Mancano acqua ed elettricità, ma Cuba resiste
Sono qui da oramai venti giorni ed ho potuto toccare con mano il progressivo
deterioramento delle condizioni di vita di questo straordinario popolo; posso
provare a documentarlo, a descriverlo, ma occorre viverlo per comprenderlo.
Gli Stati Uniti hanno deciso che Cuba debba soccombere anche a costo di ridurne
la popolazione allo stremo, qualunque mezzo per loro è utile allo scopo, e non
si sono mai fatti scrupolo alcuno nell’utilizzarli; il blocco totale del
rifornimento di combustibili è solo l’ultima ma probabilmente la più pericolosa
delle armi di coercizione utilizzate.
No, l’immagine qui sopra non è una svista editoriale, né tantomeno l’errore di
un fotografo: questa è Cuba oggi. Questo è il modo crudele nel quale sono
costretti a vivere, anche se sarebbe più corretto dire sopravvivere, i cubani:
al buio.
Quando manca l’energia elettrica non è solo l’illuminazione a spegnersi, ma
anche la società nel suo complesso e in questi ultimi giorni ne ho provato gli
effetti più pesanti in prima persona.
Sabato 21 marzo ho trascorso la giornata all’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia
con i Popoli) alla presenza del presidente di Cuba Diaz Canel Bermudez e di
rappresentanti del governo.
Qui si tiene l’incontro ufficiale con la delegazione del convoglio “Nuestra
America” giunto in volo dall’Italia, composta da una foltissima rappresentanza
di attivisti di vari Paesi europei con un enorme carico di aiuti umanitari,
farmaci ed attrezzature sanitarie. L’evento è stato un’esperienza
indimenticabile, di quelle che ti riempiono il cuore e ti ricordano i motivi per
i quali noi che tanto amiamo Cuba facciamo quello che facciamo.
Dopo questo bagno di amore incondizionato per questa isola e per la sua
rivoluzione faccio ritorno a casa del mio amico cubano Héctor che mi ospita;
sono le 18 e di energia elettrica non se ne parla, oggi è arrivata solo per un
paio di ore. Iniziamo la serata con la cena alla luce della lampada da campo che
gli ho portato io, una di quelle ricaricabili di lunga durata che ovviamente
illumina solo la cucina; per recarci in bagno o in qualsiasi altro luogo
dobbiamo utilizzare la luce del cellulare.
Le ore passano e inganniamo l’attesa della luce che dovrebbe arrivare in tarda
serata chiacchierando; adoro ascoltare Héctor perché narra la storia di Cuba e
della rivoluzione come nessun’altro fuori da questa isola potrebbe fare. La
notte oramai è alle porte e decidiamo di andare a riposare; nell’enfasi dei
racconti eravamo quasi riusciti a dimenticarci del black-out, ma anche le seppur
minime umane necessità di ciascuno di noi ci riportano alla cruda realtà.
La quasi totalità degli edifici cubani possiede una cisterna sul tetto che funge
da riserva (questo succede tutt’oggi anche in varie regioni d’Italia), perché
l’acquedotto, alimentato dalla rete elettrica, non riesce ad erogare la quantità
di acqua necessaria con regolarità, quindi le abitazioni la prelevano
dall’acquedotto nei momenti di disponibilità e tramite pompe elettriche
riempiono le cisterne sui tetti; la capacità di queste cisterne, solitamente
intorno ai mille litri, è la quantità di acqua di cui potrà usufruire ogni
famiglia fino alla successiva erogazione. Tutto bene quindi? Ovviamente no,
perché il fabbisogno quotidiano per tutte le necessità (alimentazione, cucina,
pulizia, lavaggio biancheria, ecc.) di una famiglia di 3 o 4 persone è superiore
a questa quantità, pertanto risulta inevitabile razionare, e quindi occorre
lavarsi i denti solo con un paio di sorsi, usare lo sciacquone con molta
parsimonia, farsi la doccia a rate e usare altri accorgimenti per il
contenimento del consumo.
La notte trascorre tranquilla, il clima in questo periodo è mite e
fortunatamente le notti afose non sono ancora arrivate; fino a pochi giorni fa
al mattino era possibile svegliarsi con la piacevole vista del led rosso della
televisione illuminato, una piccola cosa ma dal grande significato; oggi questo
non è accaduto, il che significa che fino al ritorno della luce l’unica acqua
disponibile sarà quella rimasta nella cisterna.
Il tempo scorre lento durante il giorno e l’assenza di energia elettrica è
sopportabile perché si impara a rinunciare a TV, computer, cellulare ed altro,
l’assenza di acqua invece non lo è.
Nel primo pomeriggio dopo l’ultimo sciacquone la cassetta del water cessa di
riempirsi, la cisterna ci ha generosamente offerto tutto ciò che poteva; ora
inizia l’apnea idrica, che non è per nulla semplice da gestire.
Alle 19 l’assenza di energia elettrica che perdura da oltre 30 ore ci costringe
a cucinare con l’acqua in bottiglia, non ci si lava i denti, si cerca di non
usare i sanitari, si attende.
Alle 21 un’esplosione di urla di felicità in strada fa da cornice al lampadario
della nostra sala, lasciato appositamente acceso, che si illumina, Héctor corre
a riaccendere la pompa per riempire la cisterna, mentre io collego ogni tipo di
alimentatore per ricaricare cellulari, lampade, batterie di scorta e qualsiasi
altra cosa che possa immagazzinare energia elettrica; la speranza è che la
prossima interruzione non sia così prolungata, mentre si riprende a sopravvivere
nell’economia di emergenza di una guerra non dichiarata ma ferocemente attuata
dall’impero del male.
Lunedì 23 marzo non sarà solo un altro giorno, sarà il giorno dell’arrivo nella
baia dell’Avana della flottiglia Nuestra America, sarà l’ennesima dimostrazione
che Cuba non è sola, che il movimento di sostegno a questa piccola ma indomabile
isola è vastissimo. Da quando si è resa indipendente Cuba insegna a tutto il
mondo cosa sia la solidarietà ed è giunto il momento di spezzare le catene con
le quali da oltre 65 anni gli Stati Uniti tentano di schiavizzarla nuovamente.
Redazione Italia