Con ragioni per il Sì come queste, chi ha bisogno di ragioni per il No
Mancano pochi giorni al voto, che nelle ultime settimane le forze di governo
hanno politicizzato con quella che sembra crescente disperazione. In questa
puntata di Trappist passiamo in rassegna i momenti più assurdi di una campagna
elettorale per il Sì che si è rivelata la migliore pubblicità per il No.
La piú clamorosa è una delle piú recenti: Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto
del ministero della Giustizia, che in tv invita a votare sì per "toglierci di
mezzo la magistratura,” paragonandola a “un plotone d'esecuzione." Nordio, che
da mesi colleziona uscite imbarazzanti — dalla magistratura come sistema
"paramafioso" ai magistrati "inetti" che vanno “colpito nella carriera” — fino
alla leghista Matone che ammette, senza sapere che nella stanza erano presenti
giornalisti, che il ministro dice "cose che tutti pensano, ma almeno noi non le
diciamo." Una menzione speciale per Tony Tajani, che ha dichiarato che la
riforma onorerebbe la memoria di Silvio Berlusconi, e che alla possibilità dello
spostamento della polizia giudiziaria fuori dall'autorità della magistratura.
Quello che doveva restare un referendum tecnico ha finito per smascherare le
reali ambizioni della coalizione: non il magistrato inetto, ma il magistrato che
applica la legge in un modo che non piace al governo.
Meloni ha aspettato l'ultima settimana per esporsi in prima persona, e lo ha
fatto con un crescendo allarmante: al Teatro Parenti di Milano ha evocato
"immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà" come
conseguenza di una vittoria del no, non è chiaro come. Tutto questo nel contesto
di mesi in cui la magistratura è stata attaccata frontalmente.
Se dovesse vincere il No, e in modo solido, sarebbe la seconda sconfitta su tre
grandi riforme costituzionali dopo il naufragio dell'autonomia differenziata,
con il premierato ormai fuori portata a un anno dalle elezioni. Il governo si
ritroverebbe senza agenda di riforme, senza margini economici e con una
finanziaria difficilissima all’orizzonte tra impegni europei e NATO. Per Meloni,
che ha scelto di metterci la faccia negli ultimi dieci giorni, il rischio è
quello di una sconfitta simbolica paragonabile a quella di Renzi sul referendum
costituzionale o della Lega in Emilia-Romagna.
Con Arianna Bettin e Alessandro Massone
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