Tag - nord america

Mancano acqua ed elettricità, ma Cuba resiste
Sono qui da oramai venti giorni ed ho potuto toccare con mano il progressivo deterioramento delle condizioni di vita di questo straordinario popolo; posso provare a documentarlo, a descriverlo, ma occorre viverlo per comprenderlo. Gli Stati Uniti hanno deciso che Cuba debba soccombere anche a costo di ridurne la popolazione allo stremo, qualunque mezzo per loro è utile allo scopo, e non si sono mai fatti scrupolo alcuno nell’utilizzarli; il blocco totale del rifornimento di combustibili è solo l’ultima ma probabilmente la più pericolosa delle armi di coercizione utilizzate. No, l’immagine qui sopra non è una svista editoriale, né tantomeno l’errore di un fotografo: questa è Cuba oggi. Questo è il modo crudele  nel quale sono costretti a vivere, anche se sarebbe più corretto dire sopravvivere, i cubani: al buio. Quando manca l’energia elettrica non è solo l’illuminazione a spegnersi, ma anche la società nel suo complesso e in questi ultimi giorni ne ho provato gli effetti più pesanti in prima persona. Sabato 21 marzo ho trascorso la giornata all’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) alla presenza del presidente di Cuba Diaz Canel Bermudez e di rappresentanti del governo. Qui si tiene l’incontro ufficiale con la delegazione del convoglio “Nuestra America” giunto in volo dall’Italia, composta da una foltissima rappresentanza di attivisti di vari Paesi europei con un enorme carico di aiuti umanitari, farmaci ed attrezzature sanitarie. L’evento è stato un’esperienza indimenticabile, di quelle che ti riempiono il cuore e ti ricordano i motivi per i quali noi che tanto amiamo Cuba facciamo quello che facciamo. Dopo questo bagno di amore incondizionato per questa isola e per la sua rivoluzione faccio ritorno a casa del mio amico cubano Héctor che mi ospita; sono le 18 e di energia elettrica non se ne parla, oggi è arrivata solo per un paio di ore. Iniziamo la serata con la cena alla luce della lampada da campo che gli ho portato io, una di quelle ricaricabili di lunga durata che ovviamente illumina solo la cucina; per recarci in bagno o in qualsiasi altro luogo dobbiamo utilizzare la luce del cellulare. Le ore passano e inganniamo l’attesa della luce che dovrebbe arrivare in tarda serata chiacchierando; adoro ascoltare Héctor perché narra la storia di Cuba e della rivoluzione come nessun’altro fuori da questa isola potrebbe fare. La notte oramai è alle porte e decidiamo di andare a riposare; nell’enfasi dei racconti eravamo quasi riusciti a dimenticarci del black-out, ma anche le seppur minime umane necessità di ciascuno di noi ci riportano alla cruda realtà. La quasi totalità degli edifici cubani possiede una cisterna sul tetto che funge da riserva (questo succede tutt’oggi anche in varie regioni d’Italia), perché l’acquedotto, alimentato dalla rete elettrica, non riesce ad erogare la quantità di acqua necessaria con regolarità, quindi le abitazioni la prelevano dall’acquedotto nei momenti di disponibilità e tramite pompe elettriche riempiono le cisterne sui tetti; la capacità di queste cisterne, solitamente intorno ai mille litri, è la quantità di acqua di cui potrà usufruire ogni famiglia fino alla successiva erogazione. Tutto bene quindi? Ovviamente no, perché il fabbisogno quotidiano per tutte le necessità (alimentazione, cucina, pulizia, lavaggio biancheria, ecc.) di una famiglia di 3 o 4 persone è superiore a questa quantità, pertanto risulta inevitabile razionare, e quindi occorre lavarsi i denti solo con un paio di sorsi, usare lo sciacquone con molta parsimonia, farsi la doccia a rate e usare altri accorgimenti per il contenimento del consumo. La notte trascorre tranquilla, il clima in questo periodo è mite e fortunatamente le notti afose non sono ancora arrivate; fino a pochi giorni fa al mattino era possibile svegliarsi con la piacevole vista del led rosso della televisione illuminato, una piccola cosa ma dal grande significato; oggi questo non è accaduto, il che significa che fino al ritorno della luce l’unica acqua disponibile sarà quella rimasta nella cisterna. Il tempo scorre lento durante il giorno e l’assenza di energia elettrica è sopportabile perché si impara a rinunciare a TV, computer, cellulare ed altro, l’assenza di acqua invece non lo è. Nel primo pomeriggio dopo l’ultimo sciacquone la cassetta del water cessa di riempirsi, la cisterna ci ha generosamente offerto tutto ciò che poteva; ora inizia l’apnea idrica, che non è per nulla semplice da gestire. Alle 19 l’assenza di energia elettrica che perdura da oltre 30 ore ci costringe a cucinare con l’acqua in bottiglia, non ci si lava i denti, si cerca di non usare i sanitari, si attende. Alle 21 un’esplosione di urla di felicità in strada fa da cornice al lampadario della nostra sala, lasciato appositamente acceso, che si illumina, Héctor corre a riaccendere la pompa per riempire la cisterna, mentre io collego ogni tipo di alimentatore per ricaricare cellulari, lampade, batterie di scorta e qualsiasi altra cosa che possa immagazzinare energia elettrica; la speranza è che la prossima interruzione non sia così prolungata, mentre si riprende a sopravvivere nell’economia di emergenza di una guerra non dichiarata ma ferocemente attuata dall’impero del male. Lunedì 23 marzo non sarà solo un altro giorno, sarà il giorno dell’arrivo nella baia dell’Avana della flottiglia Nuestra America, sarà l’ennesima dimostrazione che Cuba non è sola, che il movimento di sostegno a questa piccola ma indomabile isola è vastissimo. Da quando si è resa indipendente Cuba insegna a tutto il mondo cosa sia la solidarietà ed è giunto il momento di spezzare le catene con le quali da oltre 65 anni gli Stati Uniti tentano di schiavizzarla nuovamente. Redazione Italia
March 23, 2026
Pressenza
Il Convoglio “Nuestra America” arriva a Cuba
Oltre 600 partecipanti, da 33 Paesi del mondo, da tutti i continenti. Sono queste, in estrema sintesi, le cifre del grande evento internazionale del Convoglio “Nuestra America” per Cuba, quella che, concepita in origine come una Flottiglia di solidarietà, si è trasformata, cammin facendo, in qualcosa di ben più ampio e impegnativo: una piattaforma politica e una gigantesca mobilitazione internazionale che ha coinvolto, appunto, non solo centinaia di persone e di organizzazioni politiche, sociali, sindacali, culturali, sportive, ma ha anche costruito una vasta e fitta rete. Questa ha letteralmente attraversato il mondo intero, con tutti i mezzi – veicoli, barche, aerei – giungendo infine sull’isola per un atto di concreta solidarietà, fattiva militanza, e incredibilmente ampia e diffusa partecipazione. Il progetto, coordinato dall’Internazionale Progressista, ha dunque mantenuto la promessa che aveva fatto, quella di forzare il bloqueo e di rompere l’assedio che gli Stati Uniti in maniera unilaterale e criminale hanno imposto a Cuba e farlo non con un evento di aiuto umanitario, ma con un gigantesco atto politico, in cui la solidarietà concreta viene interamente concepita e declinata all’interno della solidarietà politica, come solidarietà, insieme, internazionale e internazionalista. Le motivazioni dell’evento potrebbero anch’esse condensarsi in poche, eloquenti, cifre: 65 anni di inumano bloqueo, il totale blocco economico, commerciale e finanziario, imposto dagli Stati Uniti sulla falsariga del noto Memorandum Mallory del 1960 («bisogna usare rapidamente tutti i mezzi possibili per debilitare la vita economica di Cuba…, per ottenere i maggiori sviluppi nella privazione a Cuba di denaro e forniture, per ridurle le risorse finanziarie e i salari reali, per provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo»). Un bloqueo del tutto inumano e criminale, ripetutamente (ormai 32 volte) condannato dalle Nazioni Unite, dalla quasi totalità dei Paesi del mondo, e che molti, a Cuba e non solo, per i suoi effetti e le sue conseguenze, considerano “il genocidio più vasto (duraturo) della storia”. Poi oltre 240 misure coercitive unilaterali che fanno parte di una strategia di vera e propria guerra economica contro Cuba e ultimo in ordine di tempo il blocco energetico e petrolifero, anche questo imposto a Cuba dagli Stati Uniti e che ha già avuto conseguenze dolorose, con ripetute interruzioni della elettricità, ripetuti e duraturi black-out, il prezzo dei carburanti quadruplicato, la rarefazione del traffico stradale e un piano straordinario di individuazione delle priorità per consentire di mandare avanti la vita, in tutti i campi e in tutti i settori. Uno straordinario sforzo di organizzazione e di resistenza di cui è immediato, qui a Cuba, rendersi conto. Il 21 marzo, l’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) ospita il grande evento politico di convergenza del Convoglio. Da un lato, la raccolta dei beni fatti pervenire a Cuba dalla solidarietà che si è attivata, nel corso delle ultime settimane, in tutto il mondo; dall’altro, l’evento politico-culturale, che si apre proprio all’insegna del motto: «Cuba non è e non sarà sola». Il primo intervento è di David Adler, coordinatore dell’Internazionale Progressista, che ricorda il significato delle cifre: 600 persone presenti, ma milioni di persone coinvolte in atti di solidarietà in tutto il mondo. Tre sono i significati del Convoy: un significato umanista – riconosciamo il nostro dovere di partecipare e di attivare solidarietà, un significato militante – difendiamo un progetto reale, la Rivoluzione e le sue conquiste e rinnoviamo la nostra vicinanza e la nostra amicizia con Cuba e un significato etico – la consapevolezza dell’obbligo di lottare contro la politica genocida degli Stati Uniti e i loro alleati. Quella che viene definita come Dottrina “Donroe” è in realtà una strategia imperialista, che intende cancellare un secolo di politica anticoloniale e questo è il motivo di fondo per cui Cuba non è e non sarà mai sola. Cuba ha insegnato al mondo cosa significa solidarietà internazionale, motivo per il quale occorrerebbe piuttosto chiedersi quanto sia Cuba ad avere bisogno di noi e quanto viceversa siamo noi, in realtà, ad avere bisogno di Cuba, della sua solidarietà internazionale, dei suoi medici e dei suoi insegnanti. L’Italia, il nostro Paese, ne sa qualcosa: 38 medici in Piemonte durante la prima ondata della pandemia di Covid-19, 52 medici in Lombardia per fronteggiare l’emergenza sanitaria e ancora 500 medici in Calabria, ancora negli anni successivi alla pandemia, per impedire un vero e proprio collasso del sistema sanitario calabrese. In definitiva, quello che si è costruito e si va costruendo è un esempio concreto di lotta per la pace, per la giustizia e per il mondo intero. Il direttore dell’ICAP, Fernando Gonzalez Llort, parte dalla memoria recente degli eventi storici che hanno concorso a mutare il panorama delle relazioni internazionali: a partire dal 3 gennaio, con l’aggressione al Venezuela bolivariano e il sequestro del suo presidente legittimo, in carica, Nicolas Maduro, e della consorte, la deputata Cilia Flores, aggressione nella quale caddero 32 eroi cubani, è stato assestato un colpo all’ordine internazionale. L’imperialismo intende imporre al mondo la barbarie al posto della ragione contro tutti i principi del diritto, della giustizia e della coesistenza pacifica. La sua strategia è quella di ufficializzare la menzogna per costruire l’aggressione contro i diritti e le libertà dei popoli. In questa strategia si configura il disegno di una vera e propria guerra multidimensionale. Intanto, la guerra economica e la guerra energetica per colpire un popolo, asfissiarlo, assediarlo, un popolo che ha scelto di essere libero e sovrano. E poi, la guerra mediatica e la guerra psicologica intesa a seminare dubbi e dividere il popolo. Per questo, torna più attuale che mai la lezione di Fidel Castro: la resistenza è la costante offensiva della ragione, della coscienza e della morale, all’insegna di “unità, verità, coscienza e azione”. Non è un caso che la risposta solidale dei popoli sia stata immediata a tutti i livelli, economico, morale, politico, e attraverso una moltitudine di attività svolte e che continueranno a svolgersi: iniziative, campagne, articoli, documentazione, social media e reti sociali. Cuba non cederà nessuna delle sue conquiste nella difesa della sua indipendenza, della sua sovranità e della sua autodeterminazione, proprio perché – come diceva José Martí – «patria è umanità». E la resistenza, tra mille complessità e difficoltà, è in corso, con soluzioni creative e la solidarietà del mondo intero. Riferimenti: Il sito del Convoglio “Nuestra America” per Cuba: https://nuestraamericaconvoy.org Il portale dell’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli: www.siempreconcuba.org La situazione a Cuba: www.pressenza.com/it/2026/02/cuba-di-fronte-a-nuove-aggressioni-e-sfide-gigantesche Gianmarco Pisa
March 21, 2026
Pressenza
Mosca viola l’embargo americano e manda due petroliere a Cuba
Due navi russe si stanno avvicinando a Cuba cariche di petrolio e gasolio, un aiuto di Mosca per cercare di mitigare gli effetti del blocco sull’acquisto di idrocarburi imposto all’isola da Donald Trump. La petroliera russe Anatoly Kolodkin, che trasporta circa 730.000 barili di petrolio degli Urali e la nave Sea Horse, che trasporta circa 200.000 barili di gasolio si stanno avvicinando a Cuba con i loro carichi, ma i russi si sono dimenticati di chiedere il permesso al padrone a stelle e strisce. Infatti il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dichiarato che Cuba è nella lista dei Paesi a cui è vietato effettuare transazioni di acquisto, fornitura o scarico di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi, secondo l’accordo di licenza dell’Office of Foreign Asset Control (OFAC), pubblicato giovedì, riferisce CNBC. Il divieto è stato imposto nel momento in cui le due petroliere si stavano dirigendo verso l’isola caraibica. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno temporaneamente autorizzato l’acquisto di petrolio russo che si trovava in alto mare, come parte degli sforzi per stabilizzare i mercati energetici mondiali nel bel mezzo della guerra contro l’Iran. Tuttavia, Cuba è stata esclusa da questa esenzione. La decisione di cancellare le sanzioni al petrolio russo libererebbe almeno 140 milioni di barili di greggio che si trova già imbarcato nelle petroliere in giro per il mondo, ma secondo il reuccio della Casa Bianca questo petrolio non può andare verso Cuba, In precedenza, Mosca aveva criticato duramente il blocco dell’invio di carburanti a Cuba imposto dall’amministrazione di Donald Trump e aveva promesso di fornire al Paese il sostegno necessario, compreso l’aiuto finanziario. Il 29 gennaio scorso Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo nel quale definiva Cuba una minaccia inusuale e straordinaria per gli interessi degli Stati Uniti e della regione. A seguito di questo ordine l’amministrazione statunitense ha imposto un blocco all’invio di qualsiasi tipo di combustibile all’isola, pena l’introduzione di dazi aggiuntivi del 25 % a tutti i Paesi che commercino con l’isola idrocarburi. Insomma, per Donald Trump e i suoi soci tutti potranno comprare petrolio russo tranne Cuba. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza
Teatro Sala Umberto. “Improvvisamente l’estate scorsa”, coercizione nei legami di sangue
Va in questi giorni in scena al Teatro Sala Umberto di Roma un vero e proprio thriller sui rapporti familiari. “Improvvisamente l’estate scorsa” di Tennessee Williams. È un’attenta disamina di una famiglia disturbata e al di fuori del tempo, attraverso il linguaggio subliminale dell’inconscio – ricordi e traumi si sovrappongono attraverso simboli che rimandano al meccanismo dei sogni. I suoi personaggi, schiavi della paura, delle convenzioni e degli errori che in ogni epoca vengono compiuti sono insieme vittime e carnefici. Al centro della storia l’inquietante mistero della morte improvvisa del giovane Sebastian, spirito gentile e poeta. La disgrazia viene narrata da due donne che danno voce alla vicenda dalle loro diverse angolazioni: una è la madre di Sebastian, l’altra è la cugina, con cui il giovane aveva trascorso l’ultima estate della sua vita. Uno psichiatra ha il compito di scoprire la verità. La madre di Sebastian nel tentativo di difendere la reputazione della famiglia, usa qualsiasi mezzo per far tacere la nipote, unica testimone della morte di suo figlio. Spinti da interessi personali più che da un reale desiderio di giustizia, si aggiungono altri parenti a complicare ulteriormente la vicenda. Dalla biografia dell’autore si estrae l’originalità e la profondità di “Improvvisamente l’estate scorsa”: Tennessee Williams fu schernito dal padre per la sua sensibilità e per le sue relazioni con diversi uomini. Si laureò nel 1938 all’University of Iova e nello stesso anno la sorella autistica fu internata in un ospedale psichiatrico. Tennessee Wiliams non perdonò mai sua madre per aver acconsentito nel 1943 a farla lobotomizzare, si sentì in colpa per non essere intervenuto in tempo e per un lungo periodo fu ossessionato dall’idea che la stessa sorte toccasse a lui. Fu perseguitato da frequenti attacchi di ansia. Tale sofferenza psicologica non poteva che essere tradotta nella costruzione di questa tragedia psicoanalitica, dove il bravo cast sa far risaltare le note vibranti dell’assurdo e del dolore. Le figure umane risaltano stilizzate da una penna incisiva e simbolica. Bravi gli attori, movimentata la scena che realizza sul palco un quadro familiare che fu una sfida senza sconti all’America puritana, una storia senza tempo e latitudine. Teatro Sala Umberto, Via della Mercede 50, Roma Dal 17 al 22 marzo 2026 “Improvvisamente l’estate scorsa” di Tennessee Williams. Traduzione di Monica Capuani Opera presentata per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee. Con Elena Callegari, Ion Donà, Leda Kreider, Laura Marinoni, Edoardo Ribatto Regia di Stefano Cordella Produzione LAC Lugano Arte e Cultura In coproduzione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano Bruna Alasia
March 20, 2026
Pressenza
La Costa Rica chiude la propria ambasciata a Cuba
“Il 17 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica della Costa Rica ha informato la nostra Cancelleria attraverso una nota diplomatica e senza offrire alcun argomento, della decisione unilaterale di chiudere la propria ambasciata a Cuba,” si legge in un comunicato del Ministero degli Affari Esteri cubano. “Inoltre, senza alcun tipo di giustificazione e invocando una presunta e infondata reciprocità, ha chiesto a Cuba di ritirare il personale diplomatico dalla sua Ambasciata a San José, sottolineando che ciò non include il personale consolare e amministrativo, che potrà continuare a svolgere le sue funzioni”, continua la nota del Ministero degli Esteri cubano. Viene notificato che “a partire dal 1° aprile il governo della Costa Rica manterrà le relazioni con Cuba a livello consolare”. Secondo la nota emessa dal governo cubano “si tratta di una decisione arbitraria, evidentemente adottata sotto pressione e senza tener conto degli interessi nazionali di quel popolo fratello. Con questo passo, il governo costaricano, che mostra una storia di subordinazione alla politica degli Stati Uniti contro Cuba, si unisce ancora una volta all’offensiva del governo statunitense nei suoi rinnovati tentativi di isolare il nostro Paese dalle nazioni della Nostra America e partecipa alla sua escalation aggressiva contro la Rivoluzione cubana, respinta dalla comunità internazionale. Come sessant’anni fa, fallirà nell’impegno. Niente potrà allontanare i popoli di Cuba e Costa Rica, uniti da legami indissolubili di una storia comune, onorata da grandi eroi dell’indipendenza cubana come Martí e Maceo”, conclude il comunicato. La decisione del governo della Costa Rica arriva dopo la riunione della nuova creatura voluta da Donald Trump denominata “Scudo delle Americhe” tenutasi il 7 marzo a Miami. All’alleanza politico-militare sono stati invitati i presidenti di destra ed estrema destra che governano in America Latina. Lo scopo formale è quello di combattere il narcotraffico e l’emigrazione clandestina, ma in realtà “l’obiettivo è quello di riorganizzare la sicurezza dell’emisfero attraverso un’alleanza politico-militare nel continente, che garantisca una retroguardia alleata nel cortile di casa”, come fa notare Marco Consolo. Alla prima riunione erano presenti Javier Milei per l’Argentina, il boliviano Rodrigo Paz, José Antonio Kast per il Cile, Rodrigo Chaves per la Costa Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per la Guyana, il neo eletto presidente dell’Honduras Nasry Asfura, José Raúl Mulino per Panama, Santiago Peña per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Durante l’incontro si è ovviamente parlato anche di Cuba e Trump ha dichiarato che l’isola è arrivata alla fine del suo percorso politico. La decisione di chiudere l’ambasciata da parte della Costa Rica arriva dopo che il 4 marzo il governo dell’Ecuador di Daniel Noboa, senza fornire alcuna giustificazione, aveva dichiarato persona non gradita l’ambasciatore cubano Basilio Gutierrez e i membri della rappresentanza diplomatica, intimando loro di lasciare il Paese entro 48 ore. Quindi immaginare che dietro le due decisioni ci sia una regia statunitense non è una fantasia. Ci dovremo aspettare altre ambasciate chiuse nei prossimi giorni, magari proprio in uno dei Paesi che il pacifista della domenica ha chiamato al suo cospetto? Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Cuba fra menzogne e propaganda
Osservate bene l’immagine sotto il titolo dell’articolo: questa è solo una parte dell’enorme galassia di piattaforme web, televisioni, radio, pagine social ecc. create e finanziate direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti per diffondere nell’isola ed all’estero ogni tipo di menzogna e falsità contro Cuba e la sua rivoluzione. Il principale ente finanziatore di questo apparato è l’USAID, il paravento utilizzato dall’impero del male per mascherare i propri interventi nei Paesi stranieri, ma spesso i finanziamenti arrivano direttamente dal Dipartimento di Stato. In questo panorama di guerra mediatica uno in particolare, El Toque, è quello che si incarica di danneggiare maggiormente l’economia dell’isola; si tratta di un presunto sito di analisi economiche, ovviamente con base a Miami, dove ha sede la peggiore mafia anticubana, che ogni giorno, a sua discrezione, stabilisce il valore di cambio del peso cubano (CUP) nel mercato nero dell’isola, valore che non ha nulla a che vedere con il cambio ufficiale. Per fare un esempio fino allo scorso anno il cambio ufficiale era di 140/150 CUP per un euro e poco meno per un dollaro, quindi lo straniero che intendeva cambiare ad esempio 100 euro a Cuba si recava in una banca o in una Cadeca (casa de cambio) e riceveva 14.000 CUP; contemporaneamente però nelle strade si trovavano persone con le tasche gonfie di pesos cubani che offrivano un cambio molto, molto più alto, attorno ai 300/350 CUP per un euro/dollaro e quindi 30/35.000 CUP. Personalmente mi sono sempre rifiutato di cambiare euro nelle strade, perché questo significa inflazionare ulteriormente il già scarso valore della moneta cubana, ma questo scrupolo sono ben pochi a farselo e la maggioranza delle mie conoscenze mi ha sempre dato dello stupido; è possibile che io sia stupido, ma di sicuro non sarò mai complice. Quel valore di cambio al mercato nero lo stabilisce El Toque, obbedendo agli ordini dei finanziatori nordamericani, con il chiaro intento di deprezzare la moneta nazionale.  Vista la situazione il governo cubano, nel tentativo di estirpare questo chiarissimo disegno criminale, ha elevato il valore di cambio ufficiale portandolo attorno ai 530/540 CUP per un dollaro/euro, così da spazzare via qualunque tipo  di contrattazione illegale. Qualcuno vuole provare a indovinare cosa è accaduto? In meno di dodici ore El Toque ha pubblicato i nuovi importi da applicare al mercato nero, che in questo momento rasentano i 600 CUP per un dollaro/euro e non cessano di salire. Nella situazione del Paese non era cambiato nulla perché un vero portale di analisi economiche potesse esprimere valutazioni differenti da quelle del giorno prima; è quindi del tutto evidente che il compito di El Toque è unicamente quello di distruggere l’economia interna cubana. Un portale straniero che si arroga il diritto di stabilire quale debba essere il valore di cambio illegale della moneta di un’altra nazione: questo è El Toque. Occorre però porsi una domanda: El Toque può scrivere quello che vuole, ma se non ci fossero i cambiavalute illegali nelle strade rimarrebbe solo uno dei tanti portali anticubani. Dove vanno quindi questi cambiavalute illegali a riempirsi di pesos da offrire agli stranieri se lo stipendio di un lavoratore qui non supera i 10.000 CUP? E’ fin troppo evidente che si tratti di un traffico organizzato, diretto e finanziato da chi ha come unico scopo quello di causare il default economico del Paese, e chi sono gli unici a volere questo? Sempre loro, quelli che si trovano a 90 miglia a nord dell’Avana…. Tutti gli altri siti web ed organi di (dis)informazione di cui sopra hanno lo scopo di diffondere ogni sorta di falsità contro Cuba, alcune della quali risultano persino patetiche tali sono le assurdità che propinano e quindi dubito che abbiano molto seguito. L’ultima in ordine di tempo di questa montagna di menzogne è quella secondo la quale gli aiuti umanitari provenienti dal Messico giunti all’Avana circa una settimana fa sarebbero stati venduti dal governo cubano per ingrassare le tasche non si sa bene di quali e quanti politici…. Ve li mostro io, eccoli qui: Héctor, il “fratello” cubano che mi ospita, sua moglie e sua figlia ricevono regolarmente gli aiuti alimentari che vengono prontamente distribuiti dal governo alla popolazione tramite la “libreta” o “canasta basica”. Cos’è la libreta, o canasta basica? Nel mondo occidentale abituato alla mentalità capitalista questo è un concetto praticamente sconosciuto, mentre nella società socialista cubana è il fondamento della vita civile della nazione: lo Stato si fa carico di fornire ad ogni suo cittadino, qualunque sia il suo reddito, un’abitazione e una fornitura di alimenti di base secondo la composizione di ciascun nucleo familiare, per garantirne la sussistenza; senza dimenticare che a Cuba l’istruzione è universale e gratuita fino alla laurea ed egualmente universale e gratuita è la sanità. E’ sempre stato così dal giorno del trionfo della rivoluzione; la solidarietà sociale di questo straordinario popolo esprime così la propria umanità. Chi ha qualche anno sulle spalle come me ricorderà (perché lo abbiamo studiato, non perché lo abbiamo vissuto) che anche in Italia esisteva qualcosa di simile, anche se non uguale, la famosa tessera annonaria istituita in piena Seconda Guerra Mondiale. Il sistema cubano di assegnazione delle abitazioni, della sussistenza alimentare e delle prestazioni sanitarie purtroppo negli ultimi anni ha subito gravi ridimensionamenti a causa del bloqueo, ma se andate a leggero quello che diffondono gli scrivani sotto dettatura che formano l’esercito mediatico dei servi dell’impero troverete scritto che no, il bloqueo non esiste, che è una invenzione del “regime” cubano, che la responsabilità della situazione dell’isola è da attribuire all’incapacità del governo di guidare il Paese, o che il sistema socialista è una sventura per il popolo cubano, che dovrebbe invece gettarsi fra le braccia amorevoli del capitalismo. Fortunatamente il 98% del popolo cubano sa benissimo come stanno realmente le cose, perché le vede e le vive, mentre il rimanente 2% sono i soliti “gusanos”, persone di scarse se non nulle conoscenze, molto facilmente manipolabili e quindi servi sciocchi dell’impero. Alcuni sono addirittura nostalgici della dittatura di Batista, quando L’Avana era la casa dei divertimenti di ricchi gangster e mafiosi newyorkesi e il Paese era spartito fra ricche oligarchie e grandi aziende nordamericane, mentre il popolo era solo carne da lavoro. Spessissimo qui mi capita di sentir ripetere una frase del Che pronunciata all’Università Alma Mater dell’Avana di fronte agli studenti e poi divenuta famosa: “No se puede confiar en el imperialismo ní tantito así, nada!”, ossia “Non ci si può fidare dell’imperialismo nemmeno un pochino, per niente!” Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Ricerca scientifica e maternità, una storia americana
Questa vicenda lascia l’amaro in bocca. Non perché racconta di terre rubate, massacri e bombe, ma perché ci svela un ambiente lavorativo che invece di assomigliare a un Olimpo luminoso, come ci si aspetterebbe, ricorda sempre più un’anonima stazione di scambio merci. Entreremo nell’ambito specialistico della ricerca scientifica di base, dove dovremmo incontrare donne e uomini che lavorano per il progresso dell’umanità, che noi, comuni mortali e beneficiari delle loro scoperte, dovremmo stimare e ammirare. Ma che cosa penseremmo se al contrario scoprissimo che alcuni di loro hanno sacrificato la propria umanità sull’altare della conoscenza? E, mi chiedo, è possibile produrre buona ricerca quando si abdica a ogni semplice forma di empatia verso l’altro? Quando tutto viene deformato da cinismo, efficienza, opportunismo? Non erano i grandi scienziati anche grandi umanisti? Che sta succedendo nei meandri della ricerca scientifica? Chi sono le prime vittime? Con queste domande che mi frullano in testa incontro Daniela Punzo PhD, neuroscienziata originaria di Napoli che dopo quasi sei anni di lavoro presso un laboratorio dell’UCI (Università della California, Irvine) si è trovata senza lavoro perché ha avuto la felice (?!) idea di diventare anche mamma. Come sei arrivata a lavorare all’UCI e che cosa ti è successo? Ho studiato bio-tecnologia all’Università Federico II di Napoli e ho concluso il dottorato lavorando in un laboratorio del Policlinico partenopeo nel 2018. La mia ricerca, che è anche la mia tesi di dottorato, riguarda il ruolo che giocano piccoli aminoacidi nel cervello nella regolazione della funzione glutaminergica connessa al fenomeno della schizofrenia. La posizione dominante considera quasi esclusivamente la funzione dopaminergica. Questo studio inserisce un elemento nuovo nella comprensione globale del disturbo psichiatrico. I risultati sono piuttosto promettenti. Inoltre in quegli anni ero divenuta esperta in alcune tecniche di laboratorio e il mio superiore, che mi stimava, mi disse che in un’università californiana cercavano proprio una figura con le mie competenze. Nell’aprile 2019 sono stata assunta con una posizione di post-dottorato all’UCI. Come ti sei trovata nel nuovo posto di lavoro? Lavoravo tra le dieci e le dodici ore al giorno, ma ero contenta. Mi guardi strano, vedo, ma è normale lavorare così tante ore in un laboratorio, perché le procedure richiedono tempi lunghi e grande precisione. Puoi a volte assentarti mentre una macchina lavora, ma devi stare più che attento perché basta un secondo di errore, un minimo ritardo, per buttare tutto a mare – magari un campione su cui stavi lavorando da mesi. Ma il mio lavoro mi piaceva e mi sembrava che anche la direttrice, anche lei napoletana, mi stimasse. Credevo avessimo stabilito una relazione di fiducia, invece era tutto di facciata. Me ne sono accorta nel momento in cui ho comunicato la mia gravidanza e la situazione è precipitata quando mi sono concessa tre mesi di maternità. Mi spettava di più, ma per accontentarla avevo rivisto il mio piano, illudendomi che sarebbe stata contenta. Non lo era, voleva un mese. Mi rendo conto che è il sistema che ti spinge a comportarti così freddamente perché ti lascia intendere che più facilmente verrai premiato. Ci sono regole non scritte e moralmente illegali, che a un certo punto ti impongono la scelta: o stai dentro o stai fuori. Mi vengono i brividi immaginando una donna così poco empatica da non capire l’importanza, a livello psicologico, di trascorrere in serenità i primi momenti di vita del proprio bambino. E non è solo un diritto della donna, lo è di entrambi i genitori e anche del neonato. Altro che serenità, ora sto meglio, ma quell’anno mi è venuto un esaurimento nervoso. Al mio rientro in laboratorio, nell’autunno del 2024, non sospettavo ancora niente, pur avendo avuto diversi scambi di email perché spesso collaboravo alla ricerca da casa; però ho notato che c’era un nuovo assunto. Dopo due settimane è arrivata la doccia fredda: non ci sono abbastanza fondi, non possiamo più rinnovarti il contratto. Ero stata scaricata in mezzo alla strada con una bambina di pochi mesi. Per fortuna il mio matrimonio sta funzionando, uno stipendio c’è, con la casa ci aiutano i genitori di mio marito e come ben sai, vendo salumi e formaggi al mercato locale. (Daniela ed io ci siamo conosciute perché mi sono fermata al banco in cui a volte lavora). Ti sei rivolta al sindacato? Sì, e hanno cercato di aiutarmi, ma io non ero iscritta. Perché non ti eri iscritta? Mi dicono che qui ce n’è uno piuttosto battagliero. Quando sono arrivata la direttrice mi ha detto senza tanti giri di parole che lì nessuno faceva parte del sindacato e mi ha consigliato di non iscrivermi. Non so se sia vero, ma io ero entusiasta di lavorare in una grande università americana e soprattutto ero più sprovveduta di oggi, per cui le ho creduto. Hai cercato altre vie per far valere i tuoi diritti? Certo. Ho una causa aperta con l’università, perché non hanno nemmeno rispettato i termini del contratto firmato, ma ormai ho capito che dovrò cedere e accettare un patteggiamento. Con la “scusa” dei fondi mancanti fanno quello che vogliono. Conosci altre storie simili alla tua? L’avvocato del sindacato con cui ho fatto una chiacchierata mi ha raccontato che ero il secondo caso di maternità negata in sei mesi. Personalmente ho assistito a mobbing e nepotismo. Per onestà ti devo dire che ci sono anche casi virtuosi, per esempio un’amica lavora in un laboratorio, sempre all’UCI, il cui direttore, un americano, è una persona molto umana e rispetta le scelte extra-lavorative. Sostiene i giovani ricercatori come persone, non li vede solo come pedine da usare. Ci sono differenze tra fare ricerca negli Stati Uniti e in Italia? Sì. La più vistosa è il tipo di forma mentis che riceviamo durante l’intero percorso formativo. Mi spiego meglio: in Italia  s’insegna ancora a capire il senso delle procedure e a porsi domande teoriche, per esempio: come mai di alcuni farmaci a base dopaminergica, o dei comuni anti-depressivi, iniziamo a vedere gli effetti solo dopo un certo tempo dall’assunzione? Perché alla dopamina ci si assuefà e ad altre molecole attigue no? È a partire da queste domande che ho formulato la mia prima ipotesi di ricerca. Negli Stati Uniti, un po’ perché i ricercatori arrivano in laboratorio prima di noi, scolasticamente parlando, e un po’ perché gli americani sono molto più pragmatici, s’insegna subito la tecnica che serve e ognuno diventa esperto della procedura, ma sa poco delle domande teoriche che stanno alla base di ciò che sta facendo. Che consiglio vuoi dare ai giovani ricercatori italiani che come te sbarcano pieni di entusiasmo nelle università americane? Certamente di non rinunciare al sogno di fare ricerca e di metterci tutto l’amore che serve, ma di non essere sprovveduti e non cedere di fronte ad atteggiamenti arroganti e irrispettosi. Quando si è giovani e ambiziosi, come ero io e in parte ancora sono, si rischia di non vedere l’intera forma della nostra vita futura e di essere manipolati per questa nostra debolezza, Da quando sono mamma ho capito cose che mai avrei immaginato e sono grata ad Aurora (mia figlia) di essere arrivata nella mia vita. Mi manca tanto la scienza, soprattutto il disquisirne, ma non tornerei indietro. Progetti per il futuro? Sto cercando; mi piacerebbe insegnare, ovviamente scienze.     Marina Serina
March 19, 2026
Pressenza
La deriva autoritaria di Bukele, fedele alleato di Washington
Durante gli ultimi anni, El Salvador ha affrontato “un accelerato processo di concentrazione di potere ed erosione istituzionale, che ha trasformato il suo ordine democratico in un sistema autoritario di diritto e di fatto”. È quanto afferma nel suo rapporto il Gruppo internazionale di esperti per l’indagine sulle violazioni dei diritti umani nel contesto dello stato di emergenza in El Salvador (Gipes), presentato la scorsa settimana in Guatemala durante il 195° periodo di sessioni della Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr). Secondo il corposo documento di circa 300 pagine “El Salvador al bivio: crimini di lesa umanità all’interno delle politiche di pubblica sicurezza”, fin dai primi mesi del suo insediamento (2019), l’istrionico presidente Nayib Bukele, fedele alleato di Washington, ha iniziato una tambureggiante offensiva per assicurarsi il controllo dell’apparato istituzionale. In poco tempo, il giovane premier si è garantito la maggioranza assoluta in parlamento, il controllo sugli organi giudiziari ed elettorali, la rieleggibilità presidenziale ad infinitum nonostante la Costituzione la proibisca. Ha inoltre stretto un forte sodalizio con esercito e polizia e con settori dell’oligarchia tradizionale, condividendo con loro i frutti della radicalizzazione e dell’inasprimento del modello neoliberista estrattivista. Magistrati e procuratore generale destituiti e sostituiti con funzionari fedeli, centinaia di giudici prepensionati perché non allineati con il nuovo corso, riforme e leggi, come quella di Agenti Stranieri, che spianano il cammino a un esercizio di potere senza limiti e che restringono la libertà d’associazione e l’indipendenza di organizzazioni sociali e mezzi di comunicazione, sono solo alcune delle mosse di Bukele per smantellare i contrappesi democratici e stabilire un modello di forte concentrazione del potere. L’ultimo tassello di questa strategia di distruzione dello stato di diritto è stata l’implementazione, esattamente quattro anni fa, dello stato d’eccezione a livello nazionale, durante il quale, spiega il rapporto, sono state arrestate più di 89 mila persone, molte di esse senza un mandato di cattura, né un’accusa formale circa la loro appartenenza alle due principali bande criminali (maras): MS-13 e Barrio 18. Dal 2022, il regime straordinario d’emergenza è stato rinnovato per più di 40 volte. Nonostante il tasso di omicidi si sia visibilmente ridotto negli ultimi anni, gli esperti del Gipes assicurano che ciò sarebbe avvenuto a scapito della violazione sistematica dei diritti umani, tra cui arresti e incarcerazioni arbitrarie, torture, centinaia di sparizioni forzate, di decessi in carcere, di persone in esilio, mancanza di assistenza legale e di informazioni sullo stato dei carcerati. Sul banco degli imputati la “mano dura” dello Stato salvadoregno e un modello repressivo che fanno delle leggi d’emergenza, della militarizzazione della pubblica sicurezza e della costruzione di mega-carceri, come il tenebroso Centro di Confinamento del Terrorismo (Cecot), il loro fiore all’occhiello. Nella giornata di martedì 17 marzo, il parlamento ha votato quasi all’unanimità una riforma costituzionale che introduce la pena dell’ergastolo per “assassini, stupratori e terroristi”. “Lo stato di eccezione (e la relativa sospensione dei diritti costituzionali) ha svuotato di contenuto le garanzie processuali, come il diritto alla difesa, la presunzione d’innocenza e l’accesso a una tutela giudiziaria effettiva. Le privazioni di libertà sono basate su profili discriminatori per vincolare le persone ai gruppi criminali, con il prolungamento a tempo indeterminato della custodia cautelare”, spiega il rapporto. Con la scusa di combattere la criminalità, Bukele ha trasformato uno ‘stato d’emergenza’ in una forma abituale d’amministrazione del Paese. “Il controllo assoluto del sistema giudiziario e l’approvazione di decine di decreti legislativi che hanno di fatto modificato la normativa in materia penale e di giustizia penale giovanile, hanno consolidato un quadro legale che permette la violazione grave, generalizzata e sistematica dei diritti fondamentali, come quello alla vita, al giusto processo, a non essere privati arbitrariamente della libertà, né sottoposti a tortura o ad altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti”. Tutte queste violazioni, concludono i cinque giuristi che integrano il gruppo internazionale di esperti, potrebbero costituire crimini di lesa umanità. Tra le raccomandazioni fatte allo Stato salvadoregno spicca il ristabilimento dello stato di diritto (fine dello stato d’eccezione, deroga delle riforme della legislazione processuale penale e delle leggi restrittive dello spazio civico, ristabilimento dell’indipendenza giudiziaria e dell’azione penale, smilitarizzazione della pubblica sicurezza), la rendicontazione delle violazioni commesse e la riparazione integrale per le vittime e i loro familiari. Come sua abitudine e modus operandi, il presidente salvadoregno ha reagito con veemenza alla presentazione del rapporto e ha sferrato un duro attacco dal suo account di X. “Sono giornalisti e personaggi delle ONG finanziati da Open Society che finalmente hanno gettato la maschera e ci chiedono di liberare i criminali. Alla fine non sono altro che studi legali internazionali dediti al crimine. Noi continueremo a priorizzare i diritti di chi subisce la violenza e non di quelli che la esercitano”. Per l’organizzazione salvadoregna Cristosal “il governo celebra i risultati dello stato d’eccezione sostenendo che il fine giustifica i mezzi. Questa formula è stata storicamente utilizzata per giustificare atrocità”. A inizio di marzo, l’organizzazione non governativa ha pubblicato il rapporto “Il prezzo di dissentire: criminalizzazione e persecuzione politica in El Salvador (2019-2025)”, in cui si documenta come la criminalizzazione penale si sia convertita nel principale strumento di persecuzione, evidenziando la strumentalizzazione del sistema di giustizia e l’attacco sistematico alle voci critiche. Tra le 245 vittime documentate figura la responsabile dell’Unità Anticorruzione di Cristosal, Ruth López, ancora in carcere. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
March 18, 2026
Pressenza
Cuba, splendide spiagge deserte per il crollo del turismo
Il 16 marzo 2026, ultimo giorno della mia permanenza a Trinidad, avrei dovuto fermarmi in questo splendida cittadina altri quattro giorni, ma il giorno 21 in un orario imprecisato è previsto l’arrivo della Flotilla Nuestra America alla bahía dell’Avana, avvenimento al quale non posso assolutamente mancare. Essendo i trasporti molto limitati il bus di domani è l’ultimo trasferimento utile del quale possa usufruire. Oggi quindi ho voluto visitare quella che universalmente viene descritta come una delle perle più preziose dei Caraibi, la penisola di Playa Ancón…. La penisola era facilmente raggiungibile con qualunque mezzo pubblico o privato, in quanto dista solo una dozzina di chilometri dal centro di Trinidad, ma purtroppo oggi non è più così, perché la carenza di combustibili che il maledetto bloqueo porta con sé rende molto difficile e costoso effettuare qualsiasi spostamento, anche quelli su brevi distanze come questo. Playa Ancón mantiene quanto promette: il mare cristallino, la spiaggia di sabbia finissima e la natura silvestre che le fa da anfiteatro sono di una bellezza straordinaria. E’ chiaramente un luogo dalla grandissima attrazione turistica, ma nonostante ciò le strutture nelle immediate vicinanze dell’arenile non sono assolutamente invasive; ci sono alcuni chioschi all’ombra della splendida vegetazione nei quali è possibile trovare frutta tropicale di ogni sorta e pranzi tipici, soprattutto a base di pesce, mentre per godere di questo sole e di questo mare unici al mondo si bastano i caratteristici ripari realizzati con foglie di palma. Lungo tutta la penisola alle spalle di questa che sembra una cartolina illustrata si trovano solo tre splendide e discrete strutture alberghiere armoniosamente inserite nel paesaggio, che dimostrano quanta attenzione e rispetto vengono riservati ai territori. Cuba non ha mai permesso nessun tipo di speculazione edilizia selvaggia perché le sue bellezze naturali sono la sua ricchezza e proteggerle a ogni costo dallo sfruttamento indiscriminato è il primo impegno di questo stupendo Paese. Si potrebbe parlare di un angolo di paradiso, che l’impero del male non si è fatto scrupolo di trasformare in inferno. Venendo qui oggi si tocca con mano quanto malvagio, perfido, crudele e cinico sia il bloqueo: questo luogo da sogno dovrebbe accogliere ogni giorno ospiti provenienti da ogni latitudine e contemporaneamente dare lavoro a centinaia di lavoratori di questo settore, così come tutte le “casas particulares”, ossia le normali abitazioni civili, appositamente normate ed adattate, che ai cubani è consentito utilizzare come B&B. Ebbene, tutto questo oggi è completamente paralizzato. Con il divieto per i cittadini statunitensi di recarsi sull’isola, il diniego del visto di ingresso negli Stati Uniti per ogni persona che abbia viaggiato a Cuba e l’attuale blocco delle forniture di combustibile, Trump è riuscito a imporre l’ennesimo giro di vite all’ultima forma di ingresso di valuta nell’isola; dopo decenni trascorsi ad impedire le transazioni commerciali con qualsiasi istituto bancario, cosa che inevitabilmente ha compromesso importazioni ed esportazioni, ora con la paralisi del settore turistico l’economia cubana subisce l’ennesimo affronto. Soffermarmi a scrutare questi splendidi luoghi praticamente deserti, i lettini prendisole in attesa di un ospite che non arriverà, l’assenza della festante moltitudine colorata di ospiti ai chioschi desolatamente chiusi mi infonde una tristezza infinita, ma ma soprattutto rabbia, perché tutti sanno chi sia il responsabile di tutto questo. Il paventato terrorismo, o l’assurda “inusuale minaccia contro gli Stati Uniti”, sono solo i più recenti pretesti per portare a termine la loro opera di distruzione. Fanno così da sempre e chi lo nega dovrebbe studiarsi la storia di Paesi come il Vietnam, l’Iraq, la Libia e recentemente il Venezuela e l’Iran per capire l’osceno metodo a stelle e strisce. Denunciare l’imperialismo non è vuota retorica, è guardare il male assoluto negli occhi.         Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza