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Protocollare e punire
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Markus Spiske su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sebbene rimandi etimologicamente al termine greco che indicava il foglio iniziale di un rotolo di papiro e sebbene abbia una storia e una genealogia specifiche, è solo con l’avvento della modernità che il protocollo fa tracimare l’originario status di registrazione archivistica nel mare magnum della vita sociale e politica, contribuendo, grazie al suo ambiguo potere performativo, ad alimentare e dissimulare i rapporti di forza esistenti tra i diversi attori sociali. Enrico Gargiulo, sociologo attivo negli ambiti problematici della cittadinanza, della sicurezza e dell’ordine pubblico, con Protocollo: uno strumento di potere, recentemente uscito per i tipi di elèuthera, si impegna in un lavoro di decostruzione dei discorsi istituzionali sulle politiche sociali, portandone alla luce il carattere oppressivo e discriminatorio, in vista di una prospettiva in grado di sovvertirne le strategie disciplinanti. Con la modernità – questa la tesi principale di Gargiulo –, il protocollo si fa strumento flessibile e tutt’altro che neutro, in quanto funzionale a un controllo sociale pervasivo. Ciò che tuttavia colpisce di più è la dimensione pseudo-giuridica con cui attualmente i dispositivi protocollari sussumono i poteri giudiziario, esecutivo e legislativo. Ed è interessante notare che non sono o, quantomeno, non sono solo i regimi autoritari a sfruttare le potenzialità disciplinanti dei protocolli, ma anche (e soprattutto) le cosiddette democrazie liberali sempre più tese a ridurre l’agone politico a mera pratica amministrativa. Dalla ancora recente emergenza pandemica allo stato di guerra permanente che caratterizza le forme del neocolonialismo contemporaneo, il protocollo sembra orientare tutte le possibili e variegate declinazioni del governo delle popolazioni. Il sociologo italiano ci ricorda che gli ambiti interessati all’applicazione di questo efficace strumento di coercizione dissimulata sono moltissimi e vengono sistematicamente coinvolti dal potere politico nel momento in cui delega delicate funzioni di controllo a tecnici e specialisti, i quali, forti della loro discrezionalità professionale, si sostituiscono alla legge e al diritto. La natura del protocollo, soprattutto nei casi in cui l’emergenza contestuale crea vuoti giuridici, «non si limita […] a rendere più concrete le norme esistenti, ma agisce come una pseudo-norma che va a innovare il campo giuridico: anche se non è formalmente una legge si comporta come se lo fosse» (p. 34). Il protocollo assurge così a vero e proprio linguaggio codificato necessario alla comunicazione tra attori che insistono in settori analoghi, affini o contigui, contribuendo «a creare standard linguistici e procedurali, funzionando quindi come un dispositivo “educativo”, capace di gettare le basi di conoscenze condivise e di stabilire identità comuni» (p. 34). Il protocollo, come è noto, è anche una modalità di tenere traccia di una determinata documentazione. Il che corrisponde a dire che il protocollo è valido solo se certificato nello spazio amministrativo delle varie istituzioni di Stato. È in tal modo che il suo carattere documentale istruisce una serie di operazioni volte ad attualizzare ciò che sulla carta è solo previsto, fornendo o togliendo legittimità a determinati comportamenti. In ultima analisi, il protocollo assume le caratteristiche di un contratto tra le parti coinvolte – direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente. Pur fingendo di essere la risposta più adeguata alle esigenze organizzative attraverso cui il potere esercita il suo governo sulla popolazione, i protocolli sono in realtà efficaci strumenti per ovviare alla rischiosa aleatorietà della legge nell’ambito di società sempre più complesse e senza dover ricorrere a metodi esplicitamente coercitivi e potenzialmente impopolari. Il quadro storico tratteggiato da Gargiulo è esemplare nel dimostrare che l’avvento al potere della borghesia con la sua articolazione coloniale fa sì che il protocollo assuma le sembianze di uno strumento strategico atto a mantenere un ordine asimmetrico e diseguale. L’accumulazione del capitale, infatti, ha un bisogno “vitale” di trasferire la propria forza al di fuori dei confini della “civiltà” occidentale e, in questo, i protocolli sono (stati) di grande aiuto. «Le strutture architettoniche dei forti, dei porti e delle navi, così come le forme di registrazione e documentazione e le tecniche di esame che regolavano il commercio di persone diretto nel “Nuovo” Mondo, erano esempi di violenza strutturale resa possibile dagli apparati amministrativi» (p. 74). L’incontro tra logica burocratica e impresa economica mostra, pertanto, sia il volto autentico del capitalismo sia il linguaggio della burocrazia borghese, entrambi tesi a codificare e a mettere al lavoro le divisioni di classe, di “razza” e di genere. E, per non finire schiacciati dal concetto di “fine della storia” con cui il neoliberismo rinnova la sua ideologia coercitiva, bisogna allora sottolineare il fatto che il (neo)colonialismo continua a declinare al presente la sua pervasività calcolatrice. La guerra, in questo senso, non è solo conquista e strategia geopolitica ma anche aggressione dello stato di diritto – il neoimperialismo trumpiano, indossata la maschera di prevenzione e difesa dalle minacce terroristiche degli Stati che non si allineano all’ordine geopolitico statunitense, è qui a ricordarcelo. Uno degli snodi fondamentali del saggio di Gargiulo riguarda poi il concetto di polizia. A prescindere dal significato assunto come forza repressiva tutrice dell’ordine costituito, significato che ha egemonizzato il senso comune delle società contemporanee, il termine “polizia” rimanda a quelle azioni tese a modellare forme di buon governo, come si è in qualche modo verificato nel corso della prima età moderna. In sostanza, l’idea di polizia è passata dalla funzione di sistema regolatore delle crisi sociali che hanno segnato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo a organo dello Stato preposto alla sicurezza dei cittadini e al rispetto delle leggi. Seguendo Foucault, la polizia si è trasformata da negativa a positiva, diventando uno dei più efficienti organi di governo della popolazione. «La parola “politica” […], al pari della parola “polizia”, discende dal termine greco politeia, a sua volta derivante da polis. Le istituzioni impegnate a fornire assistenza ai poveri, da un lato, e gli apparati orientati alla prevenzione e alla repressione del crimine, dall’altro, sono diventati due facce della stessa economia politica, finalizzata a gestire la popolazione e ad affrontare la questione più ampia del pauperismo (pp. 80-81). Instillare nella popolazione l’assuefazione consensuale alle misure di controllo e disciplinamento sociale è, allora, la carta vincente dello Stato neoliberale. Il termine biopolitica, con cui Foucault designava le pratiche governamentali, non a caso, rinvia al controllo non solo dei corpi umani ma dell’intera specie «che si traduceva in un percorso graduale che prevedeva forme di addestramento e regolazione indiretta, di sorveglianza, quanto più possibile discreta, e, se necessario, di punizione» (p. 81). L’emergenza pandemica causata dalla diffusione di SARS-COV-2, le politiche sull’immigrazione e l’attuale “Decreto Sicurezza” del governo Meloni indicano come il caso italiano sia esemplare nel codificare i protocolli come dispositivi burocratizzanti, concepiti e redatti per dare consistenza formale e performativa a realtà molto complesse che meriterebbero ben più ampie discussioni collettive. In breve, i protocolli sono le nuove infrastrutture del capitale a cui vengono delegate responsabilità e operatività che lo Stato non riesce più a garantire. E questo, ovviamente, a favore del libero mercato che, forte del suo potere di astrazione, riduce la vita pubblica a start up, a impresa ad alto potenziale di lucro in cui la sovranità pubblica è fagocitata dalla privatizzazione del diritto. Per quanto riguarda l’emergenza pandemica di Covid 19, l’analisi di Gargiulo è puntualissima. All’insorgere della pandemia, il Consiglio dei Ministri è ricorso a una norma contenuta nel Codice di Protezione Civile del 2018. Quindi, servendosi di un codice normativo straordinario, i governi che si sono succeduti hanno adottato misure di contrasto, i famosi DPCM, che hanno radicalmente trasformato la vita sociale dell’intero paese. «Da allora, i dispositivi protocollari si sono letteralmente moltiplicati: alla pandemia sanitaria ha fatto seguito una pandemia di protocolli. Lavarsi le mani, entrare in piscina, salire su un autobus, sono solo alcuni esempi di ambiti di vita quotidiana da sempre governati da regole più o meno formalizzate ma che, a seguito della pandemia, sono diventati oggetto di una regolazione specifica e minuta, caratterizzata da un nome evocativo e dotata di un’estetica particolare» (p. 116). Per quanto riguarda le politiche anti-immigrazione, di cui il cosiddetto hot spot albanese è il caso insieme più vistoso e grottesco, vale quanto afferma Didier Fassin. Anche la questione migratoria, infatti, viene affrontata in termini gestionali e depoliticizzati, assecondando logiche statistiche – i flussi, i numeri, i richiedenti asilo, ecc. L’espressione ragione umanitaria, usata dall’antropologo francese per descrivere il protocollo della compassione, è l’ennesimo caso di para-giurisdizione in cui l’estetica evocativa del linguaggio sublima il trattamento feroce, cinico e standardizzato delle cosiddette procedure di “accoglienza”. Infine, i “Decreti Sicurezza” mostrano chiaramente come l’arte protocollare in Italia sia pensata per punire il dissenso, il disagio, la marginalità, il conflitto e la povertà. Dal “Decreto anti rave party” che inaugurava l’anno 2022, passando per il “Decreto Cutro” (che aggrava le pene contro gli scafisti ritenuti gli unici responsabili delle tragedie del Mediterraneo) e per il “Decreto Caivano” (adottato per contrastare la violenza giovanile dei cosiddetti maranza), fino al Decreto del 2025, che istituisce nuovi reati quali quello di resistenza passiva, si viene a delineare un percorso laboratoriale di cui il protocollo è parte irrinunciabile dei processi tramite cui il capitalismo sussume la realtà. Il saggio si conclude con una requisitoria sul genocidio dei Palestinesi a Gaza. Gargiulo non esita a definire l’accordo di pace imposto dall’Occidente come una finzione, in cui la violenza e il massacro, – tradotto: l’uccisione sistematica di civili inermi ­– diventa, ancora una volta, un mero fatto procedurale. Il che ribadisce che scopo del saggio è, oltre a sottolineare l’aspetto ambiguo e opaco delle procedure protocollari, quello di ribadire la necessità di acquisire una prospettiva abolizionista non tanto degli strumenti di cui si servono gli esecutivi, bensì delle stesse condizioni che permettono l’effettiva messa in atto dei protocolli con tutta la loro “soave e sapiente” violenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Protocollare e punire proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Quello che possiamo fare
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Costantini (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- C’è una ragione evidente per cui voteremo NO al referendum che si tiene domenica 22 e lunedì 23: questa è l’ultima chiamata per fermare una trasformazione autoritaria e propriamente fascista dell’assetto politico istituzionale italiano. Dal 1748, quando Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu pubblicò L’Esprit des Lois, testo fondamentale per la cultura politica moderna, si sa che la divisione dei poteri è a fondamento della libertà civile, e che il “potere assoluto corrompe assolutamente”. Solo chi è completamente in mala fede può negare che l’obiettivo di questa riforma è limitare l’autonomia della magistratura e concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo. Non illudiamoci che la vittoria del No apra una prospettiva di democrazia e di pace. La guerra incombe e la coppia maledetta di etno-nazionalismo e totalitarismo tecno-finanziario è profondamente radicata nella costituzione materiale del mondo contemporaneo. Ci vuol altro che un referendum per uscire da questo abisso. Eppure quel che possiamo fare è impedire che si consolidi uno stato di polizia e mantenere aperti spazi di vita intelligente. Perciò dobbiamo spiegare a tutti che in questo referendum ci giochiamo forse l’ultima possibilità di fermare una svolta apertamente fascista, e dunque è opportuno che tutti coloro che non hanno simpatia per le carogne vadano a votare. Con questo potrei anche avere concluso il mio messaggio. Invece no. Mi prendo la libertà di aggiungere qualche considerazione sulla prospettiva che si sta aprendo (ma che potrebbe anche chiudersi rapidamente dopo questo fine settimana): nell’area latina – Italia Francia e naturalmente Spagna e Portogallo – pare possibile interrompere l’occupazione del potere da parte di un ceto di ignoranti aggressivi, amici della mafia, aspiranti assassini. Le elezioni in Castiglia hanno fermato e rovesciato l’avanzata dei franchisti di Vox. Il primo turno delle amministrative in Francia ha aperto la strada a un’affermazione delle sinistre e particolarmente della France Insoumise, che in questa maniera potrebbe ripeterebbe il miracolo politico del 7 luglio 2024, quando i lepenisti furono fermati, e si aprì la possibilità di un governo delle sinistre che solo il tradimento di un presidente spregevole poté impedire. In Italia abbiamo la possibilità di fermare l’avanzata dei successori di Mussolini e dei razzisti putinisti della Lega. La presidente del Consiglio si aggrapperà probabilmente al suo seggio, ma per lei sarebbe l’inizio della fine. Se l’arco latino fosse teatro di un simile rovesciamento dovremmo cantare vittoria? Dovremmo pensare di avere sventato il pericolo che incombe? Certamente no. L’onda nera globale è ben lungi dall’essere esaurita, e sta per arrivare un cataclisma economico e finanziario destinato a moltiplicare gli effetti della guerra. Ma proprio per questo è importante creare un’area in cui la ragione prevalga sulla follia, e l’umanità prevalga sulla violenza. Questo è un voto sullo stato di diritto e sulla divisione dei poteri. Ma è anche un voto sull’alternativa tra umanità e orrore. È un voto in cui ciascuno deve scegliere se stare dalla parte dei nazi-sionisti o dalla parte di chi dice No al genocidio. È per questo che c’è qualche ragione di essere ottimisti: forse in Italia non c’è molta gente che ha letto L’Esprit des Lois, e l’indipendenza dei giudici non è al primo posto nell’attenzione della maggioranza. Ma una maggioranza nettissima degli italiani ha orrore per gli assassini sionisti e per il genocidio. E tutti hanno capito che questo governo (che criminalizza come antisemita chi si oppone il genocidio) è composto dai discendenti di coloro che stavano dalla parte di Adolf Hitler quando si trattava di mandare a morte gli ebrei, e da coloro che oggi stanno di nuovo dalla parte di chi infligge umiliazione tortura e morte a un intero popolo, agli ebrei del nuovo secolo, a coloro che il razzismo perseguita e vorrebbe eliminare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quello che possiamo fare proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Il grido di Yurii Sheliazhenko
PIÙ CHE UN ARRESTO È STATO UN VERO RAPIMENTO QUELLO DELLA POLIZIA URCRAINA FATTO DUE GIORNI FA NEI CONFRONTI DI YURII SHELIAZHENKO, RICERCATORE UNIVERSITARIO IN FILOSOFIA E PACIFISTA NONVIOLENTO, PRELEVATO DALLA POLIZIA SENZA VERBALI, SENZA ACCUSE RESE NOTE, SENZA LA POSSIBILITÀ DI ACCEDERE A UNA DIFESA LEGALE. DA OLTRE VENT’ANNI, SHELIAZHENKO PERCORRE UNA STRADA CONTROCORRENTE: QUELLA DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, DEL RIFIUTO DELLA GUERRA CON LA RUSSIA, DELLA CRITICA ALLA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ E DELL’IMPEGNO PER IL DISARMO. LA REPRESSIONE NEI SUOI CONFRONTI È COMINCIATA DA TEMPO, RICORDA UN PONTE PER…, CON CUI NEL 2022 HA ORGANIZZATO LA CAROVANA #STOPTHEWARNOW, PORTANDO SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO UN’UCRAINA DIVERSA: QUELLA CHE NON HA MAI SMESSO DI DISERTARE LA GUERRA E LA SUA CULTURA Dopo due giorni di arresto e violenze, il 21 marzo Yurii Sheliazhenko è stato liberato, ma ovviamente la sua situazione resta assai insicura -------------------------------------------------------------------------------- Esprimiamo profonda preoccupazione e indignazione per la detenzione di Yurii Sheliazhenko, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino, accademico e membro del board dello European Bureau for Conscientious Objection (EBCO), fermato a Kiev nella notte del 19 marzo dalle autorità ucraine. Secondo le informazioni disponibili la privazione della libertà sarebbe avvenuta senza adeguata base legale, senza regolare verbalizzazione del fermo, con ostacoli all’accesso alla difesa legale e con il rischio di trasferimento forzato a un centro territoriale di reclutamento. Sheliazhenko era da tempo sotto minaccia di arresto e coscrizione forzata, in un contesto in cui le autorità ucraine affermavano che, in tempo di guerra, il diritto all’obiezione di coscienza non viene riconosciuto. Yurii Sheliazhenko ha dichiarato pubblicamente la propria obiezione di coscienza molto prima della guerra russo-ucraina. Ha sempre condannato con nettezza l’aggressione, sostenuto la resistenza nonviolenta, e chiesto da subito di una soluzione negoziata del conflitto che consentisse di fermare la strage di civili e militari. Proprio per queste sue posizioni pacifiste è oggi oggetto di una persecuzione giudiziaria e politica che colpisce non soltanto la sua persona, ma il principio stesso della libertà di coscienza. Sconcerta che un governo che dichiara di voler aderire all’Unione Europea violi in modo così plateale i diritti civili e politici di un proprio cittadino, un pacifista per la sua attività pubblica nonviolenta. La repressione contro di lui non comincia oggi. Il 3 agosto 2023 la sua abitazione fu perquisita e i suoi dispositivi sequestrati; il 15 agosto 2023 il Tribunale distrettuale di Solomyanskyi di Kyiv lo sottopose a un regime di arresti domiciliari parziali, vietandogli di lasciare l’abitazione la notte, misura prorogata ripetutamente mentre la pressione giudiziaria nei suoi confronti è proseguita almeno fino al febbraio 2024. La sua vicenda è stata più volte segnalata compreso nelle comunicazioni dei Relatori speciali ONU sulla libertà di riunione e associazione, sulle questioni delle minoranze e sulla libertà di religione o di credo e dell’OHCHR. Un Ponte Per ha incontrato Yuri Sheliazhenko a Kiev, insieme ad altre organizzazioni pacifiste il 29 settembre 2022 durante la Carovana #StopTheWarNow. Durante quell’incontro di fronte alla statua di Gandhi, Yuri lesse la dichiarazione pacifista “Peace Agenda for Ukraine and the World”, che condannava esplicitamente l’invasione russa e ogni guerra, ma chiedeva anche negoziati e libertà per l’obiezione di coscienza, che gli costò l’apertura di un procedimento penale per una presunta “giustificazione dell’aggressione russa”, che poteva comportare una pena sino a cinque anni di reclusione. Ci uniamo all’appello delle organizzazioni europee e internazionali EBCO, IFOR, WRI e Connection e.V (link) per l’immediato rilascio di Yurii Sheliazhenko, per la fine di ogni procedura di coscrizione forzata nei suoi confronti e per il pieno rispetto del diritto all’obiezione di coscienza, della libertà di opinione e della libertà di espressione riconosciute dal diritto internazionale e garantite all’interno della Unione Europea. Chiediamo al governo italiano di intervenire con urgenza presso le autorità ucraine affinché cessino queste violazioni e siano garantiti standard di legalità e diritti fondamentali conformi agli obblighi europei e internazionali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Yurii Sheliazhenko proviene da Comune-info.
March 20, 2026
Comune-info
Per un No sociale
IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA NON È UNA QUESTIONE TECNICA. RIGUARDA LA POSSIBILITÀ CHE ESISTANO LIMITI AL POTERE DI CHI GOVERNA. E RIGUARDA, SOPRATTUTTO, LA POSSIBILITÀ CHE CHI STA IN BASSO POSSA PRENDERE PAROLA, DIFENDERSI, DISSENTIRE, ORGANIZZARSI. DIRE NO NON SIGNIFICA DIFENDERE LO STATUS QUO. NON SIGNIFICA IDOLATRARE LA MAGISTRATURA. NON SIGNIFICA ADERIRE ALLA NARRAZIONE SECONDO CUI IL PROCESSO PENALE SAREBBE UNO STRUMENTO DEL CAMBIAMENTO POLITICO. È UN NO CHE SA CHE LO STATO DI POLIZIA NON NASCE ALL’IMPROVVISO Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Il referendum sulla giustizia (22-23 marzo) non è una questione tecnica né una disputa tra addetti ai lavori. È un passaggio politico e costituzionale decisivo, perché in quella scheda si concentra un’idea di Paese. La posta in gioco è stata chiarita con una franchezza brutale quando Giorgia Meloni ha detto che vuole giudici che remino nella stessa direzione del governo. Non è un’uscita infelice: è un programma. È l’idea che il controllo sia un ostacolo, che la separazione dei poteri sia un intralcio, che l’autonomia della giurisdizione sia un problema. È un attacco a uno degli architravi della Costituzione: il principio per cui il potere esecutivo non può pretendere obbedienza dagli altri poteri dello Stato. Per questo il referendum non riguarda solo la magistratura e non riguarda solo la politica. Riguarda la democrazia. Riguarda la libertà. Riguarda la possibilità stessa che esistano limiti al potere di chi governa. E riguarda, soprattutto, la possibilità che chi sta in basso possa difendersi, parlare, dissentire, organizzarsi, lottare. In questo passaggio, sconfiggere il governo non è una formula propagandistica: è un obiettivo democratico concreto, da praticare e far crescere in ogni ambito sociale, politico e culturale. Perché ciò che è in corso non è un normale ciclo politico, ma una torsione profonda: un tentativo di riscrivere i rapporti tra cittadini e istituzioni, tra diritti e forza. Questo governo è espressione limpida di interessi neocorporativi e di classe. Il suo progetto economico e sociale produce disuguaglianze, concentra ricchezze, restringe il welfare, sposta risorse verso la spesa militare e la logica di guerra, riduce gli strumenti democratici di partecipazione e controllo. Ma un simile progetto non può reggersi solo sulla persuasione. Per far inghiottire a milioni di persone precarietà, lavoro povero, tagli ai servizi, aumento delle disuguaglianze e insopportabile concentrazione della ricchezza serve una leva più antica e più brutale: la repressione. È qui che la svolta sicuritaria mostra la sua vera natura. Non è una deviazione, non è un eccesso, non è un incidente. È un metodo di governo. L’attacco alla Costituzione e ai diritti si regge su due logiche complementari: la deregolarizzazione dei poteri forti e l’iper-regolamentazione dell’opposizione sociale e dei soggetti deboli. Se ai potenti tutto è permesso, la libertà dei subalterni si riduce. E infatti, mentre si garantiscono spazi sempre più ampi di impunità di fatto a chi sta in alto, si costruisce una rete di norme, reati, aggravanti, decreti e dispositivi emergenziali che colpiscono chi sta in basso e chi prova a contestare. Il decreto sicurezza, come altre misure di questi anni, non è la risposta a un’emergenza reale: è un tassello di un disegno repressivo. L’obiettivo è instaurare, sulle ceneri dello Stato di diritto o di quel poco che ne resta, uno Stato di polizia fondato sulla legislazione d’emergenza permanente. La criminalizzazione del dissenso non è un effetto collaterale: è il cuore del progetto. Nuovi reati, pene più alte, resistenza non violenta trasformata in reato, carcere usato come strumento di disciplina sociale, decreti contro le Ong, persecuzione della povertà, caccia ai senzatetto, limitazione sistematica della libertà di manifestare e di confliggere. Il messaggio è semplice e spaventoso: se non hai potere economico e mediatico per contare, e provi a contare nelle strade, verrai punito. Il diritto penale viene trasformato in un dispositivo di disincentivo al conflitto sociale. La paura diventa linguaggio di governo. La rassegnazione diventa obiettivo politico. Gli spazi della democrazia collettiva vengono ristretti con la forza. Dentro questo quadro, la riforma della giustizia non è una misura isolata. È uno snodo centrale, perché mira a stabilire la supremazia dell’esecutivo sull’esercizio della giurisdizione. Vuole orientare e controllare il lavoro dei magistrati e assoggettare i pubblici ministeri al potere politico. La storia dimostra che un simile rapporto tra politica e magistratura si risolve sempre a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli. È un meccanismo che non produce “ordine”: produce obbedienza. E produce selezione sociale della repressione. Perché in un Paese in cui lo Stato penale cresce e lo Stato sociale arretra, la giustizia non colpisce mai allo stesso modo. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha risorse, chi non ha accesso ai grandi strumenti della comunicazione e del potere. Garantismo e antipenalismo Per questo affrontare il rapporto tra politica e giustizia è imprescindibile. Ma va fatto nel modo giusto, riportando al centro garantismo e antipenalismo, non come bandiere di parte e non come alibi, ma come principi costituzionali. Il garantismo non è un favore ai potenti. È la condizione minima perché la giustizia sia uguale per tutti. È ciò che limita gli errori giudiziari. È ciò che impedisce che il processo diventi una forma di punizione anticipata. È ciò che rende la giustizia un servizio ai cittadini e non uno strumento nelle mani dei poteri forti, come troppo spesso è accaduto. Solo assicurando a tutti il diritto di difesa, l’effettiva parità processuale, la terzietà del giudice e una durata ragionevole dei processi si può superare davvero l’attuale conflitto tra politica e magistratura. E solo così si può difendere la democrazia da una deriva autoritaria. Dire No, però, non significa difendere lo status quo. Non significa idolatrare la magistratura. Non significa aderire alla narrazione secondo cui il processo penale sarebbe lo strumento naturale del cambiamento politico e morale del Paese. Quella idea, che ha attraversato decenni di storia italiana, è stata una delle cause profonde della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale. Ha alimentato l’antipolitica e ha legittimato la scorciatoia per cui, di fronte a problemi sociali e politici, si invoca la repressione e si delega alla giustizia ciò che dovrebbe essere affrontato con diritti, politiche pubbliche, redistribuzione e partecipazione. In quelle stagioni, chi sosteneva che il processo penale dovesse restare un accertamento di reato e non uno strumento di lotta politica è stato emarginato. Eppure aveva ragione. Da quella rimozione è nato un senso comune tossico: che la giustizia debba essere dura, esemplare, vendicativa; che la garanzia sia un intralcio; che i diritti siano un lusso; che la libertà sia sospetta. Oggi paghiamo quella storia. E se non la guardiamo in faccia, la nostra critica sarà formale, sterile, incapace di cogliere la posta in gioco. Non basta dire che questa riforma è sbagliata. Bisogna dire che è sbagliata dentro un disegno più ampio di politiche sicuritarie, di criminalizzazione del conflitto sociale, di uso del diritto penale come governo della paura. O si critica nella sua interezza la finalità repressiva degli interventi legislativi del governo, o la critica resterà un esercizio retorico. E si finirà, ancora una volta, intrappolati nella falsa alternativa tra due blocchi speculari: da una parte chi vuole piegare la magistratura al governo, dall’altra chi usa la magistratura come surrogato della politica e come clava morale, oscillando tra “legge e ordine” e “giustizia esemplare” a seconda del bersaglio. Bisogna rifiutare entrambe le strade. Questo No deve essere un No sociale, perché ciò che viene colpito non è solo un principio astratto ma la carne viva del conflitto democratico. È un No che parla a chi sciopera, a chi occupa, a chi blocca una strada perché non ha altri strumenti, a chi difende la casa, il lavoro, il territorio, l’ambiente, la scuola pubblica, la sanità. È un No che parla a chi vive precarietà e povertà, a chi subisce fogli di via, denunce, misure preventive, processi costruiti per logorare, isolare, intimidire. È un No che sa che lo Stato di polizia non nasce all’improvviso: nasce quando la repressione diventa normale, quando l’emergenza diventa permanente, quando la libertà viene trasformata in sospetto. La libertà è conflitto Non si può ignorare che tutto questo si inserisce in un disegno unitario: la modifica costituzionale sul premierato, che stravolge la forma di governo; la rottura dell’unità del Paese con l’autonomia differenziata, che minaccia i diritti fondamentali; e, in parallelo, l’espansione dello Stato penale, con un governo tra i più giustizialisti degli ultimi anni, capace di istituire decine di nuovi reati e di inasprire continuamente il quadro repressivo. È un progetto complessivo: restringere la democrazia, ridurre i diritti, rafforzare l’esecutivo, punire il dissenso. Siamo in un passaggio storico in cui la forza si scaglia contro il diritto con la determinazione di contendergli ogni spazio. Non sarà un passaggio breve. E proprio per questo non possiamo essere ingenui. Pensare che questa riforma serva solo a dividere le carriere è un errore. La separazione è stata di fatto già avviata da riforme precedenti, a Costituzione invariata: ormai non c’è più nulla da separare. Qui il punto è un altro: il tentativo di trasformare la giustizia in una funzione subordinata al governo e, insieme, di consolidare un clima politico e culturale in cui il diritto penale diventa la lingua con cui lo Stato parla ai cittadini. Per questo il No non può essere solo difensivo. Deve essere anche propositivo. Bisogna lavorare a una riforma vera della giustizia che faccia uscire il Paese dall’emergenza infinita e dal panpenalismo dilagante. Una riforma che riduca drasticamente l’area del penale, dimezzi reati e pene, restituisca centralità al diritto di difesa, garantisca davvero la durata ragionevole dei processi, riaffermi la terzietà del giudice, sottragga la giustizia alla propaganda e all’uso politico. Questa è la direzione democratica. Non l’ennesima torsione autoritaria. Non la trasformazione del pubblico ministero in un funzionario al servizio dello Stato di polizia. Non la normalizzazione dell’eccezione. Dire No significa non accettare un Paese in cui la protesta sociale diventa reato, in cui la povertà viene perseguita e la ricchezza viene protetta. Dire No significa rifiutare lo Stato penale e rivendicare lo Stato sociale. Significa difendere una democrazia in cui la libertà non sia scambiata per sicurezza e in cui la sicurezza non sia usata come pretesto per reprimere. La libertà è conflitto, diritti, garanzie. E oggi difenderle significa costruire un fronte antipenalista largo, determinato, popolare. Un No sociale, un No costituzionale, un No contro le politiche sicuritarie. Un No per la democrazia, per la giustizia uguale per tutti, per il diritto di dissentire. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per un No sociale proviene da Comune-info.
February 17, 2026
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