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L’industria della colonizzazione lunare
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società. È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”. Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno  infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera. È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture. Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile). I PRIMI COMMERCI SPAZIALI Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano. La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali. Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori. La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne. Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo. Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo. OBIETTIVO: ELIO-3 Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra. Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra. Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare. Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare. COLONIZZARE LA LUNA Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare… Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).  La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici. Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna. Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti. Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti. Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare. La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo. L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica. L'articolo L’industria della colonizzazione lunare proviene da Guerre di Rete.
July 16, 2026
Guerre di Rete
Pornografia geopolitica
Come l’accordo USA-Iran è diventato l’ennesimo racconto seriale mentre la guerra continua a Gaza, in Libano e in Cisgiordania La firma è imminente. La firma è saltata. La firma è rinviata. La firma è vicina. Anzi, no, la firma è sospesa. E la Svizzera può attendere. Da giorni il racconto dell’accordo tra Stati Uniti e Iran procede come una serie televisiva costruita attorno all’attesa del prossimo episodio. Nel frattempo, Gaza continua a contare i morti, il Libano continua a essere bombardato e la Cisgiordania continua a essere smantellata pezzo dopo pezzo. È la pornografia geopolitica del nostro tempo: la trasformazione dell’incertezza in spettacolo e della crisi in prodotto di consumo mediatico. Così, mentre analisti e commentatori cercavano di interpretare ogni segnale come decisivo, la realtà sul terreno ha continuato a seguire una traiettoria diversa. In Libano, dove gli attacchi israeliani sono proseguiti malgrado il “cessate il fuoco”, le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, secondo il quale l’esercito non lascerà la cosiddetta “zona di sicurezza” nel Libano meridionale, dalla costa fino all’area della fortezza di Beaufort, indicano una volontà di consolidare la presenza militare nel sud del paese. A Gaza, la guerra ha ridotto la Striscia a una distesa di macerie. La devastazione è sistemica e la crisi umanitaria permanente mette a rischio la vita dei sopravvissuti. Non è possibile nemmeno pescare a pochi metri dalla riva senza diventare bersaglio. Secondo diverse fonti internazionali, oltre mille palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco. Dal 7 ottobre 2023 le vittime sono ormai oltre 75.000. Numeri che, secondo studi scientifici come quelli pubblicati su The Lancet, potrebbero essere significativamente più alti se si considerano anche morti indirette e feriti. Anche la Cisgiordania continua a registrare un’escalation spesso oscurata dall’attenzione concentrata su Gaza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati attacchi di coloni, incendi e devastazioni contro comunità palestinesi, comprese località a presenza cristiana. Interi villaggi sono stati oggetto di aggressioni, distruzioni e intimidazioni. A conferma della continuità di questa dinamica, il 19 giugno le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo profughi di Aida, alle porte di Betlemme, dispiegandosi in diversi quartieri e conducendo perquisizioni. Nelle stesse ore, coloni israeliani hanno attaccato un’abitazione nel villaggio di Kifl Haris, a nord di Salfit, danneggiando diversi veicoli. Più che episodi isolati, questi eventi si inseriscono in un processo più ampio di frammentazione territoriale e pressione costante sulla popolazione palestinese della Cisgiordania. Se Gaza rappresenta la dimensione più visibile della guerra, la Cisgiordania ne costituisce quella più silenziosa: una trasformazione quotidiana del territorio che procede anche quando i riflettori internazionali sono altrove. È dentro questa cornice che dovrebbe essere valutato l’accordo. Non in un vuoto geopolitico. Hormuz e il limite della de-escalation L’intesa nasce attorno allo Stretto di Hormuz e alla necessità di evitare un’escalation diretta tra Washington e Teheran. Una prima riattivazione del traffico nello Stretto è in corso, ma si tratta di un passaggio ancora parziale e rigidamente controllato, lontano da una reale normalizzazione delle rotte commerciali. Più che una riapertura, una decongestione temporanea e reversibile del nodo strategico. Una de-escalation non coincide necessariamente con una pace. Può semplicemente significare che due attori decidono di non combattersi direttamente mentre altri conflitti continuano a espandersi. Uno dei limiti più evidenti dell’accordo è che il principale fattore di instabilità regionale non è parte dell’intesa. Israele non è vincolato dai suoi termini. Se le dichiarazioni di Katz riflettono una linea strategica destinata a consolidarsi, siamo di fronte a una realtà che va nella direzione opposta rispetto alla narrativa della pacificazione regionale. L’accordo potrebbe quindi stabilizzare un fronte senza incidere sugli altri. Anche sul versante iraniano l’immagine di una trattativa lineare appare fuorviante. I cosiddetti “falchi” non rappresentano una corrente politica, ma una componente strutturale dell’architettura di potere della Repubblica islamica. Parlare di “falchi” come se si trattasse di una deviazione interna semplifica una realtà più complessa. Se questa categoria viene ammessa per l’Iran, dovrebbe essere applicata con coerenza anche ad altri contesti, incluso quello israeliano, dove il governo si fonda su componenti messianiche, ultranazionaliste e a forte impronta teologico-politica, al punto che in questi giorni la Highway 60 è stata ribattezzata “Biblical Highway”, un gesto che intreccia infrastrutture e teologia fino a rendere il paesaggio una dichiarazione politico-identitaria. Questa asimmetria nel linguaggio e nella costruzione delle notizie non è neutra: contribuisce a costruire una narrazione distorta del conflitto. Ne deriva un quadro analitico semplificato, che rende ogni previsione fragile e spesso fuorviante. Évian e la memoria delle crisi irrisolte Nessuno ci ha fatto caso, perché la storia non è più maestra né compagna, ma non è irrilevante che il G7 si sia riunito a Évian. Nel 1938 la città ospitò la conferenza internazionale convocata per affrontare la crisi dei rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. La maggior parte degli Stati presenti riconobbe l’esistenza del problema, ma non riuscì a trasformarlo in una risposta condivisa. Nel 1962, invece, Évian divenne il luogo degli accordi che posero fine alla guerra d’Algeria. Due memorie opposte: l’impotenza politica di fronte a una crisi umanitaria e la capacità di chiudere un conflitto coloniale. Oggi il nome Évian torna sullo sfondo di una nuova crisi internazionale. Nel 1938 gli Stati non riuscirono a mettersi d’accordo sulle quote di accoglienza. Oggi faticano a trovare una posizione comune su sanzioni, pressioni diplomatiche e strumenti di intervento. La differenza non è l’assenza di potere, ma la sua frammentazione. Il problema delle analisi istantanee Forse la lezione più importante di questi giorni riguarda il nostro modo di raccontare la politica internazionale: troppo spesso si cerca di leggere ogni sviluppo come se fosse definitivo. Una dichiarazione diventa una svolta; un incontro una soluzione; un rinvio un fallimento. Ma le crisi contemporanee non funzionano così. Sono sistemi complessi, attraversati da attori molteplici, interessi divergenti e livelli di conflitto sovrapposti. Pretendere di descriverle minuto per minuto con la sicurezza di una cronaca sportiva significa alimentare la polarizzazione e produrre l’illusione della comprensione. Più aumenta il volume delle analisi istantanee, meno comprendiamo ciò che accade davvero. L’attenzione si concentra sull’evento che potrebbe accadere domani, mentre passa in secondo piano ciò che sta accadendo oggi. È qui che la geopolitica rischia di trasformarsi in un dispositivo diverso dall’analisi: in una forma di pornografia geopolitica, dove la crisi viene continuamente riorganizzata come sequenza di suspense, attese e svolte che orientano lo sguardo più che la comprensione. L’opacità non riguarda soltanto il contenuto dell’accordo. Riguarda il suo oggetto. Se una presunta de-escalation tra Washington e Teheran procede mentre il Libano continua a essere bombardato, Gaza continua a contare morti e la Cisgiordania conosce nuove incursioni e violenze, la domanda non è quanto sia solido l’accordo, ma quale conflitto stia davvero cercando di fermare.   M. Alessandra Filippi
June 20, 2026
Pressenza
Viviamo in una guerra perenne ma la chiamiamo pace
Riflettere sull’attualità attraverso la letteratura e l’antropologia In Europa c’è la pace; altrove, c’è la guerra. I social media e la TV rimandano immagini di territori bombardati e di corpi dilaniati, ma riguardano altre persone, altri luoghi. Anche se vicinissimi come l’Ucraina, quei luoghi non sono qui e quei corpi non siamo noi. Non piovono bombe sulle nostre teste, pensiamo quindi di vivere in pace. Ma è così? Oggi guerra e pace non sono termini contrapposti, ma assumono la caratteristica della contemporaneità: anche se la guerra non è qui, vi siamo immersi fino al collo e, per quanto riguarda l’Italia, ne siamo anche committenti. Del resto, altrimenti, il Parlamento europeo non investirebbe nel programma ReArm Europe, ma in sanità e istruzione. Per capire il nostro presente è necessario usare approcci multidisciplinari, poiché multipolari sono i contesti che osserviamo. Vale la pena integrare le categorie della geopolitica con altri strumenti interpretativi che abbiamo a disposizione ma che spesso trascuriamo, pensando che le nostre vite dipendano unicamente dai rapporti di forza fra gli Stati. Tra questi, la letteratura. In “1984”, George Orwell descrive un futuro in cui la guerra cambia obiettivo: non serve a vincere ma diventa strumento del potere costituito e dell’economia, che la perfezionano come sistema di controllo delle masse. Il titolo nasce dall’inversione delle ultime cifre dell’anno in cui Orwell stava terminando il romanzo, il 1948, ma l’opera è sorprendentemente profetica. È infatti al 1990 che possiamo far risalire il mutamento dell’ordine mondiale. L’autore britannico, però, non usò una sfera di cristallo, ma attinse alla ricerca storica. Ed è qui che, rileggendo il libro con rinnovato interesse, si innesta un’altra lente utile a comprendere il mondo che ci circonda e le sue prevedibili evoluzioni: l’antropologia. Orwell arrivò a concepire il racconto dopo un’approfondita analisi dei sistemi di potere scaturiti dalla ristrutturazione geopolitica postbellica e degli impatti che essi avevano sui comportamenti delle persone. Li traspose poi su un piano distopico, realizzando una delle opere di letteratura politica più famose al mondo. La dimensione antropologica, cioè il modo in cui gli individui organizzano la società e le relazioni tra loro, è parte costitutiva della storia. La guerra perenne Fu Orwell a creare la definizione di guerra perenne. Quella che oggi, travestita da pace, è la nostra realtà. Il lavoro dello scrittore irrompe nel presente: ci stiamo abituando alla distopia, tanto da non distinguerla più dalla realtà. Finto diventa sinonimo di falso e quindi contrario di vero. La confusione tra i termini alimenta una condizione allucinatoria. La guerra, il genocidio e la crisi climatica sono reali, lo sappiamo, ma ciò che diventa falsa è la nostra percezione dei fatti: l’ingiustizia esiste, ma noi ci abituiamo a essa come componente dell’esistenza. In poche parole, la normalizziamo. E poi accade una cosa ancora più rischiosa, ma estremamente umana: desideriamo diventare immuni dal dolore che ci provocano le immagini dei bambini di Gaza dissezionati senza anestesia. È a questo punto che i contenuti generati con sistemi di intelligenza artificiale si mischiano con il vero e il falso: tutti risultano verosimili. La colpa non è dell’IA, che fa il suo lavoro di macchina (in proposito si vedano i contributi di Francesco Russo su Pressenza), né di chi ha bisogno di fidarsi della notizia falsa per superare lo stato di dissociazione generato dal vivere una vita tutto sommato normale mentre in Palestina i sionisti sparano alla testa di chi chiede il pane. È la componente più fragile, quella che cerca conforto nel complottismo. Questa interpretazione dà risalto ai presupposti che inducono le persone a restare a guardare e farà montare su tutte le furie i militanti armati di moralismo da usare per giudicare chi non si impegna nella lotta politica. Eppure, a mio avviso, è l’unica strada per superare la fase di stallo. Per questo ci serve l’antropologia. Ce lo ha insegnato Franz Boas all’inizio del secolo scorso. Usare l’antropologia per capire la geopolitica Se le persone non si attivano è perché hanno dei motivi. Affermarlo non significa trovare loro delle attenuanti, ma comprendere il nostro contesto. Ogni giorno scrolliamo contenuti di morte intervallati da post che indicano la felicità come obiettivo, notizie sullo sfruttamento dei bambini nel mondo alternate a pubblicità di prodotti irrinunciabili per la skincare. Tutto è così banale. Lo è anche il male, che si radica in noi e intorno a noi non quando ci mettiamo a odiare, ma quando smettiamo di pensare. Lo diceva Hannah Arendt, pensatrice iper-citata ma forse mai così incompresa come adesso. Sì, va tutto a rotoli, ma ci siamo abituati. Ad altri va peggio di noi: secondo la FAO, nel rapporto 2025, sulla base dell’indice di povertà multidimensionale — che considera il reddito e altri fattori come l’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie — circa 1 miliardo e 100 milioni di persone vivono in povertà in 109 Paesi e oltre la metà sono bambini. Che ne parliamo a fare? Ne parliamo perché non ci sta bene. Forse questa è la nostra unica speranza: partire dalle frustrazioni e trasformarle in rivendicazioni. Arriviamo al nocciolo della questione: in prospettiva non sembrano crescere movimenti in grado di rovesciare questo sistema. Le piazze fluttuano peggio della marea del Tamigi: un anno siamo un milione, l’anno dopo non raggiungiamo le 10.000 presenze alle manifestazioni convocate per le stesse motivazioni. E allora, pur senza abbandonare gli sforzi di costruzione di un piano di lotta collettivo, dobbiamo ripensare anche a quello individuale. Chi siamo dentro le geometrie sociali? Chi sono gli altri intorno a noi? Ci accorgiamo di avere altri intorno a noi? La banalità del male è un concetto che descrive un tipo di comportamento umano tutt’altro che straordinario, le cui caratteristiche Arendt estrapolò dopo aver assistito al processo di Eichmann. Le descrisse nel suo libro “Eichmann in Jerusalem”: «Non fu stupidità ma una curiosa, autentica incapacità di pensare». E ancora: «Egli non aveva mai capito che cosa stesse facendo». In pratica, l’alto funzionario delle SS non vedeva altri che se stesso e il proprio zelo nel perseguire gli obiettivi assegnati. La burocrazia sostanziò le sue azioni, le giustificò e lo tenne al riparo da ogni pensiero critico. La tesi continua a convincerci e la richiamiamo spesso, ma forse resta un riferimento teorico. La sua utilità è invece nella pratica: non serve a farci prendere le distanze dal male o a convincerci che noi non saremmo capaci di compierlo. Serve a capire in quali tratti di quel male possiamo riconoscerci. Uno di essi è proprio il modo in cui ci rapportiamo agli altri. Se il malessere sociale è così diffuso è certamente a causa del sistema di sfruttamento e oppressione. Tuttavia non siamo impotenti di fronte a esso e, per questo, va recuperata la lezione transfemminista di soggettività complesse come bell hooks — scritta in caratteri minuscoli come lei desiderava — e Audre Lorde, che esplorarono l’amore e la cura delle relazioni come pratiche di lotta al capitalismo e al patriarcato. Usare il materno come pratica di lotta Se la Rivoluzione d’Ottobre è lontana, è però vicinissima la possibilità di un cambiamento culturale: credere nell’opportunità di una resistenza personale alle pressioni esterne che ci vogliono individualità separate. A questa visione si contrappone chi ritiene che la dimensione soggettiva non sia così determinante e che lo status quo dipenda esclusivamente dai rapporti di forza fra i giganti finanziari. Lo sforzo collettivo da compiere è allora quello di non posizionarsi né sull’uno né sull’altro argine, ma di scendere a nuotare controcorrente nel fiume, tenendosi per mano. Lavorare a un’agenda politica radicale senza usare la postura muscolare per fare a braccio di ferro tra noi. Contrastare la guerra non con la parola pace, ma prendendo amorevolmente posizione contro ogni ingiustizia. Usare il materno come forza di generazione di istanze politiche. La radice del genocidio parte anche da qui. Parte anche da noi. Fonti: ✓ Hannah Arendt – The New Yorker ✓ Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem (Feltrinelli) ✓ 1984, il capolavoro di George Orwell – Rai Cultura ✓ Palantir e il manifesto della guerra infinita – Pressenza ✓ FAO – Global Multidimensional Poverty Report 2025 ✓ L’antropologia di Franz Boas: un pioniere della modernità Nives Monda
June 13, 2026
Pressenza
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
[Da Roma a Bangkok] Bio-geopolitica della mascolinità in Cina
Questa trasmissione punta a spiegarvi la crisi artificiale della mascolinità creata, in Cina, dal Partito come risposta all’omonazionalismo americano, e le sue conseguenze su diversi aspetti della vita di persone, uomini, donne, LGBTQIA+ , passando per Confucio. In questo periodo storico, del resto, anche la Cina sta attraversando una fase di irrigidimento ideologico e sociale: il potere politico tende a rilanciare nazionalismo, disciplinamento sociale e modelli conservatori sotto il profilo dell'identità di genere. Per questa ragione, le posizioni cinesi rispetto ai diritti civili, alle soggettività LGBTQIA+ e, più in generale, alle libertà sociali sono peggiorate negli ultimi anni. Chi fosse interessata ad approfondire, può leggere qui, qui, qui e qui.
May 20, 2026
Radio Onda Rossa
Incontro in Casa del Popolo “Gramsci”: sulla geopolitica, con Giovanni Leghissa
Mercoledì 20 maggio ore 18.15 presso la Casa del popolo “A. Gramsci” in via Ponziana 14 (Trieste) si svolgerà l’incontro “Geopolitica: saperi e forme del conflitto tra passato e presente“, con Giovanni Leghissa  (docente di filosofia presso l’Università di Torino). Dopo l’incontro con il prof. Maurizio Scarpari sulla Cina, svoltosi il 23 aprile scorso, insieme al prof. Giovanni Leghissa si tenterà di definire limiti e potenzialità della Geopolitica, sapere ibrido che permette analisi articolate e complesse della realtà globale di oggi e dei comportamenti delle comunità umane.    Giovanni Leghissa (Trieste, 1964), Professore Associato presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione dell’Università di Torino, ha svolto i suoi studi a Trieste. Dopo il Dottorato di Ricerca in Filosofia, ha compiuto periodi di perfezionamento all’estero (Germania e Austria). Dal 1998 è membro della redazione della rivista “aut aut”. È direttore della rivista online di filosofia “Philosophy Kitchen”. Ha svolto attività seminariali presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. È stato Visiting Professor e poi docente a contratto presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Vienna. Ha insegnato Filosofia della cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste con un contratto reso possibile dalla legge sulla mobilità dei ricercatori italiani all’estero. Per un biennio ha insegnato Filosofia della scienza alla Facoltà di scienze della formazione dell’Università di Udine, dal 2009 al 2010 è stato Visting Professor presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe.   “C’è molto da fare e, quindi, molto da studiare”   Rosa Luxemburg   ASSOCIAZIONE CULTURALE TINA MODOTTI – APS Via Ponziana 14 – 34137 Trieste Redazione Friuli Venezia Giulia
May 19, 2026
Pressenza
Ucraina e Gaza, situazioni analoghe? Prima parte
> Secondo un’opinione diffusa, i due interventi militari in Ucraina e a Gaza > sarebbero comparabili. Si avrebbe a che fare con due guerre, sotto forma di > un’invasione russa in Ucraina e di un’invasione israeliana a Gaza. Si > tratterebbe anche di due evidenti violazioni del diritto internazionale. Putin > e Netanyahu sarebbero entrambi colpevoli di crimini di guerra, poiché entrambi > devono affrontare mandati di arresto emessi dal Tribunale penale > internazionale (TPI). Entrambi violerebbero anche il diritto > all’autodeterminazione dei popoli: quello del popolo ucraino per i russi e > quello del popolo palestinese per gli israeliani. È necessario rendere > giustizia a questi paragoni artificiali, superficiali e fuorvianti. Passeremo > quindi in rassegna una serie di punti chiave. CONFRONTO NON SIGNIFICA RAGIONE Tuttavia, le differenze sono importanti. Ci sono due fatti principali che rendono queste situazioni incomparabili. Innanzitutto la Russia è il più grande paese del mondo e non ha bisogno di nuovi territori, mentre Israele, fin dalle proprie origini di colonia di popolamento, non ha smesso di praticare l’espansionismo territoriale a spese dei propri vicini. Poi le realtà politiche e demografiche di Russia e Israele sono distinte. Una popolazione di origine slava, per l’80% etnicamente russa, è presente nell’attuale territorio della Russia da circa 1.500 anni.[1] Al contrario, gli ebrei israeliani sono per lo più originari di luoghi esterni alla Palestina. A differenza della Russia, nazione storica, etnica e civica allo stesso tempo, Israele è essenzialmente una colonia di popolamento, un trapianto operato di recente.[2] La prima è quindi stabilizzata, mentre la seconda è molto apertamente alla ricerca di un’espansione demografica e territoriale. Non basta constatare che c’è stata un’invasione militare per prendere posizione. Le circostanze, le cause profonde e le responsabilità sono determinanti. Questi elementi vanno tenuti in considerazione. Nel conflitto in Ucraina, è stata la NATO a iniziare lo scontro, sotto la direzione statunitense, che minacciava la Russia estendendosi fino ai suoi confini e strumentalizzando l’Ucraina. In Palestina, la fonte del conflitto risiede nella negazione dei diritti nazionali palestinesi, nell’occupazione e nella colonizzazione sionista che opprime i palestinesi da oltre un secolo. L’assalto israeliano a Gaza ne è solo la continuazione. La Russia reagisce puntualmente a una minaccia esercitata dall’esterno contro la propria sicurezza; Israele persegue da decenni una politica autogenerata per realizzare il progetto coloniale sionista. La Russia è sulla difensiva; Israele è all’attacco. LA PRIMA SI RESTRINGE, IL SECONDO SI ESPANDE In seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica avvenuta nel dicembre 1991, il territorio della Russia ne è risultato notevolmente ristretto. L’URSS è stata suddivisa in quindici repubbliche, tra cui la Russia. Al contrario, Israele non ha smesso di tentare di ampliare il proprio territorio: non solo con la conquista del Sinai e delle alture del Golan, ma anche con l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza. È ancora presente in Siria e porta avanti il proprio progetto di occupazione del Libano meridionale: tutto ciò allo scopo di costituire il Grande Israele, che comprende la maggior parte del Medio Oriente. Sostenuta a fatica dall’imperialismo americano, un’entità minoritaria eserciterebbe il proprio dominio sulla stragrande maggioranza delle popolazioni della regione. CONFINI COSTANTEMENTE PRESERVATI PER ISRAELE E COSTANTEMENTE TRASFORMATI PER LA RUSSIA A queste prime osservazioni generali, si aggiungono diversi fatti che accentuano le differenze tra le due situazioni. La disgregazione dell’URSS è l’esempio di una situazione che rispetta il principio dell’uti possidetis. I confini interni all’URSS sono diventati i confini delle quindici repubbliche sovrane. Le perturbazioni sopravvenute a questi confini sono emerse in Georgia, in Ucraina e in Azerbaigian, ma sono state il risultato di rivoluzioni colorate fomentate, alimentate e finanziate da interventi esterni della CIA, del National Endowment for Democracy (NED) e della United States Agency for International Development (USAID). In generale, il rispetto delle frontiere esistenti si è comunque imposto. Al contrario, i confini dello Stato di Israele non hanno smesso di modificarsi e rimangono ancora vaghi ed estensibili fino ai nostri giorni. Israele non ha una costituzione, anche perché quest’ultima lo obbligherebbe a definire i propri confini. RICONOSCIMENTO DELLO STATO UCRAINO DA PARTE DELLA RUSSIA E NON RICONOSCIMENTO DELLO STATO PALESTINESE DA PARTE DI ISRAELE Il memorandum di Budapest [3], firmato nel 1994, ha portato al riconoscimento dello Stato ucraino da parte di Mosca. D’altra parte, Israele non ha mai voluto riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese. UNO È CONTRO L’APARTHEID, L’ALTRO È A FAVORE Le ONG, gli esperti internazionali e i rappresentanti delle Nazioni Unite ritengono che Israele imponga un regime di apartheid sul proprio territorio. Nessuno formula tali accuse nei confronti della Russia. Al contrario, la Russia si è sempre opposta all’apartheid che regnava all’epoca in Sudafrica. Ciò spiega anche perché si è sempre opposta alle misure discriminatorie imposte da Kiev nei confronti della minoranza di lingua russa in Ucraina orientale. UNO AFFRONTA UN ESERCITO, L’ALTRO UNA GUERRIGLIA In Ucraina, abbiamo davvero a che fare con una guerra tra l’esercito russo e l’esercito ucraino. A Gaza, l’esercito israeliano, equipaggiato grazie al sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti, ha a che fare con la resistenza di piccoli gruppi di guerriglieri. UNA GUERRA IN UCRAINA, UN GENOCIDIO A GAZA La proporzione di civili uccisi in Ucraina riflette le caratteristiche consuete della guerra. È difficile determinare le cifre esatte. Per ragioni politiche e psicologiche, le parti belligeranti non ne forniscono. Sono solo stime e vanno prese con cautela. Le perdite in Ucraina sono principalmente militari e i civili pagano incidentalmente il loro tributo, ma non sono né gli obiettivi né le vittime primarie. A Gaza, l’obiettivo non è la guerra intesa come scontro militare, ma la distruzione di una società, la «pulizia etnica» e il genocidio di una popolazione. Sebbene sia difficile determinare il numero esatto di morti (un corrispondente che scrive sulla rivista The Lancet ipotizzava che fossero quasi 200.000 [4]), sappiamo che le vittime sono prima di tutto civili. L’esercito israeliano bombarda prioritariamente e consapevolmente i civili. Inoltre, ne autorizza l’uccisione in gran numero, anche per uccidere un solo leader di Hamas.[5]  Durante il picco del genocidio, sono morti centinaia di civili ogni giorno. La metà delle vittime civili sono bambini di età inferiore ai 18 anni. I crimini di guerra, nel senso di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni di Ginevra, sono la regola, non l’eccezione. Secondo il parere unanime degli esperti internazionali, nonché delle Nazioni Unite, delle ONG e di diversi paesi guidati dal Sudafrica[6], ci troviamo di fronte al genocidio degli abitanti di Gaza.[7] Vengono privati di cibo, acqua, gas ed elettricità. Scuole e ospedali vengono distrutti. I giornalisti, il personale medico e gli intellettuali vengono presi di mira. I camion di approvvigionamento delle risorse essenziali vengono bloccati alle frontiere. Le intenzioni genocide sono state espresse apertamente e ripetutamente dalle autorità israeliane. Nei conflitti armati, in Ucraina come altrove, i crimini di guerra vengono indubbiamente commessi da entrambe le parti, ma non sono la norma, e nessuno sostiene che l’esercito russo stia compiendo un genocidio della popolazione ucraina. PRESUNTE INTENZIONI CRIMINALI PER UNO E APERTAMENTE OSTENTATE PER L‘ALTRO Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (CPI) ha riferito di avere ragionevoli motivi per credere che Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova (Commissario presidenziale per i diritti dell’infanzia della Russia, N.d.r.) abbiano commesso crimini di guerra. Precisamente, sarebbero responsabili «del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e del crimine di guerra di trasferimento illegale di popolazione (bambini) da alcune aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa». [8] Va detto che a volte si trattava di orfani e, come indica il mandato di arresto, principalmente di bambini che vivevano nelle zone occupate dalla Russia e quindi, per la maggior parte, di bambini russofoni. È davvero per assimilarli alla Russia? Se fossero soprattutto bambini di lingua russa, che senso avrebbe questa assimilazione? Le autorità ucraine insistono nel dire che questi russofoni sono ucraini. Ci si chiede allora perché queste stesse autorità abbiano negato la parte russofona dell’identità di questi bambini legiferando per rendere illegale l’uso della lingua russa negli spazi pubblici. Le autorità russe si difendono dalle accuse di rapimento forzato di bambini. Sostengono di averli allontanati dalle zone di guerra per collocarli in campi vacanza sicuri. Notiamo innanzitutto che, quando è caduta l’accusa, i russofoni di quattro oblast erano già diventati cittadini russi. Certo, la minoranza russofona, in quanto minoranza nazionale, era solo un’estensione del popolo vicino e non costituiva un popolo a sé stante. Si trattava di una minoranza nazionale e non di una nazione minoritaria. Come frammento minoritario di popolo, non aveva quindi un diritto intrinseco all’autodeterminazione interna, come le popolazioni che costituiscono popoli a pieno titolo che, a loro volta, godono di tale diritto, e ancor meno un diritto all’autodeterminazione esterna. Il fatto che Donetsk e Lugansk si siano autoproclamate sovrane non ha cambiato la situazione e non ha smosso Mosca. Tuttavia, avendo subito leggi russofobe e una guerra civile, la minoranza nazionale russa ha acquisito un diritto all’autodeterminazione interna sotto forma di un diritto di riparazione. Aveva quindi il diritto all’autonomia governativa, costituzionalizzato all’interno dell’Ucraina, come previsto dagli accordi di Minsk I e II [9]. Tuttavia, poiché l’Ucraina si è rifiutata di applicare questi accordi, l’unica soluzione rimasta era quella di revocare il diritto all’autodeterminazione esterna, inteso come diritto al risarcimento di fronte al rifiuto di riparare all’ingiustizia subita. Avendo inoltre votato con un referendum a favore dell’annessione alla Russia, la costituzionalizzazione di queste annessioni non è stata un’impostazione. Le quattro oblast ora fanno parte della Russia. I bambini di queste quattro oblast, che costituivano la stragrande maggioranza delle persone trasferite, erano quindi russi. Detto ciò, l’accusa del TPI è molto grave e deve essere presa sul serio, soprattutto se alcuni bambini sono stati trasferiti senza il consenso dei genitori. Tuttavia, ci si chiede perché gli autori delle bombe lanciate dall’Ucraina sulle popolazioni civili del Donbass dal 2014 non siano stati perseguiti penalmente dal TPI. La questione si pone soprattutto perché queste bombe sono forse uno dei motivi principali per cui il progetto di spostare i bambini ha potuto imporsi ai leader russi. Anche la Russia è accusata di aver commesso crimini contro l’umanità. I suoi avversari la accusano in particolare di aver distrutto le infrastrutture civili ucraine, che garantivano l’elettrificazione del paese. Si tratterebbe certamente di un crimine di guerra. Bisogna però notare che l’atto d’accusa a tal fine è stato formulato dal TPI nel giugno 2024. Eppure, gli interventi russi sono stati una rappresaglia a seguito degli attacchi ucraini agli impianti energetici russi che Washington stessa ha criticato. [10]    Si attende ancora che i mandati di arresto in merito vengano emessi dal TPI contro Volodymyr Zelensky. L’accusa del TPI contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, è molto più grave. Un mandato è stato emesso contro di loro per aver attuato una «carestia organizzata». Sorprendentemente, però, il TPI si rifiuta comunque di parlare di genocidio. Eppure, come altro può essere definita una carestia pianificata su scala di un’intera popolazione se non come lo sradicamento di questa stessa popolazione? La difficoltà di attribuire un genocidio è in generale intimamente legata alla difficoltà di determinare l’esistenza di un’intenzione genocida. Tuttavia, le autorità israeliane hanno chiaramente annunciato le loro intenzioni di distruggere tutto, di rendere Gaza invivibile e di privare i cittadini delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Non hanno rapito 20.000 bambini. Li hanno uccisi. Hanno costretto allo sfollamento più di un milione di persone. Le informazioni provenienti da Gaza a riguardo sono circolate abbondantemente sui social network. Ognuno ha potuto essere un testimone diretto di azioni genocide. Per quanto gravi siano le accuse mosse contro Vladimir Putin, non si può affermare che tra lui e Netanyahu non ci siano differenze. -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: [1] https://www.historyworld.net/history/Russia/611?section=Origins [2] https://cjf.qc.ca/revue-relations/publication/article/israel-un-colonialisme-de-peuplement-plus-que-centenaire/ [3] https://www.axl.cefan.ulaval.ca/europe/Memorandom-1994.htm [4] https://www.aljazeera.com/news/2024/7/8/gaza-toll-could-exceed-186000-lancet-study-says [5] https://www.lorientlejour.com/article/1441348/larmee-israelienne-aurait-autorise-le-massacre-dun-grand-nombre-de-civils-a-gaza-des-le-7-octobre.html [6] https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/192/192-20260313-pre-01-00-fr.pdf [7] https://www.youtube.com/watch?v=WAPIdWpDuCw [8] https://www.icc-cpi.int/fr/news/situation-en-ukraine-les-juges-de-la-cpi-delivrent-des-mandats-darret-contre-vladimir [9] https://mjp.univ-perp.fr/constit/ua2015.htm [10] https://www.ledevoir.com/monde/europe/811539/ukraine-attaque-sites-energetiques-russie-drones -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Simona Trapani. Revisione di Thomas Schmid. Samir Saul - Michel Seymour
May 5, 2026
Pressenza
Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna: un corso da guardare con lente critica
Fino al 15 maggio 2026 l’Università di Bologna ospita il corso di Geopolitica e Geostrategia, attivato presso il Campus di Ravenna nell’ambito della Laurea in Storia, società e culture del Mediterraneo. AISS, AISEM e Quaser Srl affiancano l’iniziativa. Per i professionisti della sicurezza si tratta di un percorso che prevede il riconoscimento di crediti certificativi fino a 30 punti ai fini della qualificazione professionale. Fin qui, nulla di insolito. Tuttavia, il contesto solleva interrogativi più ampi. A prima vista, il corso può apparire come un’occasione di formazione di alto profilo. Nondimeno, il “nuovo insegnamento” si inserisce in una tendenza più generale in cui i percorsi universitari sono strutturati con soggetti attivi nel campo della sicurezza e della difesa. Il programma spazia dai chokepoint marittimi alla cyberwarfare, dalle guerre ibride alla geostrategia globale, con la partecipazione di docenti universitari, ex esponenti delle Forze Armate, diplomatici ed esperti provenienti da ambiti istituzionali e professionali diversi. Un insieme così qualificato apre una domanda di fondo: quale rapporto si sta definendo tra produzione accademica del sapere e costruzione di competenze immediatamente spendibili in settori strategici e industriali? Un ulteriore elemento riguarda la sovrapposizione tra formazione universitaria e sistemi di crediti professionali esterni. Il corso rientra nell’offerta accademica dell’Ateneo, ma produce anche effetti nel circuito della certificazione professionale. Questo doppio livello, pur formalmente legittimo, solleva interrogativi sul confine tra funzione pubblica della didattica e sua valorizzazione in ambiti esterni. In questo quadro, la questione non riguarda la legittimità dei contenuti – pienamente coerenti con lo studio della geopolitica contemporanea – quanto il modo in cui tali contenuti si collocano in un ecosistema formativo sempre più integrato con soggetti professionali esterni, che includono anche ambiti istituzionali e operativi legati alla sicurezza, alla difesa e alle organizzazioni internazionali (NATO). In una fase storica in cui università, imprese e attori istituzionali interagiscono sempre più attraverso progetti, finanziamenti e percorsi formativi ibridi, il confine tra didattica, comunicazione istituzionale e formazione professionale tende a diventare progressivamente meno nitido, con il rischio che la produzione del sapere accademico si trovi sempre più spesso a dialogare – e in alcuni casi a sovrapporsi – con esigenze formative espresse da settori operativi della sicurezza e della difesa. L’analisi dei fabbisogni del nuovo corso di Geopolitica e Geostrategia dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) si concentra sulla necessità di formare figure professionali capaci di interpretare le sfide poste dai nuovi domini della conflittualità. I punti chiave su cui si basa l’offerta formativa includono: – nuovi scenari di minaccia: Il corso risponde alla domanda di esperti in grado di analizzare le guerre ibride, le operazioni “proxy” e “false flag”, il terrorismo e la guerra asimmetrica; – sicurezza nei domini digitali: è emerso un forte fabbisogno di competenze relative alla guerra cognitiva nell’infosfera, comprendendo information warfare, cyber warfare e la gestione degli attacchi informatici da parte di attori non statali; – settore privato e Security Management: una parte centrale dell’analisi riguarda la crescente necessità di figure come i Security Manager, specializzati nel comprendere la geopolitica e la geoeconomia per guidare le strategie aziendali in contesti globali complessi; – ambito istituzionale e intelligence: La formazione mira a fornire strumenti analitici coerenti con le necessità di enti come l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e i servizi di informazione e sicurezza (AISI, AISE), affrontando temi come la proliferazione delle armi di distruzione di massa e le minacce CBNR. L’insegnamento è strutturato per integrare teoria e pratica attraverso tavole rotonde con figure di vertice delle Forze Armate, della Magistratura e dei Servizi di sicurezza. I principali beneficiari delle figure professionali formate dal corso in Geopolitica e Geostrategia sono enti e organizzazioni operanti in ambiti critici per la sicurezza nazionale e internazionale. Nello specifico, i soggetti che trarranno vantaggio da queste competenze sono: – aziende del settore privato: le imprese necessitano di Security Manager esperti in geopolitica e geoeconomia per gestire i rischi globali e proteggere gli asset aziendali; – agenzie di Sicurezza Nazionale: enti istituzionali come l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) e i servizi di informazione (come AISI e AISE) beneficiano di analisti formati su guerra cognitiva, cyber warfare e contrasto alla proliferazione di armi; – istituzioni internazionali e Forze Armate: organizzazioni che operano in contesti di difesa e cooperazione internazionale (es. ambito NATO o corpi militari) che richiedono esperti in conflitti ibridi e minacce asimmetriche; – settore dell’informazione: testate giornalistiche e centri di analisi che necessitano di figure capaci di interpretare la “strategia dell’inganno” e l’information warfare nell’infosfera. – fondazioni e think tank: organizzazioni come la fondazione MedOr che si occupano di analisi strategica e relazioni internazionali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università esprime la sua preoccupazione per come un Ateneo statale prestigioso come UNIBO si presti alle logiche della militarizzazione dei luoghi del sapere accettando di progettare ed erogare un percorso di laurea che va chiaramente a formare i professionisti della guerra del prossimo futuro per realtà che nulla hanno a che fare con il progresso della società, ma che seguono logiche di stampo imperialista e colonialista, oltre che di controllo securitario e di censura. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi
Immagine in evidenza da Rawpixel La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale. Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano l’importanza delle rotte marittime. Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile, fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie. La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già mappate. La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i 10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso frammentari e soprattutto non integrati tra loro. Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in primo luogo economici. Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate, installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra stabilità e vulnerabilità. L’ELEMENTO STRATEGICO E MILITARE C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei sistemi sonar. In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti. Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad arrivare alle rotte artiche. Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici – sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo di dato utile alle industrie della difesa. Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia. Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che delimita l’accesso della Cina al Pacifico). In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella propria architettura strategica. CONFUSIONE AMERICANA Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda. Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato, Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%) dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie non aggiornate. Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare – con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale. NUOVE MINACCE E NUOVE SOLUZIONI Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare. È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico, non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar, distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva, possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un oggetto non identificato stia operando. In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di “mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa. E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile – obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più leggibile per chi dispone di strumenti adeguati. In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello che più conta è capire cosa si sta guardando. L'articolo Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi proviene da Guerre di Rete.
April 29, 2026
Guerre di Rete
Sovranità satellitare
Immagine in evidenza rielaborata con AI Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi. Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.  NON È SOLO UNA QUESTIONE DI SICUREZZA La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.  Le conseguenze di un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori. I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi. Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.  LO STATO DELL’ARTE DEL SISTEMA DI GEOLOCALIZZAZIONE Per quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.  In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.  A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile. Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”. IL TASTO DOLENTE DELLE COMUNICAZIONI STRATEGICHE Dove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici. Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente. L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 e che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.  Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.  La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita. Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.  Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.  COME L’UE STA PREPARANDO IL TERRENO PER IRIS2 Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati. Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.  I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa. In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus. L'articolo Sovranità satellitare proviene da Guerre di Rete.
March 27, 2026
Guerre di Rete