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Venezuela, destituito il generale Javier Marcano Tabata: “Complice nel sequestro di Maduro”
Il generale che guidava la guardia d’onore presidenziale del Venezuela, Javier Marcano Tabata, è stato licenziato pochi giorni dopo che il presidente deposto Nicolas Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi durante l’Operazione Absolute Resolve – illegale secondo il diritto internazionale – a Caracas e inviato a New York per essere processato con l’accusa di narcoterrorismo (accusa per altro ritrattata e riscritta) (1). L’ordine di destituzione, arresto e sostituzione del generale Marcano Tabata è stato impartito dalla nuova presidente vicaria ad interim, Decly Rodríguez, la quale lunedì ha prestato giuramento di fronte alla Costituzione Bolivariana alla carica di vertice con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale, ricevendo il sostegno pubblico anche della figlia di Hugo Chavez, Rosines Virginia Chávez, e del figlio di Nicolas Maduro, Nicolás Maduro Guerra. Delcy Rodriguez, di fronte al rispetto del Decreto di eccezione n. 5200 – che inaugura lo “Stato di shock esterno” per difendersi dall’aggressione USA e detta la cattura di qualsiasi collaborante con l’aggressore USA – non ha esitato ad ordinare l’arresto immediato del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, capo della Guardia d’Onore Presidenziale e direttore della DGCIM (Direzione Generale del Controspionaggio Militare). L’alto ufficiale viene indicato come l’architetto del tradimento che ha permesso il sequestro del presidente Maduro lo scorso 3 gennaio. L’arresto di Marcano Tábata sarebbe avvenuto nelle ultime ore dopo una notte piuttosto caotica nel Palazzo Legislativo Federale e a Miraflores, sede quest’ultima della Presidenza. Il generale Marcano Tábata è stato collegato direttamente all’operazione statunitense per aver disattivato i protocolli di difesa aerea nella notte di sabato 3 gennaio sulla caserma di Fuerte Tiuna (sua responsabilità), ossia il luogo dove stavano dormendo Maduro e la moglie e dove sono stati sequestrati dalle forze speciali statunitensi. L’accusa al generale Marcano Tábata è pesante: tradimento, facilitazione dell’operazione USA “Absolute Resolve”, smantellamento di protocolli di sicurezza, comunicazioni riservate con intelligence straniere nelle settimane precedenti. Sono accuse che richiedono verifiche, ma ci sono prove inconfutabili che ne determinerebbero un coinvolgimento diretto. Sono trapelate informazioni che suggeriscono che l’arresto di Marcano Tábata non è stato un “errore”, ma una rapida risposta ai possibili esecutori di un tradimento deliberato. Le indagini della nuova amministrazione venezuelana indicano comunicazioni criptate tra il Generale e agenzie di intelligence straniere nelle settimane precedenti al 3 gennaio 2026. Prima di rapire Maduro, le forze militari statunitensi hanno colpito i sistemi di difesa aerea e i radar Buk-2MA forniti dalla Russia al Venezuela e installati nei porti e negli aeroporti nell’ambito della loro “alleanza strategica”. Questo significa che senza l’abbattimento delle difese aeree, il rapimento non sarebbe stato una passeggiata. Sebbene il trattato di cooperazione di difesa tra Mosca e Caracas fosse vago e non prevedesse aiuti militari immediati in caso di invasione straniera del Venezuela, con tutta evidenza è successo qualcosa che non doveva succedere: sono stati spenti i sistemi antimissile che dovevano scudare e difendere le basi militari; i sistemi di contrattacco non hanno attaccato le navi americane; e i sistemi anti aereo ed elicotteri non hanno abbattuto gli elicotteri invasori. Quindi non si può parla purtroppo di un “errore”, ma di una sospensione intenzionale di questi sistemi di difesa, che aveva come fine la facilitazione dell’aggressione USA e del sequestro del Presidente Maduro, oltre al fatto di provocare un colpo di Stato contro il governo bolivariano. Questo non sarebbe successo senza il tradimento di alcuni settori venezuelani. Tabata è accusato di aver facilitato la “Via di Estrazione” e di aver consegnato agli USA le coordinate esatte e i punti ciechi dell’anello di sicurezza cubano-venezuelano, di aver permesso a forze irregolari di attaccare il Legislativo per creare una cortina di fumo mentre venivano negoziate le epurazioni interne, avendo così “consegnato” de facto il Presidente Maduro agli agenti della DEA statunitense. Purtroppo, per coordinare un’operazione del genere, è servita l’inevitabile corruzione di tanti funzionari militari in molti posti chiave: buchi nel sistema, a cui però la leadership bolivariana è abituata fin dai tempi di Chavez fino ai tempi recenti, quando Maduro ha espulso Hugo Armando Carvajal Barrios (chiamato “El Pollo”) – ex capo dell’intelligence militare venezuelana – dalle Forze Armate il 4 aprile 2019 per tradimento e arrestato poi dagli Usa per un processo nel quale a giugno 2025 si è dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo. Per questi motivi – secondo fonti anonime citate da varie agenzie stampa – la presidente vicaria Rodriguez ha ordinato arresti di funzionari di intelligence e controspionaggio della DGCIM che rispondevano a Marcano. La Presidente Delcy Rodríguez ha mobilitato unità della Milizia popolare e collettivi chavisti leali per circondare Miraflores, non ricorrendo all’Esercito regolare. “Non c’è peggior nemico di chi dorme in casa tua. Il generale Marcano Tábata non solo ha fallito nel suo dovere, ma ha venduto la sovranità al miglior offerente”, ha dichiarato un portavoce vicino alla vicepresidenza. Senza dubbio questo arresto porta un terremoto a Miraflores, perché segna la fine della Guardia d’Onore come era conosciuta. Con 32 militari cubani morti durante l’operazione di estrazione, 8 militari venezuelani della Guardia d’Onore Presidenziale uccisi a sangue freddo dagli agenti della DEA, Tabata dietro le sbarre, il corpo di sicurezza presidenziale è collassato e ha bisogno di una ristrutturazione. L’arresto di uno dei generali più potenti del Paese invia un messaggio chiaro: nell’attuale Venezuela il governo è disposto a fare chiarezza su ciò che è successo e che i collaboratori dell’aggressore USA paghino per la cattura di Maduro. Il governo di Delcy Rodriguez non sta fingendo normalità, ma sta ripulendo l’interno, a partire dai vertici militari. Sta dicendo, senza giri di parole, che la cattura di Maduro non verrà archiviata come “incidente”, ma trattata come atto ostile con complicità interne. Tabata era stato, fino a quel momento, un uomo del potere popolare bolivariano, un “custode” della Rivoluzione Bolivariana, un militante chavista fin dai tempi di Hugo Chavez. Non si tratta di un generale qualsiasi, ma di un ex-custode del sistema. Ed è qui che la narrazione neocoloniale occidentale inizia a scricchiolare. Un Paese davvero “finito” non apre inchieste contro i propri generali più potenti, non espone fratture, non cerca responsabili dentro casa. In un Paese “finito” è impossibile che lo stesso governo continui a governare ed è emblematico che a riconoscere il consenso e la territorialità di questo governo sia stato proprio Trump. Nel frattempo la presidente Delcy Rodríguez ha nominato – in sostituzione a Tabata – il generale dell’esercito Gustavo González López nuovo comandante del reggimento della Guardia d’Onore Presidenziale (GHP), responsabile della sicurezza del capo dello Stato e direttore della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM). La presidente ha definito la cattura di Maduro un “rapimento illegale” ed ha decretato che continui la mobilitazione generale e l’attivazione delle milizie, a sostegno delle unità regolari che occupano posizioni difensive nel Paese e che proteggono l’esecutivo. Inoltre ha ribadito il suo appello alla pace come diritto dei venezuelani e di tutti i popoli, affermando che il suo governo “invita il governo degli Stati Uniti a collaborare su un programma di cooperazione” mettendo a disposizione gli strumenti della Diplomazia Bolivariana di Pace.     (1) Atto d’accusa del 2020 contro Nicolas Maduro affermava che il Presidente costituzionale del Venezuela fosse leader della presunta organizzazione narcoterrorista “Cartel de los Soles”. L’esistenza del “Cartel de los Soles” è stata smentita dallo stesso Dipartimento di Giustizia USA, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, pubblicando un atto d’accusa riscritto che tacitamente ammettere che Maduro non è leader di nessuna organizzazione narcoterrorista e che il “Cartel de los Soles” non esiste. Notizia che persino il mainstream italiano ha dovuto riportare https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/maduro-ora-gli-usa-cambiano-idea-non-e-il-leader-di-un-cartello-di-narcos_107665299-202602k.shtml Altre fonti: https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/01/07/venezuela-voci-su-arresto-di-un-generale-per-aver-collaborato-al-sequestro-del-presidente-maduro-0190552 https://www.youtube.com/watch?v=6xhy7Jg1230 Lorenzo Poli
Iran in rivolta
Articoli e link di Marina Misaghinejad, di Roja (collettivo femminista e anticapitalista iraniano, curdo e afghano), di Kasra Aarabi e Saeid Golkar, Maysoon Majid. Con la «Dichiarazione congiunta dellə studentə attivistə delle università di Teheran, Beheshti, Allameh, Science and Industry e Tarbiat Modares» a sostegno delle proteste.     Iran, resta solo il popolo di Marina Misaghinejad Una lettura politica
Dominio senza direzione?
La relazione di Roberto Fineschi acclusa negli atti del forum della Rete dei comunisti dal titolo “Il giardino e la giungla” del 18-19 marzo 2023, decisamente attuale. Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare 1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata La guerra non è certo una novità del mondo contemporaneo; […] L'articolo Dominio senza direzione? su Contropiano.
L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla
Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio. A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che […] L'articolo L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla su Contropiano.
Perché ri-studiare la storia oggi, dentro e oltre la scuola
Connessioni fra ricerca storica e pace nel mondo In Italia, lo studio della storia è parte integrante di tutti i programmi scolastici delle scuole di ogni ordine e grado. Eppure, molto spesso questa materia viene considerata non così importante, in quanto non strettamente connessa con l’attualità che viviamo. Ovviamente, questo è un pensiero radicato nelle persone comuni o in molte di esse, non da addetti ai lavori: gli storici e le storiche, che con grande fatica fanno costantemente ricerca in questo campo, inorridiscono rispetto a tale sentire. Una delle motivazioni alla base di questa convinzione invalsa sta nel fatto che, oggi, a causa della mancanza di tempo, i programmi scolastici non riescono ad essere svolti per intero e, conseguentemente, gli studenti e le studentesse non arrivano ad approfondire, nel loro corso di studi – mi riferisco chiaramente alla platea della scuola ordinaria di secondo grado – gli accadimenti più recenti. In pratica, molte persone pensano che si dovrebbe studiare la storia del ’900 per comprendere meglio la nostra realtà e “sorvolare” su quella della età arcaica e classica, con particolare riguardo alla storia greca. Ce l’abbiamo molto con i Micenei: ma che studiamo a fare eventi accaduti nel II millennio avanti Cristo se poi non sappiamo cosa ha provocato la guerra fredda dal 1947 al 1990? E ancora, cosa c’era dietro l’attentato alle Torri Gemelle? Quest’ultimo è un argomento molto delicato e sentito fortemente dai nati nel terzo millennio ma che a scuola non si arriva nemmeno lontanamente ad affrontare. Ebbene, i Micenei non sono poi così inutili: ci consegnano un incipit della storia dell’uomo, il momento in cui si è creata una ininterrotta continuità culturale tra l’età del bronzo e l’età classica, attraverso l’uso di una lingua per redigere documenti amministrativi e la creazione di un sistema palaziale, embrionale sistema di Stato. Sapere come si sono creati gli Stati ha una grande importanza: ci serve per comprendere come viviamo oggi e, soprattutto, da cosa nascono le guerre. Senza l’esistenza degli Stati, infatti, le guerre non diventano fenomeno che riguarda intere popolazioni ma restano a livello di conflittualità locale tra gruppi di potere. In Italia, nella nostra quotidianità, le guerre, pur essendo costantemente presenti nei fatti di cronaca, sembrano ancora appartenere ad altri mondi. Eppure intorno a noi sono aperti vari fronti di guerra nel mondo, oltre cinquanta. Da notare la terminologia utilizzata dagli inviati speciali e dagli stessi studiosi: oggi, non si parla più di guerra globale ma di guerra “a pezzi”. Paradossalmente, quindi, anche se in tantissimi luoghi del pianeta c’è gente che muore a causa di un conflitto bellico, a noi sembra di vivere in un’epoca di pace perenne. Questa percezione è leggermente cambiata da quando, purtroppo, c’è stata l’invasione della Russia in Ucraina, essendo questo territorio molto vicino a noi, con tutte le implicazioni che questo comporta, anche per i legami che, dalla fine della seconda guerra mondiale, il nostro paese ha con la NATO, nonché della presenza in Italia di tante persone di nazionalità sia ucraina che russa. Il riflesso di queste dinamiche sulla vita di tutti i giorni è stato comunque estremamente residuale, se not per il fatto che esse sono confluite nel dibattito sull’approvazione, da parte dell’Unione Europea, del piano ReArm Europe. Tante sono le voci che si sono levate contro l’adozione di questa misura di intervento; ma, al di là di questo, l’impatto visibile sulla nostra vita non c’è stato. Il che costituisce sicuramente un problema, in quanto stiamo assistendo, più o meno consapevolmente, a uno spostamento delle risorse pubbliche sul rafforzamento dei sistemi di difesa e sugli armamenti. Questa, però, è un’altra questione che merita appositi approfondimenti. Torniamo ai Micenei e alla storia della civiltà greca. Abbiamo già detto delle novità che essi hanno portato sulla terra. Un altro aspetto rilevante, che avvalora la tesi dell’importanza di effettuare studi storici sull’antichità, è dato dal fatto che, proprio in relazione alla storia greca – e anche romana – è cambiato il modo di acquisizione delle informazioni: se, fino alla seconda metà del Novecento, si attingeva prevalentemente dalle fonti letterarie – le guerre persiane immortalate da Erodoto, la guerra in Peloponneso da Tucidide, solo per fare degli esempi – oggi si ritiene fondamentale lo studio dell’archeologia, che diventa essenziale documentazione storica. Per citare Marco Bettalli: “Un conto è avere una forma mentis che stabilisce comunque una graduatoria… (tra fonti), altra cosa è servirsi dell’archeologia per fare storia nel senso più completo del termine; un tipo di storia senza avvenimenti, ma con l’ambizione di ricostruire modelli e strutture in cui operavano date comunità in un dato periodo”. In pratica, questa corrente storiografica ritiene che sia centrale acquisire le informazioni attraverso l’analisi delle stratificazioni fisiche che l’uomo ha prodotto nei luoghi. Quindi, sul campo. Però, affinché gli scavi siano effettivamente realizzabili, oltre ad avere disponibilità di risorse finanziarie da dedicarvi, è necessario che vi sia la possibilità di effettuarli: in particolare, che vi sia una cooperazione internazionale tra i governi in cui i siti sono presenti. A sua volta, la cooperazione internazionale può avvenire solo dove c’è la pace. In alcuni luoghi, ciò non solo è impossibile ma, addirittura, l’archeologia viene usata come arma: è il caso dello Stato di Israele, dove lo studio dell’archeologia viene effettuato secondo un metodo che viene definito “archeologia biblica”, in base al quale “l’archeologia è stata, cioè, chiamata a rinforzare le connessioni tra il moderno Stato e l’Israele antico che esiste nelle Scritture. Era questo il suo ruolo principale. Per ottenere questo obiettivo si è concentrata sui siti menzionati nella narrazione biblica, per poter fornire quei simboli nazionali e per creare una nuova narrazione che legasse gli israeliani di oggi all’antico popolo biblico. Questa si è rivelata, col tempo, un’operazione problematica. A segnalare l’esistenza di incongruenze non siamo stati solo noi archeologi palestinesi. Oggi ci sono anche archeologi israeliani, soprattutto giovani, che riscontrano problemi… Ecco, per un palestinese studiare archeologia in un’università ebraica rappresenta decisamente una sfida, perché bisogna continuamente scendere a patti con la propaganda sionista.” (Intervista a Mahmoud Hawari, 2011). È evidente che, in questo caso, si va in controtendenza rispetto a quanto affermato da Bettalli: la produzione storica non viene effettuata a partire dall’analisi dei reperti con metodo scientifico; a priori, è orientata a confermare tesi presenti in fonti letterarie (in questo caso specifico, testi religiosi) e funzionali all’affermazione di un tipo di politica o di ideologia. Ed allora: ri-studiare la storia è necessario. La storia, in questo senso, rappresenta un vero e proprio anticorpo contro i disastri della geopolitica. Non serve solo a farci sapere come siamo arrivati fino a qui, ma soprattutto a renderci consapevoli che il modo in cui vengono ricostruiti gli avvenimenti del passato – è nota l’affermazione secondo cui la storia la scrivono i vincitori – influenza il modo in cui interpretiamo i fatti di oggi. Per questo motivo, la storia arcaica è tanto importante quanto quella contemporanea e dovrebbero essere soprattutto le persone giovani a essere messe in condizione di desiderare di studiarla. https://www.corriere.it/opinioni/23_aprile_28/importanza-studiare-storia-vite-altri-memoria-fd2de200-e5db-11ed-b98e-227d9ceb5d4e.shtml https://youtu.be/_UdWqR5WPYk?si=ZuZBsw0DJ1Qqw4bm https://www.geopop.it/panoramica-dei-56-conflitti-in-corso-nel-mondo-e-davvero-la-terza-guerra-mondiale-a-pezzi/ https://www.consilium.europa.eu/it/policies/european-defence-readiness/ https://www.agendadigitale.eu/sicurezza/rearm-europe-la-svolta-storica-nella-difesa-ue-e-il-ruolo-chiave-dellitalia/ https://altreconomia.it/rearm-europe-muove-il-primo-passo-ecco-come-si-costruisce-uneconomia-di-guerra/ https://www.youtube.com/live/DyELm603Bao?si=sfJWuW_N7g81Cc8g https://www.unacitta.it/it/intervista/2168- Nives Monda
Convegno | Anni di guerra: menzogne, verità, scintille – di Effimera
Ricordiamo che Effimera.org ha organizzato per il 15 novembre prossimo, al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, un convegno dal titolo: ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE. L’incontro si terrà a partire dalle 10 sino alle 19. Ecco gli interventi in programma, con le tempistiche relative. È prevista la possibilità di partecipare anche [...]
Materiali convegno | Le guerre degli uomini. Conflitti contemporanei, patriarcato, lavoro vivo – di Cristina Morini
Una recensione al libro di S-Connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per il presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp.116, euro 15,00 * * * * * Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio 2022, la guerra ha conquistato il tempo presente, diventando cardine della politica, dell’economia e del diritto. [...]
Convegno | Anni di guerra: menzogne, verità, scintille – di Effimera
Effimera.org organizza per il 15 novembre 2025, al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, un convegno dal titolo: ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE. L’incontro si terrà a partire dalle 10 sino alle 19. Pubblichiamo il documento di indizione che illustra i temi che verranno trattati e i nomi dei relatori e delle [...]
“Esistono molti pianeti, ma solo un’economia!”
“Esistono molti pianeti, ma solo un’economia!” … ha scherzato una volta la rivista satirica tedesca “Der Postillon”, centrando perfettamente il punto. Ma cosa impedisce alla politica di lavorare verso gli obiettivi climatici? Risposta esatta: il rispetto per l’economia. Questo è ovviamente assurdo, perché se il pianeta non offre più le condizioni di vita necessarie alla società umana, allora anche l’economia è finita. Tuttavia, questo atteggiamento è solo la logica conseguenza del fatto che l’intera società si lascia guidare nelle sue azioni dall’economia e dai suoi cicli congiunturali. Eppure l’economia non è altro che l’insieme della produzione e della distribuzione dei beni, quindi ci si aspetterebbe che fosse istituita e modellata dagli esseri umani per il loro beneficio. È uno strano ribaltamento – che però quasi nessuno trova più sorprendente – il fatto che il mezzo di sussistenza diventi un soggetto autonomo a cui tutta la società si sottomette. “L’economia” diventa un’entità anonima a sé stante, compresa da pochissimi, ma accettata da tutti con i suoi alti e bassi congiunturali come una forza del destino. L’economia diventa un sovrano che determina in modo quasi dittatoriale l’intera vita sociale. Intere schiere di statistici sono impegnate a tracciare le curve febbrili delle congiunture economiche, che diventano poi il metro di misura che funge da riferimento inesorabile per l’azione dello Stato. I nostri politici, di tutti i partiti, non conoscono notizia peggiore della minaccia di un “crollo” della crescita economica. Per contrastare questo fenomeno, qualsiasi misfatto è giustificato. Ciò avviene regolarmente non solo a scapito dell’ambiente e del clima, ma anche della gente comune. Perché i ricchi, cioè quelli a cui si pensa quando si parla di “economia”, non devono essere “gravati” per non mettere a rischio la congiuntura. Così si contraddice con nonchalance che la crescita economica sia qualcosa che va a vantaggio dei cittadini comuni. Per quanto folle possa sembrare, invece di plasmare consapevolmente il proprio processo di vita materiale, le società umane – ormai in tutto il mondo – sono strutturate in modo tale da essere guidate e spinte dalle loro stesse opere, anche se questo significa andare consapevolmente incontro alla propria rovina. Servire l’economia significa promuoverne la crescita, anche se dal Club di Roma in poi è diventato chiaro che i limiti accettabili sono stati superati da tempo. È necessario creare condizioni favorevoli alla crescita. Ciò porta a guardare con desiderio all’estero, dove si trovano i mercati di sbocco, le fonti di materie prime e le riserve di manodopera necessari alla crescita. Peccato solo che i governanti degli altri paesi perseguano a loro volta obiettivi molto simili. Così si intralciano regolarmente a vicenda, contendendosi i reciproci affari. Nelle continue dispute che ne derivano, chi ha il potere economico più forte riesce ad avere la meglio. La crescita economica diventa così un obbligo, con una tendenza intrinseca ad autoalimentarsi; per tutte le nazioni vale il motto: partecipare o perdere. Esistono dipendenze tra gli Stati, in quanto uno ha ciò di cui l’altro ha bisogno, e queste vengono immediatamente sfruttate come leva per ogni tipo di ricatto, grande o piccolo che sia. In breve: si apre il vasto campo della diplomazia che, come già sapeva Clausewitz, trova il suo proseguimento nella guerra. Naturalmente non è che ogni Stato che si sente in qualche modo svantaggiato economicamente da un altro ricorra immediatamente alle armi. In tal caso, ogni Paese sarebbe da tempo in guerra con tutti gli altri. Ma come “ultima” opzione, questa possibilità è sempre presente. In primo luogo, si contratta “pacificamente” per ottenere condizioni di accesso il più possibile vantaggiose alla ricchezza e alle risorse delle altre nazioni. Tutti gli Stati agiscono come custodi dei rispettivi capitali nazionali e diventano così concorrenti sul mercato capitalistico mondiale, che nel frattempo – dopo la caduta del blocco socialista – è diventato effettivamente “globale”. Il blocco orientale ha cercato di sottrarsi a questo processo ed è stato distrutto. Ora tutti gli Stati sono capitalisti e partecipano alla concorrenza del mercato mondiale come meglio possono per non diventare perdenti, cosa che nel nostro ordine mondiale “basato su regole” avrebbe conseguenze che potrebbero arrivare fino al crollo come “Stato fallito”. In questa concorrenza viene messa in gioco soprattutto la forza come sede economica, ma anche come potenza militare! Ogni Stato percepisce rapidamente i limiti delle proprie possibilità e cerca di allearsi con altri. Il risultato è noto: il mondo intero si divide sempre più in blocchi che perseguono interessi “geostrategici” l’uno contro l’altro. Questo è ciò che sta alla base dei conflitti militari odierni: la salvaguardia delle zone di influenza geopolitica. Si decide, tra l’altro, quale Stato può fornire solo materie prime e in quale area di influenza viene effettivamente prodotta la ricchezza che serve a consolidare ulteriormente la forza nazionale. Le guerre di conquista pura, come ai tempi di Gengis Khan e Alessandro Magno, oggi sarebbero disfunzionali, perché per ottenere influenza su un paese straniero non è più necessario annetterlo al proprio territorio. Per creare minacce contro lo Stato definito nemico è sufficiente avere alleati nelle zone limitrofe, sul cui territorio è possibile schierare missili e basi militari. Laddove si mirano a spostamenti dei confini, questi rimangono subordinati al calcolo geostrategico come rettifiche del fronte o teste di ponte. Tuttavia, a fini propagandistici, si ricorre volentieri all’idea delle guerre di conquista, basti pensare al discorso sulla “spinta espansionistica imperialista” della Russia. Alla base di ciò c’è una concezione di “imperialismo” che, rispetto a ciò che è oggi l’imperialismo, appare quasi un po’ romantica. E se si volesse accettare per un momento tali discorsi, ne risulterebbe solo un’incongruenza: supponiamo che esistano davvero queste “voglie di espansione” russe – come si potrebbe dedurre che la Germania debba diventare la potenza militare convenzionale più forte d’Europa, quando l’Europa unita dispone già ora di una potenza militare molte volte superiore a quella che sarebbe necessaria per respingere una simile minaccia? Il motivo per cui il cancelliere tedesco Merz vuole trasformare la Bundeswehr nell’esercito più forte d’Europa è un altro. Si tratta della posizione geopolitica della nazione: ovvero dell’influenza mondiale grazie alla forza unita dell’Europa, ma in modo tale che a trarne vantaggio sia principalmente la Germania, che per questo motivo vuole rafforzare il proprio dominio all’interno dell’UE anche dal punto di vista militare. E cosa ne consegue? Chi si identifica politicamente con la propria nazione deve anche essere consapevole che tutti gli altri Stati del mondo perseguono gli stessi principi che si ostacolano a vicenda, il che significa che il clima politico alla fine non ha alcuna importanza e che bisogna anche essere preparati all’«emergenza», per la quale si è già stati designati come carne da cannone o danni collaterali civili. Ci si può ritirare in una posizione di osservatore e chiedersi cosa accadrà prima: il collasso climatico o la terza guerra mondiale? Vogliamo fare una scommessa? Il vincitore potrà ritirare il premio nella tomba. A quanto pare, formulare un pensiero diverso richiede un certo sforzo – almeno questo è quanto si legge talvolta sugli slogan delle manifestazioni per il clima: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Rudi Netzsch -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid con l’ausilio di traduttore automatico. Untergrund-Blättle
Con quel che resta del mondo
Dopo il ritorno definitivo dal Niger e 14 anni di permanenza nel Sahel maltrattato da gruppi armati che usano la morte e il terrore come strategia. Dopo che le frontiere che si armano da troppe parti e i muri spuntano dappertutto al quotidiano. Dopo i morti migranti di chi cerca […] L'articolo Con quel che resta del mondo su Contropiano.