelandesi di origine Pākehā che
mostrano solidarietà debbano imparare molto di più su Te Tiriti e sulla storia
del paese. Non lo dico agli ignoranti gioiosi o ai Pākehā apertamente razzisti,
lo dico agli alleati che sventolano la bandiera del tino rangatiratanga e si
uniscono a noi nell’hīkoi: è fantastico vedervi qui, nau mai haere mai. Ma vi
prego di prendere del tempo, ogni tanto, per leggere Ranginui Walker, o Ask That
Mountain, o anche solo un pomeriggio su Wikipedia potrebbe essere utile. È
frustrante vedere tante persone ben intenzionate che mancano ancora di una
comprensione di base della storia del paese o, peggio ancora, che sparano una
falsa narrativa coloniale (ce ne sono molte). Non è tutta colpa loro: il
curriculum educativo della Nuova Zelanda ha esplicitamente omesso capitoli della
nostra storia, e gli insegnanti sono stati incredibilmente mal equipaggiati, al
meglio, e riluttanti, nel peggiore dei casi. Dopo l’hīkoi dello scorso anno ho
notato alcuni miglioramenti: non sento più tanti “alleati” denigrare il Trattato
(penso che molti tendessero a supporre che il Trattato fosse un documento
malvagio creato per “ingannare” i Māori – una narrativa non particolarmente
accurata o utile).
Come pensi che evolverà la situazione politica riguardo a questa questione?
P: A volte mi preoccupo. La tossica diatriba guidata da algoritmi che ha
lobotomizzato il discorso pubblico negli USA sembra stia radicandosi in tutto il
mondo e non penso che siamo immuni. Questo governo di coalizione attuale è molto
vicino a due promotori di tale retorica – David Seymour e Winston Peters.
Entrambi stanno invocando una retorica “anti-woke”, cancellando il contesto
storico, respingendo la sfumatura e impiegando false narrative nelle loro
strategie politiche. Ma vedere la nazione mobilitarsi per denunciare queste
sciocchezze è ispirante.
Varie movimenti hanno enfatizzato la connessione tra il Trattato e altri temi,
come quelli ambientali, finanziari e tecnologici. Quali sono le tue riflessioni
su questo?
P: Come ho detto sopra, il Trattato è stato una salvaguardia efficace contro lo
sfruttamento ambientale guidato dal capitale. Guardando al futuro, non sarò
sorpreso se potrà anche funzionare come salvaguardia per i diritti sui dati e
altri taonga all’incrocio tra società e tecnologia.
In che forme pensi che l’attivismo si manifesterà nei prossimi mesi o anni?
P: L’hīkoi dello scorso anno si basava sulla Marcia della Terra del 1975. C’è
una lunga tradizione di attivismo in questo paese, e abbiamo molti nobili
antenati a cui guardare per guida.
Titiro whakamuri, haere whakamua.
We look back before we go forward.
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Toitū te Tiriti, Cuba Dupa e Waitangi Day
L’immagine di copertina è di TheLoyalOrder (Wikipedia). Tutte le immagini nel
corpo dell’articolo sono di Daniele Gambetta.
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