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[Da Roma a Bangkok] Bio-geopolitica della mascolinità in Cina
Questa trasmissione punta a spiegarvi la crisi artificiale della mascolinità creata, in Cina, dal Partito come risposta all’omonazionalismo americano, e le sue conseguenze su diversi aspetti della vita di persone, uomini, donne, LGBTQIA+ , passando per Confucio. In questo periodo storico, del resto, anche la Cina sta attraversando una fase di irrigidimento ideologico e sociale: il potere politico tende a rilanciare nazionalismo, disciplinamento sociale e modelli conservatori sotto il profilo dell'identità di genere. Per questa ragione, le posizioni cinesi rispetto ai diritti civili, alle soggettività LGBTQIA+ e, più in generale, alle libertà sociali sono peggiorate negli ultimi anni. Chi fosse interessata ad approfondire, può leggere qui, qui, qui e qui.
May 20, 2026
Radio Onda Rossa
Incontro in Casa del Popolo “Gramsci”: sulla geopolitica, con Giovanni Leghissa
Mercoledì 20 maggio ore 18.15 presso la Casa del popolo “A. Gramsci” in via Ponziana 14 (Trieste) si svolgerà l’incontro “Geopolitica: saperi e forme del conflitto tra passato e presente“, con Giovanni Leghissa  (docente di filosofia presso l’Università di Torino). Dopo l’incontro con il prof. Maurizio Scarpari sulla Cina, svoltosi il 23 aprile scorso, insieme al prof. Giovanni Leghissa si tenterà di definire limiti e potenzialità della Geopolitica, sapere ibrido che permette analisi articolate e complesse della realtà globale di oggi e dei comportamenti delle comunità umane.    Giovanni Leghissa (Trieste, 1964), Professore Associato presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione dell’Università di Torino, ha svolto i suoi studi a Trieste. Dopo il Dottorato di Ricerca in Filosofia, ha compiuto periodi di perfezionamento all’estero (Germania e Austria). Dal 1998 è membro della redazione della rivista “aut aut”. È direttore della rivista online di filosofia “Philosophy Kitchen”. Ha svolto attività seminariali presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. È stato Visiting Professor e poi docente a contratto presso l’Istituto di Filosofia dell’Università di Vienna. Ha insegnato Filosofia della cultura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste con un contratto reso possibile dalla legge sulla mobilità dei ricercatori italiani all’estero. Per un biennio ha insegnato Filosofia della scienza alla Facoltà di scienze della formazione dell’Università di Udine, dal 2009 al 2010 è stato Visting Professor presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe.   “C’è molto da fare e, quindi, molto da studiare”   Rosa Luxemburg   ASSOCIAZIONE CULTURALE TINA MODOTTI – APS Via Ponziana 14 – 34137 Trieste Redazione Friuli Venezia Giulia
May 19, 2026
Pressenza
Ucraina e Gaza, situazioni analoghe? Prima parte
> Secondo un’opinione diffusa, i due interventi militari in Ucraina e a Gaza > sarebbero comparabili. Si avrebbe a che fare con due guerre, sotto forma di > un’invasione russa in Ucraina e di un’invasione israeliana a Gaza. Si > tratterebbe anche di due evidenti violazioni del diritto internazionale. Putin > e Netanyahu sarebbero entrambi colpevoli di crimini di guerra, poiché entrambi > devono affrontare mandati di arresto emessi dal Tribunale penale > internazionale (TPI). Entrambi violerebbero anche il diritto > all’autodeterminazione dei popoli: quello del popolo ucraino per i russi e > quello del popolo palestinese per gli israeliani. È necessario rendere > giustizia a questi paragoni artificiali, superficiali e fuorvianti. Passeremo > quindi in rassegna una serie di punti chiave. CONFRONTO NON SIGNIFICA RAGIONE Tuttavia, le differenze sono importanti. Ci sono due fatti principali che rendono queste situazioni incomparabili. Innanzitutto la Russia è il più grande paese del mondo e non ha bisogno di nuovi territori, mentre Israele, fin dalle proprie origini di colonia di popolamento, non ha smesso di praticare l’espansionismo territoriale a spese dei propri vicini. Poi le realtà politiche e demografiche di Russia e Israele sono distinte. Una popolazione di origine slava, per l’80% etnicamente russa, è presente nell’attuale territorio della Russia da circa 1.500 anni.[1] Al contrario, gli ebrei israeliani sono per lo più originari di luoghi esterni alla Palestina. A differenza della Russia, nazione storica, etnica e civica allo stesso tempo, Israele è essenzialmente una colonia di popolamento, un trapianto operato di recente.[2] La prima è quindi stabilizzata, mentre la seconda è molto apertamente alla ricerca di un’espansione demografica e territoriale. Non basta constatare che c’è stata un’invasione militare per prendere posizione. Le circostanze, le cause profonde e le responsabilità sono determinanti. Questi elementi vanno tenuti in considerazione. Nel conflitto in Ucraina, è stata la NATO a iniziare lo scontro, sotto la direzione statunitense, che minacciava la Russia estendendosi fino ai suoi confini e strumentalizzando l’Ucraina. In Palestina, la fonte del conflitto risiede nella negazione dei diritti nazionali palestinesi, nell’occupazione e nella colonizzazione sionista che opprime i palestinesi da oltre un secolo. L’assalto israeliano a Gaza ne è solo la continuazione. La Russia reagisce puntualmente a una minaccia esercitata dall’esterno contro la propria sicurezza; Israele persegue da decenni una politica autogenerata per realizzare il progetto coloniale sionista. La Russia è sulla difensiva; Israele è all’attacco. LA PRIMA SI RESTRINGE, IL SECONDO SI ESPANDE In seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica avvenuta nel dicembre 1991, il territorio della Russia ne è risultato notevolmente ristretto. L’URSS è stata suddivisa in quindici repubbliche, tra cui la Russia. Al contrario, Israele non ha smesso di tentare di ampliare il proprio territorio: non solo con la conquista del Sinai e delle alture del Golan, ma anche con l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza. È ancora presente in Siria e porta avanti il proprio progetto di occupazione del Libano meridionale: tutto ciò allo scopo di costituire il Grande Israele, che comprende la maggior parte del Medio Oriente. Sostenuta a fatica dall’imperialismo americano, un’entità minoritaria eserciterebbe il proprio dominio sulla stragrande maggioranza delle popolazioni della regione. CONFINI COSTANTEMENTE PRESERVATI PER ISRAELE E COSTANTEMENTE TRASFORMATI PER LA RUSSIA A queste prime osservazioni generali, si aggiungono diversi fatti che accentuano le differenze tra le due situazioni. La disgregazione dell’URSS è l’esempio di una situazione che rispetta il principio dell’uti possidetis. I confini interni all’URSS sono diventati i confini delle quindici repubbliche sovrane. Le perturbazioni sopravvenute a questi confini sono emerse in Georgia, in Ucraina e in Azerbaigian, ma sono state il risultato di rivoluzioni colorate fomentate, alimentate e finanziate da interventi esterni della CIA, del National Endowment for Democracy (NED) e della United States Agency for International Development (USAID). In generale, il rispetto delle frontiere esistenti si è comunque imposto. Al contrario, i confini dello Stato di Israele non hanno smesso di modificarsi e rimangono ancora vaghi ed estensibili fino ai nostri giorni. Israele non ha una costituzione, anche perché quest’ultima lo obbligherebbe a definire i propri confini. RICONOSCIMENTO DELLO STATO UCRAINO DA PARTE DELLA RUSSIA E NON RICONOSCIMENTO DELLO STATO PALESTINESE DA PARTE DI ISRAELE Il memorandum di Budapest [3], firmato nel 1994, ha portato al riconoscimento dello Stato ucraino da parte di Mosca. D’altra parte, Israele non ha mai voluto riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese. UNO È CONTRO L’APARTHEID, L’ALTRO È A FAVORE Le ONG, gli esperti internazionali e i rappresentanti delle Nazioni Unite ritengono che Israele imponga un regime di apartheid sul proprio territorio. Nessuno formula tali accuse nei confronti della Russia. Al contrario, la Russia si è sempre opposta all’apartheid che regnava all’epoca in Sudafrica. Ciò spiega anche perché si è sempre opposta alle misure discriminatorie imposte da Kiev nei confronti della minoranza di lingua russa in Ucraina orientale. UNO AFFRONTA UN ESERCITO, L’ALTRO UNA GUERRIGLIA In Ucraina, abbiamo davvero a che fare con una guerra tra l’esercito russo e l’esercito ucraino. A Gaza, l’esercito israeliano, equipaggiato grazie al sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti, ha a che fare con la resistenza di piccoli gruppi di guerriglieri. UNA GUERRA IN UCRAINA, UN GENOCIDIO A GAZA La proporzione di civili uccisi in Ucraina riflette le caratteristiche consuete della guerra. È difficile determinare le cifre esatte. Per ragioni politiche e psicologiche, le parti belligeranti non ne forniscono. Sono solo stime e vanno prese con cautela. Le perdite in Ucraina sono principalmente militari e i civili pagano incidentalmente il loro tributo, ma non sono né gli obiettivi né le vittime primarie. A Gaza, l’obiettivo non è la guerra intesa come scontro militare, ma la distruzione di una società, la «pulizia etnica» e il genocidio di una popolazione. Sebbene sia difficile determinare il numero esatto di morti (un corrispondente che scrive sulla rivista The Lancet ipotizzava che fossero quasi 200.000 [4]), sappiamo che le vittime sono prima di tutto civili. L’esercito israeliano bombarda prioritariamente e consapevolmente i civili. Inoltre, ne autorizza l’uccisione in gran numero, anche per uccidere un solo leader di Hamas.[5]  Durante il picco del genocidio, sono morti centinaia di civili ogni giorno. La metà delle vittime civili sono bambini di età inferiore ai 18 anni. I crimini di guerra, nel senso di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e delle convenzioni di Ginevra, sono la regola, non l’eccezione. Secondo il parere unanime degli esperti internazionali, nonché delle Nazioni Unite, delle ONG e di diversi paesi guidati dal Sudafrica[6], ci troviamo di fronte al genocidio degli abitanti di Gaza.[7] Vengono privati di cibo, acqua, gas ed elettricità. Scuole e ospedali vengono distrutti. I giornalisti, il personale medico e gli intellettuali vengono presi di mira. I camion di approvvigionamento delle risorse essenziali vengono bloccati alle frontiere. Le intenzioni genocide sono state espresse apertamente e ripetutamente dalle autorità israeliane. Nei conflitti armati, in Ucraina come altrove, i crimini di guerra vengono indubbiamente commessi da entrambe le parti, ma non sono la norma, e nessuno sostiene che l’esercito russo stia compiendo un genocidio della popolazione ucraina. PRESUNTE INTENZIONI CRIMINALI PER UNO E APERTAMENTE OSTENTATE PER L‘ALTRO Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (CPI) ha riferito di avere ragionevoli motivi per credere che Vladimir Putin e Maria Lvova-Belova (Commissario presidenziale per i diritti dell’infanzia della Russia, N.d.r.) abbiano commesso crimini di guerra. Precisamente, sarebbero responsabili «del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e del crimine di guerra di trasferimento illegale di popolazione (bambini) da alcune aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa». [8] Va detto che a volte si trattava di orfani e, come indica il mandato di arresto, principalmente di bambini che vivevano nelle zone occupate dalla Russia e quindi, per la maggior parte, di bambini russofoni. È davvero per assimilarli alla Russia? Se fossero soprattutto bambini di lingua russa, che senso avrebbe questa assimilazione? Le autorità ucraine insistono nel dire che questi russofoni sono ucraini. Ci si chiede allora perché queste stesse autorità abbiano negato la parte russofona dell’identità di questi bambini legiferando per rendere illegale l’uso della lingua russa negli spazi pubblici. Le autorità russe si difendono dalle accuse di rapimento forzato di bambini. Sostengono di averli allontanati dalle zone di guerra per collocarli in campi vacanza sicuri. Notiamo innanzitutto che, quando è caduta l’accusa, i russofoni di quattro oblast erano già diventati cittadini russi. Certo, la minoranza russofona, in quanto minoranza nazionale, era solo un’estensione del popolo vicino e non costituiva un popolo a sé stante. Si trattava di una minoranza nazionale e non di una nazione minoritaria. Come frammento minoritario di popolo, non aveva quindi un diritto intrinseco all’autodeterminazione interna, come le popolazioni che costituiscono popoli a pieno titolo che, a loro volta, godono di tale diritto, e ancor meno un diritto all’autodeterminazione esterna. Il fatto che Donetsk e Lugansk si siano autoproclamate sovrane non ha cambiato la situazione e non ha smosso Mosca. Tuttavia, avendo subito leggi russofobe e una guerra civile, la minoranza nazionale russa ha acquisito un diritto all’autodeterminazione interna sotto forma di un diritto di riparazione. Aveva quindi il diritto all’autonomia governativa, costituzionalizzato all’interno dell’Ucraina, come previsto dagli accordi di Minsk I e II [9]. Tuttavia, poiché l’Ucraina si è rifiutata di applicare questi accordi, l’unica soluzione rimasta era quella di revocare il diritto all’autodeterminazione esterna, inteso come diritto al risarcimento di fronte al rifiuto di riparare all’ingiustizia subita. Avendo inoltre votato con un referendum a favore dell’annessione alla Russia, la costituzionalizzazione di queste annessioni non è stata un’impostazione. Le quattro oblast ora fanno parte della Russia. I bambini di queste quattro oblast, che costituivano la stragrande maggioranza delle persone trasferite, erano quindi russi. Detto ciò, l’accusa del TPI è molto grave e deve essere presa sul serio, soprattutto se alcuni bambini sono stati trasferiti senza il consenso dei genitori. Tuttavia, ci si chiede perché gli autori delle bombe lanciate dall’Ucraina sulle popolazioni civili del Donbass dal 2014 non siano stati perseguiti penalmente dal TPI. La questione si pone soprattutto perché queste bombe sono forse uno dei motivi principali per cui il progetto di spostare i bambini ha potuto imporsi ai leader russi. Anche la Russia è accusata di aver commesso crimini contro l’umanità. I suoi avversari la accusano in particolare di aver distrutto le infrastrutture civili ucraine, che garantivano l’elettrificazione del paese. Si tratterebbe certamente di un crimine di guerra. Bisogna però notare che l’atto d’accusa a tal fine è stato formulato dal TPI nel giugno 2024. Eppure, gli interventi russi sono stati una rappresaglia a seguito degli attacchi ucraini agli impianti energetici russi che Washington stessa ha criticato. [10]    Si attende ancora che i mandati di arresto in merito vengano emessi dal TPI contro Volodymyr Zelensky. L’accusa del TPI contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, è molto più grave. Un mandato è stato emesso contro di loro per aver attuato una «carestia organizzata». Sorprendentemente, però, il TPI si rifiuta comunque di parlare di genocidio. Eppure, come altro può essere definita una carestia pianificata su scala di un’intera popolazione se non come lo sradicamento di questa stessa popolazione? La difficoltà di attribuire un genocidio è in generale intimamente legata alla difficoltà di determinare l’esistenza di un’intenzione genocida. Tuttavia, le autorità israeliane hanno chiaramente annunciato le loro intenzioni di distruggere tutto, di rendere Gaza invivibile e di privare i cittadini delle risorse necessarie alla sopravvivenza. Non hanno rapito 20.000 bambini. Li hanno uccisi. Hanno costretto allo sfollamento più di un milione di persone. Le informazioni provenienti da Gaza a riguardo sono circolate abbondantemente sui social network. Ognuno ha potuto essere un testimone diretto di azioni genocide. Per quanto gravi siano le accuse mosse contro Vladimir Putin, non si può affermare che tra lui e Netanyahu non ci siano differenze. -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: [1] https://www.historyworld.net/history/Russia/611?section=Origins [2] https://cjf.qc.ca/revue-relations/publication/article/israel-un-colonialisme-de-peuplement-plus-que-centenaire/ [3] https://www.axl.cefan.ulaval.ca/europe/Memorandom-1994.htm [4] https://www.aljazeera.com/news/2024/7/8/gaza-toll-could-exceed-186000-lancet-study-says [5] https://www.lorientlejour.com/article/1441348/larmee-israelienne-aurait-autorise-le-massacre-dun-grand-nombre-de-civils-a-gaza-des-le-7-octobre.html [6] https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/192/192-20260313-pre-01-00-fr.pdf [7] https://www.youtube.com/watch?v=WAPIdWpDuCw [8] https://www.icc-cpi.int/fr/news/situation-en-ukraine-les-juges-de-la-cpi-delivrent-des-mandats-darret-contre-vladimir [9] https://mjp.univ-perp.fr/constit/ua2015.htm [10] https://www.ledevoir.com/monde/europe/811539/ukraine-attaque-sites-energetiques-russie-drones -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal francese di Simona Trapani. Revisione di Thomas Schmid. Samir Saul - Michel Seymour
May 5, 2026
Pressenza
Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna: un corso da guardare con lente critica
Fino al 15 maggio 2026 l’Università di Bologna ospita il corso di Geopolitica e Geostrategia, attivato presso il Campus di Ravenna nell’ambito della Laurea in Storia, società e culture del Mediterraneo. AISS, AISEM e Quaser Srl affiancano l’iniziativa. Per i professionisti della sicurezza si tratta di un percorso che prevede il riconoscimento di crediti certificativi fino a 30 punti ai fini della qualificazione professionale. Fin qui, nulla di insolito. Tuttavia, il contesto solleva interrogativi più ampi. A prima vista, il corso può apparire come un’occasione di formazione di alto profilo. Nondimeno, il “nuovo insegnamento” si inserisce in una tendenza più generale in cui i percorsi universitari sono strutturati con soggetti attivi nel campo della sicurezza e della difesa. Il programma spazia dai chokepoint marittimi alla cyberwarfare, dalle guerre ibride alla geostrategia globale, con la partecipazione di docenti universitari, ex esponenti delle Forze Armate, diplomatici ed esperti provenienti da ambiti istituzionali e professionali diversi. Un insieme così qualificato apre una domanda di fondo: quale rapporto si sta definendo tra produzione accademica del sapere e costruzione di competenze immediatamente spendibili in settori strategici e industriali? Un ulteriore elemento riguarda la sovrapposizione tra formazione universitaria e sistemi di crediti professionali esterni. Il corso rientra nell’offerta accademica dell’Ateneo, ma produce anche effetti nel circuito della certificazione professionale. Questo doppio livello, pur formalmente legittimo, solleva interrogativi sul confine tra funzione pubblica della didattica e sua valorizzazione in ambiti esterni. In questo quadro, la questione non riguarda la legittimità dei contenuti – pienamente coerenti con lo studio della geopolitica contemporanea – quanto il modo in cui tali contenuti si collocano in un ecosistema formativo sempre più integrato con soggetti professionali esterni, che includono anche ambiti istituzionali e operativi legati alla sicurezza, alla difesa e alle organizzazioni internazionali (NATO). In una fase storica in cui università, imprese e attori istituzionali interagiscono sempre più attraverso progetti, finanziamenti e percorsi formativi ibridi, il confine tra didattica, comunicazione istituzionale e formazione professionale tende a diventare progressivamente meno nitido, con il rischio che la produzione del sapere accademico si trovi sempre più spesso a dialogare – e in alcuni casi a sovrapporsi – con esigenze formative espresse da settori operativi della sicurezza e della difesa. L’analisi dei fabbisogni del nuovo corso di Geopolitica e Geostrategia dell’Università di Bologna (Campus di Ravenna) si concentra sulla necessità di formare figure professionali capaci di interpretare le sfide poste dai nuovi domini della conflittualità. I punti chiave su cui si basa l’offerta formativa includono: – nuovi scenari di minaccia: Il corso risponde alla domanda di esperti in grado di analizzare le guerre ibride, le operazioni “proxy” e “false flag”, il terrorismo e la guerra asimmetrica; – sicurezza nei domini digitali: è emerso un forte fabbisogno di competenze relative alla guerra cognitiva nell’infosfera, comprendendo information warfare, cyber warfare e la gestione degli attacchi informatici da parte di attori non statali; – settore privato e Security Management: una parte centrale dell’analisi riguarda la crescente necessità di figure come i Security Manager, specializzati nel comprendere la geopolitica e la geoeconomia per guidare le strategie aziendali in contesti globali complessi; – ambito istituzionale e intelligence: La formazione mira a fornire strumenti analitici coerenti con le necessità di enti come l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN) e i servizi di informazione e sicurezza (AISI, AISE), affrontando temi come la proliferazione delle armi di distruzione di massa e le minacce CBNR. L’insegnamento è strutturato per integrare teoria e pratica attraverso tavole rotonde con figure di vertice delle Forze Armate, della Magistratura e dei Servizi di sicurezza. I principali beneficiari delle figure professionali formate dal corso in Geopolitica e Geostrategia sono enti e organizzazioni operanti in ambiti critici per la sicurezza nazionale e internazionale. Nello specifico, i soggetti che trarranno vantaggio da queste competenze sono: – aziende del settore privato: le imprese necessitano di Security Manager esperti in geopolitica e geoeconomia per gestire i rischi globali e proteggere gli asset aziendali; – agenzie di Sicurezza Nazionale: enti istituzionali come l’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) e i servizi di informazione (come AISI e AISE) beneficiano di analisti formati su guerra cognitiva, cyber warfare e contrasto alla proliferazione di armi; – istituzioni internazionali e Forze Armate: organizzazioni che operano in contesti di difesa e cooperazione internazionale (es. ambito NATO o corpi militari) che richiedono esperti in conflitti ibridi e minacce asimmetriche; – settore dell’informazione: testate giornalistiche e centri di analisi che necessitano di figure capaci di interpretare la “strategia dell’inganno” e l’information warfare nell’infosfera. – fondazioni e think tank: organizzazioni come la fondazione MedOr che si occupano di analisi strategica e relazioni internazionali. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università esprime la sua preoccupazione per come un Ateneo statale prestigioso come UNIBO si presti alle logiche della militarizzazione dei luoghi del sapere accettando di progettare ed erogare un percorso di laurea che va chiaramente a formare i professionisti della guerra del prossimo futuro per realtà che nulla hanno a che fare con il progresso della società, ma che seguono logiche di stampo imperialista e colonialista, oltre che di controllo securitario e di censura. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi
Immagine in evidenza da Rawpixel La guerra in Iran ci ha ricordato quanto il mare sia cruciale per il funzionamento dell’economia globale. Era già accaduto due anni fa con il blocco di Suez e, ancor prima, con l’incidente della Ever Given nello stesso canale. Eventi diversi, ma accomunati dalla capacità di farci toccare con mano l’importanza delle rotte marittime. Esiste tuttavia un’altra logistica marittima fondamentale, che scorre non sulla superficie degli oceani ma sui fondali. È una logistica per natura invisibile, fatta di cavi per la trasmissione di dati e di tubature per il trasporto di energia, ma essenziale quanto le rotte della logistica di superficie. La cosa più sorprendente è però quanto poco ancora si sappia del luogo in cui questa rete si dipana. I fondali oceanici restano infatti uno degli ambienti meno osservati e compresi del pianeta. Per dare un’idea di quanto sia scarsa questa conoscenza, basti dire che, ancora nel pieno del XXI secolo, non è raro che vengano individuate montagne sottomarine in aree che si ritenevano già mappate. La ragione della “nube di ignoranza” che ricopre tutto ciò che si trova al di sotto di una certa profondità delle acque è in primo luogo tecnologica. I sistemi che utilizziamo per osservare la superficie terrestre si basano sulla luce, che però penetra nell’acqua solo per poche centinaia di metri. Al di sotto di questa soglia – e considerando che le profondità oceaniche possono superare i 10mila metri – è necessario ricorrere ad altri strumenti. Il principale di questi è il sonar, che utilizza onde sonore per ricostruire la forma del fondale. Un metodo efficace, ma lento, costoso, legato alla presenza fisica di navi o piattaforme di rilevamento. Questo vincolo si riflette nei dati disponibili: ancora oggi, una parte significativa dei fondali non è stata mappata con standard moderni. E anche laddove i dati esistono, sono spesso frammentari e soprattutto non integrati tra loro. Arrivati a questo punto ci si potrebbe porre una domanda: è davvero così importante sapere cosa si trova a migliaia di chilometri sotto il mare? La risposta è: sì, è sempre più importante per svariate ragioni. I motivi sono in primo luogo economici. Il fondale marino, come detto, è una piattaforma su cui poggiano infrastrutture critiche globali. I cavi sottomarini trasportano oltre il 95% del traffico internet intercontinentale; le pipeline collegano giacimenti offshore ai sistemi energetici nazionali; nuove reti elettriche iniziano a connettere parchi eolici marini alla terraferma. Tutte queste infrastrutture devono essere progettate, installate e mantenute in ambienti complessi, dove la morfologia del fondale, la composizione dei sedimenti e le correnti possono fare la differenza tra stabilità e vulnerabilità. L’ELEMENTO STRATEGICO E MILITARE C’è però un secondo livello, meno evidente ma ancora più strategico. Conoscere un fondale significa infatti comprendere come si comporta il suono sott’acqua. E questo, a sua volta, è un elemento cruciale per la guerra sottomarina. I sottomarini – per definizione progettati per risultare invisibili – dipendono dalla capacità di sfruttare le caratteristiche dell’ambiente per nascondersi o per individuare altri mezzi. Temperatura, salinità, correnti e conformazione del terreno influenzano la propagazione delle onde sonore e quindi l’efficacia dei sistemi sonar. In altre parole, conoscere come è fatto un fondale significa poter operare meglio al suo interno, sia per attaccare sia per difendersi. Una volta che si comprende questo fatto fondamentale, si capisce anche perché la mappatura degli abissi sia recentemente diventata un ennesimo campo di competizione tra le due principali potenze della nostra epoca: Cina e Stati Uniti. Come raccontato lo scorso marzo da un ampio e ben documentato articolo della Reuters, la più attiva in questo ambito, negli ultimi anni, è stata la Cina. A partire dal 2020, Pechino ha avviato un’attività di mappatura e monitoraggio dei fondali su una scala difficilmente comparabile con quella di altri attori. Navi da ricerca, istituti universitari e agenzie statali operano in modo coordinato in diverse aree del globo: Pacifico occidentale, Oceano Indiano, fino ad arrivare alle rotte artiche. Formalmente, queste operazioni sono giustificate da obiettivi scientifici ed economici: studio dei fondali, ricerca di risorse, analisi climatica. In pratica, tuttavia, le attività di ricerca hanno caratteristiche che suggeriscono un uso duale dei dati ottenuti. Le traiettorie seguite dalle navi impiegate nella ricerca – spesso caratterizzate da movimenti ripetitivi e sistematici – sono infatti tipiche delle operazioni di mappatura ad alta risoluzione, il tipo di dato utile alle industrie della difesa. Il progetto più ambizioso in questo ambito è definito “Transparent Ocean”: una rete di sensori e piattaforme in grado di fornire una visione il più possibile completa delle condizioni del mare in aree selezionate. L’obiettivo dichiarato è scientifico, ma le applicazioni militari sono evidenti. Per la Cina, la conoscenza del dominio sottomarino risponde infatti a una duplice esigenza strategica. Da un lato, migliorare l’impiego dei propri sottomarini, sfruttando le caratteristiche dell’ambiente per aumentare furtività ed efficacia. Dall’altro, sviluppare strumenti per individuare e tracciare quelli altrui, in particolare nelle aree considerate più sensibili, come la famigerata “prima catena di isole” (la fascia di arcipelaghi tra Giappone, Taiwan e Filippine che delimita l’accesso della Cina al Pacifico). In questo senso, la mappatura dei fondali non è un’attività accessoria, ma una parte integrante dell’infrastruttura informativa della difesa marittima. Più che accumulare dati, si tratta di costruire un vantaggio conoscitivo che possa essere utilizzato in caso di crisi o conflitto. La scala e la continuità di questo sforzo suggeriscono che Pechino consideri il dominio sottomarino non come uno spazio da esplorare, ma come uno spazio da integrare stabilmente nella propria architettura strategica. CONFUSIONE AMERICANA Sull’altro versante strategico e geografico del Pacifico troviamo gli Stati Uniti. Per decenni gli USA hanno beneficiato di un vantaggio significativo nella conoscenza degli oceani, costruito attraverso una combinazione di ricerca scientifica, capacità militari e infrastrutture tecnologiche. Questo vantaggio si è tradotto, tra le altre cose, in una superiorità nelle operazioni sottomarine che si è rivelata utile in diversi frangenti della Guerra Fredda. Negli ultimi anni, tuttavia, questo quadro si è fatto più complesso. Da un lato, Washington ha lanciato iniziative ambiziose come la strategia NOMEC, con l’obiettivo di mappare le proprie acque entro il 2030-2040. Dall’altro, deve fare i conti con dati che mostrano come una parte rilevante (tra il 40 e il 50%) dei fondali statunitensi resti ancora poco conosciuta o mappata con tecnologie non aggiornate. Il problema americano, a detta di un report del governo in merito, non è tanto la scarsità di dati o la capacità di generarli, quanto la loro frammentazione e la difficoltà di integrarli. Le informazioni “oceaniche” americane sono raccolte da attori diversi – agenzie civili, istituzioni scientifiche, marina militare – con finalità e standard differenti. Questo rende più difficile costruire un quadro unitario e aggiornato del dominio sottomarino nazionale. NUOVE MINACCE E NUOVE SOLUZIONI Le ragioni per cui sia Cina che USA hanno iniziato a essere così preoccupate dalla loro scarsa conoscenza dei fondali è che, di recente, è cresciuta tanto l’importanza dei fondali quanto il numero delle minacce che operano in questo ambiente. Proprio come accade nel cielo, in fondo al mare oggi non si muovono solo colossi tecnologici da miliardi di dollari – come i sottomarini – ma anche droni subacquei a basso costo: piccoli dispositivi in grado di interferire con il regolare funzionamento di cavi o pipeline, e attraverso i quali vengono condotte operazioni di guerra ibrida di difficile attribuzione, soprattutto in assenza di un monitoraggio aggiornato e capillare. È per questo che, a detta degli esperti, serve un ulteriore balzo tecnologico, non tanto nella capacità di raccogliere dati, quanto in quella di interpretarli e integrarli. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi di deep learning possono riconoscere pattern nei segnali sonar, distinguere tra anomalie naturali e oggetti artificiali, aggiornare mappe quasi in tempo reale integrando dati raccolti da fonti diverse. In prospettiva, possono anche contribuire a prevedere comportamenti: come si muovono le correnti, come cambia la propagazione del suono, dove è più probabile che un oggetto non identificato stia operando. In altre parole, le AI possono accelerare il passaggio in corso da una logica di “mappatura” dei fondali a una logica di “monitoraggio continuo”. Si tratta di un cambiamento che ha implicazioni profonde. Per esempio significa che la superiorità nel dominio strategico sottomarino non dipenderà più solo dal numero di navi o dalla qualità dei sottomarini, ma dalla capacità di costruire e gestire reti informative complesse. Significa anche che il confine tra ambito civile e militare diventa ancora più sfumato: gli stessi dati utilizzati per studiare gli ecosistemi marini o per progettare infrastrutture energetiche possono essere impiegati per finalità di sorveglianza e difesa. E soprattutto significa che il mare, da spazio opaco per definizione, diventa progressivamente più “trasparente”. Non nel senso di completamente visibile – obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere – ma nel senso di sempre più leggibile per chi dispone di strumenti adeguati. In questo senso, il parallelo più evidente per ciò che sta accadendo sotto il pelo dell’acqua non è con la geografia o la cartografia tradizionali, ma con altri domini in cui l’informazione è la vera posta in gioco: il cyberspazio, lo spazio orbitale, persino il campo elettromagnetico. Anche lì, la competizione si gioca non solo sulla capacità di identificare gli oggetti fisici, ma su quella di costruire rappresentazioni affidabili e aggiornate dell’ambiente in cui si trovano immersi. Perché in un ambiente dove tutto è difficile da vedere, quello che più conta è capire cosa si sta guardando. L'articolo Cina, Stati Uniti e la sfida degli abissi proviene da Guerre di Rete.
April 29, 2026
Guerre di Rete
Sovranità satellitare
Immagine in evidenza rielaborata con AI Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi. Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.  NON È SOLO UNA QUESTIONE DI SICUREZZA La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.  Le conseguenze di un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori. I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi. Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.  LO STATO DELL’ARTE DEL SISTEMA DI GEOLOCALIZZAZIONE Per quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.  In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.  A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile. Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”. IL TASTO DOLENTE DELLE COMUNICAZIONI STRATEGICHE Dove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici. Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente. L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 e che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.  Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.  La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita. Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.  Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.  COME L’UE STA PREPARANDO IL TERRENO PER IRIS2 Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati. Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.  I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa. In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus. L'articolo Sovranità satellitare proviene da Guerre di Rete.
March 27, 2026
Guerre di Rete
Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno? – di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il [...]
March 26, 2026
Effimera
Nasce Rumore Popolare! Il canale d’informazione dalla parte di chi lotta!
Compagn*, mentre il mainstream ci vomita propaganda di guerra e austerity, dai nostri territori nasce Rumore Popolare: informazione senza padroni, dalla parte di chi occupa piazze, blocca strade e costruisce l’alternativa dal basso. Niente filtri, niente compromessi. Li troviamo nelle strade, non nei palazzi. Seguiteli ovunque e fate rumore con loro! Dal CSOA Corto Circuito vi abbracciamo e sosteniamo.   Nasce Rumore Popolare! Il canale d’informazione dalla parte di chi lotta! Abbiamo deciso che era il momento di smettere di farlo per altri e cominciare a farlo per noi stessi: l’informazione non può avere compromessi. Almeno non in tempo di guerra. Quindi, per non morire di mainstream, nasce Rumore Popolare, uno spazio libero dove politica, attualità e informazione si incontrano per dare spazio a chi da sempre si impegna nelle piazze e nei cortei, nell’organizzare un’alternativa alla deriva del nostro paese. Ci troverete nelle piazze e fuori dai palazzi della politica, alle assemblee pubbliche in periferia e ai grandi cortei nei centri città. Cosa troverete sui nostri canali? Contenuti brevi e diretti per chi vuole capire quel che accade senza lunghi giri di parole. Video di approfondimento per chi ama scavare a fondo e farsi trovare sempre preparato. Trasmissioni dal vivo con il pubblico in sala, perché l’informazione può anche essere intrattenimento. Dove ci trovate? Su Telegram, Facebook, Youtube, Spotify, Instagram e X. Seguici sui tuoi social preferiti e attiva le notifiche per non perdere i prossimi annunci. #RumorePopolare #informazione #Politica #Attualità #news The post Nasce Rumore Popolare! Il canale d’informazione dalla parte di chi lotta! first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
March 24, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO
La guerra nel Golfo e il prezzo globale: energia, inflazione e il fallimento della politica di potenza
Energia, inflazione e geopolitica: perché questa guerra la stiamo già pagando tutti Quando il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran, il mondo non ha assistito soltanto all’ennesima escalation in Medio Oriente. Ha assistito all’accensione di una miccia energetica globale, i cui effetti stanno ricadendo adesso sulle bollette di famiglie a Milano, Berlino, Tokyo e Seoul — su chiunque, in sostanza, abbia bisogno di riscaldare casa, fare benzina o acquistare un prodotto industriale. La guerra, come sempre, non è mai solo di chi la combatte. A quasi un mese dall’inizio del conflitto, il bilancio economico è già pesante e rischia di aggravarsi in modo drammatico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito quello che si sta consumando nel Golfo Persico come la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale — un primato sinistro che supera gli shock del 1973 e del 1979. Non sono parole di pacifisti: vengono dall’istituzione internazionale deputata a monitorare i mercati energetici per conto dei paesi consumatori. Il messaggio è inequivocabile: questa guerra sta costando a tutti, e il conto non è ancora chiuso. Il collo di bottiglia del mondo Per capire la portata dello shock, bisogna partire da un dato geografico che la maggior parte delle persone ignora fino a quando non diventa un’emergenza. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, tra le coste dell’Iran e dell’Oman, è il corridoio attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto consumato nel pianeta. Ogni giorno, prima del conflitto, vi transitavano circa 20 milioni di barili di greggio. Attorno a quel corridoio si affacciano otto tra i maggiori produttori mondiali: Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. Quando le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato il “controllo totale” dello stretto e minacciato di colpire qualsiasi nave in transito, si è fermato quasi tutto. Le circa 150 petroliere ancorate in acque aperte nel Golfo Persico sono diventate il simbolo visivo di una crisi che i numeri astratti faticano a restituire nella sua concretezza quotidiana. Il risultato immediato è stato brutale: il petrolio è schizzato da circa 70 dollari al barile a oltre 100-110 dollari, toccando in alcune fasi i 120 dollari — aumenti del 50% in poche settimane, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Il gas europeo TTF, il prezzo di riferimento per il continente, ha superato i 60 euro per megawattora con rialzi del 40-60%. Alla pompa di benzina, i consumatori europei hanno già visto aumenti del 22% per la benzina e del 32% per il diesel. La situazione è quella di uno shock energetico che si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo, all’inflazione e al potere d’acquisto delle famiglie. Questi non sono scenari: sono già realtà vissuta. L’Europa più esposta di quanto pensasse L’Europa credeva di aver imparato la lezione della crisi energetica del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già mostrato la fragilità di un continente troppo dipendente da un singolo fornitore. Aveva diversificato, costruito rigassificatori, firmato contratti con il Qatar, con gli Stati Uniti, con l’Africa occidentale. Aveva smesso di comprare gas russo via pipeline e aveva imparato a comprare GNL via mare. Ma questa strategia conteneva in sé un’ironia tragica: sostituendo le pipeline con le navi metaniere, l’Europa ha finito per dipendere dallo stesso Stretto di Hormuz oggi bloccato. Aveva semplicemente spostato la vulnerabilità da un punto geografico a un altro. Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni europee di GNL ed è il secondo fornitore del continente dopo gli Stati Uniti. Il GNL qatariota deve necessariamente attraversare Hormuz per raggiungere i terminali europei. Gli attacchi iraniani hanno colpito anche l’impianto di Ras Laffan, il più grande terminal GNL del mondo, che produce un quinto dell’offerta globale. Secondo QatarEnergy, due dei quattordici treni di liquefazione sono stati danneggiati, con una perdita di capacità stimata in 12,8 milioni di tonnellate annue per un periodo compreso tra tre e cinque anni. QatarEnergy ha già dichiarato la forza maggiore sui contratti a lungo termine con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La situazione degli stoccaggi europei aggrava ulteriormente il quadro. A fine febbraio 2026 le riserve di gas erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024. Un cuscino assai più sottile, proprio nel momento in cui arriva uno shock di questa portata. Per l’Italia il conto è particolarmente salato: circa il 25% del GNL consumato nel 2025 proveniva dal Qatar, e ENI ha contratti a lungo termine con Doha per 1,5 miliardi di metri cubi annui, a partire proprio dal 2026. Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale senza alternative immediate. Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un aumento del 30% sul gas e del 25% sull’elettricità si tradurrebbe in circa 585 euro di aggravio annuo per famiglia. Chi paga di più, chi si salva L’impatto della crisi non è distribuito in modo uniforme, e capire la geografia del dolore economico aiuta a leggere anche le mosse politiche delle settimane successive. Gli Stati Uniti, diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di GNL, sono relativamente meno esposti alle importazioni dirette dal Golfo. Ma non immuni: un aumento prolungato dei prezzi del greggio si traduce comunque in benzina più cara ai distributori americani, uno degli spettri politici più temuti dalla Casa Bianca in un anno di elezioni di midterm. Non stupisce che Trump abbia oscillato tra dichiarazioni di “fine imminente” della guerra — sufficienti a calmare temporaneamente i mercati — e annunci di revoca parziale di sanzioni sul petrolio. Un balletto comunicativo che rivela l’assenza di una strategia chiara. La Cina si trova in una posizione paradossale. È il principale importatore mondiale di petrolio e il primo acquirente del greggio iraniano — circa 3,3 milioni di barili al giorno, aggirando in parte le sanzioni statunitensi. Ma ha costruito negli anni una rete di protezione più robusta: riserve strategiche più ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questa resilienza le consente di assorbire meglio gli shock di breve periodo. La guerra mette però Pechino in una contraddizione strutturale: l’Iran è un partner dei BRICS e la Cina appare incapace di proteggerlo, esponendo la contraddizione tra le ambizioni multipolari e la reale capacità di intervento. Un attore di primo piano ridotto a spettatore della crisi che colpisce i propri partner. C’è poi un attore che osserva la crisi con soddisfazione malcelata: la Russia. Esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, vede ora riaprirsi spiragli che nessuno avrebbe previsto pochi mesi fa. Con il gas del Golfo bloccato, il gas russo potrebbe tornare appetibile per quei paesi europei con le scorte basse e i prezzi alle stelle. Non per caso Trump ha annunciato la revoca di alcune sanzioni energetiche dopo un colloquio con Putin, e ha già permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo — una mossa che interrompe una fonte di pressione economica su Mosca. La coerenza strategica non è evidentemente il punto di forza di questa amministrazione. I due scenari e la posta in gioco Gli economisti delineano due possibili traiettorie. La prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione. La seconda, più critica, ipotizza un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche: in questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale a livello mondiale. Oxford Economics stima che la crisi aumenterà l’inflazione dell’area euro di 0,3-0,5 punti percentuali nel solo 2026. Goldman Sachs ha calcolato che un blocco di Hormuz prolungato un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. La BCE si trova in una posizione scomoda: dopo aver avviato un ciclo di allentamento monetario, potrebbe essere costretta a invertire la rotta se l’inflazione energetica si trasmette ai prezzi di fondo. Per famiglie e imprese europee già alle prese con anni di crescita stagnante, si tratterebbe di un ulteriore colpo ai redditi reali. La lezione che non vogliamo imparare Questa crisi ha una radice militare e politica, non tecnica. Non è stata causata da un terremoto o da un’epidemia: è il risultato di scelte precise — l’attacco statunitense e israeliano all’Iran del 28 febbraio, la risposta di Teheran, l’escalation che ha progressivamente coinvolto le infrastrutture energetiche del Golfo in quella che gli analisti chiamano “deterrenza per punizione su base infrastrutturale”. Ogni attore ha cercato di ampliare il perimetro del dolore strategico dell’avversario, e il risultato è che il dolore è caduto su chi non aveva voce in capitolo: i consumatori di tutto il mondo, le famiglie che pagano le bollette, le piccole imprese che rischiano la chiusura. La narrazione dominante continua a presentare questo conflitto come inevitabile o necessario, l’ennesima operazione di sicurezza che produrrà, prima o poi, stabilità. I dati dicono altro. Dicono che la cosiddetta capacità di riserva globale del petrolio è scesa sotto il 3%, considerato il livello minimo di sicurezza, e che la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del Golfo — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è inaccessibile. Il mercato non può salvarsi da solo. La lezione strategica che emerge è quella che pensatori come Simone Tagliapietra dell’Istituto Bruegel ripetono da anni: la sicurezza energetica non si costruisce con le portaerei, ma con le rinnovabili, le reti di interconnessione, l’efficienza energetica, la diversificazione reale delle fonti. Ogni euro speso in rigassificatori per il GNL del Golfo è un euro che crea nuove dipendenze da checkpoint geografici vulnerabili. Ogni anno perso nella transizione energetica è un anno in più di esposizione agli shock geopolitici. La guerra nel Golfo dimostra che non esiste sicurezza energetica senza sovranità energetica. E la sovranità energetica si chiama transizione: solare, eolico, efficienza, stoccaggio, interconnessioni europee. Non è un’utopia verde — è l’unica risposta concreta a un mondo in cui le guerre del petrolio possono ancora spegnere i riscaldamenti di Milano in pieno marzo. Chi oggi parla di difesa degli interessi nazionali continuando a finanziare la dipendenza fossile sta semplicemente posticipando la prossima crisi. E la prossima crisi arriverà, magari da un’altra Hormuz, magari da un altro golfo, magari da un’altra guerra che qualcuno, da qualche parte, avrà deciso di considerare necessaria. ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it IEA – Oil Market Report (marzo 2026) https://www.iea.org/reports/oil-market-report-march-2026 Oxford Economics https://www.oxfordeconomics.com Goldman Sachs – Global Investment Research https://www.goldmansachs.com/insights Euronews – sezione economia ed energia https://www.euronews.com/business Il Sole 24 Ore – sezione energia https://www.ilsole24ore.com/sez/energia Renewable Matter https://www.renewablematter.eu QatarEnergy https://www.qatarenergy.qa I-Com – Istituto per la Competitività https://www.i-com.it Redazione Napoli
March 23, 2026
Pressenza
Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – di Andrea Fumagalli
L'attacco congiunto Usa-Israele contro l'Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell'Iran e dell'attuale regime. L'ipocrisia del pensiero mainstream plaude all'iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di "libertà delle donne". Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò [...]
March 4, 2026
Effimera